venerdì 8 dicembre 2017

Aftermath.

Booka Shade è un duo di dj e produttori electro house e deep house tedeschi (Paese che varrebbe la pena tenere d'occhio sotto il profilo della produzione musicale, ma che storicamente ha l'ingresso quasi invariabilmente sbarrato).
I due crucchi si chiamano Walter Merziger e Arno Kammermeier, e anche se i loro nomi possono non dirvi nulla, sono dei grossi, grossi nomi nel giro della house minimal internazionale... e il singolo che vi propongo oggi vede la collaborazione della pugliese Giorgia Angiuli, che dona a questa traccia, ipnotica e liquida e notturna, quel tocco di alienata umanità che serviva a farmene innamorare.
Buona notte.

domenica 3 dicembre 2017

Wishlist di mezza età.

Quando si è passata la cinquantina, come me, si resta a corto di desideri.
Si arriva, cioè, a un punto in cui possiedi tutto quello che ti serve, tutto quello che vuoi e spesso, anzi, ce l'hai pure in doppia o tripla copia.
E tutto quello che non hai è perché non lo desideri o – ed è questo l'oggetto di questo post – è ancora fuori dalla portata delle tue tasche.
Quindi, visto che la più commerciale delle feste comandate è in arrivo, se tra voi c'è qualche mio/a fan facoltoso, voglio dargli qualche suggerimento.

Audi TT 2.0 TFSI S tronic
45.000 euro
Disegnata nel lontano 1995 da Thomas Freeman, la prima serie dell'Audi TT (acronimo di Tradition und Technik) fu commercializzata solo tre anni dopo, poiché il progetto fu ritenuto troppo innovativo da parte degli azionisti, e quindi commercialmente rischiosissimo. E invece, fu subito un successo di pubblico. 1.230 kg di alluminio e acciaio per 4,18 metri: ingombri contenuti, due posti secchi più lo spazio per il trasportino del gatto e un paio di buste della spesa: tutto quello che serve, insomma.
Niente motorizzazioni esagerate che tanto non saprei come usare: un duemila TFSI da 230 cavalli di spinta abbinato a un cambio automatico a doppia frizione a sei marce in grado di farle raggiungere i 100 km/h da fermo in cinque secondi e duecentocinquanta chilometri orari (autolimitati) di velocità massima.
Una plancia che è un esempio di minimalismo, con un un magnifico display da 12 pollici che fa da strumentazione, navigatore e controller del sistema audio Bang&Olufsen a dodici diffusori.
Se me la regalate, acquistate tutti gli accessori che vi propongono. A una certa età, la comodità è tutto.

Harley-Davidson V-Rod
19.000 euro
Uno dei modelli più controversi della produzione Harley-Davidson di tutti i tempi. Dopo 16 anni dalla presentazione (il 2001), la casa Milwaukee dismette la produzione di questa splendida motocicletta equipaggiata con un propulsore realizzato in collaborazione con Porsche (sulla base di un americanissimo VR1000 usato nel campionato SuperBike americano), un’unità bicilindrica a V di 60° raffreddata a liquido da 115 cavalli di spinta che lancia i quasi trecento chili della V-Rod oltre 220 chilometri orari di velocità massima.
Con una curva d'apprendimento ripida (richiede tempo per capire come stare seduti, come affrontare le curve, come gestire il motore e persino come fermarsi, nonostante l'ABS), la V-Rod non si fa particolarmente amare in città o nel misto stretta, ma la totale mancanza di vibrazioni, l'accelerazione da dragster, il motore che non scalda e – soprattutto – che sembra non finire mai, te ne fanno innamorare come di una donna difficile ma generosa oltre ogni limite.
Compratemela argentata. Per quelli che pensano che mi piace solo la roba nera.

Apple iMac Pro
9.000 euro
È il Macintosh più potete di sempre, con capacità di elaborazione di classe workstation. Rispetto un normale iMac ha una nuova architettura termica per offrire alte prestazioni in un guscio elegante e silenzioso di colore grafite.
In uno spazio talmente ridotto da avere dell'incredibile, Apple è riuscita a farci stare un display Retina 5K da 27″ pollici da 14,7 milioni di pixel (una risoluzione sette volte maggiore di un Full HD e molto oltre lo standard 4K), processori Intel Xeon a 18-core a 4.5 GHz con una cache da 42 MB e una scheda grafica Radeon Pro Vega di 16 GB di Ram ad alta velocità, un SSD di 4TB e 128 GB di memoria Ram Ddr4 Ecc da 2666 MHz.
Con la Gpu Vega, iMac Pro elabora a 11 teraflops (a precisione singola) e fino a 22 teraflops a mezza precisione, e lascia indietro di parecchie lunghezze qualsiasi altro Macintosh possiate avere sulla scrivania (compreso l'inguardabile secchiello nero).
Inutile dire che tutta questa potenza non mi serve a un bel niente, ma volete mettere avere sulla scrivania un iMac nero come la sua tastiera e il suo mouse?


