martedì 23 luglio 2019

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto (3).


È David Bowman il vero odisseo di Kubrick, il navigatore che – per mari perigliosi – resterà il solo superstite della missione Discovery.
Guarda coi suoi (assieme glaciali ma umanissimi) occhi azzurri dentro l'unico occhio (come quello del Ciclope dell'Odissea) rosso di HAL cercando verità, senza sospettare il tradimento (possiamo progettare un dispositivo sicuro contro gli incendi e la stupidità, ma non possiamo progettarne uno che sia sicuro contro la malizia deliberata), fissandolo dritto nella sua anima artificiale... e senza poter immaginare che di lì a poco – è incredibile quanto ci metteranno gli eventi a precipitare – sarà costretto a procedere alla sua lobotomia, escludendo l'unica forma di coscienza rimasta a bordo della nave.
Bisogna restare soli per tuffarsi nell'abisso, sembra suggerirci Kubrick, e sordi al canto delle sirene: Bowman non può commuoversi alla canzoncina che HAL intona nei suoi ultimi secondi di consapevolezza, deve partire per un altro universo, libero dalle grettezze dell'io e dove la sua stessa pelle dovrà cambiare, consumata a ipervelocità in uno dei montaggi più magistrali della storia del cinema.

Per realizzare il ritratto di David Bowman ho usato le stesse tecniche che vi mostrai QUI, QUI e QUI


domenica 21 luglio 2019

Picard, il nuovo trailer.

Una notizia buona e una cattiva: la buona è che è stato appena diffuso il nuovo trailer di Star Trek: Picard, la nuova serie prodotta da Amazon e CBS con protagonista Patrick Stewart nel ruolo dell'ex comandante dell'Enterprise.
La cattiva, è che il lancio è stato posticipato al 2020.
Prima di allora, ci restano questi bei poster promozionali e le immagini contenute nei due minuti e spicci del trailer, popolata di volti ben noti a qualsiasi fan di Star Trek come Brent Spiner (Data), Jonathan Frakes (William Riker), Marina Sirtis (Deanna Troi) e Jery Ryan (Sette di Nove) che hanno – prevedibilmente – messo letteralmente il turbo all'hype che già montava intorno la serie.

Che dire? Stewart ha la faccia giusta per un'operazione di questo tipo (sufficientemente iconica da far perdonare con la sua sola presenza eventuali soggetti fiacchi o falle di sceneggiatura), il macroverso di Star Trek è talmente ampio da poter campare anche solo di richiami e rimandi a questa o quella civiltà/personaggio/situazione, e il livello tecnico mi sembra altissimo come già lo è in Discovery.

Quindi direi che Picard è uno dei successi annunciati del prossimo anno, e personalmente, pur non essendo un fan sfegatato di The Next Generation (lo dico in due righe: gran bella epopea, col gigantesco merito di avere retto il confronto con la TOS, ma che risente di tutti i difetti delle produzioni televisive di quell'epoca) sono davvero curioso di guardarla.


sabato 20 luglio 2019

Ad Astra.

Ho perso il conto dei registi che provano a ispirarsi a Kubrick e al suo inarrivabile 2001: odissea nello spazio, ma non è un problema: continuate a provare, che, come diceva il tale, a guardare alla perfezione ci si migliora per forza e – ogni tanto – qualcosa di interessante viene fuori.
Aggiungo alla lista questo Ad Astra, nuova prova di James Gray che già in passato ha dimostrato di saper dirigere delle superstar e di sapersi scegliere i progetti... anche se non è mai stato graziato da un autentico successo di pubblico.

