giovedì 31 marzo 2016

10 annunci pubblicitari da cui imparare qualcosa.

Ormai, dopo tanti anni che vi parlo di pubblicità ben fatte (e, soprattutto, del perché sono ben fatte), dovreste saperne riconoscere una alla prima occhiata.
E le nuove dieci che vi propongo oggi, del resto, non hanno neanche bisogno di troppi commenti: basta guardarle per coglierne la scintilla di genio.
Pigliate appunti.

Bosch
Il più silenzioso aspirapolvere del mondo.
Agenzia: BBDO Belgio. Direttore creativo Arnaud Pitz e Sebastien De Valck, art director  Jasper Verleije, copywriter Sarah Huysmans.


Betadine
L'igiene, quando si è in giro.
Agenzia DM Pratama Communications (Jakarta), direttore creativo: Maria Sum, Eko Haryanto, copywriter Maria Sum, Achmad Maulana, Photoshop artist: Ubaidillah.


Toyota
Sponsor ufficiale della federazione bulgara di Tennis.
Agenzia: New Moment New Ideas Company, Sofia


Love Store
Fate l'amore, non la guerra.
Agenzia Looma, Kishinev, Moldova, direttore creativo e art director Sergey Prokopchuk


Max Shoes
Sei quello che indossi.
Agenzia Jung von Matt/Limmat (Zurigo), direttore creativo Alexander Jaggy, art director David Hanselmann, copywriter Samuel Wicki, graphic designer Tanja Jablanovic, fotografia di  Mierswa & Kluskahuk


Sci-fi Channel
Abduction.
Agenzia ADK Europe, Amsterdam, direttore creativo Rodger Beekman, art director Roger Leebody, fotografo Photographer: Jaap Vliegenthart


The Bookstore
Dove ti porteranno le tue storie?
Agenzia Kolle Rebbe (Amburgo), direttore creativo Sascha Hanke, Rolf Leger, Jörg Dittmann, Florian Ludwig, art director Jörg Dittmann, copywriter Florian Ludwig, fotografia di Ralph Baiker.


Coca Cola
Summer
Agenzia Phibious, Ho Chi Minh City (Vietnam), direttore creativo, art director e illustratore: Chris Catchpole


Dutko
Lascia che scorra via libero.
Agenzia Fahrenheit DDB, Lima (Perù), direttore creativo Ricardo Mendoza, illustrazione di Estilo 3D

Maglite
Agenzia M&C Saatchi Abel (Sudafrica), art Director Nick Liatos, fotografia di Rex Truter

mercoledì 30 marzo 2016

Il Macintosh del XX anniversario.


Dicono che il buon design si dimostri tale quando non invecchia, o comunque quando lo fa molto lentamente. 
Un ottimo esempio è il computer che vedete in apertura, il Macintosh del XX Anniversario, conosciuto anche come Spartacus (ogni Macintosh aveva ai tempi, non so oggi, un nome in codice con cui veniva designato all'interno di Apple prima della presentazione e commercializzazione). Lo Spartacus era a sviluppo verticale, ultrapiatto, con uno schermo a cristalli liquidi a matrice attiva e un lettore di CD-ROM verticale... entrambi due costose rarità nel giugno 1997, quando venne annunciato dall'allora CEO Gilbert Amelio.
Era una sorta di assemblaggio di lusso di altro hardware Apple dell'epoca: il trackpad era derivato da quello del PowerBook 3400 e la motherboard veniva dal Power Macintosh 6500.

Usciva dalla scatola col Mac OS 7.6.1, e in seguito Apple rese disponibile una versione speciale di Mac OS 8. Nessuna versione successiva di MacOS può funzionare su Spartacus.
D'altra parte, usare la scheda madre del 6500 consentiva di inserire una scheda per sintonizzare la radio o vedere la TV sul piccolo monitor, feature per nulla comune nel 1997. Peccato che per usare queste schede l'utente doveva sostituire il coperchio posteriore con uno bombato per problemi di spazio.


Altri dettagli pregevoli di Spartacus erano i cavi completamente nascosti dietro lo chassis, un poggiapolsi in vera pelle e altoparlanti Bose di qualità. L'alimentatore era esterno, e nel gruppo di alimentazione il designer Jonathan Ive integrò il Subwoofer (sempre Bose).

