domenica 11 giugno 2017

L'iMac più veloce (e più costoso) di sempre.


La Apple ha presentato dei nuovi iMac denominati Pro.
A parte il colore (quel grigio antracite che loro chiamano, chissà perché, siderale) sono identici esteticamente agli iMac che già conosciamo e, sulla carta, sembrano decisamente potenti.
Processore da 8 a 18 core, fino a 128GB di RAM, grafica Radeon Pro Vega 56 con 8 o 16GB di RAM HBM2, supporto per due monitor esterni in risoluzione 5K, o 4 monitor in risoluzione 4K, porte USB 3 e Thunderbolt 3 (USB-C) per l’eventuale connettività di schede video esterne.

Costeranno oltre tre volte un iMac normale, ma parliamo anche di un Mac da 22 Teraflops in una macchina dal design ultrasottile in cui il sistema di raffreddamento è stato appositamente rivisitato.
Inizialmente pensavo fosse la solita macchina blindata, che, come la compri, resta... e invece leggo che Apple ha deciso di usare un socket LGA rendendo così upgradabile il processore, e che è relativamente facile intervenire anche sulla memoria dal momento che usa due moduli SO-DIMM.

Per il resto, sono belli a vedersi, e anche tastiera e mouse grigio antracite fanno la loro figura, anche se ho l'impressione che la riprogettazione ex novo del nuovo Mac Pro sia ancora parecchio indietro e questa macchina sia stata fatta uscire in fretta e furia per arginare il calo di vendite dei Mac e gettare sul tavolo un'alternativa ai professionisti che continuano a rivolgersi a soluzioni Windows-based.
Ad ogni modo, dovrebbero uscire a dicembre... giusto in tempo per Natale.
Si accettano regali.





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domenica 4 giugno 2017

Mylène Demongeot

Ogni tanto, per dimostrarvi che so anche apprezzare le bellezze non necessariamente appariscenti, siliconate e rozze come l'asfalto (tipo, questa gentile signorina QUI), pubblico gallery con la tag NonSoloRozze.
E giusto ieri, riguardando un vecchio film della serie Fantomas, scopro la meravigliosa Mylène Demongeot, attrice francese classe 1935 in attività fin dai primi anni cinquanta.
Rivaleggia tranquillamente con la Bardot anche se ha un tocco più sbarazzino, ed è una di quelle che vorrei che il Tempo Infame non si fosse impietosamente sbranato un boccone dopo l'altro.
E non ci provate a obiettare che è invecchiare è il corso naturale della vita e tutte quelle altre banalità ipocrite.
Invecchiare, nella stragrande maggioranza dei casi, fa schifo e basta.

sabato 3 giugno 2017

Ducati Diavel Carbon.


Sono soddisfatto del mio Majesty 400.
Ha tutta la potenza che mi serve, è confortevole, versatile e affidabile. 
Ma, ogni tanto, mi si affianca al semaforo un oggetto di pregio come questa questo e, compulsivamente, mi viene da estrarre il telefono e controllare il mio saldo in banca: a cosa dovrei rinunciare per portarmi a casa una Ducati Diavel Carbon?
Un mucchio di roba, e per parecchio tempo.
Sovrastrutture in acciaio con finitura nero carbonio con saldature e rivetti a vista, sella in vera pelle, cover dei convogliatori in metacrilato, indicatori di direzione e luci di posizione a led, pedane retrattili, maniglione passeggero a scomparsa, cruscotto LCD, un pneumatico posteriore di larghezza esagerata.
E, sotto, un propulsore derivato dalla 1198 Superbike che, a spalancare la manetta del gas senza criterio, sono certo mi sparerebbe dritto sulla Luna.
Mi piace. Mi starebbe proprio bene.
Segno tra gli Oggetti Che Mi Renderebbero Più Felice.






venerdì 2 giugno 2017

Wonder Woman, la recensione.

Sulla Wonder Woman di Patty Jenkins trovate QUI tutto quello che ho dire (o quasi).
Questa qui sopra, invece, è una mia rielaborazione di uno dei teaser poster, così non dite che trascuro voi lettori del blog.

sabato 27 maggio 2017

Hyper.

Oggi, si sperimenta.
Mi piace abbastanza da farlo diventare l'header del mio trascurato blog.

martedì 23 maggio 2017

Abbiamo perso anche Roger Moore.

Non solo Bond, ma anche lord Brett Sinclair di Attenti a Quei Due, Il Santo, cavaliere dell'Impero Britannico, attivo animalista, ambasciatore dell'Unicef: il cancro se ne frega chi sei o chi sei stato, e ti mangia pezzo per pezzo finché di te non resta che la Leggenda.
E con lui se ne va un altro pezzo della mia adolescenza.

giovedì 18 maggio 2017

Alien Covenant. Due chiacchiere e quattro clip, senza spoiler.