Stavolta Gray sul tavolo mette un dramma fantascientifico, gente del calibro di Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Liv Tyler e Donald Shuterland e una storia – almeno sulla carta – intrigante.
Il trailer dura due minuti e mezzo ed è ben montato.
Ci aggiorniamo al 26 settembre quando il film uscirà anche da noi.


venerdì 19 luglio 2019

[TOP FIVE] sul non possedere un corpo organico

Prima o poi – ne sono certo – ci libereremo dal giogo della materia e ci terremo solo quello che conta davvero: la mente.
Una volta sviluppata e perfezionata la tecnologia per produrre dei rimpiazzi artificiali ai nostri corpi organici (così imperfetti, fragili e vulnerabili a invecchiamento, traumi e malattie), ci trasferiremo dentro le nostre coscienze, quelle sì insostituibili, e vai così fino al prossimo upgrade.
Non vi sembra un futuro auspicabile?
Volte un buon motivo per farlo?
Ve ne dò cinque.


giovedì 18 luglio 2019

Max Headroom. 20 Minuti nel futuro.


Nel 1987, il termine cyberpunk (corrente letteraria e pseudoartistica in cui prosperava gente sconosciuta fino al giorno prima come William Gibson, Bruce Sterling o John Shirley) era sulla bocca di tutti... e Max Headroom, serie TV britannica scritta da Annabel Jankel e Rocky Morton sembrò arrivare al momento giusto nel posto giusto, promettendo di affrontare tematiche quali la registrazione delle coscienze umane su giganteschi mainframe, lo sfruttamento della pubblicità subliminale, la manipolazione massiva dell'informazione e – naturalmente – gli sviluppi imprevedibili dell'intelligenza artificiale.

Di fatto, la serie trasmessa da Channel 4 venne edulcorata già dal primo episodio (il pilot, 20 minutes into the future, venne completamente rigirato per la televisione) trasformandola in qualcosa più da tv dei ragazzi che altro... il protagonista Max Headroom che dava anche il titolo alla serie, una delle primissime creature digitali di fantasia che prendeva autocoscienza alla fine del primo episodio, si ridusse a parlare come un qualsiasi dj dell'epoca e divenne – suo malgrado ma neanche tanto – un'icona pop che venne sfruttata per video musicali e spot pubblicitari.


La fortuna di Max Headroom ebbe comunque breve durata: dopo due stagioni e soli quattordici episodi trasmessi, Channel 4 gettò la spugna davanti gli ascolti bassi e cancellò la serie, che non arrivò mai agli anni novanta. A guardarla oggi, sembra persino più ingenua di quanto già non apparisse all'epoca, ma il pilot originario – che trovate in coda a questo post – mantiene una sua forza espressiva, ha un cast strepitoso, effetti visivi dignitosi e una fotografia da videoclip anni ottanta (il che, detto così, può non sembrare un punto di forza, e invece).

Vorrei potervi dire che ne esiste una versione in digitale, ma niente da fare.
Esiste un cofanetto americano datato 2010, ma senza traccia audio italiana e difficile da trovare... quindi, nei miei dieci minuti liberi di oggi, mi sono divertito a progettare la copertina del blu-ray, che poi è quella che vedete in apertura.
Hai visto mai, tra tanta immondizia televisiva riportata in vita sugli scaffali, qualcuno si ricorda anche di Max Headroom.


domenica 14 luglio 2019

Lio e le banana split.

Questa se la ricordano solo gli over 40.
Lio non mi ha mai fatto impazzire, né per l'aspetto, né per il look, e nemmeno l'ho mai trovata particolarmente talentuosa.
Ma Dan Lacksman – fondatore dei Telex e con un curriculum lungo un braccio – nel 1978 o da quelle parti intravide nella ragazzina portoghese naturalizzata belga il pezzo mancante per uno dei primissimi "prodotti" musicali più o meno ben progettati che da lì a pochi anni avrebbero letteralmente invaso la scena musicale pop: l'album omonimo di debutto di Lio era in pratica un LP dei Telex – quindi leggero e piacevole come un mojito ma sorretto dalla migliore elettronica analogica dei tempi – cantato dalla ninfetta che stava seducendo tutti e finiva su tutte le copertine.

