lunedì 29 novembre 2010

...e tanti saluti all'unico Mediastore degno di questo nome.

C'erano una volta le Messaggerie Musicali.
Uno dei pochi, se non il solo, brand che possedeva le dimensioni, la tradizione e, non ultimo, la posizione geografica per rivaleggiare con Feltrinelli e Mondadori nello spaccio di libri ma anche film, musica, videogiochi e, più generalmente, qualsiasi supporto connesso alla cultura e all'intrattenimento.
Un’istituzione vera e propria per il sottoscritto, che su via del Corso, più o meno all’altezza di piazza Augusto Imperatore, da oltre un decennio trovava un'oasi di duemila metri quadri distribuiti su due piani, tra negozi di abbigliamento ggiovane, boutique, gigastore d'articoli sportivi e profumerie in franchising.
Quando Messaggerie Musicali nel 2007 finì sotto il controllo della Arnoldo Mondadori Editore, dietro un assegno di 24 milioni di euro, mi sentii mancare la terra sotto i piedi.
Temetti il peggio fino a quando Mondadori riaprì il negozio e mi resi conto che, a parte la sostituzione del vecchio logo blu e argento delle Messaggerie Musicali con quello rosso e bianco su insegne e shopper bag, all'interno dello store (ribattezzato Mondadori Multicenter), poco era cambiato: il fornitissimo reparto di stampa straniera liberamente consultabile era ancora lì, i compact disc, i vinili, i film che occupavano tutto il piano terra e la libreria (discretamente fornita anche se un pelo male organizzata) sistemata al piano superiore avevano mantenuto le loro posizioni e gli spazi generosi.
Persino una delle sue caratteristiche più cosmopolite, l'orario d'apertura esteso fino a oltre le undici di sera, era stato mantenuto... e non avete idea di cosa significhi per uno come me, che spesso e volentieri non esce prima delle otto di sera dal lavoro e trova tutto chiuso, sapere di poter contare su un posto che rimane aperto fino a tardi anche solo per distrarsi un po' e cazzeggiare indisturbato tra libri, riviste e musica.Tirai un sospiro di sollievo e, con appena una punta di nostalgia per il vecchio brand, continuai a frequentare l'ex Messaggerie Musicali con inalterato piacere, immergendomici come in una bolla di liquido amniotico ed uscendovi spesso con qualcosa di nuovo protetto da un bel cellophane trasparente e in un sacchetto di plastica colorata che sarei stato il primo a strappare.
Questa volta non è successo.
Il mese scorso, nel quasi silenzio generale, Mondadori Multicenter ha chiuso.
Il negozio ha fatto una breve svendita di tutta la merce (di cui non sapevo niente, altrimenti ne avrei certamente approfittato) ed ha annunciato che si trasferiva, baracca e burattini, nel molto più periferico piazzale della Radio.
Appena mi è capitato, ci sono andato.
E mi sono ritrovato catapultato di botto negli anni novanta.
Il nuovo negozio è grande forse un quinto del precedente, incastrato al piano terra di un brutto edificio all'inizio di viale Marconi, ed è sostanzialmente un garage ben illuminato. Lo spazio dedicato a musica e film si è ridotto di un abbondante 70% in favore di spazi dedicati alle agendine, la carta da regalo, le matitine, i peluches, oltre, naturalmente, i libri.
La stampa estera? Sparita.
Lo spazio novità discografiche e letterarie? Andato.
Gli schermi ad alta definizione dove venivano proiettate le nuove uscite in dvd e blu-ray? Non c'è più posto.
L'orario d'apertura? Alle sette e mezza le saracinesche vengono giù.
Mi ritrovo sotto un soffitto basso e soffocante in una qualsiasi, anonima libreria del 1995 e concludo che, rispetto i mediastore da ventunesimo secolo come ne abbiamo in qualsiasi altra capitale europea (la Fnac di Barcellona o di Parigi, l'HMV di Londra o il Dussmann das KulturKaufhaus di Berlino), noi abbiamo chiuso il solo posto che poteva competere in termini di immagine, ampiezza degli spazi espositivi, varietà nell'offerta... oltre ad essere collocato nel centrocuore della capitale, in una posizione strategica che, con ogni probabilità, a breve sarà occupata da qualche banca o da qualche boutique in grado di permettersi gli affitti dei locali.
Ed è una conclusione amara.
p.s. La sola cosa bella che ho trovato nella nuova libreria Mondadori è stata una ragazza nerovestita con un tatuaggio sulla caviglia che cercava di prendere un volume su uno scaffale troppo alto persino per le sue splendide tacco dodici. Stavo per aiutarla, quando mi è caduto l'occhio sul libro che stava bramando.
E sono uscito.

sabato 27 novembre 2010

Metti una sera da Blockbuster.

Un altro weekend è arrivato.
E uno dei metodi più classici di passare il weekend, se si è soli e non si è riusciti ad organizzare nulla con nessuno e comunque se ne ha anche poca voglia (mi sono ritrovato spesso a rappresentare tutte e tre le opzioni), è entrare in una videoteca.
Forse il vero, nuovo tempio della solitudine del terzo millennio o comunque ultima (o prima) risorsa dei Senza Idee.
Entrare da Blockbuster è un po’ l’extrema ratio di chi non è abbastanza cool da essere stato invitato alla festa fighetta, di chi non è sufficientemente addentro l’ambiente giusto per partecipare all’inaugurazione del nuovo localino trendy, di chi non è stato capace di scovare la simpatica sagra della salsiccia aromatizzata al tiglio, di chi non si è preso la briga di organizzare una cena fredda in casa un po’ più elaborata di due pacchetti di patatine formato famiglia e un paio di boccioni di cocacola, di chi è troppo rozzo per proporre una rassegna culturale o una mostra interessante, di chi è così grigio e noioso da non possedere degli amici intraprendenti che hanno sempre l’idea giusta, di chi non ha una donna con cui fare sesso e che probabilmente continuerà a non averla perché anche se riuscisse ad irretirne una cercherebbero di recuperare in un botto i mesi passati a massacrarsi in attività onanistiche.
E poi, dal Blockbuster il sabato sera, ci sono anch'io.
E vengo invariabilmente assalito da una tristezza unica.
Vedo persone all’ultima spiaggia percorrere le pareti ricoperte di dvd con lo sguardo vacuo, cercando qualcosa che gli inneschi una mezza scintilla, qualcosa che gli allontani il tedio di quel terribile, angosciante sabato sera senza un cazzo da fare.
Ed essere in coppia non aiuta, no.