Se volete leggere di Alien: Covenant, trovate pronte migliaia di recensioni belle che pronte sul web, molte delle quali scritte da haters dell’ultim’ora di Ridley Scott (o, almeno, da quando sono rimasti delusi da Prometheus e da allora non gli hanno perdonato più niente e anzi ce l’hanno sempre nel mirino, attaccando alla fine dei loro commenti sdegnati un “ormai s’è proprio rincoglionito” che ci sta sempre bene).
Naturalmente, troverete anche quelle degli entusiasti, e, una volta di più, potrete fare una media, o, meglio ancora, investire otto o nove euro (che altrimenti avreste speso in una birra servita in un bicchiere di plastica in un locale con la musica troppo alta) e andare a vedervelo nel cinema a voi più comodo e farvi un’opinione tutta vostra.
Tutto quello che posso fare io per voi è consigliarvi di guardarvi prima queste clip rilasciate da Fox (ve le ho raccolte in fondo a questo post), che non spoilerano assolutamente nulla ma che – forse – vi aiuteranno ad entrare un pelo in empatia con la crew della Covenant, che, questo lo devo proprio dire, il montaggio ha ridotto a facce e nomi di cui non vi ricorderete più non appena messo piede fuori dalla sala.
Se poi non vi fidate, e non volete vedere e/o leggere niente di anticipatorio prima di vedere il film, allora vi ripropongo un estratto del manoscritto privato “Teoria della propagazione aliena” del Dr. Waidslaw Orona, consigliere civile del Corpo Coloniale dei Marines. Scritto dopo gli accadimenti di Aliens: Scontro finale, ma pubblicato sulla Terra nel 1991 (paradossi temporali, che ci volete fare).
Ve lo accompagno con un paio di miei disegni d’epoca, roba tardi anni ottanta, ma ancora buona, a mio avviso.

Gli esseri umani soffrono di una peculiare nozione egocentrica riguardo la natura della vita. Diamo per scontato che altre forme di vita si debbano in qualche modo conformare ai nostri confortevoli standard logici e morali. Questo è, chiaramente, assurdo.
Ciò che chiamiamo “moralità” è una sottile membrana di principi arbitrari, facilmente ignorati quando fa comodo. Perché dovremmo aspettarci più da una forma di vita aliena che non da noi stessi?
Per limitarci ai fatti pratici, molto i quello che presumiamo di sapere sulla forma di vita aliena, sono congetture. Ad ogni modo, al di là delle teorie, esistono due fatti assoluti, ed inequivocabili:
1) non sono come noi.
2) non riusciremo mai a capirli fino in fondo.
A giudicare dal denso esoscheletro degli alieni e dalla loro rimarchevole adattabilità, dobbiamo presumere che il loro mondo-natale sia un ambiente arido e desolato.
Sappiamo, sulla base dell’incontro di Acheron, che gli alieni hanno una gerarchia basata sulla Regina. Sappiamo anche che formano degli alveari per proteggere i loro piccoli.
AD un certo punto, forse ciclicamente, la regina dell’alveare avverte il bisogno istintivo di creare nuove colonie e depone uova che più tardi saranno le larve-regina.
A giudicare dal leggendario “temperamento” degli alieni, è probabile che questa speciale colata di uova sia rimossa rapidamente dalla camera della refila e nascosta altrove.
Col passare del tempo, i fuchi provvedono a fornire dei corpi-ospite per le giovani regine.
Per molti della comunità scientifica, questa forma di parassitismo nel processo di crescita è l’aspetto più rivoltante dell’intera biologia aliena; per gli alieni è una cosa perfettamente naturale, come per noi dare un giocattolo a un bambino.
Il periodo di incubazione è relativamente corto: giorni, o persino ore. La nascita è un’ordalia di dolore e violenza. Appena le giovani regine emergono, avviene una battaglia per la supremazia: immaginate una specie dove il primo atto eseguito coscientemente è uccidere.
Eppure, anche ora esito a trarre implicazioni darwiniane da queste lotte: uccidere può essere semplicemente un modo, per le nuove regine, di definire la loro realtà.
Presto la nuova regina guida una schiera di fuchi lontano dal vecchio alveare. I fuchi sono gli schiavi della regina e non esiste nulla di più importante della costruzione del nuovo alveare. Se non sono disponibili materiali da costruzione naturali, forse altri elementi della colonia dovranno sostituirli.
Non bisognerebbe descrivere questo come un atto di cannibalismo, quanto come un rimarchevole e spietato pragmatismo.