Di Spartacus ne vennero prodotte appena 11.601 unità, a un prezzo iniziale di 7.500 dollari (che al giorno d'oggi fanno circa diecimila euro). Nel prezzo era compreso un servizio di assistenza personalizzato: in pratica, un tecnico Apple ve lo portava a casa, lo estraeva dallo scatolone e ve lo configurava. Una cosa molto chic, va detto.
Purtroppo, ben presto qualcuno realizzò che potevi anche costruire il computer più bello in circolazione, ma se dentro ci ficcavi hardware sorpassato, finiva per restare invenduto sugli scaffali.
Il processore era infatti un modesto PowerPC 603e a 250 megahertz... lo stesso di un Mac Performa 6400, una macchina domestica entry level. In altre parole, era come comprarsi una Panda carrozzata da BMW: faceva una gran figura a vederla, ma quanto a prestazioni, valeva come una macchina che costava cinque volte meno.
Fiutando l'ariaccia, Apple tentò di tagliarne il prezzo di due terzi, ma non riuscì comunque a venderli tutti.
Venne annoverato tra i maggiori insuccessi della storia di Apple, e oggi gli esemplari rimasti funzionanti si acquistano a un migliaio di euro su eBay.


Lo Spartacus resta, ad ogni modo, un gran bel pezzo di design ed è tuttora parecchio più attraente di parecchi computer da scrivania. C'è chi, pur di continuare a godere del suo splendido chassis, ci ha messo pesantemente le mani sopra, infilandoci un processore intel Core2 Duo a 2.0GHz, un disco a stato solido Samsung da 256 gigabyte, un lettore blu-ray Panasonic e un display touch da 12 pollici (date un'occhiata al video qua sotto).

Certo, probabilmente non riuscireste farci girare più che Snow Leopard e anche per guardare decentemente un film dovreste mettervi al massimo a trenta centimetri dallo schermo. Ma, lo sapete che c'è? Chi se ne frega!

martedì 29 marzo 2016

Love Addict (ignorate quello schifo di sottotitolo italiano).


Love Addict è, a dirlo come va di moda oggi, l’amore (o meglio, il sesso) ai tempi di Internet. 
Porta la firma di Koren Shadmi, israeliano naturalizzato americano, che confeziona uno spaccato di società forse appena portato all’eccesso ma di certo più credibile (e godibile, dal mio punto di vista) di un'intera stagione di Sex & the City.

La storia di K, protagonista della graphic novel, è la storia di un qualsiasi trentenne convertito a uno dei tanti siti web concepiti per il dating on line. Dentro ci troverete delusioni d’amore, appuntamenti al buio, ragazze sexy, ragazze semialcolizzate, brave ragazze, ragazze in carriera, stalker, sessuomani, ragazze normali. C’è New York, ci sono i suoi seicentomila locali dove la gente si incontra, ci sono dialoghi fantastici, e, naturalmente, c’è sesso. Occasionale, fatto in fretta e furia, casa tua o casa mia?, sovrapposto, fotocopiato, sempre diverso. Parossistico, obbligato, surreale. 

220 pagine che filano via che è un piacere, scritte senza sforzo apparente, disegnate e colorate davvero bene (mi ha ricordato le cose di Peter Bagge, ma meno caricaturali, ibridate con quelle di Bob Fingerman).
Se ne è parlato poco in giro ed è un peccato. In fumetteria lo trovate ancora, il volume è stampato e rilegato egregiamente, la traduzione mi sembra di qualità ma il volume ha un certo costo. Non esorbitante (su Amazon lo trovate a circa diciotto euro) ma nemmeno il costo di un’edizione economica.
Tutto sommato, soldi spesi bene.

sabato 26 marzo 2016

John Malkovich: Cryocarbon 14C, remixato dagli OMD. Ci voleva.


Mi era sfuggito questo pezzo, che vede una guest star come John Malkovich alla voce e gli OMD al banco del mix.
Meno male che Arianna me l'ha segnalato. 

venerdì 25 marzo 2016

Colony, stagione uno.