Il vertice della sua carriera Lio lo toccò coi primi due album, che vendettero sfracelli nei primissimi anni ottanta, per poi andare a svanire in una serie di progetti musicali poco incisivi (è apparsa anche come attrice in una ventina di pellicole francesi, nessuna delle quali mai distribuita in Italia), e anche il remix di Le Banana Split che cercò di rilanciare nel 1995 è una roba del tutto dimenticabile.
Quello che non mi va di dimenticare, invece, è la sua versione originale, nonsense, plasticosa, electro: salutava e annunciava uno dei decenni più colorati del secolo, e ve la ripropongo in questa esibizione (rigorosamente in playback) dell'epoca.

Ça me déplairait pas que tu m'embrasses / na na na
Mais faut saisir ta chance avant qu'elle passe / na na na
Si tu cherches un truc pour briser la glace / banana / banana / banana
C'est le dessert que sert l'abominable homme des neiges
À l'abominable enfant teenage, un amour de dessert

C'est le dessert que sert l'abominable homme des neiges
À l'abominable enfant teenage, un amour de dessert
Banana na banana na, banana split, hmm!

Les cerises confites sont des lipsticks /na na na
Qui laissent des marques rouges sur l'Antarctique /na na na
Et pour le faire fondre une tactique / banana banana banana

(Refrain)

Baisers givrés sur les montagnes blanches / na na na
On dirait que les choses se déclenchent / na na na
La chantilly s'écroule en avalanche / banana banana banana



sabato 13 luglio 2019

Cloverfield Paradox (un anno dopo).

Cloverfield Paradox (diffuso da Netflix nel febbraio dello scorso anno)è il secondo film che viene “modificato” per adattarlo a una specie di (confusa) continuity “figlia” del fortunato Cloverfield diretto da Matt Reeves e prodotto da J. J. Abrams esattamente dieci anni prima.
È una precisazione doverosa per giudicarlo, perché, a quanto pare, lo script originario era sostanzialmente diverso e quello che è stato poi messo in circolazione merita tutte le attenuanti di un prodotto rimaneggiato, smontato e rimontato in un ordine diverso, usando pezzi nuovi e scartandone altri. Una specie di Frankenstein cinematografico che, va detto anche questo, non funziona neanche troppo male.

Soffre certamente di caratterizzazioni deboli, di scarsa chiarezza di fondo sulla vicenda e di alcuni passaggi privi di coerenza e dal gusto (inutilmente) splatter… ma dalla sua ha la potenza della suggestione della catastrofe irrecuperabile innescata dal malfunzionamento di un acceleratore di particelle che mette in collisione due dimensioni parallele, simili ma diverse, portando con sé tutto un carico di orrore, contrapposizioni, domande a cui nessuno può rispondere, angosce, terrore... più – parrebbe – i mostri visti (visti?) nel primo film – ma già quelli mostrati negli ultimi minuti di Cloverfield Lane (2016) sembrano appartenere a un’altra “famiglia”: peccato per la poca coerenza, anche qui, ammesso fosse nelle intenzioni degli autori di questo universo narrativo.
La sequela di morti a cui va incontro l’equipaggio della stazione spaziale è una delle cose meno interessanti del film, per quanto gli autori si sforzino di renderle fantasiose e inaspettate: sono altri i veri momenti stranianti del film, e, anche se pochi (pochissimi), riescono ad essere spaventosi (il giusto).