Gli alieni non pensano in termini di sacrificio. L’alveare è tutto. Ciò fa sì che la morte per loro non abbia lo stesso significato che noi le diamo.
Tutti gli ecosistemi si basano su un delicato equilibrio. Questo è vero sia per il mondo natale degli alieni che per il nostro. Sul loro mondo, gli alieni avrebbero un gran numero di nemici naturali: qualcuno vivrebbe, qualcuno morirebbe, e la popolazione aliena sarebbe tenuta sotto controllo. I corpi dei morti verrebbero usati per rinforzare le pareti dell’alveare. Il ciclo continuerebbe. L’ecosistema andrebbe avanti.
L’infestazione aliena, violenta e incontrollabile, ha luogo quando le creature vengono rimosse dal loro habitat naturale. Possiamo solo provare a immaginare come questo sia potuto accadere. Forse fu milioni di anni fa. Forse solo decine. Il risultato finale è ciò che importa: in qualche modo, gli alieni vennero trapiantati su altri mondi.
Le creature non si preoccupano dei particolari degli ambienti che li circondano: essi sono interessati solo alle circostanze.
Laddove i nemici naturali spariscono, l’equilibrio si rompe: tutto quello che rimane sono le prede.
Noi uomini crediamo che la tecnologia ci abbia reso invincibili, che ci siamo evoluti al di là delle semplici nozioni di predatore e preda: semplicemente, non c’era motivo per cui l’equipaggio della Nostromo o della Sulaco (o i coloni di Acheron) dovessero pensarla diversamente. 
L’uomo non si era mai trovato troppo a suo agio nello spazio. Con tutte le nostre navi, tute ad atmosfera ed armi eravamo degli intrusi. 
Un ambiente ostile, selvaggina abbondante: gli alieni, invece, devono essersi sentiti totalmente a loro agio.
Gli uomini hanno confuso la comodità con la sopravvivenza. Per noi, esistere non è abbastanza: vogliamo una vita che sia anche ben equipaggiata. Gli alieni non hanno di queste pretese. Vivono in un mondo molto semplice: vivono per uccidere, uccidono per vivere. Per riprodursi.
E alla fine… sopravvivono.

giovedì 4 maggio 2017

Blade Runner 2049, i poster.

Ho capito, ormai, che è buona norma aspettare e vedere prima di giudicare.
Di certo c'è che, quando vai a toccare un mito come Blade Runner, il rischio di attirarti addosso il disprezzo di miliardi di persone è significativamente alto.
Per ora, potete giudicare i due character poster.


venerdì 28 aprile 2017

[recensione]The Circle


Di The Circle, prima che scadesse l'embargo che impediva di parlarne prima della sua uscita ufficiale (oggi), su Facebook ho scritto brevemente: è un film che cambierà il vostro rapporto con Facebook.
Magari per qualcuno, almeno.
Magari per qualche giorno.
Ma poi, ci si dimentica dei segnali d'allarme lanciati, e ci si riadagia nella consuetudine della condivisione e della consultazione di frammenti e scampoli di vita propria e altrui. Perché è esattamente così che avvengono, oggi, le rivoluzioni: non con gli attentati e con gesti eclatanti, ma un pezzetto alla volta.
Man mano, pezzetto per pezzetto, abbiamo barattato la nostra privacy con altre cose: il lampo effimero di un riflettore sulle nostre vite, una manciata di like qua, un commento di là, un certo numero di followers, un certo numero di "amici", un certo numero di di condivisioni.
Che più sono, più siamo felici. Non negatelo.
Man mano, pezzetto per pezzetto, abbiamo costruito un io digitale, un riflesso migliorato di noi stessi per appagare il nostro bisogno di approvazione e di interesse da parte del mondo, al prezzo di raccontare — potenzialmente a un numero incredibile di perfetti estranei — cosa facciamo, dove andiamo, quello che mangiamo. In tempo reale. Sempre. Un prezzo che non ci accorgiamo neppure più di pagare, perché lo pagano anche tutti gli altri e quindi non ci fa impressione.
Un prezzo che non ci appare caro per nulla, perché ci stanno dicendo che la privacy è roba vecchia, roba del secolo passato, che è inutile e persino sbagliato difenderla tanto strenuamente, che non ne vale la pena. Anzi, di più: che è sbagliato.
Che se ci tieni così tanto, forse hai qualcosa da nascondere.
Che se non condividi, sei tu quello strano. Che stai togliendo qualcosa a qualcuno.
Che sei nel torto, o, comunque, stai facendo parte di una minoranza sempre più esigua, e lentamente — un pezzetto alla volta — finirai ai margini della società.


