domenica 31 luglio 2016

Il ritorno delle GIF animate (speciale estate).

Fa caldo.
Bevete molta acqua.
Non uscite nelle ore più calde.
Mangiate molta frutta.
Guardatevi le GIF estive.

martedì 26 luglio 2016

Servono sempre nuovi cattivi. Anche usa e getta.


Che Rogue One sarà visto da milioni di appassionati della saga di Star Wars è cosa assodata.
Dò per scontato anche che ne conosciate tutti il plot: è la storia di come, poco prima — forse addirittura poche settimane — di Episodio IV, un manipolo di ribelli riesce a trafugare i piani della più grande e potente stazione da battaglia mai concepita, la Morte Nera (Death Star in originale) e a nasconderli in C1P8 (R2D2 in originale), facendone il droide più ricercato di tutta la galassia.

Certo, che se invece di nasconderli in un droide la principessa Leia li avesse messi su Internet sarebbero stati molto più al sicuro e si sarebbero risparmiati un sacco di morti, ma... pare che la saga sia ambientata molto tempo prima di Internet e da tutt'altra parte, quindi diciamo che nella galassia di Star Wars a una roba come Internet nessuno ci aveva pensato, e meglio così da un lato, se no non avremmo avuto tante belle avventure da guardare in blu-ray e un'intera mitologia con cui pascere intere generazioni di nerd (di cui io faccio parte, beninteso).

Ad ogni modo, restiamo su Rogue One.
Che, come ogni prequel, possiede quello strano appeal delle storie che sappiamo già dove andranno a parare... ma non sappiamo come.

L'unico trailer finora diffuso (in alto) e la manciata di minuti di footage rilasciata dopo la recente Star Wars Celebration Europe 2016 (qua sopra) ci suggerisce che quello che vedremo sarà una storia di guerra vecchio stile, buoni contro cattivi (divisione manichea quanto volete ma classica e praticamente inevitabile in film di questo tipo), caccia X-wing contro caccia TIE, alleanza Ribelle contro l'Impero, manipolo di scalcinati ardimentosi contro gigantesca macchina da guerra.
Anche facendo finta di non conoscere nulla della saga creata da Lucas, sappiamo tutti come vanno a finire queste avventure.
È come quando chiedevamo ai nostri papà o ai nostri nonni di raccontarci per l'ennesima volta la stessa, vecchia, bella storia: il (lieto) finale era noto, ma era la narrazione a rapirci, a farci immaginare ogni volta dei dettagli in più, a farci sognare ed empatizzare e fare il tifo.
E, come spesso accade, i cattivi hanno un ruolo preponderante nel rendere memorabili le storie.
Per avere degli eroi servono delle nemesi, e Star Wars ha generato uno dei cattivi più iconici di sempre: quel Darth Vader che abbiamo da poco avuto conferma che sarà presente nel film, anche se non avrà tutto questo minutaggio sullo schermo... per molte buone ragioni, tra cui la principale è che ruberebbe troppo la scena a qualsiasi altro personaggio, sbilanciando gli equilibri di quello che si annuncia invece come un film corale e incentrato sul più incredibile atto di coraggio e di destrezza dell'alleanza ribelle... come andare a rubare nella camera da letto di Hitler i piani delle V-2, tipo.

Eppure, questo non significa che non si poteva far scendere in campo un nuovo cattivo da contrapporre alle forze del bene, anche se dal carisma minore: gli autori hanno introdotto così il personaggio del direttore Orson Krennic, descritto come uno stratega militare brillante e fermamente determinato alla distruzione di ogni sacca di resistenza all'Impero.
Facendo un po' di speculazione gratuita, diciamo che Krennic riveste un grado elevatissimo nella gerarchia imperiale, e possiamo supporre che sia stato nominato direttamente da Palpatine.
Il che ne fa, in buona sostanza, il suo braccio armato, il suo maglio e il suo flagello in tutto e per tutto. Krennic ha sotto il suo comando l'intera forza militare dell'Impero, e può impiegarla in mille e uno modi distruttivi per conseguire gli obiettivi del suo imperatore.

Di certo, ha carta bianca su qualsiasi operazione e probabilmente considera lo stesso Vader un intralcio, la reliquia di un mondo estinto, poco più del cane da guardia di Palpatine. Qualcuno da cui non prende ordini ma a cui non può neanche darne, essendo il Sith estraneo alla gerarchia militare.
Credo che almeno un paio di scene tra loro due saranno tra le scene più godibili del film, se gestiranno la tensione come sto immaginando io in questo momento.
È persino possibile che Krennic, pur di dimostrare a Vader e all'Imperatore la sua spietata efficienza, commetta l'errore irreparabile che permetterà ai ribelli di portare a compimento la loro missione.
Cosa ci mostrerà, a quel punto, Gareth Edwards(Monsters,Godzilla), chiamato da D)isney a dirigere Rogue One?


