giovedì 30 giugno 2011

La Killer Application (2).

QUESTA ve la ricordate?
Forse che sì, forse che no.
Ma questa quanto venderebbe?

mercoledì 29 giugno 2011

Madrid segreta: les Torres Blancas.

A Madrid, come avevo accennato, ho cercato di non battere esclusivamente i classici itinerari turistici, plaza de Toros, Gran Via, stadio Bernabeu e via dicendo, e sono partito a caccia di cose più defilate ma che potessero innescare in me qualche emozione nuova.
Sono in libreria che sfoglio un volumone fotografico su Madrid, e quasi per caso mi imbatto nella foto di un palazzo alla Blade Runner.
Prendo il libro con le due mani e guardo più da vicino la fotografia.
È in un nostalgico bianco e nero, e trasmette il fascino triste di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.
Della misera fine che fanno, troppe volte, le utopie e i sogni dell'uomo, divorate e annerite dalla realtà.
È la Torres Blancas, dell'architetto Francisco Javier Sáenz de Oiza, che visse qui fino alla sua morte. Una sintesi perfetta di razionalismo e organicismo, e frutto del sostegno di un singolo mecenate, Juan Huarte.
Un'utopia di cemento realizzata dagli ingegneri Carlos Fernandez Casado e Javier Manterola, autori della struttura di enormi lastre a sbalzo portanti, che ha letteralmente spazzato via la vecchia concezione dei pilastri tradizionali.
Ventuno piani, adibiti a abitazioni e uffici, più due piani in copertura con le attrezzature collettive e una piscina a trifoglio.
È al 37 dell'Avenida de America: localizzo la fermata della metro più vicina e mi infilo nei sotterranei raffreddati dall'aria condizionata.
Fuori, ci saranno almeno trenta gradi.

Esco fuori dalla stazione della metro Cartagena e me la ritrovo ad occupare il cielo rovente del primo pomeriggio, silenziosa e solenne come una sequoia di pietra e vetro e ferro. Sotto, a pochi passi da dove mi trovo, scorre una specie di tangenziale, automobili che sfrecciano indifferenti e veloci e che spariscono lasciandosi dietro solo un eco di motore e gomme surriscaldate.


La fisso e la studio sentendomi come Will Smith in Io sono Leggenda, cercando di cogliere dietro le persiane di legno e le vetrate blu opacizzate un movimento, un qualsiasi segno di presenza umana.

Mi ci avvicino e nuovi dettagli di rassegnata fatiscenza si definiscono sotto i miei occhi.
A vederla da dove mi trovo io, potrebbe essere benissimo abbandonata da anni.
La trovo bellissima.
Oltre settanta metri di altezza su una zona di Madrid ignorata da qualsiasi guida turistica.
Ma come si può non notarla? Come possono non colpire il design dei suoi pilastri, i balconi curvi in cemento armato a vista, le persiane in legno, echi sia delle cose tarde di Wright che delle aggregazioni capsulari a grappolo di Isozaki e Kurokawa?
Eppure, qua fuori col naso per aria e la fotocamera in mano, ci sono solo io.
Attorno a me passano un paio di mamme che spingono il passeggino, e una coppia di impiegati è seduta su una panchina e parlano fitto, con un laptop aperto. Nessuno sembra accorgersi che conversano e si muovono all'ombra di qualcosa che è quasi alieno nel paesaggio.

Arrivo ad un'insegna in metallo grigio che ne proclama nome e creatore e data.
Si chiama Torri Bianche... ma io ne vedo solo una.
E non è neanche bianca.
Il cemento a vista è grigio, nudo e annerito.
Più tardi, collegandomi, scoprirò che il progetto originale consisteva in due torri.
Bianche.
Il bianco sarebbe stato prodotto aggiungendo polvere di marmo bianco al cemento... ma i soldi, a costruzione avanzata, finirono. E restò solo il cemento.
Di realizzare l'altra torre, neanche a parlarne.

