sabato 20 gennaio 2018

Star Wars: the Last Jedi. Due parole a polvere posata.

Nella sovraesposizione mediatica degli ultimi tempi, di qualsiasi cosa parli, qualunque cosa dici, sarà già stata scritta, detta e dibattuta. È uno dei motivi per i quali ho smesso da un pezzo di recensire roba sul blog: per quanto tu possa gridare forte, in un coro di un miliardo di persone – ognuna dotata di tastiera alfanumerica e collegamento al cyberspazio – nessuno ti sentirà parlare de l'Ultimo Jedi.
Però, ora, a un mese di distanza dalla sua uscita, ora che la polvere inizia a posarsi in questo mondo di critici cinematografici e sceneggiatori a spasso, vi posto il link a QUESTO mio articolo.
Chissà, magari ci trovate qualcosa che non avete ancora sentito.
E che la Forza sia con voi.

martedì 2 gennaio 2018

Black Mirror stagione 4, la recensione.

Che io sia – fin dalla sua primissima apparizione televisiva, nel remoto 2012 – un fan di Black Mirror, la serie scritta e fortemente voluta da Charlie Brooker che parlando della tecnologia (futura, ma anche presente) in realtà parla dell'uomo e delle sue miserie interiori, dovrebbe essere cosa nota.
Questo atteggiamento mi spinge ad avere sempre una grossa aspettativa ogni volta che ne viene annunciata e distribuita una nuova stagione.
È (probabilmente) per questo che non mi sono stracciato le vesti guardando i sei episodi appena trasmessi (per quanto, anche trasmessi sia un termine ormai desueto): ci troviamo di fronte un prodotto di qualità medio alta, più curato e ambizioso di tanta altra roba che potete trovare in giro in questo periodo... ma che, forse, da quando è passato nelle mani di Netflix ha visto americanizzarsi e smussare quella cattiveria che solo certe serie britanniche sanno avere.
Insomma, possibile che un filmetto come Monolith possa essere accostato a Black Mirror e diventarne – con qualche sapiente taglio di montaggio – un episodio perfettamente integrato nello spirito della serie?
Dispiace, perché ora non aspetterò più con impazienza la quinta season e questo ci renderà tutti meno preoccupati dei cambiamenti che il progresso tecnologico potrà avere nelle nostre vite reali, e velocizzeremo il processo... facendo diventare Black Mirror realtà ancora prima.

Ma vediamo gli episodi nel dettaglio (tranquilli, ci sono pochissimi o nessuno spoiler).


Crocodile, regia di John Hillcoat
scritto da Charlie Brooker

Un episodio che poteva svilupparsi in molti modi, e uno più creativo dell'altro, ma che, una volta imboccata una certa strada, non riesce più a scrollarsi di dosso l'aria di implausibilità della vicenda... eccettuato questo tiene abbastanza bene per tutti i 59 minuti della sua durata, che può vantare alcuni begli esterni islandesi e ottime scelte di casting.
La tecnologia che – una volta di più – porta fuori il peggio della natura umana stavolta è un rivelatore di ricordi, utilizzato nelle indagini di polizia ma anche dalle compagnie assicurative. 
Partendo dall'assunto che tutti mentono – o, nella migliore delle ipotesi, omettono – una tecnologia del genere si rivela il classico rimedio peggiore del male. 
Se si scava abbastanza a fondo, si finisce sempre per trovare qualcosa che, in ultima analisi, era meglio restasse sepolto, sembra urlare a gran voce questo episodio.


U.S.S. Callister, regia di Toby Haynes
scritto da Charlie Brooker

U.S.S. Callister porta intelligentemente lo spettatore a prendere un cambio di parti nel corso dell'episodio. Il dirigente nerd ai limiti dell'emarginazione sociale con cui è facile identificarsi all'inizio si trasforma in un sociopatico – abbastanza geniale da inventarsi una realtà virtuale costruita sul modello della sua serie televisiva di culto (un corrispettivo caricaturizzato di Star Trek) in cui poter interagire in una posizione di dominio assoluto sui suoi colleghi.
Svolgimento frizzante, presupposti tecnologici fuori scala anche per gli standard di Black Mirror, durata un pelo eccessiva (76 minuti), U.S.S. Callister va scadendo sempre più verso il finale, virando troppo verso i toni della commedia e perdendo di vista morale e toni di denuncia sociale.
Per contro, superbe e godibili tutte le interpretazioni, a iniziare da quella di  Jesse Plemons (Breaking Bad) e di Cristin Milioti.