A giudicare da quanto abbiamo visto negli altri episodi, è Vader stesso che si sporca le mani e fa piazza pulita degli elementi inefficienti tra le file dell'Impero.
Da spettatori privilegiati, sappiamo già che Krennic non è sopravvissuto a Episodio IV. La missione di Rogue One, anche se quasi certamente a un prezzo molto alto, segnerà un colpo durissimo per l'Impero, e se Krennic non viene ucciso in combattimento, di certo Vader non lo lascerà vivere un secondo in più... probabilmente, con qualche uso della Forza particolarmente brutale.
Magari, incoraggiato da quello stesso Tarkin che non vede l'ora di diventare la figura di spicco nell'Impero.
In Episodio IV è Tarkin, un Governatore, a comandare e a tenere le fila di tutto sulla Morte Nera, è Tarkin a comunicare allo stato maggiore che il Senato è stato sciolto, che la Repubblica non esiste più, che sono i governatori locali a gestire la burocrazia dell'impero... ed è sempre Tarkin ad impedire a Vader di uccidere un ufficiale.

Ma queste sono solo seghe mentali da nerd, naturalmente. Aspettiamo cinque mesi e sapremo tutto.

Detto questo... A me la figura di Krennic, nella sua tronfia e mantellata uniforme bianca piace parecchio.
Indovinate su quale outfit sto attualmente lavorando?


venerdì 22 luglio 2016

Italian way of cooking.


È il romanzo italiano che non ti aspetti.
Parte come una storia di provincia, ha un’improvvisa svolta horror, si evolve come come un hard boiled, non molla mai i toni leggeri (demandati ai magnifici dialoghi in toscano) e strizza l’occhio al giallo. Riuscendo nel miracolo di farsi apprezzare un po’ da tutti gli appassionati dei generi appena elencati.

Cioè, forse miracolo è una parola grossa.

Però è davvero facile arrivare fino alla fine, qualità che manca a molti autori molto più affermati di Cardone.

Dentro ci troverete un mucchio di personaggi ad alto tasso empatico che regalano molto al lettore. Che si muovono in un ambiente, la provincia del Chiantigiano, per nulla anonimo e ammantato di fascinazioni e miserie attualissime. Ci troverete rimandi post-moderni, citazioni, strizzatine d'occhio a un certo tipo di cinema (e a mister Lovecraft in persona), ricette di cucina, una certa dose di erotismo e umorismo: umorismo a tonnellate di quello buono e non svenduto un tanto al chilo.

Il tutto confezionato con una sceneggiatura impeccabile dal punto di vista della distribuzione delle (non poche) svolte narrative, del ritmo e dei dialoghi.
Magari la somma della parti non restituisce un prodotto così memorabile… ma, per quanto mi riguarda, è la scoperta dell’anno.

QUI su Amazon a 3,38 euro (ebook) o 12 euro (cartaceo).
Compratelo e non ve ne pentirete.


mercoledì 20 luglio 2016

Star Trek: Beyond. La recensione.


Ho visto il film in anteprima ieri sera ma, per non so bene quale ragione, mi sono scordato di parlarvene.

Scusate. Mi sono distratto un secondo.

Di che parlavamo? Ah, sì, Star Trek Beyond, c'è scritto anche nel titolo del post.

Che, a volerla fare breve, anzi brevissima, confermando (in parte) le aspettative o i timori di un mucchio di gente, è probabilmente il film con più sequenze action dell’intera saga che possiate avere mai visto.
Il che non è necessariamente un male, anche considerando che, ad ogni modo, gode di tutto un primo atto molto Star Trek, introduttivo il giusto, quasi pacato, che sembra quasi studiato a tavolino (e probabilmente è così) per mettere a loro agio i Trekker duri & puri e blandirli con la bugia che non è cambiato niente, possono esserci nuovi attori chiamati a sostituire i vecchi ma i ruoli sono sempre gli stessi, le dinamiche sono quelle (persino la love story tra Spock e Uhura non ha tutto quel peso che, sull’onda di rinfrescare il personaggio del vulcaniano gli era stato dato negli altri due film), e l’Enterprise è bella come l’abbiamo sempre custodita nel nostro immaginario.
Peccato che di bugia si tratta, anche se ben raccontata.
Perché…


Perdonatemi. Ho perso nuovamente il filo.
Star Trek Beyond, dicevo.
Del regista di quattro capitoli (e due spin-off non ufficiali) di Fast & Furious.
Che com’erano i Fast and Furious? Belli ma tamarri? Tamarri ma spettacolari? Io non li ho visti tutti ma un paio sì e a tratti mi sono pure divertito.
Ma parlavamo di altro, no? Di che?

