venerdì 31 luglio 2009

Oggi fa così caldo che...

Ecco, proprio tipo così.

Fantastiche.

Illustrazioni digitali (cliccare per ingrandire) realizzate per SKY per la promozione del film Alien vs Predator.
Ma quanto funziona l'ironia nella pubblicità?
PS per gli addetti ai lavori: Predator è stato realizzato da Benjamin Parry con Modo e ZBrush. Alien lo dobbiamo a Andre McGrail, che lo ha modellato e texturizzato in Modo.
I modelli 3d sono stati assemblati in Photoshop e ritoccati da Andy Salisbury, sotto la direzione di Gavin Siakimotu.
PPS Non vi aspettate di vedere questa campagna in Italia. È pensata da DDB per il mercato della Nuova Zelanda.

giovedì 30 luglio 2009

Vé, che bellino...

Il MacBook Pro in edizione "stealth" venduto da Colorware, azienda americana che fa i quattrini (bei quattrini) colorando qualsiasi cosa, ma principalmente oggetti hi-tech quali laptop, smartphone, console per videogame e iPod.
Se vi fate un giro sul loro sito, vi renderete conto di quanto siano professionali nell'offerta, e soprattutto quanto la gente possa essere completamente priva di buon gusto.
Se siete abbastanza daltonici e coraggiosi da andare in giro con un Blackberry verde pistacchio e giallo acido o pensate che sareste molto più felici se il vostro laptop fosse di un brillante color mandarino, Colorware è la soluzione per voi.

Detto ciò, il MacBook Stealth, completamente rivestito di un pigmento nero opaco morbido al tatto e protettivo da graffi e impronte, ha un aspetto piuttosto sexy per ogni geek degno di questo nome.
Alcune notarelle: il processore è un Intel Core 2 Duo da 3.06 GHz, la RAM 8GB, l’hard disk è un 256 GB a stato solido.
Se vi è venuta l'acquolina in bocca, preparatevi a staccare un assegno da 6.000 dollari... che, per essere una limited edition di soli dieci esemplari, resta pur sempre un autentico furto, ma come sempre è solo la mia opinione.

Grazie, ingegnere.

Premettendo che, la mia opinione è probabilmente di parte... sono assolutamente convinto che il bikini sia l'indumento in assoluto che più dona a una donna, se solo questa si sbarazzasse dell'idea che bisogna pesare meno di cinquanta chili per indossarne uno senza patemi d'animo.
Questo geniale capo d'abbigliamento (uhm...) nacque appena sessanta anni fa, frutto dell'inventiva dell'ingegner Louis Reard, che battezzò questo capo d'abbigliamento col nome di un'isola teatro di esperimenti nucleari.La prima modella ad indossarlo fu la danzatrice Micheline Bernardini, che lo indossò una sola volta, in occasione della sua presentazione. La Bernardini era una ballerina che si esibiva in spettacoli osé al Casinò de Paris... nessuna mannequine professionista, infatti, aveva accettato di mostrarsi in pubblico con un indumento simile.
Naturalmente, la sua diffusione fu ritardata dal senso del pudore imperante in quegli anni, cosicchè l'uso del bikini come costume da bagno fu inizialmente osteggiato... tanto è vero che il suo utilizzo venne addirittura vietato nell'edizione del 1951 del concorso per Miss Mondo.
A decretarne il successo fu Brigitte Bardot in Et Dieu... créa la femme di Roger Vadim, sdoganandolo definitivamente sulle spiagge (e le copertine) di tutto il mondo.
Pensate ad un mondo popolato di donne paludate in castigati costumi olimpionici, e vi renderete subito conto dell'immenso servigio reso all'umanità dall'ingegner Reard.


martedì 28 luglio 2009

Guarda e impara, 16

Campagna one-shot argentina, firmata dalla Grey.
Il prodotto è un mascara per giovanissime.
Anche qui, tutta la forza della comunicazione è affidata all'immagine, che gioca la carta del surrealismo, un meccanismo raffinato e poco diffuso in Italia (dove preferiamo apostrofare le donne come perfette imbecilli chiedendogli se vogliono fare più "plin-plin"), in buona sostanza si fa una main promise del tutto sproporzionata alla realtà, così eccessiva da non scivolare nella pubblicità ingannevole ma da far sorridere e farsi memorizzare.

Pubblicità canaglia.

Pubblicità Canaglia è un libro dell'Università del Progetto, la storica scuola e bottega di comunicazione e design con sede a Reggio Emilia, ed oltre ad essere un libro che insegna a fare, a leggere e ad apprezzare la pubblicità, fa decisamente ridere.
Mette in luce la sua indole più pigra, servile e ripetitiva proponendo decine di finte pagine pubblicitarie, spostando, deformando e risignificando in un crescendo vergognoso e irresistibile.
È datato 2002 quindi in libreria vi guarderanno storto se lo cercate là, ma potete trovarlo, tra gli altri posti, QUI.
Ne riproduco alcune pagine, fermo restando che tutti i diritti appartengono a Zelig Editore s.r.l.
Buon divertimento, e buona riflessione.

lunedì 27 luglio 2009

E se...