Si può mettere in scena una serie sci-fi avendo dalla propria solo un gruppetto di bravi attori, una bella storia ma non i soldi per mostrare alieni, astronavi o scenari futuribili?
Se avete uno come Carlton Cuse come produttore esecutivo, non è una cosa impossibile da fare, anche e soprattutto oggi, dove i budget sono risicati e si deve far fruttare ogni dollaro speso.

Colony (dieci episodi andati in onda su Usa Network appena conclusi) unisce fantascienza, family drama, thriller politico, action e spy story in un'amalgama su cui normalmente non avrei scommesso un centesimo (specie dopo aver visto robe come Falling Skies o Revolution), e invece... funziona.
Forse perché manca lo spiegone introduttivo e la costruzione dello scenario ci viene servita con la narrazione man mano che si procede nella visione (ma senza fornirci tutte le risposte), forse perché l'immagine della Terra invasa da qualche forza esterna (poco importa quale sia la natura della minaccia: alieni, zombie, invasori venuti dal futuro...) è sempre potente, o forse semplicemente perché negli scenari distopici io ci ho sempre inzuppato il pane e ho chiesto pure il bis.


Come vi ho detto, la serie è lontana dai fasti produttivi di Extant o 8 Sense, ma quello che le manca in termini di quattrini spesi (e quindi in scenografie, mezzi, effetti visivi e via dicendo) lo compensa con una scrittura solida, coerente, di quelle tanta sostanza e poco fumo.
Il nome di richiamo sul cartellone è quello di Josh Holloway, quel personaggio che, se siete una ragazza, proprio non potete far finta di non aver amato smodatamente quando girava a torso nudo per l’isola di Lost, che fa piacere veder riciclato alla grande (dopo quel completo fallimento che fu Intelligence)… ma ci sono almeno un altro paio di volti noti al pubblico televisivo (la bella Sarah Wayne Callies, vista in Prison Beak e TWD e Adrian Pasdar, ex star di Heroes) e una vecchia gloria come Carl Weathers, che contribuiscono (e non in stretta misura) a fare di questa prima stagione uno show che – pure se è di quelli che lascia intendere molto ma mostra pochissimo – ti lascia con la voglia di averne ancora. 
Insomma, sette ore (scarse) della propria vita, piuttosto ben spese.

mercoledì 23 marzo 2016

Batman vs Superman - la recensione senza spoiler.


Partiamo da quello che c'è di buono.

- Scenografi e costumisti hanno fatto un lavoro impeccabile.
Del costume del vostro kryptoniano preferito sapete già tutto, e Cavill lo riempie alla perfezione, incarnandosi come un buon (se non degno) sostituto di Reeve. Quello di Bats continua a non piacermi, ma c'è un pensiero dietro, una filosofia, delle scelte, del lavoro. E si vede. Anche l'armatura (straspoilerata), pur se poteva essere fatta persino meglio di così, è talmente fedele a QUESTA che quando entra in scena volete solo vederla in azione. 

- La Batcaverna e Alfred. Che, fino a prova contraria, sono personaggi a tutti gli effetti e parte inscindibile del mito di Batman. La Batcaverna è del tutto filologica e Irons non fa rimpiangere Caine. Il solo rammarico è che si vedono entrambi troppo poco.

- Le interpretazioni sono tutte di buon livello. Ci sono dentro un paio di premi Oscar, una manciata di volti noti e amati dal pubblico (già visti in The man Of Steel), più una rentrée di lusso. Ognuno si prende il suo minutaggio sullo schermo senza strafare ma anche senza eccellere. Affleck come Bruce Wayne si guadagna la pagnotta fino all'ultimo morso, ma molti di voi potrebbero trovarlo meno incisivo di un Bale o di anche di Keaton.


- Due scene oniriche in uno stesso film possono essere abbastanza o troppe, e BvS si colloca pericolosamente a metà tra i due casi. Ma una delle due (capirete da soli quale) è talmente ben fatta da risultare, a conti fatti, una delle cose migliori del film. Spero che la adorerete quanto l'ho adorata io.

