giovedì 10 agosto 2017

Trans. Europe. Express.


Quanto è frammentato The man Machine, tanto è coeso e univoco Trans Europe Express.
Laddove The man Machine ci presenta sei tracce indipendenti e auto conclusive – scintillanti macchine perfette, peraltro – Trans Europe Express è, al massimo, due unici, lunghi movimenti separati dalle due facciate del disco: da un lato, ventiquattro minuti e tonnellate di metallo pesante e oliato alla perfezione che incede immutabile dall'inizio alla fine, una fusione di macchina verniciata di rosso e strano romanticismo mitteleuropeo incasellata nei beats di una drumachine che ha bisogno solo di essere avviata da un interruttore con un gesto umano – l'unico – per poi procedere senza variare o perdere più un colpo anche passando per l'interludio di Abzug e Metal on Metal.
Unstoppable.
Mai monotona.
Familiare.
Rassicurante come sa esserlo solo una macchina.
Permeata di vibrazioni ed emozioni squisitamente umane, sommessa ed assoluta, che taglia come burro il paesaggio dell'uomo, indifferente e affilata come un ago di lucente acciaio brunito.

So che le definizioni capolavoro assoluto et similia sono ampiamente abusate, in questo e in moltissimi altri campi, ma nel caso di Trans Europe Express, come diciamo qui nella capitale... fateve servì.
Questo è un disco storico, una pietra angolare della musica moderna, una gemma sfaccettata che non vi stanca mai quando la guardate e un punto di riferimento.
È un classico e come tale non morirà mai.
Fatevi un favore e mettetevi le cuffie.

mercoledì 9 agosto 2017

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto.

A una prima impressione, quello che vedete qui sopra può sembrare una buona riproduzione su carta della fotografia di George Mayer che vedete in fondo al post.
E in parte, è davvero così, perché alcune delle sue parti sono state effettivamente realizzate a mano, con una vera matita di vera grafite su vera carta, per quanto non riesco (ancora) a capire bene in che modo e secondo quale logica questo dovrebbe qualificare il ritratto qua sopra rispetto uno eseguito quasi interamente con Photoshop (come, in effetti, è).

Credo che esistano ancora parecchi pregiudizi secondo i quali, se una roba è fatta con l'ausilio di un computer e di un software, allora non vale nulla o – comunque – vale meno che se (la stessa persona, badate bene) l'avesse realizzata attraverso media tradizionali, come carta, matite, pennelli, eccetera.
Anche perché le mie ore di sbattimento sul Mac ce le ho investite, sappiatelo.

Domenica scorsa ho pubblicato la prima, e nei prossimi giorni ve ne farò vedere altre.
Se avete un'opinione in merito, mi farebbe piacere sentirla.

domenica 6 agosto 2017

Quando vai così lontano che hai fatto tutto il giro.

Io con la matita in mano ci sono nato.
O, a voler essere precisi, con la penna biro. Blu.
Perché era quella che usavo per disegnare, di tutto, ovunque e in qualsiasi momento, almeno finché i miei insegnanti, intuito che forse possedevo un talento degno di essere affinato, non mi hanno iniziato al mondo delle belle arti, delle carte speciali, delle matite graduate, dei rapidograph, degli acquerelli e dei Caran d'Ache.
E, c'è poco da fare: se ti mettono in mano gli strumenti giusti, riesci a tirare fuori roba migliore. E con meno sforzo.
Per anni, anzi, per decenni, la matita faceva quello che volevo io.
Un'estensione della mia testa ancor prima che dei miei occhi. Uno degli strumenti espressivi più potenti che avessi. Se potevo pensarlo, se potevo immaginarlo, potevo disegnarlo.
Facile.
Poi arrivò il Mac, e cambiò tutto.
Non di colpo, certo. Photoshop doveva ancora essere inventato, ma quando uscì qualcuno capì  – forse con un brivido – che non si sarebbe più tornati indietro.
Amai Photoshop immediatamente.
Era come mettere il turbo alla mia matita, era come dotarla di un mucchio di accessori rutilanti e scintillanti, era come riempire il serbatoio della mia testa di benzina ad alto numero di ottani.
Avviare Photoshop era come ingranare la prima su una Lamborghini e tenere il piede schiacciato sulla frizione pronti a schizzare avanti a velocità di fuga. Verso il futuro.
Nel corso degli anni novanta, cambiai più Mac e versioni di Photoshop che blocchi da disegno.
Nessuno era più interessato all'illustrazione tradizionale.
Sui miei hard disk si accumulavano gigabyte di livelli di robe digitali, e in qualche cassetto le mie matite – le Staedtler blu e nere, le koh-i-noor gialle e marroni – non avevano più bisogno che le facessi la punta.
Però, a volte si corre così veloce e così a lungo che si fa tutto il giro.
E ci si ritrova a fare finta di usare di nuovo quelle matite chiuse nel cassetto, su fogli di carta che non scadono e che non hanno bisogno di corrente elettrica o di aggiornamenti.
Da un po' sto lavorando a una mia vecchia fissa, lavorare delle fotografie fino a farle sembrare dei disegni.
Qualcosa che – ve lo posso assicurare – è parecchio meno facile di quanto possiate pensare.
Per oggi, però, posso dirmi soddisfatto.