...Internet fosse già esistita nel 1983?
Questo è l'aspetto che probabilmente avrebbe avuto l'home page di Apple, che ai tempi vendeva il suo rivoluzionario Lisa, che avrebbe spianato la strada al ben più popolare Macintosh, introdotto l'anno successivo.
L'idea non è mia, l'ho presa QUI e ritradotta. Enjoy it.

Non è un paese per giovani.

Non che qui abbia una visibilità maggiore che non sul sito del Corriere della Sera dove la lettera del mio amico Luca è stata pubblicata nella rubrica di Beppe Severgnini... ma il tema è talmente attuale che volevo proprio condividerla con voi.

L'Italia non è mai stata un paese per giovani
Caro Severgnini,
leggo in una lettera (che condivido) che questo sarebbe un "paese criminalmente organizzato contro i giovani". Vero, ma lo era anche quando ero giovane io, una ventina d'anni fa. La situazione era identica ad oggi, e mi sembra strano che ce ne si accorga solo in un momento di "crisi": benvenuti nel club! Salvo rare eccezioni, per me e i miei coetanei da vent'anni la vita è stata questa: rapporti di lavoro precari e mal pagati, zero possibilità di programmare il proprio futuro. Si sopravvive, certo, ma di sicuro non si può mantenere la successiva generazione di precari, come attualmente stanno facendo i genitori che ancora dispongono di stipendi o pensioni "normali": un genitore precario non potrà mantenere un figlio precario o stagista, e il meccanismo si interromperà. Invece che parlare di "crisi", credo sarebbe meglio analizzare da dove e verso dove si sono spostati i soldi, e grazie a quali meccanismi. Ciò che aspetta i giovani di oggi è esattamente quello che stanno vivendo adesso, solo peggio: energie e ottimismo possono venire meno, e diventa sempre meno dignitoso accettare certe condizioni, tra le quali il vivere alla giornata e non poter programmare il proprio futuro. È da molto che penso all'emigrazione, ma non riesco nemmeno a mettere da parte i soldi necessari. Cordialità.

Luca Boccianti, luca.boccianti@email.it

domenica 26 luglio 2009

Quest'estate.

Nonostante guardi pochissima o zero televisione, in qualche modo, magari di soppiatto mentre sono in un bar a bere il cappuccino o in pizzeria ad aspettare la mia Napoli-a-portar-via, i servizi estivi del tg raggiungono anche me.
Sapete di quali parlo.
Un paio di culi qua, un topless là, due bambini che giocano e i racchettoni, poi un paio di interviste e chiusura con una battuta e un'inquadratura sul cane accaldato sotto l'ombrellone.
Va avanti così per almeno due o tre mesi, ogni giorno, in ogni tg, dai primi caldi agli ultimi bagni una unica ininterrotta teoria di memorie balneari artificiali.
Una volta qualche anno fa c'era una via d'uscita per evitare l'angoscia da déjà-vu: tu guardavi tutti i servizi sulle spiagge ma, per riuscire ad andare in vacanza dall'immaginario delle vacanze, potevi fare la vacanza intelligente.
In canoa sul lago Balaton; a piedi fino a Compostela; in pattini a rotelle sulla Colombo fino a Ostia, cose così.
Oggi no. Il gusto del pubblico si è raffinato, la tendenza è diventata massa e i tg, fedeli custodi dell'evoluzione del costume, si sono adeguati.
E allora ecco servizi sul parapendio in Argentina, sulla discesa di torrenti secchi in Algarve e sui campi di lavoro a Cuba: le vacanze alternative viste dal tg.
A questo punto l'unica risorsa potrebbe apparire quella estrema: rimango in città.
Ma sì. L'Estate Romana, che chissà che si inventa Alemanno per non far rimpiangere Veltroni. Zero traffico, parcheggio garantito, smaltire la pila di libri accumulatisi sul comodino all'ombra di un pino a villa Pamphili, e la sera una retrospettiva cinematografica in un bell'arena. Sì.
No. Perché poi, di soppiatto mentre sei in un bar a bere il cappuccino o in pizzeria ad aspettare la tua Napoli-a-portar-via, vedi sul tg immagini di piazze vuote, patetiche interviste al tassista, montaggi di donne sedute sulle panchine che si fanno aria col ventaglio.
E di colpo, ti senti un povero sfigato.
E così, quest'anno, brucio tutta la quattordicesima in un colpo solo. Il dieci parto per il Giappone.
Con Ari, Alessio e Emanuela. Ho fatto pure il passaporto, con la foto venuta malissimo.
Voglio proprio vedere che servizi mandano i tg estivi laggiù.

sabato 25 luglio 2009

Un ricordo ti salverà.