Presto orecchio. Ascolto desolanti dialoghi. “Dai, vedemo questo, che fico”... “Nooo, nun me va... ma co’ chi è? No... vedemose questo, me sa che è bello”... e leggono la sinossi scritta sul retro della copertina. Invariabilmente scritta malissimo e falsamente esaltatoria, senza riuscire a cavarne nulla di più.
“Questo dev’esse bello”, dice il giovanotto brandendo la custodia di plastica di una commedia americana col titolo malamente tradotto in qualcosa d’improbabile tipo Se non mi conquisti ti sdereno. La sua ragazza, che sarebbe anche carina, occhi verdi e capelli lisci lunghi, quasi certamente non fanno più sesso come una volta (figuriamoci se perdevano tempo a guardare film, ai bei tempi) gli getta appena un’occhiata e sentenzia “No, volevo vede se ce stava quello che aveva visto Cristina con Mauro...”
“Quale, ao?”
“Bò, quello cò cosa, come se chiama... quella bionda...”.
Non so qual è il mio ruolo in questi tristi luoghi, né il mio approccio.
Oggi entro abbastanza mirato, cercando The Beach, e ne esco con (anche) con Caos Calmo. Cerco di non mescolarmi con l’umanità disperata e col cervello in screen saver col ping pong e fuggo nel pomeriggio ventoso.
Sarà un lungo autunno.

venerdì 26 novembre 2010

Ashes to Ashes.

Se amate le rivisitazioni amatoriali, di quelle fatte con mezzi modesti ma tanta passione, Batman: ashes to ashes fa per voi.
È un cortometraggio firmato da due ragazzi francesi, Julien Mokrani e Samuel Bodin, ambientato nella Gotham City degli anni trenta, e contiene quindi qualche elemento ucronico che non potrà che far piacere ad Alex, che di ucronie si pascerebbe da mane a sera (dopo il tramonto, però, ho il sospetto che preferisce le zombi-stories).
Il Batman di Ashes to ashes non è esattamente umano, è più un'ombra, una silhouette spigolosa, vampirica ma angelica. Una sorta di Nosferatu sproporzionato dai contorni indefiniti. La sola caratteristica che ha in comune col Batman cinematografico di Christopher Nolan è la voce profonda e dura.
Per il resto Mokrani e Bodin si sono ispirati sia all'universo di Frank Miller (Sin City, Dark Knight) sia a quello dell'Arkham Asylum di Dave McKean, e il look retro del Joker è quello di Tim Sale.
Le riprese sono durate solo 13 giorni, ma girate quasi tutte su sfondo verde. Sono state usate centinaia di foto di New York degli anni venti e trenta per ricreare il look della Gotham City della Grande Crisi.
Insomma, secondo me è un prodotto molto interessante... e se avete diciassette minuti liberi nella giornata, dedicategli una visione.
E, ah sì, grazie mille a Lorenzo per avermelo segnalato.

martedì 23 novembre 2010

Crisi ed estinzione di un'amicizia. In una serata.