Localizzo uno degli ingressi, scendo una rampa di scale, spingo un portoncino d'ottone e vetro.
Non pretendo di entrare in uno degli alloggi... ma mi accontenterei di fotografare uno degli impianti scala, sbirciare la tromba di uno degli ascensori circolari, aggirarmi per un atrio, cogliere un particolare interessante.
Mi preparo a sfoderare la migliore delle mie facce toste se qualcuno dovesse bloccarmi e chiedermi che cazzo ci faccio là, e percorro un bizzarro corridoio pavimentato di marmo lucido e dal soffitto a grappoli di grossi cilindri bianchi smussati. Mai vista una cosa simile in un edificio civile.
Ma la mia discesa in questo posto viene fermata dalla prima presenza umana che incontro: un portiere in camicia bianca a maniche corte e cravatta nera. Bello grosso.

"Quieres Algo? Encontrar a alguien?"
"Yo... uhm... estoy tomando algunas fotos", faccio, sollevando la Canon e facendogli un sorrisetto idiota.
"No se puede", scrolla la testa il custode di questo posto assurdo.
Annuisco. Torno indietro, esco di nuovo nell'aria surriscaldata e prima di allontanarmi, scatto altre immagini (quelle che vedete in questo post) di questo monolite semidimenticato... che è non solo di gran lunga uno degli edifici più interessanti in cui possiate imbattervi a Madrid, ma anche il parente tutto sommato fortunato di tante altre megastrutture che mai hanno visto la luce ma che tanto hanno influenzato quella meravigliosa utopia che è la transarchitettura.

D’altronde, tanto per citare Eraclito, chi non spera l’impossibile, non lo troverà.

lunedì 27 giugno 2011

Hovering Art Directors.





Ah, la vita dell'Art Director...
Immaginare, creare, persuadere, un po' esteti, un po' fini conoscitori dell'animo umano, un po' artisti.
Una giornata da Art Director è come una giornata al grand Hotel.
Ogni pasto un banchetto.
Ogni busta paga una fortuna.
Ogni bozzetto un capolavoro.
O anche no.

QUESTO sito, per la cui traduzione accetto suggerimenti da chi padroneggia l'inglese meglio di me, è una gallery di art directors fotografati nel loro ambiente naturale.
Davanti i computer, quasi mai lasciati soli davanti l'ignoto del loro lavoro, ma attorniati dalla fauna caratteristica del luogo quali account, stagiste, direttori creativi, clienti, fattorini che passavano di là a dire la loro.

Se volete, potete investire qualche minuto della vostra vita per passarli in rassegna, o anche mandare la vostra foto e comunicare al mondo la vostra personale realtà lavorativa.
Sappiate, però, che ci sarà sempre a chi, come me, verrà la tentazione di aggiungere dei baloon a foto che sembrano parlare da sole.

domenica 26 giugno 2011

Cinquecentomila, o poco più.

Non sono il tipo che bada troppo a queste cose... e difatti il contatore ha raggiunto e passato il fatidico numero senza che me ne accorgessi, di soppiatto in questa calda notte di inizio estate.
Avendo scarsissima dimestichezza coi numeri e la matematica in generale, ho anche difficoltà a raccapezzarmi con cifre che iniziamo a superare i quattro zeri, e un numero come cinquecentomila – gli accesi eseguiti a questo blog a meno di tre anni dalla sua nascita –continua a dirmi molto poco.
Sono tanti?
Sono un niente?
Chi conosco di voialtri che, nei momenti buoni a botte di cinquecento al giorno e poco più della metà nelle domeniche dove il Mac manco lo accendo, passate di qui a leggere i pensieri, le opere e le omissioni (non ricordo neanche perché all'epoca scelsi questo sfigatissimo sottotitolo, rimasto là più che altro per inerzia) del sottoscritto?
Dico sul serio, voi che mai vi siete palesati ma che, per motivi tutti vostri mi seguite e magari vi fate anche qualche sana risata alle mie spalle, voi che avete un nome e anche un cognome e una faccina incorniciata in un minuscolo avatar, voi che dite la vostra, voi (pochi, purtroppo) che vi conosco anche di faccia e di voce e di pelle, voi ultimi arrivati qui attirati da chissà quale improbabile keyword e voi affezionati della prima ora... cosa fate qui? da dove arrivate? chi vi manda? (sì, ma quanti siete? un fiorino) cosa posso offrivi?
Vi ascolto.

giovedì 23 giugno 2011

Juke.