Secoli fa, esattamente di questo periodo, mi capitò di andare in piscina con la mia ex.
Del resto, faceva caldo. In fondo, era estate. Come adesso (il mondo è ciclico, mi ricorda qualcuno). Alla fine mi ero rotto di stare in casa sotto il getto dell'aria condizionata e siamo andati.
Abbiamo steso i nostri asciugamani nel regolamentare rettangolo di cemento. Lei si è subito tuffata nell'acqua clorata e torbida. Io no. Mi sono guardato attorno come il Marcovaldo di Calvino.
Poi mi sono sdraiato e ho chiuso gli occhi, pensando di essere al mare e non in una piscina di Ostia arrugginita e densa di carne marcia.
Che poi le piscine sui dépilant sono sempre azzurre e allora ti viene voglia e poi arrivi lì e di azzurro non c'è neanche il ghiacciolo all'anice che non lo fanno più.
Ho riaperto gli occhi e ho visto due che si facevano delle foto.
Eccoli, i professionisti del divertimento. Che invidia, eccoli lì, pronti a fabbricarsi un bel ricordo.
Come quello che mi viene in mente adesso. Ero dalle parti di Reggio Emilia per un corso d'aggiornamento e mi avevano alloggiato in un hotel.
Un hotel enorme, mostruoso, un monolito di cemento nero a neanche cento metri dall'uscita del casello dell'autostrada.
Ho subito scoperto che l'hotel era comunque dotato di ogni comfort: frigobar con birra e arachidi. Doppi asciugamani, triple saponette e chiave elettronica con scansione della retina. C'era pure la piscina.
The swimming pool, al secondo piano.
Cazzo, la piscina. Mi sono comparse davanti gli occhi visioni hollywoodiane. Acqua così trasparente da poterla bere. Sdraio di design allineate a bordo piscina. Camerieri che porgono vassoi con cocktail imperlati di goccioline. Ursula Andress che emerge col suo bikini bianco. Ho indossato la tenuta d'ordinanza: accappatoio dell'hotel, ciabatte dell'hotel, costume.
Sono arrivato. Incredibile.
Una pozzanghera d'acqua rabbuiata dalle cupe ombre dei monoliti, soffocata dai gas di scarico dei tir dell'autostrada, coperta dal frastuono del traffico.
Io ho provato a trovarci qualcosa di bello, qualsiasi cosa, come farebbe un personaggio di Houellebecq, pronti a tutto pur di non rinunciare a quella programmatica sensazione artificiale di benessere indotto che tanto ci fa amare la vita, e alla fine ho ripensato a quei due che si facevano le foto nella piscina di Ostia e ho capito: ovunque tu sia, con chiunque tu sia, l'ancora di salvezza esiste ed è alla portata di tutti: basta fare una foto e tutti ti guarderanno come se ti stessi divertendo, immagineranno che avrai qualche motivo per voler tenere con te un ricordo di quell'attimo.
E per osmosi anche tu inizierai a sentirti come gli altri ti vedono: che bello, mi diverto. Mi diverto un sacco.

ps In alto, mi vedete in una rara foto dove, all'Isola d'Elba, Arianna e i ragazzi di Torino hanno cercato invano di insegnarmi i rudimenti del nuoto nella piscina dell'hotel: non imparai niente, ma quello, sì, è un ricordo fantastico.

venerdì 24 luglio 2009

È talento?

Secondo me, assolutamente sì.
Scusate. Oggi fa molto caldo.

giovedì 23 luglio 2009

Milano.

Che non ami Milano (come Roma, del resto) non ho mai fatto mistero.
È spigolosa, inutile, sporca, grigia, sa di ferro e di cemento e di fumo e la sua metropolitana è incomprensibile a un non iniziato.
La giudico anche scarsamente fotogenica.
Questo è il massimo che sono riuscito a tirare fuori dalla digitale.
Quello in posa con venti anni meno di me è Cristiano.