Oggi voglio parlarvi di come si perde un'amica.
O, se preferite: di come io ne persi una.
Per oscuri motivi di privacy, la chiamerò Aurora, nome che non è associato a nessuna delle persone che ho conosciuto in vita mia.
Dev’essere autunno inoltrato del 2003 quando mi incontro con Aurora sotto casa sua in un quartiere a est di Roma. Le ho preparato un cd-rom con le foto scattate alla sua ultima festa, ci salutiamo e decidiamo per una passeggiata, che a noi ci piace chiacchierare e passeggiare.
Aurora è molto fiera della sua casetta (il fatto che sia stata acquistata mungendo sua madre fino all’ultima lira non la imbarazza affatto a definirla “sua”) ed è felice di mostrarmi i dintorni nascosti.
Così ci inoltriamo per strade e vicoli in cui effettivamente io non ho mai messo piede, camminando appaiati e parlando come due vecchi amici quali effettivamente siamo.
Io sono uno di quelli fermamente convinti dell’esistenza dell’amicizia tra uomini e donne, non vedo proprio quale sia l’ostacolo, un cervello è un cervello, e anzi, sono sempre stato più attratto ed incuriosito dalla sensibilità femminile... e a dirla tutta, credo che chi ne metta in dubbio l’esistenza anche teorica è il solito maschio del tutto succube dei suoi ormoni che vede in qualsiasi donna che non sia sua madre o sua sorella un possibile buco in cui infilarsi a fare un po’ di su e giù. Sto esemplificando molto, ma credo abbiate capito il senso.
Come dicevo, io non sono tra questi.Tanto per essere chiari: Aurora non mi attrae per niente, non l’ho mai trovata interessante da quel punto di vista, fin da quando la conobbi nel 1992 quando andammo al cinema con un gruppo di amici e amiche.
Non che Aurora sia brutta, sia chiaro. Non vincerà mai un concorso di bellezza, al massimo conquista un piazzamento, ma può comunque contare su un aspetto gradevole, un sorriso incantevole e un seno notevole (anche qui: non riuscendo a disgiungere un seno o qualsiasi altra parte anatomica dal tutto, proprio non troverei attraente una ragazza che ha un seno perfetto ma faccia, gambe, mani, capelli e tutto il resto non di mio gusto. So che parecchi altri maschietti non la pensano così e sono disposti a chiudere un occhio sugli altri dettagli di non loro gradimento pur di poter fare una visitina al famoso buco, ma io no).
Insomma, si passeggia. E si finisce seduti ai tavolini di uno di quei baretti d’angolo un po’ folkloristici che ancora si trovano nella Roma un po’ periferica, quelli che non hanno l’arredamento fighetto di design e dietro al bancone c’è un tizio corpulento e una signora matura col grembiule che ci porta il succo di frutta o quello che abbiamo ordinato, ora non lo ricordo più.
Siamo lì seduti con vista sulla ferrovia urbana, in questo bel panorama postindustriale al tramonto, e a un certo punto Aurora mi chiede come va.
Ciò che le rispondo è probabilmente la causa della nostra frattura.
Premetto che non era affatto un bel periodo, non solo, questo “non bel periodo” andava avanti da un bel pezzo, un vicolo cieco dove mi ero ficcato con una persona e dal quale, per motivi che non sto ora a sviscerare, non riuscivo a fare marcia indietro.>Convivendo con tale persona, anche gli altri aspetti della mia vita, tipo il lavoro (con un contratto in scadenza a fine anno) e le mie finanze (ampiamente dissanguate dal fisco esoso e bastardo) mi appaiono per forza di cose altrettanto deprimenti.
Così le rispondo qualcosa tipo “Beh, direi che a parte l’idea di ammazzarmi non va malissimo”. Seguita da un racconto che voleva essere sarcastico di come stavo passando quei tristi mesi... ma ormai il danno è fatto.
La vedo, tutt’altro che impercettibilmente, irrigidirsi e cambiare espressione.
Lì per lì non ci faccio troppo caso e lo attribuisco a una sua reazione empatica alle mie vicende, sapete: non è che che se un amico vi dice “Minchia, sto sotto un treno, sono disoccupato da un anno e ho lo sfratto da casa” voi gli fate un sorrisone e gli dite “Suvvia, che vuoi che sia, stai sereno”.
Quasi certamente la vostra espressione sarà di circostanza, perché, a meno che non ve ne freghi una cippa che il vostro amico tra poco si ritroverà sul marciapiede in mezzo gli scatoloni della sua roba chiusi col nastro da pacchi, sarete partecipi delle sue sventure e quindi dispiaciuti, e anzi gli offrirete il vostro supporto morale, se non avete la possibilità di offrirgliene di materiale.
Ecco, diciamo che da un amico/a mi aspetterei questo.
Aurora commenta sempre meno le mie parole, all’improvviso evita di guardarmi, sembra infastidita, dopo poco paghiamo e ci alziamo. Lei inizia a camminare decisamente verso casa sua, intuisco che c’è qualcosa che non va, che l’atmosfera si è guastata, penso che qualcosa l’abbia turbata ma non ho inquadrato cosa, così quando ci salutiamo sotto casa sua frettolosamente mi limito a concludere che le passerà e me ne torno a casa anch’io.
Aurora non mi ha mai più chiamato.
Non l’ho fatto neanche io, questo è vero, ma dei due chi stava più nella merda a occhio e croce ero io, e non me ne ero curato di nasconderlo, anzi, mi ero aperto con lei, come credevo e credo fermamente che uno possa e debba fare con un amico/a.
Non un messaggino, niente di niente.
Ci sono volute un bel po’ di settimane di silenzio, che poi sono diventate mesi, a farmi concludere con amarezza che i nostri dieci (e passa) anni di amicizia erano finiti nello scarico del cesso senza troppi complimenti a causa di una frase sbagliata pronunciata in una sera di depressione.
Nessuno mi ha mai degnato di uno straccio di spiegazione, ma nel mio cervellino iperattivo ho pensato che nel passato di Aurora qualcuno dev’essersene andato proprio così, levandosi dai piedi nel modo più drastico e definitivo possibile, e io, osando proferire tal insano proposito in una sera di depressione seduto a un tavolino di un baretto d’angolo di periferia, sono all’improvviso diventato una merdina indegna anche di una sfuriata chiarificatrice.
Per la serie: ok, basta saperlo, non lo dico più, scusa tanto.
Solo che non credo dovessi essere io a scusarmi.
Perché nella merda, scusate se mi ripeto e con tal inelegante parafrasi, c’ero io.
Perché come amico ho il diritto/dovere di raccontare a un’amico/a come mi sento, anche solo per sentirmi ascoltato, non dico aiutato, figuriamoci, non ambisco a tal smisurata dimostrazione d’umanità.
Perché – e forse soprattutto – quella sera di depressione seduto a un tavolino di un baretto d’angolo di periferia avrei potuto dire la verità, e buttarmi sotto la linea A la sera dopo.
Ma non sono il tipo, fortunatamente parlavo solo per iperbole, amarezza intinta nel sarcasmo, e una mia amica storica mi ha condannato senza neanche la possibilità di replica, alla conclusione della nostra “amicizia”. Virgolette d’obbligo.
Vorrei poter dire che non ci vedemmo più, invece la primavera successiva, una primavera in tutti i sensi soprattutto per me che stavo ufficialmente inaugurando una nuova vita, ero a passeggio con Arianna mangiando un sontuoso cono gelato con panna.
Ed eccola là, la incrocio a braccetto di uno, alto e barbuto che potrebbe essere uno di quelli che c’erano alla sua festa, chi lo sa, non importa, d’istinto la saluto, d’istinto sono felice di vederla.
E faccio per baciarla sulle guance.
E la stronza si ritrae. “No, con la panna, no”, dice.
Guardo la panna del mio cono gelato. Ma che cazzo c’entra la panna del mio cono gelato, adesso?
E di colpo capisco che sono l’unico ad essere felice, là in mezzo. Che è tutto incredibilmente imbarazzante e sbagliato. Faccio un passo indietro.
Borbottiamo tutti un “ciao” confuso e riprendiamo le nostre strade.
Gesù.
Un paio di giorni dopo, trovo da qualche parte il numero del cellulare di Aurora. Le scrivo e le invio un sms. Speravo che oltre dieci anni di amicizia sarebbero valsi qualcosa di più. Peccato. Buon proseguimento, Luca.
Ovviamente, non ho mai ricevuto risposta.
Cose come questa mi lasciano in bocca un amaro di quelli che restano per sempre e poco mi fanno guardare con benevolenza al genere umano... bizzarra specie di cui ancora oggi mi sfuggono alcuni basilari princìpi di funzionamento.
Ma, tanto per non sbagliare…
MA VAFFANCULO, Aurora.

ps tutte le illustrazioni di questo post sono tratte dal geniale Libro dei coniglietti suicidi, di Andy Riley e pubblicato da Mondadori. Se mai nella vostra vita doveste essere colti da istinti suicidi, leggetelo. È difficile suicidarsi se si ride.