Quindi, tirando le somme, vale la pena recuperarlo?
Dipende. No, se non ve ne frega nulla dell'universo di Cloverfield: visto come un film sci-fi "indipendente" non mostra niente che non abbiate probabilmente già visto in altre pellicole del genere, e vi infastidiranno a morte tutte quelle scene di cui sopra lasciate senza una spiegazione (il biliardino, la bussola giroscopica, il braccio, i vermi...).
Se, invece, al tempo avete amato Cloverfield, la sua meravigliosa incompiutezza, il suo mostrare poco e niente restando comunque ineluttabile e inquietante – e non v'è dispiaciuto troppo Cloverfield Lane (dove il giochetto di appiccicare una sequenza al termine di un soggetto già scritto e chiuso è molto più evidente), allora dovete vedervi anche questo.
Magari ne salverete poco, come ho fatto io, ma quel poco vi basterà per mettervi a rimuginare, a schermo spento, su possibili connessioni, spiegazioni, indizi nascosti (potete trovarne un bel po' in rete, ma QUI mi sembrano riassunti i più ragionevoli).

giovedì 11 luglio 2019

Pet Shop Boys: It's A Sin.

Sebbene Actually (il secondo album in studio dei Pet Shop Boys, datato 1987) possa considerarsi una vera e propria raccolta di singoli – basterebbe che citassi anche solo Rent o Heart – It’s A Sin è la vera hit del disco: una intro maestosa apre un pezzo solenne e violento, sospeso in un clima tragico e ferrigno, che si sfoga in una delle melodie più memorabili degli interi anni ottanta.
Il pezzo, un miratissimo J'accuse alla rigidità del cattolicesimo, figlio dell'educazione ricevuta da Neil Tennant  al collegio di Saint Cuthbert in Newcastle upon Tyne (giusto sul finale Neil pronuncia in latino il Confiteor – Confesso a Dio onnipotente, e a voi fratelli, che ho molto peccato eccetera eccetera) è indimenticabile anche da chi lo ascolta una sola volta, ha una potenza drammatica venata di triste ironia ed è letteralmente senza tempo  (non dimostra nemmeno uno dei trenta e passa anni che ha sul groppone).
Imprenscindibile. 


Quando guardo la mia vita in retrospettiva
È sempre con un senso di vergogna
Sono sempre stato l'unico colpevole
Perché ogni cosa che desidero fare
Non importa quando o dove o che
Ha anche questo in comune [con le altre]

È un, è un, è un, è un peccato
È un peccato
Qualunque cosa io abbia mai fatto
Qualunque cosa io faccia
Ogni posto che abbia mai visto
Ovunque io vada
È un peccato

A scuola mi hanno insegnato come essere
Così puro in pensieri, parole e azioni
Non hanno avuto molto successo
Perché ogni cosa che desidero fare
Non importa quando o dove o che
Ha anche questo in comune [con le altre]

(refrain)

Padre, perdonami, ho cercato di non farlo
Ho voltato pagina, e poi l'ho strappata
Qualunque cosa tu mi hai insegnato, io non ci credevo
Padre, mi hai combattuto, perché non mi importava
E io continuo a non capire

Così guardo la mia vita in retrospettiva
Sempre con un senso di vergogna
Sono sempre stato l'unico colpevole
Perché ogni cosa che desidero fare
Non importa quando o dove o che
Ha anche questo in comune [con le altre]

(refrain)

(Confiteor Deo omnipotenti vobis fratres, quia peccavi nimiscogitatione,
Verbo, opere et omissione, mea culpa, mea culpa, mea maximaculpa)


lunedì 8 luglio 2019

Ferro cattivo.


Le motociclette sono ferro cattivo a malapena tenuto a bada da carne e ossa che preme su altro ferro.
Sono brutali, rumorose, roventi e raramente ti perdonano qualcosa (e quando sbagli, te la fanno pagare cara).
Però continuiamo a volerci andare sopra, illudendoci, forse, di essere noi quelli più forti.
Come no.

venerdì 28 giugno 2019

Inizio io.

Gaudì è l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni.
Artefice ed eroe di un intero mondo composto – in percentuali sempre variabili – da intuito, ragione e ispirazione religiosa.
Un vero peccato che nessuno abbia ancora dedicato un film alla sua vita o – meglio ancora – una miniserie televisiva. Io, giusto per fare il mio, ho buttato giù questa locandina.
Ora manca solo qualcuno che scriva la serie, la giri, la produca e la metta su Netflix.

mercoledì 26 giugno 2019

Il nuovo Mac Pro.