Guarda e impara, 15

Alcune categorie merceologiche possono sembrare particolarmente ostiche per i pubblicitari.
Probabilmente, molti di voi riuscirebbero a mettere assieme un soggetto decente per uno spot di un'auto sportiva, o uno scatto accattivante per promuovere un analcolico trendy, ma scommetto che nel cimentarvi con soggetti più "soporiferi" come, che so, pannolini, detersivi o materassi, avreste già qualche difficoltà in più.
Il trucco sta, una volta di più, a ricorrere al famoso pensiero trasversale e seguirlo fino a vedere dove vi porta.
Ecco la soluzione proposta dai tedeschi Goetz Ulmer, Oliver Handlos, Deneke von Weltzien e Oliver Voss quando gli è stata commissionata una campagna pubblicitaria, destinata all'affissione, per la marca di materassi Ziegler.
Per sogni perfetti, recita il claim... e notate che neanche in questo esempio è mostrato il prodotto reclamizzato, puntando piuttosto sulle suggestioni evocate dall'uso del prodotto stesso.
In questo caso, il fotografo Piet Thrular e l'art director Julia Ziegler hanno sublimato il Sogno Perfetto di uomini e donne, rigorosamente splittato in due scatti distinti, concentrando una serie di luoghi comuni in maniera tutto sommato non inelegante.
Immaginate la nostrana Permaflex che esce in Italia con una campagna così? Io no.

mercoledì 22 luglio 2009

Questo, mi ci vuole.


Un bel film di fantascienza vecchia maniera, senza bullet-time e senza Will Smith a ciondolare in giro.
Diretto dal nordafricano Neill Blomkamp è prodotto dallo stesso Peter Jackson del Signore degli Anelli e King Kong.
Prroprio Jackson ha di recente rivelato a Rolling Stone qualche dettaglio interessante sul film:
Gli alieni sono arrivati circa 20 anni a bordo di un’astronave grande come dieci campi da calcio, rimasta attraccata sopra la città di Johannesburg. In un primo momento i nuovi arrivati si sono accampati in una sorta di baraccopoli, vivendo come potevano e  frugando tra i rifiuti. Poi le autorità, viste le numerose lamentele da parte della popolazione, hanno deciso di intervenire ed hanno confinato gli alieni in un campo di concentramento a circa 200 chilometri dalla città.
Insomma, gli alieni sono sulla terra da più di trent'anni, ma non sono né i benvenuti, né integrati, né accettati dalla popolazione. Con lo status di rifugiati sono stati rinchiusi nel Distretto 9.
Quello che è interessante da vedere è come la società aliena si sia adattata a quella terrestre. Con uno stile da documentario osserviamo la cultura aliena, le gang che si sono formate al suo interno, ma "non saranno gli effetti speciali l’elemento centrale del film", promette Jackson.
Ringrazio Sauro che mi ha segnalato il bellissimo trailer.
E ora mi tocca pazientare fino ad ottobre.

Tic. Tac.

Se l'orologio servisse solo a sapere che ora è, tutti noi ne avremmo solo uno. O anche nessuno, visto che è già nel cellulare. O sul cruscotto dell'auto. O nell'angolo destro del computer.
Il fatto è che l'orologio è ben più che un mero strumento di misurazione del tempo: e lo sapevano bene i nostri antenati, che hanno costruito meridiane, clessidre, meccanismi ad acqua, a molla, atomici ed elettronici non certo solo per sapere che era il momento di buttare giù la pasta.
E chi sono io per smentire questo innato bisogno dell'uomo di contemplare l'ineluttabile?
L'iPhone ha già il suo orologio, ma due delle squisitamente inutili applicazioni che vi ho installato sono proprio due orologi: uno splendido orologio meccanico (Mechanical Gear Clock, 79 centesimi su iTunes Store) e un ormai vintage Toki Clock digitale, gratis su iTunes Store.

martedì 21 luglio 2009

Adobeeeee....

Questo spot contro la pirateria di Adobe è vecchiotto ma mi fa ridere ogni volta che lo vedo.
E poi lo metto per far incazzare un po' Larsen, che non guasta mai.

lunedì 20 luglio 2009

My Twilight Zone.

Immaginatevi di restare col cellulare scarico.
Neanche un misero erg rimasto nella batteria per una velocissima telefonata.
E siete in un'altra città, sono passate le dieci di sera e se non volete passare la notte su una panchina della stazione, quella telefonata dovete proprio farla.
All'apparenza, un problema risolvibile.

Sono passate da poco le 22 quando mi trovo alla stazione di Milano centrale e ho appena scoperto che i regionali per Como, dove avrei dovuto passare la notte ospite di Matteo, sono stati soppressi per i danni causati alla linea da una grandinata apocalittica e fuori stagione.
Non sto a chiedermi che razza di grandine può aver danneggiato una linea ferroviaria al punto da renderla completamente inutilizzabile, in pieno luglio poi.
Accetto il fatto.
E vado in cerca di una carta telefonica.
Quegli oggetti del tutto desueti nell'era della telefonia cellulare, che neanche il più malmesso degli extracomunitari possiede pigiata nel portafogli... ma che in questo momento, sono la mia sola possibilità di chiamare Matteo e chiedergli di venirmi in soccorso da qualche parte.