The Circle, però, va oltre.
E ti prende con una sua logica perversa, riassumibile, grossomodo, in una sola affermazione: se sai di essere osservato, ti comporti meglio.
Ne consegue che se tutti osservano tutti, tutti ci comportiamo meglio. E viviamo in una società migliore. Una vera democrazia, dove nessuno, a cominciare dai potenti, può commettere abusi, ingiustizie, crimini o anche solo lasciare alzata la tavoletta del cesso senza che tutti lo vengano a sapere.
Sembra figo, vero?
Ora, immaginate che tutti possano leggere le vostre email. I vostri messaggi, le vostre chat, guardare cosa avete sul vostro computer, il vostro tablet, il vostro smartphone. Che la vostra cronologia Internet sia pubblica e consultabile da chiunque. 
Di più: immaginate che qualcuno metta in commercio delle webcam, talmente piccole che possono mimetizzarsi nell'ambiente. Talmente economiche e del tutto anonime che potete acquistarne una dozzina e sistemarle, senza alcun permesso, dove vi pare e piace. 
Potrete di certo usarle per centinaia di ottimi fini: la vostra sicurezza e quella di chi amate, un'informazione non filtrata e immediata, e molto altro ancora. 
Ma anche per migliaia di pessimi scopi.
E il punto è proprio questo: che ogni medaglia, signori, ha il suo rovescio.
E per gran parte del film, la protagonista, proprio come noi, non è che non lo veda. È che prima si sforza di abituarcisi per non restare tagliata fuori, poi perché fa finta di non vederlo, poi perché ci si abitua e non ci pensa più, poi perché il rovescio diventa il diritto.
E la rivoluzione è compiuta.
D'improvviso, viviamo in un acquario e non riusciremmo più a tornare nel mare.
O anche no.
E questo (oltre ad alcuni dialoghi ben scritti e un efficace commento sonoro) è quanto troverete di buono nel film, e non è poco, sia chiaro.
Quello che c'è di meno buono è uno svolgimento convenzionale, prevedibile, senza nessun particolare guizzo stilistico. Una presenza di lusso come quella di Tom Hanks che ormai si è capito che si spreca solo per un certo tipo di pellicole e in altre lavora col pilota automatico. Una Emma Watson che sembra capitata lì per caso. Scivoloni nella sceneggiatura, incoerenze e svolte narrative al limite della credibilità.
Ma, alla fine della fiera, il giudizio è positivo.
The Circle dice qualcosa di più di una puntata di Black Mirror?
No. Ma è anche vero che Black Mirror è una grande serie, e quindi, anche se il film si porta dietro — sempre — un taglio televisivo che non lo fa volare alto più di tanto, merita di essere visto.
Perché comunque fa pensare, suggerisce, indica, suggestiona. E, a volte, fa paura. 
Purtroppo, non abbastanza a lungo.

lunedì 17 aprile 2017

Cattivi che potevano essere più cattivi.

Un universo parallelo in cui Rogue One si apre con la stessa scena d'apertura di Inglorious Basterds, solo con Orson Krennic al posto del colonnello Hans Landa e con la medesima tensione drammatica e gli stessi dialoghi di tarantiniana memoria, piuttosto che quella robetta un po' – inevitabilmente – disneyana che abbiamo avuto.
Se qualcuno vuole girarne un remake, sa dove trovarmi.


domenica 16 aprile 2017

Oggi neanche sarò davanti il Mac...

...quindi beccatevi la pinup pasquale che ho lasciato programmata da venerdì e basta.
Un abbraccio, vicini e lontani.

venerdì 14 aprile 2017

Come tornare ad iPhone senza traumi. O quasi.


Anni fa, un sistema operativo elegante e minimalista come quello progettato per Windows Phone mi fece preferire questa piattaforma a quella di Apple, e dopo una serie di iPhone più o meno fortunata (più sfortunata, in effetti) iniziai ad utilizzare – con soddisfazione – qualcuno degli smartphone Nokia "motorizzati" Microsoft.
Col tempo, ho concluso che non c'è una piattaforma o un approccio superiore all'altro: Android, iOS e Windows Phone hanno i loro punti di forza e di debolezza.


I vari Windows Phone che ho posseduto (tre, mi pare, o forse quattro) si sono dimostrati ottimi dispositivi. Solidi, onesti, e probabilmente gli smartphone col miglior rapporto qualità-prezzo che si possano trovare in commercio.
Per molti versi, Windows Phone è stata la più innovativa delle piattaforme - una sorta di leader filosofico. Il suo linguaggio stilistico ha influenzato l'industria (e la stessa Apple) ed è il più apprezzato dai graphic designer.
Allora, perché ho comprato un iPhone SE?