domenica 9 luglio 2017

The Dark Knight Returns. La mia cover.

Nel caso a qualcuno venisse in mente di ristampare l'ennesima edizione di The Dark Knight Returns, me lo faccia sapere.
Un paio di belle idee editoriali ce le ho, e anche una copertina nuova di pacca.

sabato 8 luglio 2017

Kraftwerk Catalogue, 3D.


Anche se, sostanzialmente, si tratta di un acquisto ridondante, da fan e da adepto non potevo esimermi.
The Catalogue 3D è una riproposizione della discografia dei Kraftwerk (almeno, da Autobahn in poi) in cofanetto, riarrangiata per l'occasione col sound aggiornato alle loro più recenti esibizioni live... operazione, sappiatelo, oltre che platealmente commerciale, riuscita solo a metà.

Le nuove versioni, sebbene più interessanti di quella roba del tutto inutile che fu The Mix, sono più piatte, più plasticose, più omologate e meno personali di quelle originarie (ma dai?), e finiscono col suonare come delle cover... o come uno dei loro live ma senza l'ambienza di una sala da concerto e senza il calore di un pubblico.
Il cd più inutile finisce con l'essere proprio The Mix: in pratica, un disco di cover delle cover.

E fin qui, le brutte notizie.
Le buone sono che la confezione è molto curata, estremamente minimale ed altrettanto elegante.
Nell'edizione che ho scelto io, ci sono Autobahn, Radio-Activity, Trans Europe Express, The man Machine, Computerworld, Techno Pop, The Mix e Tour De France in CD più un booklet (alquanto misero) e niente altro, ma ve la caverete con meno di cinquanta euro... il che, per otto album, non è poi tanto male.

Purtroppo per il portafogli dei collezionisti, che non si faranno mancare nessuna delle edizioni di The Catalogue 3D, esiste anche un cofanetto con 8 vinili, uno con quattro blu-ray e un lussuoso volume fotografico, e, in ultimo, un cofanetto con un blu-ray e un DVD.
Per me, che reputo il vinile una truffa pura e semplice, il solo rammarico è che il book da 228 pagine sia incluso solo nel box set con 4 blu-ray (circa 300 euro di spesa)... probabilmente un pelo overpriced paragonato, ad esempio, al cofanetto The Joshua Tree degli U2 con 7 LP e libro di 82 pagine offerto a 135 Euro.
Fortuna che uscii dal tunnel del collezionismo anni fa, altrimenti oggi mi sarei svenato per portarmi a casa tutte le edizioni di questo – furbetto e poco necessario – box pseudo-antologico-revisionista, creato (ogni cosa porta a pensarlo) per incrementare il conto corrente di Hutter... ma per dimostrarvi che non sono poi tanto cinico (o tanto illuminato) eccovi mostrare tutto felice il mio acquisto.



sabato 1 luglio 2017

Rise, di David Karlak. Perché la fantascienza non è morta.

La fantascienza non è morta, e comunque non è solo nell'ultimo capitolo di Transformers o negli infiniti sequel dei grossi franchise cinematografici.
Da parecchio, ormai, la trovate in rete dove si è rifugiata (emblematico il caso di Neill Blomkamp, che dopo essersi visto abortire il suo Alien 5 da Scott ha preferito raccogliere consensi planetari su You Tube)... e se volete un posto dove andare a guardare a colpo sicuro o quasi, vi consiglio il canale Dust, da cui oggi vi estraggo il magnifico Rise di David Karlak, in cui potrete riconoscere il compianto Anton Yelchin (Star Trek) ma anche il Rufus Sewell di The Man in the High Castle.
Fantascienza vecchia maniera, con effetti visivi e tecniche di ripresa moderni.
Cinque minuti scarsi, che lasciano la voglia di volerne di più, molto di più.

domenica 11 giugno 2017

L'iMac più veloce (e più costoso) di sempre.