Mi guardo attorno.
Sono nella stazione di Milano centrale, e sono le dieci di sera passate.
Ci saranno dozzine, ma che dico, centinaia di rivendite di carte telefoniche. Edicole, chioschi, tabaccherie... e infatti, ci sono.
Ma tutte chiuse.
Tranne una.
Un faro nella notte.
Entro, pieno di speranza.
Non hanno le carte telefoniche: hanno ogni genere di pacottiglia, miniature del Duomo in vera plastica, caramelle, accendini con le donnine nude stampate sopra, mazzi di carte, scovolini da pipa, carta da regalo di Hello Kitty. Ma niente carte telefoniche.
"Non sa chi ne ha?", chiedo, sgomento.
"Provi l'altra tabaccheria".
"Quale, quella chiusa?"
"Eh, sì, forse è chiusa".

Esco.
Eppure sono a Milano, mi dico: mica nel Burchina Faso.
Una carta telefonica si trova, che diavolo.
Esco dalla stazione. Mi guardo attorno: i soli esercizi commerciali aperti sono ristorantini e pizzerie di infimo ordine, e non vedo ombra di tabaccherie o edicole notturne.
Milano.
Burchina Faso.
Almeno là, c'è un discreto panorama.
Batto un po' di strade là intorno, incrociando facce da galera, papponi e diseredati. Non trovo niente.
Colto da ispirazione improvvisa, rientro nella stazione della metropolitana, il cui progettista della segnaletica dovrebbe essere inchiodato nell'atrio, e cerco di capire quale schifo di linea mi porti al Duomo.
Dopo un paio di false piste, riesco a tornare in zona Duomo, dove ci sono ancora due edicole aperte.
Si sono fatte quasi le undici.
Chiedo una carta telefonica.
"Ma che, quelle per le cabine?" mi chiede stupefatto l'edicolante.
"No, quelle per telefonare a tua sorella e chiedere quanto la fa stasera", vorrei rispondergli ma faccio una smorfia come a dire "tu che pensi?".
L'edicolante non ne ha.
Sempre più convinto di trovarmi in una zona ai Confini della Realtà, riattraverso oiazza del Duomo e tento l'Ultima Edicola Dell'Umanità.
Ne ha.
Ne compro una.

Adesso, ciò che mi serve è un telefono pubblico.
Silenziosamente, senza chiasso, questi oggetti sono spariti dal tessuto urbano. Prima ci andavi a sbattere contro per quanti ce n'erano, adesso se te ne serve uno puoi vagare per quartieri interi senza trovarne uno che è uno.
Ma io sono una vecchia volpe e ne ho notati alcuni nella stazione della metro dalla quale sono sbucato all'aperto.
E volpino come sono, prima che il telefonino morisse di fame, ho trascritto un paio di numeri chiave su un caro, vecchio, pezzo di carta.
Perché, oggi, nel mondo della telefonia eccetera eccetera, nessuno compie più lo sforzo di mandare a mente i numeri di telefono, quando può richiamarli con la semplice pressione di un pulsante.

Ricapitolando: ho una scheda, ho un telefono funzionante, ho un numero da chiamare.
Telefono a Matteo.
Poi a Francesca.
"Lascia stare Como, dormirai a casa dei miei. Devi solo prendere il 12 o il 14 e scendere dopo nove fermate".
Seguo le sue indicazioni e salgo su un tram pieno di coreani e cinesi che mi guardano come fossi una specie di clandestino, per farmi trovare in una misteriosa zona di Milano dove, secondo accordi, sarò recuperato.
Scendo dal tram popolato di immigrati asiatici in un viale deserto. Non ho la minima idea di dove mi trovi.
Aspetto.
E aspetto.
Inizio a dubitare di ogni cosa. Magari ho sbagliato a contare le fermate, penso. 
Magari, nella mia disperazione, ho semplicemente immaginato di parlare con Francesca.
Scorgo nella notte una cabina del telefono, e camminando di buona lena, la raggiungo. A parte una tipa inguainata in un abitino leopardato che passeggia su e giù e mi lancia uno sguardo lascivo, non c'è assolutamente nessuno in giro.
E dire che mezzanotte non è passata poi da molto. Milano? Ma davvero mi trovo a Milano?
il dubbio di essere scivolato ai Confini della realtà mi assale di nuovo.
Mi infilo nella cabina, infilo la scheda telefonica e tiro fuori il mio pezzetto di carta coi preziosi numeri di telefono.
Lo avvicino agli occhi, poi lo allontano.
Il numero è scritto leggerissimamente a matita, piccolo e quasi illeggibile.
A quarantacinque anni suonati, la sera la vista mi cala parecchio e se prima, sotto i potenti neon della stazione della metro, ero riuscito a decifrare le cifre, ora, nella penombra della cabina, non leggo più un accidente.
Non ci posso credere.
Mi affaccio e, a parte la tipa che sta certamente dando un'indicazione stradale appoggiata all'auto che si è fermata accanto a lei, non vedo nessuno che può aiutarmi.
Ok, speriamo che il tizio nell'auto la trovi troppo cara, mi sorprendo a sperare, vedendo sparirmi sotto gli occhi l'unico essere umano in grado di leggere il numero di telefono che può salvarmi la vita.