La ragione è semplice.
Il mercato, là fuori, è la peggiore bestia in cui possiate mai imbattervi.
L'attuale sistema produttivo non può, semplicemente non può – permettervi di mantenere troppo a lungo lo stesso oggetto, senza che dobbiate cambiarlo prima che questo si renda, effettivamente, inservibile.
Magari la vostra automobile o la vostra moto funzionano ancora bene, ma nel frattempo è stata promulgata qualche legge che ne ha reso prima difficoltosa e poi illegale la circolazione: in genere, per motivi legati alle dotazioni di sicurezza o alle emissioni inquinanti.
Il vostro televisore si vedeva ancora da dio, ma per ricevere le trasmissioni digitali avete dovuto cambiarlo.
Il vostro vecchio cappotto non ha un filo fuori posto e tiene caldo come il primo giorno, ma è terribilmente demodé.
E così via.

I telefoni cellulari basati su Windows Phone, esattamente come gli altri, possono potenzialmente andare avanti per anni e anni. In un cassetto ho ancora uno dei primissimi Lumia, si accende ancora regolarmente, ha un display brillante e la batteria arriva ancora fino a sera.
Ma gli aggiornamenti di sistema l'hanno reso inservibile.
Windows Phone 8.1 prima e Windows 10 poi hanno di fatto segato le gambe a milioni di utenti, che si sono ritrovati in mano un terminale non più supportato.
Ancora perfettamente in grado di telefonare, inviare messaggi e assolvere a un gran numero di funzioni, certo... ma lentamente e inesorabilmente privati di una serie di funzionalità di uso comune. E se credete che non si tratti di un processo intenzionale, siete degli ingenui.


La prima volta che vidi un Windows Phone ne rimasi subito conquistato. Non solo aveva una scocca con un design che nessun altro device aveva, ma il sistema operativo al suo interno era qualcosa di spettacolare. Già alla prima accensione mi piacquero subito le live tile, le adoravo, erano qualcosa che né iOS o Android avevano. Ma la cosa che mi aveva stupito più di tutte era la reattività ai comandi e la stabilità: anche su modelli entry level, i Windows Phone si comportavano come un top di gamma Android.
La sua integrazione coi social network era completa e del tutto automatica, Cortana non aveva proprio niente da invidiare a Siri e il termine "blocco di sistema" era completamente privo di significato.
Poi, a un certo punto, Microsoft cambia la sua politica riguardo al mobile. E  smantella pezzo per pezzo Microsoft Lumia, prima licenziando alcuni dipendenti e dopo cancellando i vari profili sui social. l market share di Windows Phone/10 mobile iniziano a scendere, e non si fermano.
Nonostante l’arrivo delle UWP, le app per le nuove release del sistema operativo non arrivano e alcune applicazioni chiave, a cominciare da Skype, iniziano a non venire più supportate sui telefoni più vecchi.
Quindi è la volta di Amazon, eBay, Whatsapp, Messenger e Facebook.
Lo scorso mese, il mio Nokia si era trasformato in un ronzino zoppo, da purosangue scattante che era.
Certo, c'era la soluzione dietro l'angolo: aggiornare il device al più recente Windows Phone 10.
Di questo parlai già QUI.
Molti si trovano bene, e lo considerano un grande aggiornamento.
Io non ho avuto le loro impressioni, ho considerato Windows 10 una sorta di "tradimento" all'essenzialità e alla fluidità di Windows Phone, e sono riuscito a fare un downgrade, andando avanti ancora qualche mese.
Fino ad oggi, data in cui ho capito di stare puntando sul cavallo sbagliato.


E ho concluso che cercare di continuare a "sopravvivere" digitalmente con un telefono non più supportato è solo l'ennesima, inutile battaglia perduta in partenza.
Di passare ad Android non me la sentivo, e così, come il più classico dei figlioli prodigi, ho considerato di nuovo la gamma iPhone.
Il vecchio 5S, col suo processore A7 da 64 Bit due volte più potente del vecchio iPhone 5, una batteria da 250 ore in standby, una fotocamera con polarità simile a una reflex, sensore da 8 Mp, doppio led e stabilizzatore di immagine e un lettore di impronte digitali integrato nel pulsante home era una scelta eccellente per le mie esigenze.
Metteteci che monta uno dei display migliori in circolazione, che può vantare un'estetica che è un classico istantaneo e un peso piuma, ed ecco che ho pensato di aver trovato il telefono perfetto.