La Apple ha presentato dei nuovi iMac denominati Pro.
A parte il colore (quel grigio antracite che loro chiamano, chissà perché, siderale) sono identici esteticamente agli iMac che già conosciamo e, sulla carta, sembrano decisamente potenti.
Processore da 8 a 18 core, fino a 128GB di RAM, grafica Radeon Pro Vega 56 con 8 o 16GB di RAM HBM2, supporto per due monitor esterni in risoluzione 5K, o 4 monitor in risoluzione 4K, porte USB 3 e Thunderbolt 3 (USB-C) per l’eventuale connettività di schede video esterne.

Costeranno oltre tre volte un iMac normale, ma parliamo anche di un Mac da 22 Teraflops in una macchina dal design ultrasottile in cui il sistema di raffreddamento è stato appositamente rivisitato.
Inizialmente pensavo fosse la solita macchina blindata, che, come la compri, resta... e invece leggo che Apple ha deciso di usare un socket LGA rendendo così upgradabile il processore, e che è relativamente facile intervenire anche sulla memoria dal momento che usa due moduli SO-DIMM.

Per il resto, sono belli a vedersi, e anche tastiera e mouse grigio antracite fanno la loro figura, anche se ho l'impressione che la riprogettazione ex novo del nuovo Mac Pro sia ancora parecchio indietro e questa macchina sia stata fatta uscire in fretta e furia per arginare il calo di vendite dei Mac e gettare sul tavolo un'alternativa ai professionisti che continuano a rivolgersi a soluzioni Windows-based.
Ad ogni modo, dovrebbero uscire a dicembre... giusto in tempo per Natale.
Si accettano regali.





,,,,l

domenica 4 giugno 2017

Mylène Demongeot

Ogni tanto, per dimostrarvi che so anche apprezzare le bellezze non necessariamente appariscenti, siliconate e rozze come l'asfalto (tipo, questa gentile signorina QUI), pubblico gallery con la tag NonSoloRozze.
E giusto ieri, riguardando un vecchio film della serie Fantomas, scopro la meravigliosa Mylène Demongeot, attrice francese classe 1935 in attività fin dai primi anni cinquanta.
Rivaleggia tranquillamente con la Bardot anche se ha un tocco più sbarazzino, ed è una di quelle che vorrei che il Tempo Infame non si fosse impietosamente sbranato un boccone dopo l'altro.
E non ci provate a obiettare che è invecchiare è il corso naturale della vita e tutte quelle altre banalità ipocrite.
Invecchiare, nella stragrande maggioranza dei casi, fa schifo e basta.

sabato 3 giugno 2017

Ducati Diavel Carbon.


Sono soddisfatto del mio Majesty 400.
Ha tutta la potenza che mi serve, è confortevole, versatile e affidabile. 
Ma, ogni tanto, mi si affianca al semaforo un oggetto di pregio come questa questo e, compulsivamente, mi viene da estrarre il telefono e controllare il mio saldo in banca: a cosa dovrei rinunciare per portarmi a casa una Ducati Diavel Carbon?
Un mucchio di roba, e per parecchio tempo.
Sovrastrutture in acciaio con finitura nero carbonio con saldature e rivetti a vista, sella in vera pelle, cover dei convogliatori in metacrilato, indicatori di direzione e luci di posizione a led, pedane retrattili, maniglione passeggero a scomparsa, cruscotto LCD, un pneumatico posteriore di larghezza esagerata.
E, sotto, un propulsore derivato dalla 1198 Superbike che, a spalancare la manetta del gas senza criterio, sono certo mi sparerebbe dritto sulla Luna.
Mi piace. Mi starebbe proprio bene.
Segno tra gli Oggetti Che Mi Renderebbero Più Felice.






venerdì 2 giugno 2017

Wonder Woman, la recensione.

Sulla Wonder Woman di Patty Jenkins trovate QUI tutto quello che ho dire (o quasi).
Questa qui sopra, invece, è una mia rielaborazione di uno dei teaser poster, così non dite che trascuro voi lettori del blog.

sabato 27 maggio 2017

Hyper.