I due devono trovare un accordo, perché la tipa monta e sgommano via.
L'oscurità si richiude su di me.
Alla fine, due nottambuli passano di lì, e mi sottopongo all'umiliazione di chiedergli di leggermi il dannato numero, che, ripetendolo come un mantra mentre trotterello verso la cabina, digito sulla brutta tastiera di metallo dell'apparecchio anti-vandalo.
Chiamo Francesca: sta arrivando.
È la fine di un dannato incubo metropolitano.

Addendum. Avrei mai detto che un giorno, in età matura, mi sarei addormentato su un letto simile, sovraccoperta giallo acido, lampada a luna e Winnie the Pooh a vegliare sul mio sonno? Eppure, ecco dove ho trascorso la mia notte tra il venerdì e il sabato:
E questi sono solo alcuni tra le dozzine, centinaia di pupazzi che mi hanno fissato coi loro occhietti maligni per tutta la notte.

Quarant'anni fa. Luna. Sorridi, Neil!


Quarant'anni fa dopo che l'Apollo 11 pilotato da Armstrong, Aldrin e Collins aveva percorso più di cinquecentomila bui chilometri in circa 5 giorni, per la prima volta l'uomo mise piede sulla Luna...
...o così dice la storia ufficiale.
Sono in moltissimi, tra persone comuni come voi e me fino a scienziati e tecnici passando per giornalisti e cospirazionisti ad oltranza, a non credere che lo storico sbarco sia effettivamente mai avvenuto.
Solo per citare alcune delle obiezioni più comuni, sarebbe da chiedersi:

• il modulo lunare di discesa (o LEM) era un mezzo col baricentro spostato in alto, altamente instabile e sensibile al movimento laterale. Eppure è atterrato in maniera perfettamente verticale. Come è possibile?

• Armstrong ha raccontato che nell'atterraggio si sollevò tanta polvere da creare un problema. Ma nelle fotografie che ci hanno mostrato, non c'è n'è neanche un granello sui piedi del LEM. Come è possibile?

• il LEM pesava tonnellate e veniva propulso da un motore a razzo da dieci tonnellate di spinta con uno scarico di una temperatura vicino ai 2500°, in grado di fondere materiali simili alla sabbia in pochi secondi, e tutto quello che successe fu che della polvere volasse via dalla scena, quanto in teoria il getto avrebbe dovuto spazzare la superficie lunare fino alla nuda roccia, o perlomeno scavare un piccolo cratere. Come è possibile?

• le fotografie scattate dagli astronauti sono state fatte con normali fotocamere Hasselblad 6x6 modificate per funzionare nel vuoto e per essere regolate indossando guantoni e caschi spaziali. Il problema sono le pellicole, di tipo professionale ma comunque "terrestri", e come tali pensate per funzionare in un range di temperature circoscritto. Sulla Luna, le fotocamere passavano da una temperatura di +100° nelle zone esposte alla luce solare diretta e ai -100° delle zone d'ombra. Lo stress termico, per non parlare delle radiazioni e dei raggi cosmici (che secondo la NASA avrebbero attraversato tranquillamente anche le tute spaziali) avrebbe dovuto friggere completamente l'emulsione fotografica. E invece le fotografie che ci hanno mostrato sono tutte perfette. Come è possibile?

• Sempre a proposito delle fotografie. L'effetto della luce radente è presente solo sui primi piani ma non sugli sfondi, come nei fondali teatrali. In alcune immagini, le ombre dei soggetti appaiono convergenti, come se la fonte luminosa non fosse il Sole ma un pannello riflettente in uno studio di posa. In ultimo, le stelle, che nel vuoto appaiono brillantissime e più numerose, non appaiono in nessuna fotografia. Come è possibile?

• Perché al fiasco totale dell'Apollo 6 hanno fatto seguito sei missioni lunari perfette, seguite poi dalla fallimentare missione dello Skylab? Perché tutto il materiale della divulgazione doveva tassativamente ottenere l'approvazione dell'ufficio delle pubbliche realzioni delal Nasa? Otto astronauti sono morti in incidenti non correlati alle imprese spaziali: sono stati davvero tutti incidenti? Perché le rocce lunari sono state inviate di corsa in Svizzera subito dopo l'arrivo sulla Terra? Perché i primi astronauti sono stati tenuti così a lungo in quarantena al ritorno del loro viaggio quando molti scienziati concordavano che la Luna è sterile e che non esisteva possibilità di contagio o trasmissione di malattie?