Bulgari Papillon
30.000 euro
L'orologio da polso è un oggetto che sta scivolando lentamente nell'obsolescenza. Abbiamo sempre in vista un orologio nell'angolo destro del nostro computer, sul cellulare o sul cruscotto dell'automobile.
L'unico vero valore rimasto all'orologio è quello di ornamento. Di gioiello. Di opera di ingegno umano. Tra i tanti, quasi tutti splendidi, orologi Bulgari quello che ho scelto è il Papillon: due lancette a losanga retrattili e indipendenti su un disco di supporto e movimento tourbillon al centro della cassa (rigorosamente in oro rosa).
Un oggetto che sarà elegante anche tra trecento anni.


Robby the Robot life size replica
30.000 euro
Spesso, più gli oggetti sono costosi e più non servono a niente. Ma, ammettetelo: piazzare in salotto una replica a grandezza naturale del più bel robot mai immaginato per il cinema (il positronico, potentissimo e servizievole Robby del Pianeta Proibito) fa molta, molta più scena del vostro televisore da ottanta pollici. Quello che produce la Fred Barton Productions è una fedele replica costruita a mano: due metri di levigata fibra di vetro e vernice metallizzata, servomotori, altoparlanti ad alta fedeltà e neon ai vapori di mercurio attivati in simultanea col sintetizzatore vocale.
Non cammina, non ha una vera intelligenza artificiale e non può servirmi neanche il té... ma è talmente bello da guardare e rappresenta così tanto nella storia della fantascienza che i trentamila euro necessari a farmelo recapitare a casa non sono davvero niente.

martedì 21 novembre 2017

Buste di plastica con cui non vorreste farvi vedere in giro.

Pensateci: i sacchetti di plastica che vi danno nei negozi o nei posti dove siete stati, sono una specie di manifesto ambulante, più o meno come una t-shirt, e spesso raccontano a chi guarda qualcosa della personalità del suo proprietario.
Molti noi hanno qualche remora ad entrare in una boutique costosa con una busta di plastica di un discount, e difficilmente esibirebbero in metropolitana il sacchetto griffato da un sexy shop.
È esattamente così che nacque, qualche anno fa, quest'idea alla Mother di Londra, agenzia pubblicitaria sempre un po' a sé, lontana anche fisicamente dalle sorelle tutte ammassate a Soho, (quindi un po' snob tra le snob).
Si trattava di creare delle borse/buste da lasciare ai clienti dopo le presentazioni, qualcosa di un po' meno anonimo delle cartelline nere che, appunto, si usano a Soho.
Nacquero così le Uncarriable Carrier Bags: le borse intrasportabili.
Cioè quelle con cui mai e poi mai vorreste essere notati in giro: quella della Convention degli Scambisti, della Banca dello sperma, del Centro di riabilitazione da Sindrome di Tourette.
Per uno di quegli strani cortocircuiti mentali, le Uncarriable Carrier Bags piacquero così tanto che tutti, all'improvviso, le volevano: ogni tanto, su eBay ne spunta ancora fuori qualcuna che viene venduta subito.
E io continuo ad aspettare che un'idea così nasca pure da noi, un giorno o l'altro.
E che qualcuno la approvi, s'intende.

domenica 22 ottobre 2017

Ultimo volo America.

Ci sono certi dischi che non passeranno mai alla storia o che venderanno comunque pochissimo (nel già desolante panorama del mercato discografico a pagamento), e se lo faranno sarà per il richiamo a un nome ben più noto al grande pubblico: mi chiedo quanti, per dire, associno il nome in copertina di Sorella Sconfitta – Massimo Zamboni – ai CCCP e ai CSI, dei quali il cantautore emiliano è stato coautore e chitarrista fino al 2001.
Si tratta di un album dell'ormai remoto 2004, del quale, anche se la critica stravede per gli interventi vocali di Nada, io salvo al sicuro sull'hard disk Toshiba chiuso nel mio iPod Ultimo volo America, probabilmente il pezzo più sperimentale dell'intero disco – caratterizzato da una forte impronta elettronica e dalla voce della soprano Marina Parente.
Uno di quei pezzi che si staccano dal mucchio e salgono – per chissà quale motivo – fino ad incollartisi all'anima.