Le ragazze fanno strada.

Calippo.
Bira.
Ci siete?
Potete malgiudicarle, se volete, ma personalmente sono pronto a scommettere che parecchi di voi (io per primo), di fronte la prospettiva di alzare un (bel) po' di quattrini semplicemente accettando di re-interpretare se stesse per risollevare le sorti di un oggetto apparentemente desueto come un dizionario, non si sarebbero tirati indietro.

ps Ora, se io fossi il loro agente, comincerei a noleggiarle come figuranti parlanti per feste private e occasioni sociali d'ogni ordine e grado.
In fondo, è sempre meglio che lavorare.

lunedì 22 novembre 2010

Il meglio di due mondi.

Ultimate, la nuova raccolta dei Pet Shop Boys, è arrivata anche in Italia in questi giorni nella sua doppia versione in solo cd o in cd+DVD (quest'ultima versione parecchio appetibile per il sottoscritto, in quanto contiene ben 27 performance televisive uscite dagli archivi della BBC, che coprono altrettanti singoli da West End girls a I'm with stupid).
E io non l'ho ancora comprata.
Ma non è di questo che voglio parlarvi.
È che stamattina, prima di raccattare le mie cose sparse per casa (borsa, iPad, iPhone, libro che sto cercando faticosamente di leggere ai semafori rossi, chiavi, pennetta USB, iPod, occhiali da sole che sole ormai non ce n'è ma non si può mai sapere) mi è caduto lo sguardo su una piccola pila di CD col post-it "duplicare"... e quello giusto in cima era Battleship Potemkin, la riscrittura che i Pet Shop Boys compirono nel 2005 della colonna sonora della Corazzata Potemkin, uno dei capisaldi della cinematografia sovietica del secolo scorso.
Seguendo un impulso del momento, lo prendo e lo ficco nella borsa.
Quindi mi inserisco nel traffico del mattino sulla Flaminia e infilo il cd nel player della Aygo.
Mi ero scordato quanto era bello questo disco.
In parecchi hanno già provato a mescolare le sonorità di un'orchestra sinfonica con gli strumenti elettronici, dando origine a risultati, diciamo così, alterni.
I toni descrittivi (relazionati alle immagini del film), la tensione, il dramma, sono cose che non si possono prescindere quando si scrive una colonna sonora di un film di questo genere… ed è per questo che, per un gruppo dichiaratamente pop, che da sempre ha fatto un uso estensivo ma creativo dell'elettronica, la sfida era particolarmente stuzzicante.
Sfida, per quello che mi riguarda e come ormai avrete capito, vinta su tutta la linea, senza appelli e senza discussioni.
Non credo di sbilanciarmi troppo se affermo, senza tema di smentita, che Battleship Potemkin è il miglior connubio mai registrato su CD tra due generi, il meglio di due mondi, una fusione completa, pacifica, superiore alla somma delle parti.
Difficile o quasi impossibile da reperire nei negozi, ma abbastanza facilmente su eBay, Battleship Potemkin meriterebbe una riedizione per farla conoscere a tutti quanti se la sono persa, e – magari – una copertina migliore, tipo quella (ri) pensata da me (e che vedete in apertura di questo post).
Nel caso, Chris, Neil, fate un fischio, è vostra per una birra presa assieme in un pub di vostra scelta.

domenica 21 novembre 2010

Letture domenicali.

"Asgard non dovrebbe essere qui sulla Terra".
"E dove dovrebbe essere?"
"Non sono un esperto di divinità e mitologia... ma chiaramente non sulla Terra".
"E io che dovrei fare?"
"Tu sei Norman Osborn. Fà ciò che devi. Cala la tua scure... H.A.M.M.E.R."
"Bè..."
"Cosa ti preoccupa, Norman?"
"Cosa mi preoccupa? È la dimora degli dei asgardiani. È un po' fuori dalla mia... portata".
"Norman, sei tu al comando, ora. Sono queste le cose che fa chi comanda".
"Devo pensarci".
"Norman, sai come perdono la presa gli uomini di potere? Una volta diventati potenti, si preoccupano così tanto di mantenere quel potere che non ci fanno nulla. Perché quindi arrivare a questo punto per poi cedere ora? Gli dei non dovrebbero vivere in mezzo agli uomini. Gli immortali non dovrebbero vivere con i mortali. Perché mai starebbero qui, se non per minacciarvi? Perché avrebbero parcheggiato la loro dimora sul suolo americano se non per sfidarvi?"
"Parlerò con Loki".
"Loki?! Loki è il dio dell'inganno. Il che significa che non puoi, per definizione, credergli sulla parola o fidarti di lui in alcun modo. Tutto ciò che ti dice sono bugie".
"Tutto ciò che dice serve ai suoi piani. Questo non significa che non sia la verità".
"Mezze verità e giochetti. È tutto ciò che fa. È tutto ciò che fa. Se ti fossi consultato con me all'epoca... te lo avrei detto allora".
"Hai ragione..."
"Lo so che ho ragione".
"Okay. Ti ringrazio".
"Capisci ora, vero?! Se ci riesci... sarai a prova di bomba. Intoccabile. Ai leader del mondo libero occorreranno decenni per comprendere quanto hai realizzato. E tutti gli errori del tuo passato... tutto quello che c'è stato prima... saranno una piccola nota a margine della tua vita, nei libri di storia. Fai questo... ed è per questo che sarai ricordato".
"Hai ragione... so che hai ragione... sai sempre cosa dire".