- Wonder Woman è introdotta che meglio non si potrebbe e fa una magnifica figura, probabilmente la migliore di tutto il lotto. I suoi tempi scenici sono calibrati alla perfezione e non sbaglia un solo sguardo.

E ora veniamo a tutto quello che – secondo me – funziona poco, non funziona affatto o è del tutto sbagliato.

- Le motivazioni di Bats sono risibili, fumose, degne di un quattordicenne con le idee confuse su ciò che è giusto e ciò che necessario, incapace di distinguere i fatti dal contesto e apparentemente ignaro del concetto di "danni collaterali".
In altre parole, organizza una rissa con Superman solo per far vedere che lui ce l'ha più lungo e ha più ragione di lui. Punto.


- Generalmente, il modo di girare di Snyder non mi dispiace. Ha un ottimo direttore della fotografia (lo stesso di 300 e di Watchmen)  e ha un certo gusto nel gestire i campi lunghi e lunghissimi (e difatti, in BvS ce ne sono un paio di notevoli, uno dei quali in una delle sequenze oniriche). Ma riesce a sciupare completamente l'entrata in scena (e tutte le scene che li vedono coinvolti) di almeno due dei gadget più spettacolari di Batman: la Batmobile e il Batplano.
Che ci vengono mostrati affrettatamente, annegati in uno spreco di lens flare, confusi da movimenti di macchina troppo veloci, mai graziati da un'inquadratura che sia una che renda giustizia a un design che aveva fatto venire l'acquolina in bocca a milioni di fans negli scorsi mesi.
In una parola, sprecati.

- In tutto questo, Affleck non si esprime male, ma è lontano da essere il Batman Definitivo di cui si parlava subito prima dell'uscita della pellicola. E risente (anche lui) di una sceneggiatura contorta e incoerente, che lo vedrebbe in azione da almeno vent'anni ma – com'è che si dice? – non li dimostra.

- I riferimenti al TDKR di Miller ci sono, e parecchi. Divertitevi a scoprirli tutti. Visivamente alcuni funzionano più di altri, ma pochissimi sono riusciti. Ed è un peccato, perché quell'opera è un capolavoro non solo del fumetto ma della letteratura, e bastava attingerne a piene mani. Snyder si limita a confezionare delle strizzate d'occhio e a ficcarle a forza in un contesto diverso che le sminuisce e le priva della loro potenza originaria.

- Doomsday. Ecco, diciamo che se il film è venuto fuori eccessivamente lungo (e preparatevi, perché la director's cut che verrà pubblicata in blu-ray lo sarà ancora di più), la colpa è di questa immensa, già vista, stucchevole, inutile creatura in CGI che vorrebbe, nelle intenzioni degli autori, alzare il livello dello scontro su scala planetaria ma che riesce solo ad aggiungere venti minuti di quello che ha definitivamente affossato The Man Of Steel: distruzione a ruota libera stile Transformers, una giostra digitale di (brutti) effetti speciali, lampi, esplosioni e personaggi sbatacchiati di qua e di là.
Doomsday non introduce niente di nuovo a livello visivo, né nell'aspetto (Cloverfield) né nelle movenze (Hulk), non viene mai percepito come una minaccia reale e ha la stessa credibilità di un personaggio da Playstation. Tutto quello che deve fare è quella cosa che nessuno di voi vuole che gli venga spoilerata, ma che avete già letto in quella arcinota storia del 1992.

- Lex Luthor. Ecco. Al di là della buona prova di Eisenberg – comunque troppo giovane per il ruolo – la sua connotazione è completamente cannata. C'è più schizofrenia che genio. C'è più rabbia adolescenziale che carisma. Ci sono più sproloqui sul ruolo di Dio che proclami di superiorità. Meglio di lui ha fatto persino Kevin Spacey nel mediocre Superman Return. 
Luthor dovrebbe essere intelletto puro volto al male, e in BvS  è solo un ragazzo in scarpe da tennis maltrattato da un padre ingombrante.
E senza una nemesi degna di questo nome, questo non devo dirvelo io, un film come questo si affloscia – prima o poi – inevitabilmente su se stesso.