Supponiamo per un attimo che questi (e parecchi altri) interrogativi siano tutt'altro che pretestuosi. Per quale motivo il governo USA avrebbe inscenato questo imbroglio?
Per spaventare i comunisti sovietici? Per vincere la gara spaziale nel modo più facile... barando? O per qualche ragione più sinistra? Se il programma spaziale Nasa non fosse altro che un enorme specchietto per le allodole? Un diversivo pubblicitario per sottrarre milioni di dollari di tasse e dirigerli verso le "vere" operazioni dietro le quinte, per segreti programmi "oscuri" per i quali qualsiasi tipo di pubblicità sarebbe una maledizione?
Il fatto è che la scatola vuota della Nasa non poteva durare per sempre senza risultati visibili. E quale motivo migliore per altri finanziamenti della vista di astronauti americani che esultano patriotticamente sulla superficie lunare? Non sembra poi tanto una paranoia, vero?
Quando il movente è il denaro – e stiamo parlando di una montagna di denaro – quasi ogni assurdità diventa plausibile.

domenica 19 luglio 2009

Super-Human-Being.


Anche se la location (Livorno) non era il massimo della comodità per il sottoscritto (che proveniva da Roma e aveva appena fatto una puntata dai suoi amici milanesi) protagonista di un balletto tra Eurostar e interregionali afferrati al volo a Firenze, questa unica data italiana dei Kraftwerk non andava assolutamente persa.

Arrivato alla stazione di Livorno, cerco un taxi ma si sono inesplicabilmente dileguati: non sarà un grosso problema, visto che mi è sufficiente seguire la massa e salire assieme ad altre decine di giovani e meno giovani su un autobus diretto allo Stadio Picchi.
La fila fuori è ordinata, tranquilla e scorre rapida, nonostante non veda neanche un poliziotto o una camionetta dei Carabinieri: mi viene da pensare che da queste parti abbiano idee sostanzialmente diverse sul pubblico dei concerti da quelle che si hanno a Roma, dove per una qualsiasi manifestazione rock trovi centinaia di agenti in tenuta antisommossa.
Max è già all'interno, sono le sette e mezza e credo di essere in ritardo, ma in realtà gli Offlaga Disco Pax, che fanno da supporto ai Kraftwerk, non hanno nemmeno iniziato.
Reincontro Emilio di Vicenza dopo qualcosa come dieci anni, t-shirt nera dei Kraftwerk e una separazione alle spalle, ed è la stessa persona squisita di sempre.
Basterebbero contenuti umani come questo a dare un perché a tutto lo sbattimento ferroviario al quale mi sono sottoposto in 48 ore, cambiando quattro treni diversi.
Io e Max ci facciamo un giro per lo stadio, giusto per ingannare il tempo, e sembra di trovarsi in una piccola Woodstock degli anni duemila... ci sono Gothic Lolite, punk pentiti, ragionieri in occhialini e t-shirt a batteria, metallari, ragazze in tacchi alti di vernice verde smeraldo, più un gran numero di inclassificabili.
Il mio piano è quello di trovarmi un posticino comodo non troppo lontano dal palco e godermi il concerto tranquillo.
Cinque minuti dopo l'esibizione degli Offlaga Disco Pax sono a cinque teste di distanza dalle transenne e, tutto sommato, la situazione non mi sembra così male: decido di rimanere dove mi trovo per qualche tempo, giusto per vedere Ralf e soci da vicino.
Iniziano a montare il palco dei Kraftwerk, completamente differente da quello di qualsiasi altra band esistente. Il minimalsmo è spinto all'estremo: quattro supporti d'acciaio lucente, levigati e spigolosi, con montati sopra altrettanti laptop Sony Vaio identici.
Non c'è nient'altro, ma i tecnici lavorano per almeno trenta minuti dietro il sipario che si è intanto chiuso, incuranti delle proteste del pubblico che nemmeno la buona dj session di Marco Passarani riesce a contenere.
Gli Offlaga Disco Pax non sono stati affatto male, e Aphex Twin che si esibirà per ultimo può annoverare un numero di fans più che discreto, ma la sensazione è che la maggioranza dei presenti radunatasi qui oggi è venuta per i Kraftwerk, e nient'altro.
A un certo punto, Passarani posa la cuffia e azzera i suoi slider e cede il posto ai Padreterni. Della ragazzetta davanti a me che fino a un attimo prima aveva catalizzato l'attenzione dei presenti dimenandosi al ritmo, di colpo non frega più niente a nessuno.