Star Trek Beyond. Giusto. Sì. Un film che non è nemmeno malaccio se non fosse che più che un film è una puntata ipertrofica di un serial TV di quelli che la Marvel sta producendo ormai da anni e a gente (tanta gente) va a vederli al cinema convinta di guardare un film e invece è solo l’episodio 2x04.
Che poi, a trovarla, una serie TV che ti piglia fino alla 2x04.
Quante ne ho abbandonate prima ancora che finisse la prima stagione? Aspetta che faccio un conto.

Però stavo parlando d'altro, mi pare.
Uhmmm. Sì.
Star Trek Beyond, sicuro.
Dove le interazioni tra Kirk e Spock sono come i lens flare di Abrams: decimate rispetto i due predecessori (ma il vulcaniano si rifà con Karl “mcCoy” Urban, che sembra ormai destinato al ruolo di mediano di qualità, bravo e sempre al servizio del suo personaggio). Ma che comunque è pieno di siparietti tra i personaggi, battutine, strizzate d’occhio, persino l’outing di un personaggio che la produzione ha scelto di svelarci gay (che cavolo, siamo nel ventiquattresimo secolo, un po’ di modernità, suvvia).
Come hanno fatto già, del resto, in quell’altro film… qual era?
Oddio. Che stavo dicendo?

No. Sul serio.

Ce l'ho qui sulla punta della lingua.

STAR TREK BEYOND! Come ho fatto a dimenticare di parlarvene?
C’è pure il tema musicale classico alla fine!
Che, vabbè, sta solo lì.
Però, forse, meglio di così non è che non poteva venire, è che non si poteva fare. Perché, nel frattempo, il cinema è diventato un’altra cosa. Le saghe si sono trasformate in franchise e i film in prodotti.
Come questo: ben confezionato, che vi intratterrà per una serata e che scorderete tranquillamente domani.
A parte l’Enterprise che è davvero, davvero figa. Ecco, quella me la ricordo.

Di che parlavamo?
Star Trek Beyond. 
Quand’è che esce?

sabato 16 luglio 2016

Zero Theorem. Ultima occasione.


Di Zero Theorem ne parlai esattamente due anni fa, quando nel resto del mondo tutti l'avevano già visto ma in Italia, in Italia signora mia si sa come possono andare certe cose e quindi giù di torrent (e quasi a rimpiangere gli anni novanta dove, se un film non trovava la strada del grande schermo almeno potevi ritrovartelo in videoteca a noleggio) e sottotitoli compiltai da qualche volenteroso.
Oggi, l'ultima fatica di Terry Gilliam grazie a Minerva Pictures arriva anche nelle sale italiane (complimenti, solo dopo tre anni dalla sua presentazione al festival di Venezia e, complimenti di nuovo, nel periodo dove i cinema italiani statisticamente sono meno frequentati e, ancora complimenti, preceduto da zero battage pubblicitario) e io vi consiglio di andare a vederlo, e anche in fretta perché tanto lo terranno pochissimo.
Se vi state chiedendo, invece, perché dovreste vederlo, QUI trovate la mia recensione (dell'epoca, ma sostanzialmente identica a quella che scriverei oggi).

giovedì 7 luglio 2016

C'è tutto?


Ho letto da qualche parte che il modo migliore per ottimizzare il proprio bagaglio prima di partire per un viaggio, è spargerlo sul pavimento, in modo di discernere in un unico colpo d'occhio il superfluo dal necessario.
A questo giro, che viaggio in scooterone e spazio ne ho davvero poco, sono stato più che spartano. Nella foto mancano i tre caricabatterie e i vestiti che ho indosso, ma sostanzialmente questo è tutto quello che mi accompagnerà nella prossima settimana (sottocasco in microfibra e impermeabile spero di non tirarli fuori, ma nel caso li ho pigiati fino a farli occupare il volume di un pacchetto di fazzolettini).
Spiccano un bel po' quelle cuffiette bianche su tutto quel nero, uh?

mercoledì 6 luglio 2016

Una felice eccezione.