Questo è solo uno dei dialoghi (che, per inciso, avviene tutto dentro la testa di un unico uomo, il disturbato ma potentissimo Norman Osborn) per il quale amo Siege.
Attingendo all'immenso bacino di superbuoni e supercattivi, molti dei quali del tutto evitabili, diciamocelo, Brian Bendis (QUI un'intervista proprio sulla sua ultima fatica) cerca di chiudere in bellezza i vari cicli narrativi Marvel degli ultimi anni confezionando un'operazione che – almeno finora – sta reggendo alla grande.
Il lavoro di ripescaggio della figura di Norman Osborn è ottimo, portato avanti con mestiere, divertimento, un pizzico di ironia e molta abilità. Trama avvincente, bei disegni, scene d'azione e violenza mai fini a loro stesse e dialoghi ai massimi livelli.
In poche parole: un vero spasso.

venerdì 19 novembre 2010

Ecco, non sei più quello di una volta.

Sapete cos'è una cotta letteraria?
È quando vi innamorate di un certo autore, del suo modo di raccontare le storie, delle sue tematiche, è quando percepite il cuore che ci mette nello scriverle, e il divertimento che lo pervade nel farlo.
È quando finite un suo libro e pensate "e adesso?", e cercate di rientrare nell'universo parallelo dal quale siete appena usciti con l'ultimo capitolo andando a cercarvi gli altri suoi scritti, cercando magari di centellinarli ma finendo inevitabilmente di bruciare anche quel carburante nel giro di poche settimane.
A me è successo anni fa con Stephen King, più di recente con Nicolò Ammaniti e Nick Hornby e, ultimo in ordine di tempo, con Gianluca Morozzi.
Quando lessi per la prima volta L'Era del Porco, stava iniziando l'estate del 2005 (una bella estate, per il sottoscritto) e ne rimasi conquistato.
Scritto da dio, fresco, divertente, intelligente, arguto ma mai fasullo.
Se non avete mai letto nulla di suo, cominciate da questo.
Feci una veloce ricerca a ritroso nella sua produzione, e recuperai, praticamente tutti assieme, Luglio, agosto, settembre nero, Despero, Dieci cose che ho fatto ma non posso credere di aver fatto, però le ho fatte.Classe 1971 e bolognese DOC, Gianluca Morozzi ha anche scritto un mucchio di racconti e un paio di graphic novel disegnate da Michele Petrucci, una delle quali, Factor Y (ne parlai QUI), è arrivata faticosamente al terzo volume giusto quest'estate.
Riuscì addirittura a parlarmi per un volume intero e semi-documentaristico sul Bologna (Le avventure di zio Savoldi) senza annoiarmi minimamente... per essere piaciuto a me, che di calcio me ne frega meno di zero, vuol dire che Morozzi lo ha scritto proprio bene.
Poi è arrivato (2007) L'Abisso, ben costruito e sostenuto da un ottimo ritmo, ma, come dire?, con un pelo di cuore in meno, ma io ero ormai un lettore affezionato e un romanzo più freddino ero disposto a perdonarglielo.
Aspettai altri due lunghi anni senza più niente di suo di cui cibarmi, e quando uscì Colui che gli Dei vogliono distruggere avevo delle aspettative altissime... cosa che causò – probabilmente – la mia delusione, o almeno in gran parte, perché se da un lato il romanzo recuperava luoghi e personaggi (almeno alcuni) che facevano parte del suo personalissimo universo letterario, dall'altra metteva in piedi una storia che fin troppo concedeva al fantastico e strizzava di continuo l'occhio al mondo dei fumetti, proponendo al lettore 333 pagine di una storiella un po' pasticciata, non stupida ma autocompiaciuta ed eccessivamente citazionista.
Ma, si sa: quando si è innamorati, si è portati a credere (e a voler credere) che è solo un momento, un passo falso, che tutto tornerà come prima e meglio di prima, e che il nostro ricomincerà a scrivere romanzi di razza.
E così ho atteso ancora, fino a questo suo ultimo Cicatrici... col quale la cotta per Gianluca Morozzi mi è definitivamente passata.
Non che sia un brutto libro, ma, a differenza delle sue prime cose (e soprattutto di quelle di mezzo, L'Era del Porco in primis), manca la freschezza, la spinta e il carburante naturale che impedivano di andarsene a letto se non si era riusciti almeno a finire il capitolo.
Quindi, cosa troviamo in Cicatrici?
Una prosa che, scremata dai conosciuti toni "leggeri" del Morozzi risulta impoverita nello stile, una narrazione ordinaria, colpi di scena prevedibili e un po' forzati, personaggi che non si fanno ne' amare ne' odiare e, oltretutto, una sottotrama a base di reincarnazioni e predestinazioni che ricerca nel fin troppo sfruttato stratagemma narrativo del sogno la sua chiave.
In questo romanzo, il Moroz annacqua il suo stile autoriale in un genere (il noir) che è probabilmente più richiesto dal mercato ma non sembra quello a lui più congeniale, perde i suoi personaggi più riusciti e la sua visione ironica delle cose, scende a compromessi con un certo tipo di letteratura e finisce con lo scontentare i lettori vecchi e quelli nuovi.
Insomma, facciamola breve che mi sono dilungato già troppo: non è un cattivo romanzo, anzi, ma sembra non riesca mai a prendere la sua direzione e si intravede fin troppo una struttura accuratamente pianificata a tavolino, forse suggestiva negli intenti ma artificiosa nella realizzazione.
Riuscito a metà.