Una roboante voce meccanica scandisce il consueto messaggio d'apertura di ogni live dei Kraftwerk: Meine Damen und Herren, ladies and gentleman, heute Abend aus Deutschland, die Mensch-Maschine: Kraftwerk!
Il sipario si apre e i quattro appaiono, indifferenti all'uragano di applausi e urla che si scatena, gli sguardi fissi sullo schermo dei loro laptop, le facce di plastica e silicio, vestiti inguainati nella loro uniforme 2009, calzoni e giubbini neri, essenziali, minimali, eleganti. Efficienti e silenziosi come macchine.
Come sempre, se ne fregano di noi. Non ci degnano di uno sguardo. Hanno un lavoro da fare. Un programma da eseguire. E lo fanno.
Dannatamente bene.
Ralf, 62 primavere al suo attivo, occupa il suo solito posto all'estrema sinistra.
Non batte ciglio mentre intona The man-Machine, tanto per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio e farci capire chi e cosa abbiamo pagato per ascoltare.
Non c'è spazio per nessuno, cancellate le vostre raccolte di mp3 dei Royksopp o dei Chemical Brothers, fate sottobicchieri dei vostri cd dei Daft Punk e degli Underworld.
I Kraftwerk sono il Paziente Zero, l'embrione, la fiala che è caduta sul pavimento del laboratorio dell'Umbrella Corporation e ha sparso il T-virus in tutto il mondo.
Sono l'Alfa e l'Omega della musica elettronica.
I Kraftwerk non sembrano risentire di aver recentemente perso uno dei due padri fondatori, Florian Schneider: vedere al posto che ha occupato per oltre quarant'anni questo giovanotto alto, biondo e vagamente ariano, fa un po' impressione, ma la musica non ne risente.
Arrivano, come da scaletta, Expo 2000, Tour de France, Vitamin, Homecomputer.

Parte, con il suono di un vecchio maggiolino Volskwagen, Autobahn, datata 1974. Vedo attorno me ragazzi di diciotto o diciannove anni che la cantano e intuisco che questi quattro crucchi sono definitivamente entrati nella storia della musica.
Senza perdersi una nota o un solo bit per strada, proseguono con The Model e Schaufensterpuppen, dove Ralf manda il pubblico in delirio cantando in italiano Noi siamo i manichini, entriamo in un club, inziamo a ballare, noi siamo manichini, noi siamo manichini.
Me la sto godendo ma non sono ancora al delirio.
Per il delirio serve Radioactivity.
Che parte preceduta dal lugubre avvertimento delle macchine che, se vogliamo salvare il culo, dobbiamo scordarci per sempre dell'energia atomica.
Chernobyl. Harrisburg. Sellafield. Hiroshima. Chain Reaction and mutation, contaminate population.
Urlo, ballo, salto, canto, voglio che spengano all'istante tutti i reattori nucleari del mondo e via dicendo. Si prosegue con Trans Europe Express e il sipario si chiude per pochi minuti per permettere l'ingresso in scena ai quattro robot che prendono momentaneamente il posto dei loro corrispettivi umani, probabilmente in questo momento indaffarati a infilarsi le tutine nere con cui concuderanno il concerto, durante l'esecuzione di The Robots.
I Kraftwerk hanno da tempo scelto di far interpretare il loro pezzo più famoso ai loro sosia cibernetici, e a nessuno sembra una cosa strana: la gente urla, applaude e balla senza pensare che davanti a loro non c'è nessun essere umano, ma solo quattro macchine a immagine e somiglianza di Ralf, Henning, Stefan e Fritz.
  Gli umani rientrano in scena e attaccano Aerodynamik, che come tutto il loro ultimo album, non è mai veramente entrata nel cuore dei fans più duri e puri, ma si riscattano subito dopo con Numbers e Computerworld, due filastrocche per l'era digitale martellanti e incalzanti come codice binario.
Finisco in mezzo a un pogo improvvisato dove sfrutto il fatto di essere alto per sopravvivere.
Intanto è la volta di Music Non Stop, che chiude il concerto come da copione. Uno ad uno, i quattro Kraftwerk si inchinano e senza altre cerimonie abbandonano gli strumenti a vedersela da soli. Mi ci vuole un minuto per capire che non hanno suonato Pocket Calculator e Neon Lights e che il concerto è stato comunque più lungo di quanto mi sarei aspettato all'interno di una manifestazione sonora.
A mezzanotte passata sono in stazione con Max, aspettando che si facciano le due e quaranta per riprendere il treno per Roma. Dormiremo sì e no un tre ore rannicchiati sui sedili dell'Intercity, ma ci rifaremo a casa. E comunque, ne è valsa la pena.

Nota a margine: come già accennato, gli Offlaga Disco Pax, gruppo italiano di Reggio Emilia che ha preceduto l'esibizione dei Kraftwerk, ha dimostrato di saper maneggiare sapientemente l'elettronica e saperla mescolare creativamente alla voce del leader Max Collini e al terzetto d'archi composto da Deborah Walker (Violoncello), Silvia Tarozzi (Violino) e Frantz Loriot (Viola).
Da tenere d'occhio.

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