Come ogni designer che si è smazzato i suoi anni di studi artistici e persino di più per padroneggiare le tecniche di Photoshop, non vedo di buon occhio le app che modificano (spesso, pesantemente) le fotografie sugli smartphone e i tablet, applicando correzioni e filtri di varia natura: se questi microsoftware producono effetti del tutto soddisfacenti per la stragrande maggioranza dell'utenza mobile, il cui unico unico scopo è rendere più personali i propri scatti prima di postarli su Instagram o Facebook, per chi fa del ritocco digitale un mestiere queste app sono giochetti che valgono i pochi centesimi che costano, e a volte manco quelli.
Però... Prisma è diversa.

Disponibile gratuitamente sull'App Store (da QUESTA pagina) da neanche un paio di settimane, l'app compilata dallo sviluppatore russo Alexey Moiseenkov sta avendo un discreto successo di pubblico (un milione di download in dieci giorni), e, una volta tanto, è del tutto meritato.

Prisma applica alle vostre immagini un trattamento "pittorico" che ridisegna ex novo le fotografie facendole assomigliare a quadri di Kandinskij, Chagal, Munch, Roy Lichtenstein e parecchi altri ancora: non c'è nessuna possibilità di settare le regolazioni. Il processo è del tutto automatico, prende una manciata di secondi e, che dirvi?, su alcune fotografie mi ha davvero sorpreso.

Tutto perfetto, quindi?
Quasi. Prisma genera esclusivamente formati quadrati, e questo significa che dovrete scegliere un'area quadrata dell'immagine su cui volete lavorare... e anche le dimensioni finali non sono iperboliche, quindi da qui ad usarle per qualcosa di diverso dal web, ci manca ancora un pezzo (o magari, chissà, un estensione a pagamento che a questo punto – fossi nel team di Prisma – renderei disponibile quanto prima).
Nel frattempo, visto che la voglia di cazzeggiare di certo non mi manca, ho tirato fuori (o Prisma l'ha fatto per me, se preferite) qualcosa che sarebbe perfetto per i Penguin Books anni ottanta:

PS Se utilizzate iOS8, potreste avere problemi di compatibilità con la versione 2.0 di Prisma. 
Nel caso, cestinate la nuova versione (la trovate in iTunes>iTunes Media >Mobile Aplications) e installate la 1.0, che non dà alcun problema. 

martedì 5 luglio 2016

Black on black.


Ero alla ricerca di uno zainetto.
Il che può sembrare banale, ma tutti quelli che trovavo erano troppo grandi o troppo piccoli o troppo griffati (vedi alla voce: logo sparato su tutta la superficie del dannato zaino), finché non mi sono imbattuto in questo prodotto Sisley.
Di solito non entro neanche nei loro negozi, ma sono stato subito incuriosito dalle linee e dalla sua forma minimale.
La maggior parte dello zainetto è realizzata in ecopelle nera, con una finitura texturizzata piuttosto accurata. Oltre ad avere un aspetto gradevole ed essere piacevole al tatto, cercavo anche qualcosa che fosse durevole e resistente, e l'ecopelle, anche se non ha e non avrà mai l'odore e la lucentezza della vera pelle, è un materiale che invecchia benissimo senza opacizzarsi.
Lo zaino ha un grande scomparto principale e qualche comoda tasca interna: peccato che, a differenza di prodotti analoghi creati negli ultimi anni, i progettisti non abbiano pensato a una tasca imbottita per assicurare un minimo di protezione supplementare a un laptop o almeno a un tablet.

Il mio particolare preferito è la tasca a marsupio sul davanti, anche questa chiusa da una cerniera: è di dimensioni leggermente superiori al normale, ed è perfetta per contenere tutti gli oggetti che vanno riposti o estratti più di frequente. Anche il design dei cursori delle cerniere, realizzati in gomma dura è azzeccato e assicura una buona presa anche con le mani guantate...peccato solo che gli occhielli delle cerniere siano troppo piccoli per farci passare un lucchetto.

Oltre un dettaglio di progettazione discutibile (le fibbie delle cinghie a spalla sono troppo sporgenti e riducono il confort), questo zainetto Sisley è decisamente riuscito: è comodo da indossare, funzionale da trasportare anche con la maniglia superiore, elegante il giusto, e potrò portarmelo anche in cabina, considerate le sue dimensioni compatte di 30 x 39,5 x13 cm.

Per settanta euro ve ne portate a casa uno anche voi.

lunedì 4 luglio 2016

Fatevi pigliare a schiaffi da Patrick Seymour.