Un'opinione precisa sul nuovo Mac Pro, onestamente non me la sono ancora fatta.
Da tempo, ormai, mi trovo a lavorare con macchine sufficientemente reattive (dove per sufficientemente reattive intendo che dò un comando e quella lo esegue istantaneamente o comunque nell'arco di pochissimi secondi, il che, per quanto mi riguarda, è la stessissima cosa) da non avvertire il bisogno di qualcosa di più potente o veloce, quindi né questo né le precedenti macchine Pro targate Apple rientrano in una mia ipotetica wishlist... ma ogni volta che da Cupertino arriva un aggiornamento hardware così sostanzioso, drizzo le mie antenne e cerco di dare un'occhiata più approfondita.
Di certo avrete già letto di tutto sulla nuova workstation Apple (in vendita il prossimo autunno), e magari avrete anche conoscenze tecniche superiori alle mie... quindi non starò qui a farvi copiaincolla di cartelle stampa o di commenti di tanti altri esperti (o supposti tali).
QUESTO, a mio avviso, è un articolo che offre qualche spunto interessante – e vi invito a dargli una scorsa – ma potete trovare parecchi altri pareri in giro, e pian piano costruirvi un'opinione vostra.
Un veloce commento al design, se vi va, posso farlo: lo trovo parecchio discutibile, anche se, nel 2003, rimasi scioccato dalla scocca d'alluminio traforato del Macintosh G5 per poi ricredermi lentamente (ma forse il termine esatto è assuefarmi, e comunque ci vollero anni e anni).
Il "vaso da fiori" non mi convinse mai, pur apprezzandone l'estrema pulizia, e l'iMac Pro... beh, è un iMac antracite. Bello, ma – sostanzialmente – un iMac pompato all'estremo (e con una precisa data di scadenza) che non introduceva nessun concetto nuovo.
E questo?
Questo recupera alcuni paradigmi del passato di Apple (nessuno l'ha citato, ma la maniglia superiore con cui esporre tutta la componentistica interna è praticamente identica a quella del G4 Cube, ed è impossibile non pensare alla griglia d'aerazione del vecchio G5 osservando il frontale di questa macchina), e mantiene la consueta, maniacale cura del dettaglio... ma la mia impressione è che il risultato finale sia inferiore alla somma delle sue parti.



Jonathan Ive, che, una volta di più, ha messo al sua firma su questa macchina afferma che "è stata la nostra preoccupazione per l'utilità e la funzione a definire il design del Mac Pro", il che non potrebbe suonare più giusto... ma temo che nel processo, questo abbia perso la semplice, pulita, minimale bellezza che una volta vedevo in ogni computer con la mela stampigliata sopra.
Potete dirmi nei commenti cosa ne pensate, se credete, ma intanto vi lascio con questo esercizio di stile del designer Hasan Kaymak, che nel suo concept ha cercato di catturare il meglio delle edizioni del Mac Pro del 2006 e del 2013.


Il Mac Pro 2020 di Hasan non si discosta dalla silhouette di Mac Pro 2019... anzi, la abbraccia e adotta il colore nero del Mac Pro 2013. Il cambiamento più evidente è l'assenza del discusso pattern circolare della griglia frontale e posteriore, che Hasan ha sostituito con motivo molto più tradizionale ma non per questo meno elegante, mentre ha rinunciato al meccanismo di blocco con maniglia nella parte superiore: anziché sporcare una superficie pulita, ha puntato su un meccanismo di apertura molto più discreto, prevedendo la possibilità di rimuovere  la parte superiore del case premendo verso il basso le aste in acciaio inossidabile sulla parte superiore.