Il solo problema è che tutti quelli che ne stanno svendendo uno hanno avuto la gran bella idea di aggiornarlo all'ultima release di iOS, rendendolo di fatto lento e con una durata della batteria improponibile. Chiunque vi dice il contrario, è perché non ammetterà mai di avere fatto la cazzata e/o perché sta cercando di disfarsi del mattone.
Una volta di più, oggetti perfettamente funzionali e funzionanti sono resi obsoleti dagli aggiornamenti di sistema.

Il nuovo form factor degli iPhone 6 (e quindi dell'iPhone 7) non mi ha mai convinto, ma restava un ultimo iPhone da considerare: l'SE, con la medesima scocca del vecchio 5S ma con lo stesso hardware – e quindi le stesse performance – dell’iPhone 6s. Anzi, considerato che il suo processore deve gestire un display più piccolo di quello di un 6S, è persino più veloce.
Chiunque ne ha tenuto in mano uno, resta sorpreso da quanto sia un oggetto sottile, leggero e ben progettato.
Completamente diverso da un Lumia, certo.
I Nokia Lumia sono solidi, umani, razionali nel senso classico scandinavo. L'iPhone è senza tempo, snob, minimale, astratto.
Entrambi hanno design di prima qualità e una qualità costruttiva alta, ma, inutile negarlo, l'iPhone è senza pari per quanto riguarda la cura dei dettagli più minuscoli. Apple spende più soldi di chiunque altro sul perfezionamento hardware, e si vede.
Al primo iPhone 5 furono imputati (e a ragione) un mucchio di difetti di produzione per via di quel bordo smussato. Apple ha imparato la lezione. L'SE è impeccabile. La pratica rende perfetti.
L'attenzione ad ogni particolare costruttivo è impressionante. Dopo aver maneggiato dei Lumia per qualche anno, sto apprezzando da capo il livello di artigianalità che Apple sembra infondere maniacalmente in ogni pezzo. La maggior parte delle persone non lo noterà... ma se riuscite a vedere la sua follia, ve ne innamorerete. 

Anche se siete tra quelli che non riescono a trovare emozionante un design vecchio di quattro anni, non potete restare indifferenti al colore oro che Apple sta usando per i suoi iPad, i portatili e l'intera gamma iPhone. 
Sì, gli iPhone oro rosa stanno vendendo bene e sembra che tutti stiano impazzendo per il Jet Black... ma personalmente ritengo che l'oro rosa non invecchierà bene e che sia un po' fuori carattere per Apple. Fidatevi di me, il colore perfetto per l'iPhone SE è l'oro.
Fino ad oggi, tutti i miei iPhone sono stati neri, ma questo ha un aspetto completamente diverso. È una di quelle cose che ti catturano degli oggetti Apple.

Il Retina Display montato sull'iPhone SE è, come sempre, eccellente.
Non so se Apple lo ha migliorato rispetto quello del 5S, ma è davvero difficile trovarci dei difetti.
Nonostante le dimensioni contenute e qualche anno sulle spalle, il display resta ancora molto valido. I pixel sono impercettibili e l’angolo di visione è decisamente elevato... e persino la visibilità alla luce diretta del sole è piuttosto buona.
Non è presente il 3D Touch, ma in compenso la funzione Night Shift  permette di cambiare manualmente (o ad orari programmati) i colori del display, spostandoli verso gradazioni più calde dello spettro, consentendo un minore affaticamento della vista. Una cosa che finché non la usate, non la apprezzate come dovreste.
Inutile nascondersi dietro un dito: spesso, gli oggetti belli sono anche delicati.
E l'iPhone SE non fa eccezione. È un telefono leggero e compatto, progettato per stare confortevolmente in mano, ma lo sappiamo tutti: prima o poi, cadrà per terra. E quel bellissimo alluminio si ammaccherà e si graffierà. Sì, anche col normale uso quotidiano.
L'unica soluzione possibile è proteggerlo con una cover. In commercio ne esistono a centinaia, ma le sole che hanno un senso, a mio avviso, sono quelle che lasciano vedere la finitura dell'alluminio.
Quella che ho scelto è di silicone morbido, completamente trasparente. Abbraccia il telefono comodamente e, unita a una pellicola di vetro temperato sul display, offre una buona protezione.
Col tempo, naturalmente, il silicone tende a ingiallire, ma il costo di questi accessori è talmente basso che sostituirli periodicamente è una spesa davvero risibile.