mercoledì 17 novembre 2010

[Recensione] Devil


Diciamolo: Drew Dowdle, esordiente alla regia dopo aver co-sceneggiato il (trascurabile, diciamo anche questo) remake americano di Rec, ha avuto la sua maggior fortuna nel poter scrivere il nome di Night Shyamalan sul manifesto del suo primo film (in veste di produttore e autore del racconto ispiratore), trainando così al cinema parecchi spettatori in più, tra i quali il sottoscritto… che pur non divinizzando il cineasta di cui sopra, apprezza il modo in cui guarda alle cose (e ce le mostra), e giudica la sua voce come regista consapevole, sicura e distinta. Shyamalan è un autore vero, uno dei pochi che sono in circolazione, e già questo non è poco.
Detto questo, io non ho trovato inguardabile questo Devil.
Sia chiaro, la pappa è sempre la stessa: un thriller-horror con una spolverata di sana, vecchia superstizione popolare (riassunta nel raccontino del vigilante messicano già in apertura della pellicola), con quel tanto di violenza che serve (ma sempre mostrata in differita allo spettatore, seppure di pochi secondi preceduti da un po' di buio furbetto). La trama non contiene elementi particolarmente originali, non c'è nessun dialogo memorabile e anche le morti non brillano per fantasia o originalità. Ma il film segue una sua strada lontana dagli stereotipi di genere, può contare su di un piccolo cast di attori semisconosciuti che rivaleggiano per bravura e mostra una certa cura dei dettagli non comune nelle produzioni di questo tipo dove si bada più alla quantità di sangue finto da usare in scena.
Poi sia chiaro, Il Sesto Senso o Unbreakable sono parecchio più lontani e questo è solo un filmetto, ma nel suo essere un filmetto ha una dignità non trascurabile.
E poi c'è c'è la sequenza dei titoli di testa che da sola vale metà del prezzo del biglietto.

ps Non trovate anche voi che il teaser poster (qui sotto) sia anche meglio del (comunque buono) manifesto ufficiale del film?

martedì 16 novembre 2010

[Top Five] Spuntini di mezzanotte.

• Nutella nelle microrazioni a forma di barattolo. Finiscono in un attimo ma stai lì cinque minuti a raschiarne ogni possibile residuo dal blister di plastica.

• Yogurt greco con una puntina di miele. Ok, più che una puntina.

• Parmigiano reggiano. Magari con una sorsata di latte freddo.

• L'insalata di riso del giorno prima.

• Carciofini sott'olio con maionese sul pan carré.

lunedì 15 novembre 2010

Maestri di hype.

Credo di trovarvi tutti concordi: il potere di fare annunci di questo tipo (e riuscire a generare un hype tale da causare fluttuazioni in borsa) è appannaggio di pochi.
Apple è tra questi pochi.
Questo criptico teaser è comparso sulle home page Apple di tutto il mondo.
E io, come milioni di altri, tra una cosa e l'altra, sto qua a chiedermi: che cazzo devono dirmi domani (ore 16.00 italiane) da mettermi sul chi va là ventiquattro ore prima?
Potrebbe essere qualcosa in diretta streaming. D’altronde che senso avrebbe dare un appuntamento in un orario preciso?
Quando Apple lancia delle novità (hardware o software), non le preannuncia: le lancia e basta. Oppure fa un evento. Solo che un evento con la stampa lo devi preannunciare giorni prima per dar modo ai vari giornalisti di prendere il biglietto aereo per andare dalla east alla west coast; mentre se invece fai un evento online in diretta streaming puoi anche annunciarlo un giorno prima senza specificare troppo. Però lo annunci.
Però... se devi solo aggiornare le pagine del sito per pubblicizzare la tua novità, qualunque essa sia, perché dirlo il giorno prima, rischiando di far collassare i server con tutta la gente che, grazie al tuo invito, arriverà su apple.com?
Insomma, sono in pieno hype anch'io.

Mai dire mai.


A metà degli anni novanta, la ormai defunta Granata Press lanciò nelle edicole un albetto a fumetti formato Diabolik, in bianco e nero e a cadenza mensile. Si chiamava La Bionda e conteneva la serializzazione di un personaggio creato da Franco Saudelli, una ladra e truffatrice apparsa per la prima volta sulle pagine dell'anch'esso ormai defunto Comic Art.

La Bionda, in realtà, era poco più che un pretesto per permettere al (bravissimo) Saudelli di disegnare quello che gli viene meglio e, in definitiva, lo diverte di più: donnine dalle forme da pin-up imbavagliate e legate in un numero "enne" di combinazioni, ibridando la passione per tacchi alti e corde col fumetto anni cinquanta, facendola diventare in breve tempo un cult tra gli appassionati del genere... qui e oltreoceano (oltre che per Bonelli, Saudelli ora lavora quasi esclusivamente per gli americani, ed è uno degli illustratori più quotati in questo settore).

Quello che accadde con la testata La Bionda, però, fu che le esigenze di produzione ed il formato ridotto ebbero un impatto sulla qualità dei disegni, che non raggiunse mai la cura delle storie pubblicate in autonomia da Saudelli, e sull'articolazione delle tavole, costrette in uno schema rigido di due vignette a sviluppo orizzontale per tavola.

Ricordo che comprai i primi due numeri, ma rimasi perplesso dalla semplificazione del tratto che vedevo usato su tutte le pagine, abituato alla meticolosità e alla pulizia delle tavole apparse su Comic Art, e non riuscii a sposare il nuovo modello produttivo.
Certo, Saudelli restava un disegnatore di prima classe, ma non potevo dire che questo suo corso mi avesse colpito in maniera positiva.

Insomma, lo scorso sabato, entro in fumetteria e scorgo, ficcati in uno scaffale male illuminato, sei albi di quella testata, che ai tempi aveva chiuso i battenti dopo sole dieci uscite.
Sono venduti a un prezzo ridicolo, e li compro in blocco.
Li leggo tutti abbastanza velocemente.
E, a distanza di una quindicina d'anni, ho scoperto che mi piacciono, e pure tanto.
L'erotismo di partenza del personaggio si è stemperato in un tono paradossale e scanzonato che all'epoca non avevo assolutamente colto (o voluto cogliere).
La Bionda è puro personaggio da fumetto, collocata perfettamente a mezza strada tra la pinup più procace che possa venirvi in mente e il Vil Coyote.