Honorii Ponteficis Evocatio

Puoi crescere ed evolverti quanto vuoi, ma i tuoi punti di riferimento restano gli stessi (o magari: se ne possono anche aggiungere di nuovi, ma i mostri sacri come Dave McKean non li smuove niente e nessuno).

martedì 25 giugno 2019

10

Che questo blog – assieme a migliaia di altri, se è solo per questo – sia avviato ormai da un bel pezzo lungo la triste via dell'autoestinzione, credo che ne siamo accorti tutti. I blog, come i forum prima di loro e prima ancora le BBS, sono vittima di un processo evolutivo nella storia della comunicazione che non fa sconti – ma un mucchio di vittime, portando l'attenzione (sempre più frammentata) su altre strade, altri canali, altre piattaforme: il solito Facebook, Twitter, Snapchat o Instagram o, volendo, Tumblr.
Piattaforme che, da quando sono nate, hanno subìto pure loro mutamenti ed evoluzioni, e alcune sono già in odore di declino.
Insomma, i tempi cambiano, e noi con loro, e anche io, che una volta investivo anche due ore al giorno per mantenere aggiornato il blog con contenuti di qualità, oggi non ne sarei più in grado: sarei semplicemente fuori tempo massimo... e il nostro tempo è stato risucchiato via da questo e da quello.
E, se l'idea era quella di far sentire la propria voce, ci sono posti molto più affollati dove salire in piedi sulla propria cassetta di frutta virtuale e iniziare a parlare. Qui, non c'è più nessuno.
O quasi.
Oggi, sono tornato qui a cercare delle vecchie robe, e ho notato il contatore degli accessi: segnava dieci.
Dieci.
Dopo mesi dall'ultimo aggiornamento, dieci persone sono venute qui a dare un'occhiata. Magari a leggere vecchi post, magari per vedere se per puro caso Cyberluke – un nickname che neanche uso più, ormai – aveva postato qualcosa di nuovo, magari sono arrivate qui tirate dentro da una keyword recuperata da una ricerca Google.
Non so perché siete passati di qui, amici, ma grazie.
Siete gli ultimi degli oltre mille (mille!) visitatori giornalieri che, ai tempi d'oro, popolavano con regolarità questo blog, lo rendevano una cosa viva, con un senso. Oggi non è più così, mi spiace.
È un pezzo di me che è stato relegato lentamente in soffitta, ma scommetto che anche voi, nel frattempo, siete cambiati.
Dieci di voi, però, sono ancora qui... o forse siete visitatori completamente nuovi, o tra i pochi che ancora non si sono piegati a Facebook, non lo so e non voglio neanche saperlo.
Se vi va, restate pure. La porta è aperta, per voi.
L'archivio (seppur devastato dall'assurda decisione di Dropbox di non consideare più "pubbliche" le immagini caricate in una cartella definita "public") è ancora qui.
Se commentate, cercherò di rispondere (ma già era difficile ai bei tempi ammucchiare commenti).
Se vi interessa ancora quello che faccio, penso, scrivo e desiderereste aggiornamenti più frequenti, però, potete trovarmi su Facebook. Sono un tizio snob, ma non così snob da fare finta che i social network non esistano e non abbiano un ruolo importantissimo nelle nostre vite.
Certo, potremmo farne a meno... come potremmo fare a meno di uno smartphone, di una casella email, di una carta di credito, eccetera eccetera. Si può fare, ma è una faticaccia.
Io mi sono arreso già qualche anno fa... ma ogni tanto, rientro qui, apro le tapparelle faccio prendere un po' d'aria. E ripenso agli anni duemila, anzi, gli anni Dieci, ché qua tra un po' entreremo nei nuovi anni Venti.
Che chissà cosa ci riservano.

domenica 10 febbraio 2019

False Positive

Strizzando sempre un occhio al maestro McKean.
Per chi interessasse, sto raccogliendo le ultime cose in un nuovo volume (QUESTO ve lo ricordate?) sempre a tiratura limitata, ma anche più figo – lo so, me lo dico da solo, ma voi invece ditemi: vi ho mai delusi?
Coming soon.

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