Oggi, si sperimenta.
Mi piace abbastanza da farlo diventare l'header del mio trascurato blog.

martedì 23 maggio 2017

Abbiamo perso anche Roger Moore.

Non solo Bond, ma anche lord Brett Sinclair di Attenti a Quei Due, Il Santo, cavaliere dell'Impero Britannico, attivo animalista, ambasciatore dell'Unicef: il cancro se ne frega chi sei o chi sei stato, e ti mangia pezzo per pezzo finché di te non resta che la Leggenda.
E con lui se ne va un altro pezzo della mia adolescenza.

giovedì 18 maggio 2017

Alien Covenant. Due chiacchiere e quattro clip, senza spoiler.

Se volete leggere di Alien: Covenant, trovate pronte migliaia di recensioni belle che pronte sul web, molte delle quali scritte da haters dell’ultim’ora di Ridley Scott (o, almeno, da quando sono rimasti delusi da Prometheus e da allora non gli hanno perdonato più niente e anzi ce l’hanno sempre nel mirino, attaccando alla fine dei loro commenti sdegnati un “ormai s’è proprio rincoglionito” che ci sta sempre bene).
Naturalmente, troverete anche quelle degli entusiasti, e, una volta di più, potrete fare una media, o, meglio ancora, investire otto o nove euro (che altrimenti avreste speso in una birra servita in un bicchiere di plastica in un locale con la musica troppo alta) e andare a vedervelo nel cinema a voi più comodo e farvi un’opinione tutta vostra.
Tutto quello che posso fare io per voi è consigliarvi di guardarvi prima queste clip rilasciate da Fox (ve le ho raccolte in fondo a questo post), che non spoilerano assolutamente nulla ma che – forse – vi aiuteranno ad entrare un pelo in empatia con la crew della Covenant, che, questo lo devo proprio dire, il montaggio ha ridotto a facce e nomi di cui non vi ricorderete più non appena messo piede fuori dalla sala.
Se poi non vi fidate, e non volete vedere e/o leggere niente di anticipatorio prima di vedere il film, allora vi ripropongo un estratto del manoscritto privato “Teoria della propagazione aliena” del Dr. Waidslaw Orona, consigliere civile del Corpo Coloniale dei Marines. Scritto dopo gli accadimenti di Aliens: Scontro finale, ma pubblicato sulla Terra nel 1991 (paradossi temporali, che ci volete fare).
Ve lo accompagno con un paio di miei disegni d’epoca, roba tardi anni ottanta, ma ancora buona, a mio avviso.

Gli esseri umani soffrono di una peculiare nozione egocentrica riguardo la natura della vita. Diamo per scontato che altre forme di vita si debbano in qualche modo conformare ai nostri confortevoli standard logici e morali. Questo è, chiaramente, assurdo.
Ciò che chiamiamo “moralità” è una sottile membrana di principi arbitrari, facilmente ignorati quando fa comodo. Perché dovremmo aspettarci più da una forma di vita aliena che non da noi stessi?
Per limitarci ai fatti pratici, molto i quello che presumiamo di sapere sulla forma di vita aliena, sono congetture. Ad ogni modo, al di là delle teorie, esistono due fatti assoluti, ed inequivocabili:
1) non sono come noi.
2) non riusciremo mai a capirli fino in fondo.
A giudicare dal denso esoscheletro degli alieni e dalla loro rimarchevole adattabilità, dobbiamo presumere che il loro mondo-natale sia un ambiente arido e desolato.
Sappiamo, sulla base dell’incontro di Acheron, che gli alieni hanno una gerarchia basata sulla Regina. Sappiamo anche che formano degli alveari per proteggere i loro piccoli.
AD un certo punto, forse ciclicamente, la regina dell’alveare avverte il bisogno istintivo di creare nuove colonie e depone uova che più tardi saranno le larve-regina.
A giudicare dal leggendario “temperamento” degli alieni, è probabile che questa speciale colata di uova sia rimossa rapidamente dalla camera della refila e nascosta altrove.
Col passare del tempo, i fuchi provvedono a fornire dei corpi-ospite per le giovani regine.
Per molti della comunità scientifica, questa forma di parassitismo nel processo di crescita è l’aspetto più rivoltante dell’intera biologia aliena; per gli alieni è una cosa perfettamente naturale, come per noi dare un giocattolo a un bambino.
Il periodo di incubazione è relativamente corto: giorni, o persino ore. La nascita è un’ordalia di dolore e violenza. Appena le giovani regine emergono, avviene una battaglia per la supremazia: immaginate una specie dove il primo atto eseguito coscientemente è uccidere.
Eppure, anche ora esito a trarre implicazioni darwiniane da queste lotte: uccidere può essere semplicemente un modo, per le nuove regine, di definire la loro realtà.
Presto la nuova regina guida una schiera di fuchi lontano dal vecchio alveare. I fuchi sono gli schiavi della regina e non esiste nulla di più importante della costruzione del nuovo alveare. Se non sono disponibili materiali da costruzione naturali, forse altri elementi della colonia dovranno sostituirli.
Non bisognerebbe descrivere questo come un atto di cannibalismo, quanto come un rimarchevole e spietato pragmatismo.