Sarà che le storie, tutte disegnate da Saudelli col supporto ai testi di Giuseppe Ferrandino, Ottavio de Angelis e Lillo (sì, proprio quello di Lillo & Greg) sono pensate per un tipo di intrattenimento assolutamente "light", sarà che il tratto più veloce alla fine è anche più divertente e più adatto a un consumo più veloce che non le originarie graphic novel, sarà che le protagoniste sono tutte bellissime, scosciate e legate... ma la mia operazione di ripescaggio, stavolta, ha avuto esito assolutamente positivo, e ha persino una morale: date sempre una seconda chance a cose e persone (ma anche città e animali).
A volte, i nostri ricordi possono essere ingannevoli e soprattutto, visto che col tempo noi si cambia tutti, quello che non ci convinceva ieri può piacerci oggi. E neanche poco.
Vado.

venerdì 12 novembre 2010

[RE-WORK] Blu-ray covers.

Un sacco di nuovo lavoro in giro per i designer, da quando i "vecchi" DVD stanno per essere rimpiazzati dai più moderni Blu-Ray.
Infatti, spesso e volentieri, le copertine vengono ripensate ex novo per il nuovo formato.
Ho pensato di divertirmi un po' riprogettando alcune copertine dei miei film preferiti (cliccateci per ingrandire).
Avevo già iniziato tempo fa a giocherellare con quest'idea, e oggi, che miracolosamente ho avuto un buco tra un progetto e un altro, mi ci sono rimesso per un paio d'ore.

giovedì 11 novembre 2010

Sei come un jukebox.

Ogni mattina, qui a Roma, quando sorge il sole, un account si sveglia. Sa che alle dieci entrerà nella mia stanza e mi dirà: "c'è da inventarsi una nuova grafica per questo lavoro".
Ogni mattina, qui a Roma, quando sorge il sole, un art si sveglia. Sa che alle dieci un account entrerà nella sua stanza a rompergli le palle, ma sa anche che dovrà tirare fuori qualcosa, o morirà di fame.
Quando il sole sorge, qui a Roma, ha parecchia importanza se tu sei un account o un art: l'account se ne va a prendere un caffé, mentre se sei un art sarà meglio che cominci a creare.

Ora, creare può essere un problema.
La pace e la tranquillità non sono sempre necessarie. Alcune delle mie idee migliori mi sono venute in mezzo al traffico, in metropolitana, al centro commerciale, guidando di sera sul Grande raccordo anulare, sul treno e via dicendo.
Devo farmi venire le idee quando l'account di turno mi snocciola l'ennesimo brief esattamente uguale a mille altri, quando ho sonno, ho freddo, quando sono scazzato, quando nella mia stanza entrano ed escono più di venti persone in meno di mezz'ora... Devo farmele venire sempre.
Non dico che sempre me ne vengono di buone ma, in una maniera o nell'altra, qualcosa la tiro sempre fuori dal cappello a cilindro.
Ma se proprio voglio inventare qualcosa comodo, ho bisogno delle seguenti cose:
• una playlist in sottofondo abbastanza lunga da non dovermi interrompere a cambiare cd o la radio accesa su una stazione di mio gradimento
• una bottiglietta d'acqua naturale, né fredda né calda
• una normale penna biro e un po' di carta da fotocopie, già stampata su un lato (un foglio completamente bianco e nuovo probabilmente mi inibisce)
• qualche yogurt alla frutta con un annesso cucchiaino pulito di metallo
• tranquillità (cioé: telefono che non squilla e nessuno che viene ad interrompermi ogni dieci minuti)
• un Mac acceso e collegato ad Internet.
Ecco. Senza Internet può essere dura. Ma non per l'email o per Google. La prima si può consultare a fine giornata, con tutta calma, e il secondo si rivela, alla fin fine, una fonte di distrazione più che un supporto.
No, quello che mi serve davvero, è il girovagare.
Posso stare in studio anche 15 ore e produrre esecutivi per un'intera campagna pubblicitaria se strettamente necessario come è già accaduto, del resto)... ma se non ho una valvola di sfogo che mi permetta di farmi un giretto ogni venti minuti, mi piglia male.
Quando tutte le istanze qui sopra elencate sono soddisfatte, divento veramente produttivo.
Trovo il mio ritmo e mentre sembra che non faccio nulla, che cazzeggi per blog e skype, ascoltando colonne sonore ed elettronica minimale... ecco che sul monitor appaiono le idee che mi servono a giustificare lo stipendio a fine mese con cui pago l'affitto e magari compro quell'aggeggio Apple, di cui forse non ho strettamente bisogno ma che non si può mai dire.
È una specie di magia.
Una trance agonistica.
Una pratica zen.
Una Via.
Ora però, come lo vado a spiegare al boss che mi guarda che quei quindici minuti che sto passando su Fffound scorrendo immagini di pinup fatte di cavi elettrici intrecciati fanno parte di un preciso metodo volto a creare un nuovo, fantastico logo per una convention Wind e non a fantasticare su chissà quale improbabile perversione sessuale?
È uno sporco e ingrato lavoro quello di noi creativi.
Ma qualcuno deve pur farlo.
Questo lo so fare. Peggio di altri, ma lo so fare.
Quando e se dovrò reinventarmi sotto nuove spoglie, allora sì che ci sarà da ridere.

mercoledì 10 novembre 2010

Il ritorno del Re.