Miserere dall'aire
death catodica endemica
invade / le strade
invade le case le strade

E tra luce di tenebra
e introduce nell'anima
segnali di resa
in polvere nera
intasano il terminale

Ultimo volo America
dentro ogni carne che si apre al male
ultimo volo America
dentro le case le strade le bare

Come tante utilità si fanno città e casa
teleradio caricano i corpi dalla strada
tratta all'armi alla preghiera a un rifugio per la sera
teleradio carica teleradio carica

Ultimo volo America
dentro ogni carne che si apre al male
ultimo volo America
nessuno che vede Dio poi non muore

domenica 15 ottobre 2017

La mia Suburra.

Arrivare secondi, certe volte, è come non arrivare per niente.
Ormai, questo l'ho capito.
Ora che la serie è uscita, posso almeno togliermi lo sfizio di mostrare i miei layout preparati per Suburra-La serie per Netflix.
Che, sì, sono arrivati secondi e quindi nessuno li vedrà mai.
Tranne voi.

lunedì 18 settembre 2017

The Black Case.

Oggi vi segnalo questo. La CGI non è probabilmente al livello degli Oats Studios di Blomkamp, ma è a comunque un discreto livello, la fotografia è più che buona e l'atmosfera vintage funziona sempre.
Investiteci sette minuti del vostro lunedì.

sabato 16 settembre 2017

Cinque copertine di Alien Covenant migliori di quella ufficiale.

Esce in questi giorni nei negozi e negli store digitali Alien Covenant.
Lo riconoscete dalla copertina riprodotta qui sopra.
Che, per inciso, non è che un fotogramma tratto dal film col titolo scritto sopra.
Io, sia come amante della saga che come designer, penso che si poteva e si doveva fare di più, e così vi propongo non una, non due, non tre ma – signore e signori, mi voglio rovinare – cinque copertine diverse.
Tutte migliori di questa banalità, a mio avviso.
Eppure, noi progettisti non siamo professionalità così care. Mah.






venerdì 15 settembre 2017

Terminal War: Magellan

Se sei uno che sapeva scrivere come Altieri, te ne puoi anche fregare della storia che stai scrivendo.
Se sei uno che si è inventato, costruito e perfezionato uno stile talmente efficace, più moderno del postmoderno, asciutto ma barocco, descrittivo ma astratto, ripetitivo ma sempre diverso, gravido di tecnicismi ma che scorre via come acqua fresca come quello di Alan D. Altieri... allora puoi anche scrivere un romanzo, o — di più — una trilogia intera (di cui non ho idea se ne avesse buttato giù abbastanza perché un editor riesca ad assemblare anche il terzo, e conclusivo capitolo) che, in sostanza, non racconta proprio niente di nuovo.

Laddove Juggernaut descriveva l'ennesimo scenario postapocalittico – con le ennesime milizie, le ennesime devastazioni urbane e suburbane, l'ennesimo virus sterminatore e gli ennesimi guerrieri che se le davano di santa ragione, in Magellan troviamo l'ennesima missione interstellare, l'ennesima astronave pilotata da un'AI fin troppo umana, con l'ennesimo carico di stereotipi umani e gli immancabili alieni malvagi che faranno strage dell'equipaggio.
Tutto come da copione.
Solo che a raccontare c'è (c'era) un autore capace di mescolare nella stessa frase tempi verbali lontanissimi con un'eleganza che levati, di evocare immagini dirompenti usando sempre gli stessi cinque aggettivi, di imbastire dialoghi che probabilmente in un film funzionerebbero malissimo ma che, in questo strano ecosistema di carta stampata e suggestioni da poco prezzo, non perdono un colpo.

Magellan, per quanto mi riguarda, è andato giù molto più liscio di Juggernaut, forse perché io, con le ambientazioni postapocalittiche, mi ci prendo poco e niente... ma fatemi salire a bordo di una wannabe Sulaco e vi seguo fino all'ultima pagina.

Magellan, di Alan D. Altieri
Editore: TEA, maggio 2017
Pagine: 252
Prezzo: 15 euro

martedì 29 agosto 2017

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto (2).

Come vi avevo annunciato qualche giorno fa, proseguo la sperimentazione "fotografie che diventano ritratti con Photoshop e che quando uno glielo dice allora fanno aaaahhh beeehhh ma l'hai fatto con Photoshop".
Sì, devo trovargli un nome più breve.
QUI trovate la foto originale.

domenica 27 agosto 2017

Inox [revisited].