Gli alieni non pensano in termini di sacrificio. L’alveare è tutto. Ciò fa sì che la morte per loro non abbia lo stesso significato che noi le diamo.
Tutti gli ecosistemi si basano su un delicato equilibrio. Questo è vero sia per il mondo natale degli alieni che per il nostro. Sul loro mondo, gli alieni avrebbero un gran numero di nemici naturali: qualcuno vivrebbe, qualcuno morirebbe, e la popolazione aliena sarebbe tenuta sotto controllo. I corpi dei morti verrebbero usati per rinforzare le pareti dell’alveare. Il ciclo continuerebbe. L’ecosistema andrebbe avanti.
L’infestazione aliena, violenta e incontrollabile, ha luogo quando le creature vengono rimosse dal loro habitat naturale. Possiamo solo provare a immaginare come questo sia potuto accadere. Forse fu milioni di anni fa. Forse solo decine. Il risultato finale è ciò che importa: in qualche modo, gli alieni vennero trapiantati su altri mondi.
Le creature non si preoccupano dei particolari degli ambienti che li circondano: essi sono interessati solo alle circostanze.
Laddove i nemici naturali spariscono, l’equilibrio si rompe: tutto quello che rimane sono le prede.
Noi uomini crediamo che la tecnologia ci abbia reso invincibili, che ci siamo evoluti al di là delle semplici nozioni di predatore e preda: semplicemente, non c’era motivo per cui l’equipaggio della Nostromo o della Sulaco (o i coloni di Acheron) dovessero pensarla diversamente. 
L’uomo non si era mai trovato troppo a suo agio nello spazio. Con tutte le nostre navi, tute ad atmosfera ed armi eravamo degli intrusi. 
Un ambiente ostile, selvaggina abbondante: gli alieni, invece, devono essersi sentiti totalmente a loro agio.
Gli uomini hanno confuso la comodità con la sopravvivenza. Per noi, esistere non è abbastanza: vogliamo una vita che sia anche ben equipaggiata. Gli alieni non hanno di queste pretese. Vivono in un mondo molto semplice: vivono per uccidere, uccidono per vivere. Per riprodursi.
E alla fine… sopravvivono.

giovedì 4 maggio 2017

Blade Runner 2049, i poster.

Ho capito, ormai, che è buona norma aspettare e vedere prima di giudicare.
Di certo c'è che, quando vai a toccare un mito come Blade Runner, il rischio di attirarti addosso il disprezzo di miliardi di persone è significativamente alto.
Per ora, potete giudicare i due character poster.