Detto tutto questo, Batman v Superman (su cui punta tutto, ma proprio tutto, DC per lanciare la sua Justice League a smezzarsi la torta con gli Avengers) è un film che sembra voler gridare al pubblico: c'è Batman e Superman che se la suonano di santa ragione, ci sono i gadget, ci sono le esplosioni, ci sono (finte) riflessioni sul ruolo di Dio e dell'uomo, c'è la Batmobile (anche se la nascondiamo come se l'avessimo realizzata male), c'è Wonder woman, ci sono i ganci per Aquaman, Cyborg e Flash... insomma, che cazzo volete di più?!

Di più, almeno personalmente, avrei voluto un film che mi avesse fatto archiviare il malriuscito Man Of Steel e avesse fatto ripartire alla grande un franchise dalle potenzialità immense e invece me lo ricorda fin troppo, non tantissimo ma abbastanza.

Insomma, non chiedevo un TDKR portato sul grande schermo (quello è un sogno che dopo ieri sera ho definitivamente seppellito), ma nemmeno un Sucker Punch in salsa superoistica dove troppa roba è stata sbagliata per lasciarla passare senza fare finta di nulla.

A conclusione del film, si aspetta una scena post- titoli di coda in stile Marvel, quasi a sperare che ci regalino un guizzo, un raggio di luce che ci faccia, tutto sommato, digerire tutto quanto abbiamo in parte visto e in parte subito.
Ma non arriva niente.

Poteva essere il film dell'anno.
Invece è una grande, grande occasione persa.


PS Ah, sì... c'è il 3D, ma ve lo godrete solo nei primi dieci minuti.
Per il resto della pellicola, vi ritroverete quegli stupidi occhialini sul naso senza un perché.

martedì 22 marzo 2016

E potete averlo anche rosa.


Apple presenta un nuovo iPhone e un nuovo iPad.
Il primo perché non ne può fare a meno, esattamente come non potrà fare a meno di presentare un iPhone 7, e poi un 8 eccetera.
È probabilmente l'iPhone più riuscito esteticamente e meglio proporzionato di sempre, e i colori metallici gli stanno proprio bene. Non è la scelta "povera" rispetto quelle sottilette senza personalità degli iPhone 6, anzi, e mi ha fatto quasi venire voglia di prenderne uno. Quasi.
Perché poi ripenso a quanto siano comunque intollerabilmente overpriced, a quante cose facciano di cui a me non me frega un beneamato cazzo, al loro iOS sempre più blindato ed elitario, alla loro obsolescenza forzata di diciotto mesi (o poco più).
E mi passa.


Il nuovo iPad, invece, fa di tutto per far sembrare ferrivecchi gli air.
Sbandierando tutta una serie di feature che dal primo Pro adesso sono appannaggio di tutta la (nuova) gamma e facendo un larghissimo uso della parola "più" nei loro comunicati stampa e sul sito: più veloce, più luminoso, più performante, più questo, più quello.
Ma in realtà, l'iPad è un oggetto perfetto maturo già da un bel pezzo, e non potrà più migliorare significativamente. In Apple lo sanno e fanno uscire release che servono solo a continuare a venderne.
È un po' il segreto di Pulcinella, e chi fa finta di non vederlo mi fa un po' pena.
Chi invece non lo vede e basta, mi fa pena anche lui. Ma per motivi diversi.

sabato 19 marzo 2016

Un po' di questo, un po' di quello.


Questo è un blog per gente sveglia, quindi dò per scontato che sappiate tutti cos'è il morphing.
Ma, a ripensarci, ve ne copioincollo la definizione da una delle migliaia di risultati che trovereste anche voi se solo non foste così pigri da fare finta di saperlo e aspettare che ve lo ribadisca io: il morphing è un effetto visivo digitale sviluppato dall’industria cinematografica. Consiste nella trasformazione fluida, graduale e senza soluzione di continuità tra due immagini di forma diversa, che possono essere oggetti, persone, volti, paesaggi.
Che, come parecchie altre cose, sembra una cavolata ma bisogna saperci fare per produrre risultati interessanti.
Eccovi 10 ottimi esempi di morphing ben riusciti.