Patrick Seymour è un art director e illustratore canadese.
Vive e lavora a Montreal, e molti di voi potranno aver visto una sua illustrazione nella schermata d'avvio di Illustrator Creative Cloud 2014:



Il suo stile è personalissimo e moderno, tant'è che di recente Mondadori gli ha commissionato le tre splendide illustrazioni che vedete in apertura per copertinare La Fattoria degli Animali, 1984 e Omaggio alla Catalogna, di George Orwell.
Come per tanta altra gente, dilungarsi a parole sulla sua bravura è inutile.
Io vi faccio vedere giusto qualche altra sua roba, ma se cercate immagini con la sua keyword ne trovate a volontà.
Per me, è uno dei migliori attualmente sulla piazza, e chiunque si diletti di illustrazione digitale (vettoriale o meno) farebbe cosa buona e giusta studiarsi attentamente i suoi lavori.

domenica 3 luglio 2016

Cyberluke su Project Nerd.

On line giusto da ieri.
Ora che mi ha intervistato Valentina Quenny, la popstar del cosplay italiano, il mio già discutibile curriculum è completo.
La trovate QUI.

venerdì 1 luglio 2016

Forever (copertina).

Questa copertina è stata realizzata un paio di mesi fa per una delle case editrici per cui lavoro.
Come altre volte, si trattava di copertinare una traduzione di un volume già popolare all'estero, in questo caso il primo di una serie di due, The book of Ivy e The revolution of Ivy, della scrittrice americana Amy Engel.
Anche questa volta, non era possibile usare le stesse immagini delle edizioni originali... che, per darvi un'idea, si presentano più o meno tutte così:
Una donna, in abito nuziale, che nasconde un coltello dietro la schiena, e quello che noi designer chiamiamo un "logo finestra": un'immagine, cioè, visibile attraverso una finestratura ritagliata dalle lettere che compongono una parola. È una soluzione che è stata intelligentemente adottata su entrambi i volumi della serie, per dare continuità e suggerire ai lettori che i due romanzi appartengono al medesimo universo narrativo:
Solo che la casa editrice che ha acquistato i diritti della saga di Ivy, ha deciso di assegnare un titolo diverso a The Book of Ivy, più facilmente pronunciabile nella nostra lingua, ma breve ed evocativo: Forever. E così, questo è stato il mio primo bozzetto:
Coerente, quindi, con le edizioni degli altri paesi (comprese quelle francesi e spagnole). Però, rispetto le altre, perdeva qualcosa del suo mordente originario. 
In particolare, trasmetteva poco o niente del fatto che, all'interno della storia, ci fosse anche molta azione (si tratta pur sempre di un titolo destinato a giovani lettrici, le stesse che seguono saghe cinematografiche come Hunger Games e Divergent), e così mi è stato detto di tentare quella strada, lavorando con qualche immagine di questo tipo:


Ne è venuto fuori questo composit, un'immagine che richiama la Katniss Everdeen di Hunger Games, uno scenario distopico, toni accesi.
Per il lettering ho scelto di usare un carattere "bastoni" che non fosse il solito Helvetica Condensed, e ho usato un BigNoodle:

L'editore ci pensa un po', poi chiede qualcosa di diverso. L'ambientazione è corretta, ma il personaggio della giovane arciere potrebbe non funzionare. Onestamente, non so neanche se c'è traccia di arcieri nel romanzo. E, no, nella sinossi non c'è scritto mica tutto.
Così rimetto mano alla copertina, trovo una fotografia che mi sembra buona e rimonto tutto:

E stavolta ci siamo, il mood è quello giusto, va bene che i personaggi siano di spalle, le proporzioni tra titolo e immagine sono corrette, e tutto quel rosso dopotutto non era una grande idea. Il solo problema è che la fotografia dei due modelli porterebbe tutto fuori budget (appartiene a un'agenzia mediamente più costosa), e devo arrangiarmi con qualcos'altro.
Così rimetto mano a Photoshop, cerco, scontorno, smonto, taglio, incollo e , alla fine, questo è il risultato: piace a tutti, approvato, in stampa.

Il lavoro è finito. Lavorare con gruppi ordinati di livelli separati in Photoshop permette di gestire agevolmente le proprie illustrazioni digitali, e realizzare un'immagine per la quarta di copertina è molto semplice. La fotografia dell'autrice, la biografia, la sinossi, titoli e codici vengono aggiunti e impaginati in InDesign. A parte, progetto una fascetta, che verrà stampata a parte e allestita al volume vero e proprio assieme la sua sovraccoperta morbida.
Sul contenuto delle fascette, magari, ne parliamo un'altra volta.

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