venerdì 28 aprile 2017

[recensione]The Circle


Di The Circle, prima che scadesse l'embargo che impediva di parlarne prima della sua uscita ufficiale (oggi), su Facebook ho scritto brevemente: è un film che cambierà il vostro rapporto con Facebook.
Magari per qualcuno, almeno.
Magari per qualche giorno.
Ma poi, ci si dimentica dei segnali d'allarme lanciati, e ci si riadagia nella consuetudine della condivisione e della consultazione di frammenti e scampoli di vita propria e altrui. Perché è esattamente così che avvengono, oggi, le rivoluzioni: non con gli attentati e con gesti eclatanti, ma un pezzetto alla volta.
Man mano, pezzetto per pezzetto, abbiamo barattato la nostra privacy con altre cose: il lampo effimero di un riflettore sulle nostre vite, una manciata di like qua, un commento di là, un certo numero di followers, un certo numero di "amici", un certo numero di di condivisioni.
Che più sono, più siamo felici. Non negatelo.
Man mano, pezzetto per pezzetto, abbiamo costruito un io digitale, un riflesso migliorato di noi stessi per appagare il nostro bisogno di approvazione e di interesse da parte del mondo, al prezzo di raccontare — potenzialmente a un numero incredibile di perfetti estranei — cosa facciamo, dove andiamo, quello che mangiamo. In tempo reale. Sempre. Un prezzo che non ci accorgiamo neppure più di pagare, perché lo pagano anche tutti gli altri e quindi non ci fa impressione.
Un prezzo che non ci appare caro per nulla, perché ci stanno dicendo che la privacy è roba vecchia, roba del secolo passato, che è inutile e persino sbagliato difenderla tanto strenuamente, che non ne vale la pena. Anzi, di più: che è sbagliato.
Che se ci tieni così tanto, forse hai qualcosa da nascondere.
Che se non condividi, sei tu quello strano. Che stai togliendo qualcosa a qualcuno.
Che sei nel torto, o, comunque, stai facendo parte di una minoranza sempre più esigua, e lentamente — un pezzetto alla volta — finirai ai margini della società.


The Circle, però, va oltre.
E ti prende con una sua logica perversa, riassumibile, grossomodo, in una sola affermazione: se sai di essere osservato, ti comporti meglio.
Ne consegue che se tutti osservano tutti, tutti ci comportiamo meglio. E viviamo in una società migliore. Una vera democrazia, dove nessuno, a cominciare dai potenti, può commettere abusi, ingiustizie, crimini o anche solo lasciare alzata la tavoletta del cesso senza che tutti lo vengano a sapere.
Sembra figo, vero?
Ora, immaginate che tutti possano leggere le vostre email. I vostri messaggi, le vostre chat, guardare cosa avete sul vostro computer, il vostro tablet, il vostro smartphone. Che la vostra cronologia Internet sia pubblica e consultabile da chiunque. 
Di più: immaginate che qualcuno metta in commercio delle webcam, talmente piccole che possono mimetizzarsi nell'ambiente. Talmente economiche e del tutto anonime che potete acquistarne una dozzina e sistemarle, senza alcun permesso, dove vi pare e piace. 
Potrete di certo usarle per centinaia di ottimi fini: la vostra sicurezza e quella di chi amate, un'informazione non filtrata e immediata, e molto altro ancora. 
Ma anche per migliaia di pessimi scopi.
E il punto è proprio questo: che ogni medaglia, signori, ha il suo rovescio.
E per gran parte del film, la protagonista, proprio come noi, non è che non lo veda. È che prima si sforza di abituarcisi per non restare tagliata fuori, poi perché fa finta di non vederlo, poi perché ci si abitua e non ci pensa più, poi perché il rovescio diventa il diritto.
E la rivoluzione è compiuta.
D'improvviso, viviamo in un acquario e non riusciremmo più a tornare nel mare.
O anche no.
E questo (oltre ad alcuni dialoghi ben scritti e un efficace commento sonoro) è quanto troverete di buono nel film, e non è poco, sia chiaro.
Quello che c'è di meno buono è uno svolgimento convenzionale, prevedibile, senza nessun particolare guizzo stilistico. Una presenza di lusso come quella di Tom Hanks che ormai si è capito che si spreca solo per un certo tipo di pellicole e in altre lavora col pilota automatico. Una Emma Watson che sembra capitata lì per caso. Scivoloni nella sceneggiatura, incoerenze e svolte narrative al limite della credibilità.
Ma, alla fine della fiera, il giudizio è positivo.
The Circle dice qualcosa di più di una puntata di Black Mirror?
No. Ma è anche vero che Black Mirror è una grande serie, e quindi, anche se il film si porta dietro — sempre — un taglio televisivo che non lo fa volare alto più di tanto, merita di essere visto.
Perché comunque fa pensare, suggerisce, indica, suggestiona. E, a volte, fa paura. 
Purtroppo, non abbastanza a lungo.

lunedì 17 aprile 2017

Cattivi che potevano essere più cattivi.

Un universo parallelo in cui Rogue One si apre con la stessa scena d'apertura di Inglorious Basterds, solo con Orson Krennic al posto del colonnello Hans Landa e con la medesima tensione drammatica e gli stessi dialoghi di tarantiniana memoria, piuttosto che quella robetta un po' – inevitabilmente – disneyana che abbiamo avuto.
Se qualcuno vuole girarne un remake, sa dove trovarmi.


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