Michael Fassbender - Ian McKellen


Alec Guinness - Ewan McGregor


Megan Fox - Angelina Jolie


Chris Pratt - Patrick Wilson


Arnold Schwarzenegger - Colin Farrell


Ethan Hawke - Brad Pitt


Daniel Radcliffe - Ralph Fiennes


Tom Hiddleston - Johnny Depp


Benedict Cumberbatch - Zachary Quinto


Jeremy Renner - Chris Evans

giovedì 17 marzo 2016

[Photoshop] L'ultimo pretoriano.


Esce in questi giorni questo volume di Andrea Frediani, la cui sgargiante copertina è quella preferita dall'editore dopo una dura selezione tra le altre proposte che vedete in fondo a questo post.
Come vedete, ho sperimentato strade molto diverse, per poi mettere tutti d'accordo con un lettering metallico e una corona d'alloro renderizzata in 3D.
L'ultimo pretoriano è il primo di una trilogia che vedrà uscire L'ultima battaglia e L'ultimo Cesare, sempre a firma di Frediani e con copertine visivamente simili.

Ed è sempre bello notare come, anche dopo tanti anni, vedere una propria roba sugli scaffali delle librerie procuri ancora un piccolo moto di soddisfazione.

Software: Adobe Photoshop CS5 e InDesign CS5.

mercoledì 16 marzo 2016

Grosso guaio in Paolo Sarpi.


Lo chiamavano Jeeg Robot è nei cinema da qualche giorno, e sta facendo parlare piuttosto bene di sé.
È un bene perché dopo il goffo tentativo di Salvadores col suo Ragazzo Invisibile (grazie, comunque, Gabriele, per averci provato) ora anche l'Italia ha il suo vero, primo film sui supereroi, un genere che sembra vendere alla grande un po' dappertutto: Alessandro Girola, che non è certo l'ultimo arrivato, in tempi non sospetti aveva già creato il suo macrouniverso supereroistico (se non vi dice niente il nome Due Minuti A Mezzanotte, googolate e sarete sommersi di risultati) e ora mostra di stare sul pezzo pubblicando giusto in questi giorni il suo Grosso guaio in Paolo Sarpi, primo ebook del suo ciclo a base di supertizi con ambientazione italiana al cento per cento.

Se vi è capitato di leggere qualcos'altro di Girola (alcune volte ne ho parlato anche da questo blog), saprete che il buon Alex è sempre stato un fissato per gli zombie e l'orrore "della porta accanto" e che ha portato avanti sulle sue sole spalle interi universi ucronici per anni e anni: ecco, Grosso guaio in Paolo Sarpi riprende le meccaniche più classiche delle sue cose migliori, servendole in una struttura narrativa priva di zombie ma ugualmente valida, graziata da almeno un paio di personaggi genuinamente spassosi e fulminanti.

Per chi ha già letto qualcosa della versione 2MM “classica” sappia che che in Grosso guaio in Paolo Sarpi non è avvenuto nulla di quanto Alex ha raccontato nelle due stagioni della round robin (si tratta quindi di un reboot totale, il che lo rende del tutto accessibile anche a chi non conosce l'universo di Due Minuti a Mezzanotte)... ma di sicuro è un must read per tutti quelli che vedono la più alta espressione del genere in prodotti (per dire) come la serie televisiva di Daredevil.

L'ebook si legge grossomodo nello stesso tempo degli altri Girola, ma la gestione degli stacchi dona a tutta la vicenda un ritmo sostenuto che fa sembrare il tempo di lettura molto più breve. 
Lo trovate su Amazon per la solita cifra irrisoria (QUI), inclusivo di copertina strafiga fatta da me.

lunedì 14 marzo 2016

I'm the supervisor (reloaded).


Vi capita mai di riprendere qualcosa di vostro fatto tempo fa e scoprire che non vi piace più?
A me, spesso.
Non sapevo cosa salvare di questo vecchio, barocco, sproporzionato quadro in Photoshop, così ho iniziato a smontarlo livello dopo livello e a ricostruirlo praticamente ex novo.
Adesso mi convince molto di più.
Alta risoluzione e stampe ad alto contrasto su richiesta.

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