Rivisitazione (profonda, anche se molti livelli sono rimasti esattamente dov'erano) di una mia vecchia cosa di una decina d'anni fa.
Il lupo perde il pelo, eccetera eccetera.


giovedì 10 agosto 2017

Trans. Europe. Express.


Quanto è frammentato The man Machine, tanto è coeso e univoco Trans Europe Express.
Laddove The man Machine ci presenta sei tracce indipendenti e auto conclusive – scintillanti macchine perfette, peraltro – Trans Europe Express è, al massimo, due unici, lunghi movimenti separati dalle due facciate del disco: da un lato, ventiquattro minuti e tonnellate di metallo pesante e oliato alla perfezione che incede immutabile dall'inizio alla fine, una fusione di macchina verniciata di rosso e strano romanticismo mitteleuropeo incasellata nei beats di una drumachine che ha bisogno solo di essere avviata da un interruttore con un gesto umano – l'unico – per poi procedere senza variare o perdere più un colpo anche passando per l'interludio di Abzug e Metal on Metal.
Unstoppable.
Mai monotona.
Familiare.
Rassicurante come sa esserlo solo una macchina.
Permeata di vibrazioni ed emozioni squisitamente umane, sommessa ed assoluta, che taglia come burro il paesaggio dell'uomo, indifferente e affilata come un ago di lucente acciaio brunito.

So che le definizioni capolavoro assoluto et similia sono ampiamente abusate, in questo e in moltissimi altri campi, ma nel caso di Trans Europe Express, come diciamo qui nella capitale... fateve servì.
Questo è un disco storico, una pietra angolare della musica moderna, una gemma sfaccettata che non vi stanca mai quando la guardate e un punto di riferimento.
È un classico e come tale non morirà mai.
Fatevi un favore e mettetevi le cuffie.

mercoledì 9 agosto 2017

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto.

A una prima impressione, quello che vedete qui sopra può sembrare una buona riproduzione su carta della fotografia di George Mayer che vedete in fondo al post.
E in parte, è davvero così, perché alcune delle sue parti sono state effettivamente realizzate a mano, con una vera matita di vera grafite su vera carta, per quanto non riesco (ancora) a capire bene in che modo e secondo quale logica questo dovrebbe qualificare il ritratto qua sopra rispetto uno eseguito quasi interamente con Photoshop (come, in effetti, è).

Credo che esistano ancora parecchi pregiudizi secondo i quali, se una roba è fatta con l'ausilio di un computer e di un software, allora non vale nulla o – comunque – vale meno che se (la stessa persona, badate bene) l'avesse realizzata attraverso media tradizionali, come carta, matite, pennelli, eccetera.
Anche perché le mie ore di sbattimento sul Mac ce le ho investite, sappiatelo.

Domenica scorsa ho pubblicato la prima, e nei prossimi giorni ve ne farò vedere altre.
Se avete un'opinione in merito, mi farebbe piacere sentirla.

domenica 6 agosto 2017

Quando vai così lontano che hai fatto tutto il giro.

Io con la matita in mano ci sono nato.
O, a voler essere precisi, con la penna biro. Blu.
Perché era quella che usavo per disegnare, di tutto, ovunque e in qualsiasi momento, almeno finché i miei insegnanti, intuito che forse possedevo un talento degno di essere affinato, non mi hanno iniziato al mondo delle belle arti, delle carte speciali, delle matite graduate, dei rapidograph, degli acquerelli e dei Caran d'Ache.
E, c'è poco da fare: se ti mettono in mano gli strumenti giusti, riesci a tirare fuori roba migliore. E con meno sforzo.
Per anni, anzi, per decenni, la matita faceva quello che volevo io.
Un'estensione della mia testa ancor prima che dei miei occhi. Uno degli strumenti espressivi più potenti che avessi. Se potevo pensarlo, se potevo immaginarlo, potevo disegnarlo.
Facile.
Poi arrivò il Mac, e cambiò tutto.
Non di colpo, certo. Photoshop doveva ancora essere inventato, ma quando uscì qualcuno capì  – forse con un brivido – che non si sarebbe più tornati indietro.
Amai Photoshop immediatamente.
Era come mettere il turbo alla mia matita, era come dotarla di un mucchio di accessori rutilanti e scintillanti, era come riempire il serbatoio della mia testa di benzina ad alto numero di ottani.
Avviare Photoshop era come ingranare la prima su una Lamborghini e tenere il piede schiacciato sulla frizione pronti a schizzare avanti a velocità di fuga. Verso il futuro.
Nel corso degli anni novanta, cambiai più Mac e versioni di Photoshop che blocchi da disegno.
Nessuno era più interessato all'illustrazione tradizionale.
Sui miei hard disk si accumulavano gigabyte di livelli di robe digitali, e in qualche cassetto le mie matite – le Staedtler blu e nere, le koh-i-noor gialle e marroni – non avevano più bisogno che le facessi la punta.
Però, a volte si corre così veloce e così a lungo che si fa tutto il giro.
E ci si ritrova a fare finta di usare di nuovo quelle matite chiuse nel cassetto, su fogli di carta che non scadono e che non hanno bisogno di corrente elettrica o di aggiornamenti.
Da un po' sto lavorando a una mia vecchia fissa, lavorare delle fotografie fino a farle sembrare dei disegni.
Qualcosa che – ve lo posso assicurare – è parecchio meno facile di quanto possiate pensare.
Per oggi, però, posso dirmi soddisfatto.