Hang the DJ, regia di Tim Van Patten
scritto da Charlie Brooker

In Hang the DJ vediamo una società in cui gli accoppiamenti sono decisi da un "sistema" che decide i partner e stabilisce, in anticipo, il tempo che durerà la relazione, ottenendo preziosi dati per assegnare, alla fine, il compagno o la compagna di vita perfetto. 
È uno degli episodi più leggeri e con spunti comici, pur mantenendo il forte sottotesto distopico.
Il tema principale sembra essere la deresponsabilizzazione totale nel campo dei rapporti umani, affidata a un software che, almeno in apparenza, sembra agire per il nostro meglio.
La conclusione è solo una tra le possibili, neanche nuovissima e neppure particolarmente graffiante, ma non è un episodio spiacevole da guardare e solleva più di uno spunto di riflessione (del tipo: come condizionerebbe la nostra storia d'amore se ne sapessimo in anticipo la durata?).


Arkangel, regia di Jodie Foster
scritto da Charlie Brooker

Arkangel porta la firma illustre di Jodie Foster (che annovera nel suo curriculum una discreta ma poco nota attività da regista), ed è uno degli episodi più coinvolgenti dal punto di vista emotivo... anche se la Foster è abbastanza in gamba da riuscire a non prendere le parti di nessuno, e a filmare col giusto distacco la storia di una madre che, per un eccesso di protettività, installa nella figlia un dispositivo di tracciamento, un collegamento al suo nervo oculare (tutto quello che vede la bambina può essere visto da un tablet) e un filtro parentale che le oscura qualsiasi stimolo sensoriale esterno che possa alterare il suo stato di salute psicofisico.
Di nuovo, una tecnologia creata per il nostro bene (anche se bisognerebbe prima capire il bene di chi) che con un suo fin troppo facile abuso conduce a effetti inevitabilmente drammatici. L'episodio dura 52 minuti, ha una ridotta componente sci-fi (strumenti di controllo analoghi, anche se non così sofisticati, già esistono), non è esente da buchi di sceneggiatura (specie sul finale) ma l'intento degli autori è molto chiaro.


Metalhead, regia di David Slade
scritto da Charlie Brooker

Metalhead, oltre una fotografia ispirata in bianco e nero e un'ottima animazione di un segugio robotico, aggiunge poco o nulla al classico survival thriller: si svolge in un prossimo futuro dove qualcosa dev'essere andato parecchio storto (e di cui nulla ci viene detto) e dove, per praticamente tutti i quaranta minuti dell'episodio, Maxine Peake (The Village, La teoria del tutto) si carica sulle spalle il peso della narrazione, senza peraltro riuscire a empatizzare più di tanto con lo spettatore.
Rispetto gli altri episodi della serie, in Metalhead manca qualsiasi legame con la contemporaneità, le tematiche sociali e le metafore, e la rivelazione finale è troppo debole per tirarne su le sorti.
Poco interessante.


Black Museum, regia di Colm McCarthy
scritto da Charlie Brooker

È l'episodio più "nero" della stagione, è costruito su una struttura collaudata (e, tutto sommato, funzionale) e può contare su un paio di buone idee, anche se qua e là si va di riciclo (autocitazioni a parte, potrete intravedere come alcune delle tematiche affrontate fossero già state affrontate in passato nella serie). Girato con un budget contenuto, l'episodio cerca di rigirare il coltello e mostrare come l'uomo possa quasi invariabilmente diventare – se non essere – una creatura cattiva, sadica o, nella migliore delle ipotesi, egoista, e come la tecnologia non sia che un supporto, un vettore, un amplificatore di quella cattiveria.
In Black Museum non esistono vincitori o vinti, buoni o cattivi, è un disastro da qualunque parti ci si rigiri, sembra suggerire Brooker. Ottima la prova attoriale di Douglas Hodge, ma i fedeli delle serie britanniche ritroveranno anche una vecchia conoscenza già vista in Utopia.

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