E ora parliamo di quello che non mi piace.
iOS10 non è bello da vedere.
Non importa quanti articoli, giustificazioni e argomentazioni esistano sulla supposta bellezza di iOS... io proprio non la vedo.
Sembra infantile, a buon mercato ed eseguito frettolosamente, a dispetto del fatto che sono passati ormai anni dall'importante redesign inaugurato con iOS7.
Sto dicendo che io preferisco il design scheuomorfico di iOS6 o di MacOS Leopard? No. Ma sto dicendo che preferisco un buon design, coerente coi tempi e con l'hardware che lo esegue, e io credo che ad Apple non ci siano ancora arrivati.


La cosa che mi disturba veramente è che iOS10 non porta nulla di veramente nuovo in termini di interfaccia utente. Neanche la nuova font progettata appositamente per il mobile mi sembra un miglioramento rispetto l'Helvetica. Probabilmente Android è persino peggio, ma Windows Phone ha tuttora l'aspetto più moderno che possiate trovare su un dispositivo mobile, e in qualche modo Apple, che dovrebbe essere leader del settore, ha finito per imitarlo.


Col passare del tempo e delle release, iOS ha finito per assomigliare a una delle tante skin di Android. Sto cercando di abituarmici e di farmelo piacere, ma è difficile.
iOS 10 è elementare, confuso, mal proporzionato e quello che ha guadagnato in leggibilità con l'adozione del San Francisco l'ha perduto in eleganza.
Apple sembra inoltre molto orgogliosa di essere riuscita a simulare la profondità con l'uso di pannelli traslucidi. Penso che anche questo accorgimento sia discutibile. Sembra come di guardare attraverso la porta di vetro smerigliato di un bagno. Sono sicuro che i loro designer siano in grado di fare un lavoro migliore di questo.


Qualcosa che mi ha sorpreso dell'SE è la durata della batteria. Con i vari Lumia posseduti, ho invariabilmente battuto con facilità qualsiasi altro iPhone avessi intorno, arrivando col 20 o il 30% di vita della batteria a fine giornata.
Con l'iPhone, mi aspettavo un'esperienza peggiore, e invece, forse complice anche una gestione software più oculata, riesco ad arrivare tranquillamente a tarda sera, anche dopo aver usato intensivamente il navigatore, la fotocamera e il browser. Anche l'accensione del display ad ogni sollevamento (una caratteristica recente di iOS abbastanza gradevole, anche se non da strapparsi i capelli) incide sul consumo, eppure – per ora – sarei disonesto a lamentarmi.

Una delle dotazioni più interessanti dell'SE è la sua macchina fotografica. È stata montata la stessa iSight da 12 megapixel dell’iPhone 6s, ma non riesce ancora a competere con una qualsiasi reflex di fascia bassa. Il software, però, non è male per nulla, e l'attivazione è praticamente immediata.
Non l'ho ancora testata a dovere, ma in generale mi sento di dire che anche questo 'iPhone dà il suo meglio in condizioni di buona luminosità, dove restituisce un buon livello di dettaglio e pochissimo rumore digitale.
Apple ha fatto un gran lavoro col flash True Tone con due LED... ma l'SE sembra essere sbilanciato verso i toni più caldi – probabilmente un'ottimizzazione per i ritratti.


L'iPhone SE è un grande telefono. È il più potente e veloce iPhone in circolazione con lo schermo da quattro pollici e non vi pentirete di acquistarne uno. Sempre se per voi non sia diventato improponibile usare un display di queste dimensioni, il che è, naturalmente, una vostra scelta.
Il design è ancora sorprendentemente attuale... il che si potrebbe dire di qualsiasi prodotto Apple degli ultimi dieci anni, a riprova della bontà della progettazione a monte.
Non è certo l'unico telefono ad essere ben costruito, e di certo non è il più economico, ma, sebbene i suoi concorrenti in tutti questi anni non siano rimasti a guardare e propongano terminali veloci, ben costruiti e con eccellenti display, gli iPhone riescono ancora a trasmettere una tangibile sensazione di qualità e una buona esperienza utente... anche se iOS comincia davvero ad apparire datato, considerando che, al netto di una rinfrescata nell'aspetto e di innumerevoli feature aggiuntive è rimasto sostanzialmente un iOS2 (il primo che poteva installare app di terze parti).
Quello che vorrei vedere sul mio nuovo iPhone è un iOS che si spinga oltre gli attuali confini di design con principi radicali, esattamente come fece Windows Phone nel 2011.

Direi che un pezzo di hardware come questo se lo meriti. Vedremo. 

giovedì 13 aprile 2017

Non il solito spot pubblicitario.