Anche dopo morto, il buon vecchio Jacko esce dalla sua tomba scavando con le unghie ed uscendone, sporco di terra e semidecomposto (niente che non abbiamo già visto nel videoclip di Thriller), con il suo nuovo singolo, Breaking News.
E, prima che lo diciate voi, lo dico io: sì, è una speculazione commerciale.
Esattamente come fu ai tempi di Free as a Bird quando usarono un vecchio nastro con la voce di Lennon, cervello e mente creativa divenuta polvere già da quindici anni.
Com'è successo con Jimi Hendrix, i 2Pac, Kurt Cobain e Freddie Mercury.
E, diciamocela tutta. Se possiedi un’etichetta discografica, detieni i diritti della più grande popstar del secolo scorso e ti ritrovi suo materiale inedito sufficiente per riempire un nuovo album, non pubblicarlo sarebbe una follia pura e semplice.
Guarda caso, l'album (Michael) esce giusto sotto Natale, ha una bella copertina firmata dall'artista Kadir Nelson ed è strategicamente preceduto da questo singolo.
Ad ogni modo, ad un primo ascolto, Breaking News mi sembra un buon Jacko dei vecchi tempi.
Certo, piuttosto che ascoltato con le casse del vostro pc, andrebbe messo sul piatto del vostro cd player e col volume dell'amplificatore sul 10 (il volume a cui andrebbe sentita ogni canzone di Michael Jackson), ma anche così il primo feeling non è affatto male.
Anzi, già che ci sono, ve lo posto qui sotto. Passatevelo pure nel vostro iPod e ballatelo chiusi a chiave in bagno, se vi va.
Io vado a risentirmelo.

martedì 9 novembre 2010

Dieci campagne pubblicitarie sessualmente implicite. Ma neanche tanto.

Il sesso è stato impiegato in pubblicità da sempre... essendo uno dei richiami – coscienti o meno – più potenti che esistano.
I richiami sessuali utilizzati negli annunci pubblicitari sono di molti tipi e usano una grande varietà di elementi, i più banali dei quali ricorrono alle solite modelle e modelli di bell'aspetto, più o meno svestiti, piazzati lì per farvi compiere la più elementare delle associazioni col prodotto reclamizzato.
Nella realtà, nessuna ragazza taglia 42 e dagli occhi felini verrà con voi solo perché impugnate un telefono cellulare liscio come vetro e che si collega alla vostra pagina Facebook, ma se questi meccanismi continuano ad essere usati, significa che funzionano.

Negli ultimi due decenni, l'uso di immagini sessuali sempre più esplicite nella pubblicità è diventato talmente comune da non fare più alcuna notizia... e naturalmente, non mancano i detrattori di tale scuola di pensiero, tra i quali i conservatori religiosi, che spesso considerano oscene le immagini proposte ai consumatori, femministe e maschilisti che sostengono che alcuni messaggi non fanno altro che rafforzare negativamente un certo tipo di il sessismo. Inoltre, veicolare sempre e soltanto un certo tipo di bellezza come modello "vincente" (non importa quanto poco realistico) può essere causa di frustrazione e disistima di se stessi, soprattutto tra i più i giovani.

Non so se sia un bene o un male, ma una cosa la so per certo: quando si tratta di creare un annuncio e le idee intelligenti tardano ad arrivare, i pubblicitari ricorrono a una vecchia regola generale: il sesso vende.
Alcune delle campagne pubblicitarie che vi propongo oggi reclamizzano prodotti strettamente legati al sesso (preservativi, biancheria intima, gel eccetera), altre lo utilizzano semplicemente come strumento di marketing... e finché non troveremo qualcosa che ci interessa di più o i costumi subiranno una brusca inversione di tendenza, questo tipo di comunicazione è destinato a durare ancora per parecchio tempo.

Playboy (2006)

Campagna stampa per i 31 anni del magazine Playboy.
E neanche una foto della solita coniglietta scosciata.


L'idea dietro questo annuncio è che le elaborazioni digitali della Orange Apple sono emozionanti per gli occhi... più che emozionanti. Almeno, secondo la DDB Canada di Vancouver, che ha realizzato la campagna.

Manix
King Size, recita semplicemente il claim di questa campagna firmata dalla francese CLM BBDO.
E, no, Manix non produce scarpe.

Omax lens
Omax, un'azienda che produce – tra l'altro – obiettivi grandangolari per fotocamere, ha visto incrementare le sue vendite del 400% dopo questa campagna, firmata India Publicis.

Durex
Sapete tutti cosa produce Durex, non è vero?
Ne hanno per tutti i gusti, e tutte le misure.
Extra Large? Non c'è problema.
Agenzia Jupiter Drawing Room, Sudafrica.

Nikon
La funzionalità face recognition di alcune fotocamere digitali Nikon riesce a localizzare automaticamente fino a 12 volti in un'inquadratura, e ad occuparsi della messa a fuoco. E ci riesce meglio di un essere umano, a quanto pare.
L'agenzia è la Euro RSCG di Milano.

Campagna sociale antifumo
La nicotina, tra i tanti effetti nefasti sul fisico umano, riduce gli appetiti sessuali, dell'uno e dell'altro sesso.
E questa campagna sociale per scoraggiare il vizio del fumo non è affatto male.

Boots body cream e Samantha feet cream
Sebene provengano da agenzie diverse (la prima a firma di McCann Worldgroup di Bangkok e la seconda della DentsuINDIO, Filippine) questi due annunci veicolano lo stesso tipo di prodotto e utilizzando lo stesso tipo di suggestione.
Un interessante caso di sincronia creativa a distanza.

Manix
Gel lubrificante.
E già.

New York fries
Questa è solo una declinazione della multisoggetto realizzata dalla canadese Zig (potete trovare le altre digitando il claim nel campo di ricerca) per assicurare il consumatore che, in un mondo di roba finta, queste patatine fritte sono assolutamente reali e genuine.
E, udite udite, nessuno squallido giochino con la parola "patata".

Wonderbra
I creativi che lavorano per Wonderbra sono fantastici.
Non c'è una loro campagna che sia anche solo lontanamente volgare.
Questa è della Publicis di Francoforte.

Aquaglide gel
Se devi produrre un gel per le parti intime, tanto vale che abbia un buon sapore.
Fragola, per esempio.
Durex
Ancora Durex.
Dopo l'Extra Large, cosa c'è? ma l'Extra Extra Large, naturalmente.
"Davvero grande". Tutto qua... il claim non dice altro.
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