domenica 9 luglio 2017

The Dark Knight Returns. La mia cover.

Nel caso a qualcuno venisse in mente di ristampare l'ennesima edizione di The Dark Knight Returns, me lo faccia sapere.
Un paio di belle idee editoriali ce le ho, e anche una copertina nuova di pacca.

sabato 8 luglio 2017

Kraftwerk Catalogue, 3D.


Anche se, sostanzialmente, si tratta di un acquisto ridondante, da fan e da adepto non potevo esimermi.
The Catalogue 3D è una riproposizione della discografia dei Kraftwerk (almeno, da Autobahn in poi) in cofanetto, riarrangiata per l'occasione col sound aggiornato alle loro più recenti esibizioni live... operazione, sappiatelo, oltre che platealmente commerciale, riuscita solo a metà.

Le nuove versioni, sebbene più interessanti di quella roba del tutto inutile che fu The Mix, sono più piatte, più plasticose, più omologate e meno personali di quelle originarie (ma dai?), e finiscono col suonare come delle cover... o come uno dei loro live ma senza l'ambienza di una sala da concerto e senza il calore di un pubblico.
Il cd più inutile finisce con l'essere proprio The Mix: in pratica, un disco di cover delle cover.

E fin qui, le brutte notizie.
Le buone sono che la confezione è molto curata, estremamente minimale ed altrettanto elegante.
Nell'edizione che ho scelto io, ci sono Autobahn, Radio-Activity, Trans Europe Express, The man Machine, Computerworld, Techno Pop, The Mix e Tour De France in CD più un booklet (alquanto misero) e niente altro, ma ve la caverete con meno di cinquanta euro... il che, per otto album, non è poi tanto male.

Purtroppo per il portafogli dei collezionisti, che non si faranno mancare nessuna delle edizioni di The Catalogue 3D, esiste anche un cofanetto con 8 vinili, uno con quattro blu-ray e un lussuoso volume fotografico, e, in ultimo, un cofanetto con un blu-ray e un DVD.
Per me, che reputo il vinile una truffa pura e semplice, il solo rammarico è che il book da 228 pagine sia incluso solo nel box set con 4 blu-ray (circa 300 euro di spesa)... probabilmente un pelo overpriced paragonato, ad esempio, al cofanetto The Joshua Tree degli U2 con 7 LP e libro di 82 pagine offerto a 135 Euro.
Fortuna che uscii dal tunnel del collezionismo anni fa, altrimenti oggi mi sarei svenato per portarmi a casa tutte le edizioni di questo – furbetto e poco necessario – box pseudo-antologico-revisionista, creato (ogni cosa porta a pensarlo) per incrementare il conto corrente di Hutter... ma per dimostrarvi che non sono poi tanto cinico (o tanto illuminato) eccovi mostrare tutto felice il mio acquisto.



sabato 1 luglio 2017

Rise, di David Karlak. Perché la fantascienza non è morta.

La fantascienza non è morta, e comunque non è solo nell'ultimo capitolo di Transformers o negli infiniti sequel dei grossi franchise cinematografici.
Da parecchio, ormai, la trovate in rete dove si è rifugiata (emblematico il caso di Neill Blomkamp, che dopo essersi visto abortire il suo Alien 5 da Scott ha preferito raccogliere consensi planetari su You Tube)... e se volete un posto dove andare a guardare a colpo sicuro o quasi, vi consiglio il canale Dust, da cui oggi vi estraggo il magnifico Rise di David Karlak, in cui potrete riconoscere il compianto Anton Yelchin (Star Trek) ma anche il Rufus Sewell di The Man in the High Castle.
Fantascienza vecchia maniera, con effetti visivi e tecniche di ripresa moderni.
Cinque minuti scarsi, che lasciano la voglia di volerne di più, molto di più.
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