Ma quanto son belli gli spot pubblicitari che non ricorrono ai soliti stereotipi, fatti di famiglie felici che fanno colazione assieme in enormi cucine soleggiate, di medici in camice immacolato belli come modelli, di automobili che sfrecciano su strade panoramiche invariabilmente deserte?
Un mucchio.
Peccato che per vedere qualcosa che si allontani dagli schemi bisogna quasi sempre andarseli a cercare sul tubo perché in Italia tira una certa aria (non è sempre colpa dei pubblicitari, ma del mercato tutto), e sembra che solo e sempre gli altri facciano le cose nuove e diverse e coraggiose.
Oggi però mi è capitato tra i suggerimenti di YouTube uno spot, prodotto da alcuni illustri sconosciuti, girato per un’italianissima cooperativa di tassisti genovese, e tanto per scrupolo faccio partire il play.
E lo salvo subito tra i preferiti.
Perché l’idea è sì vecchia come il cucco, è vero che il collegamento col servizio pubblicizzato è praticamente inesistente e che la conclusione è becera e frettolosa… ma il taglio sci-fi citazionista, l’approccio scanzonato e la modella Pamelona-style me l’hanno fatto amare all’istante.

Se avete sessanta secondi liberi, non potete perderlo, e se arrivate persino a tre minuti, potete metterci dentro anche il backstage.

mercoledì 12 aprile 2017

Razza Ventura

Mi capita spesso di illustrare copertine di libri, sia titoli commerciali che potete trovare sugli scaffali delle librerie, che di scrittori autoprodotte che hanno scelto la distribuzione su Kindle e iPad attraverso Amazon.
Molto meno spesso mi succede di finire io stesso in copertina, e non per via del mio già ipertrofico ego, ma per diretta richiesta dell’autore.
Ecco, Razza Ventura, il nuovo ebook di Alessandro Girola, oltre ad essere uno di quei racconti che vale davvero la pena di leggere con la stessa attenzione che si potrebbe dedicare a un buon saggio sulle SS Ahnenerbe, possiede questa insolita caratteristica. 

Potete comparlo QUI.
Girola è intelligente, sarcastico, crudele, cinico, preciso, dettagliato e suggestivo. 
Vale i vostri soldi e il vostro tempo.

p.s. Se poi vi piacerà da morire, come spero, QUI potete acquistare il primo volume.


martedì 4 aprile 2017

Fortitude, la seconda (infame) stagione.


La prima stagione di Fortitude è una stagione autoconclusiva, di taglio mistery, gelida come la sua ambientazione, scritta come un horror senza diventarlo mai veramente, caratterizzata da bei personaggi e da ottime interpretazioni. Da regie ispirate e da una bella fotografia. Una serie che si conclude in una maniera compiuta e che non aveva bisogno di aggiungere altro.
Fu una delle belle sorprese della passata stagione televisiva, e ne parlai QUI.

Purtroppo, qualcuno ha pensato di girarne una seconda stagione.
La seconda stagione di Fortitude è una serie che gira a vuoto, priva di identità e tono, indecisa su quale strada prendere. Poteva continuare nel solco tracciato dalla stagione che l'ha preceduta o diventare tutt'altro.
E ha deciso di diventare tutt'altro.

Fin dal primo, brutto, episodio, mi sono ritrovato a chiedermi come fosse possibile che gli sceneggiatori si fossero sballati dello stesso, infame succo di renna (il succo di renna?) citato nella serie al punto da ammucchiare una tale quantità di scene e personaggi e dialoghi del tutto sgangherati, oltre ogni credibilità e privi della più piccola traccia di ispirazione che invece permeava la prima stagione, puntando invece fino all'ultimo centesimo sullo splatter gratuito e sul misticismo da due soldi.

Tuttavia, ho stretto i denti e mi sono imposto di guardare anche il secondo, e il terzo, e il quarto e infine il quinto episodio, continuando a chiedermi quando sarebbe arrivata la svolta che avrebbe restituito un senso alle mie ore spese nel seguire la serie.
Fatica inutile perché la svolta non c’è stata.
Mi sono peggio che annoiato. Me ne sono disinteressato. Ma tipo, al punto da iniziare a guardarla con l'avanti veloce del mySky nel giro di mezz'ora una volta che il decoder avesse finito di registrala tutta. Giusto per vedere l'entità dello scempio – ma senza farmene toccare più di tanto.

Sul serio, per quanto mi sia sforzato (esclusivamente in virtù di quanto ho amato la prima stagione), proprio non sono riuscito a salvare niente di questa stagione stagione di Fortitude.
Fatevi un favore, dimenticate questa robaccia e – io ve lo ripeto un’ultima volta – recuperate la prima e tenetevela stretta.
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