La Nissan Juke è uno di quegli oggetti che, a vederla in fotografia o in televisione, non ti smuove un granché.
Ma quando ci sei a un passo e fai scorrere lo sguardo su quelle forme bombate e anche un po' sgraziate, che ricorda un po' la 313 di Paperino, quando ti soffermi sugli occhioni da ranocchia sporgenti, i quattro sportelli che sembrano due, l'abitacolo immenso e sopraelevato, ti fa subito simpatia come una ragazzona formosa che sa raccontare le storie giuste poi ti strizza l'occhio complice.
In più, ha tutta la tecnologia che un uomo di plastica come me possa desiderare (Bluetooth, computer di bordo, connessione mp3 e USB, cruise control con comandi al volante, navigatore satellitare con schermo da cinque pollici, telecamera posteriore, riconoscimento vocale, sensore crepuscolare, sensore pioggia)... e, sorprendentemente, sarebbe la prima auto che comprerei di colore rosso.
Perché la Juke sembra un grosso giocattolo, e i giocattoli più belli della nostra infanzia sono sempre stati rossi.
La Juke è la trasposizione commerciale di un concept apparso a fine 2009, il Qazana.
Il Qazama aveva fatto parlare di sé per il suo prendere le distanze dal "solito" design Nissan, che il sottoscritto non ha mai trovato particolarmente gradevole.
Il Qazama metteva in mostra un frontale completamente inedito per Nissan, senza alcuna influenza degli altri modelli di famiglia, ed era caratterizzato da una coppia di fari circolari contornati da luci diurne a LED e dalle fiancate con quattro portiere apribili "a libro"... entrambe caratteristiche che sono andate perse nella sua versione definitiva, assieme il cockpit di chiara ispirazione motociclistica.QUI potete fissare un test drive della Juke presso il concessionario Nissan che vi viene più comodo. Io l'ho fatto una decina di giorni fa, e il loro servizio clienti ha funzionato piuttosto bene.
Mi hanno contattato telefonicamente il giorno stesso e ho fissato un appuntamento.
Il venditore, il classico giovanotto incravattato, era preparato e ha risposto a tutte le mie domande, e non era scazzato come il tipo che, qualche anno fa, era seduto accanto a me durante il test drive della Fiat Cinquecento (modello che, evidentemente, vendeva già bene di suo senza che costui si sentisse motivato a fare il pur minimo sforzo di illustrarmene le caratteristiche).
Sono salito, ho messo in moto e ho fatto il mio giretto.
Per il poco che sono rimasto a bordo, le mie impressioni sono state buone, anche se non entusiastiche.
L'interno è comodo e avvolgente, il tunnel centrale è bello grosso e separa nettamente il posto di guida da quello del passeggero, la strumentazione è visibile e il grosso display touch a centro plancia è facile da usare. Per contro, i materiali impiegati non sembrano di qualità altissima.
La visibilità posteriore è scarsissima. L'optional della videocamera posteriore e il sensore di parcheggio sono due optional irrinunciabili, specie considerando che la Juke, come moltissime automobili di recente produzione, non ha veri paraurti.
Davanti, la percezione degli ingombri te la danno le due cupole dei fari: per quelli come me, che vengono da una Aygo o da un'altra city car, bisogna farci l'occhio. Ma la sensazione di starsene più alti della media è una bella sensazione.
L'esemplare che ho provato era un 1600 benzina da 117 cavalli, che si può pilotare in tre modalità preimpostate: Sport, Eco o Normal. C'è un processore che regola la risposta dell'acceleratore, la taratura del servosterzo e quanta potenza deve assorbire il climatizzatore.

Con questa cilindrata, la gigantesca sezione frontale e i rapporti del cambio corti, la Juke non ha certo i consumi di una Panda: siamo sui dieci chilometri con un litro.
L'erogazione della potenza è dolce, le sospensioni sono fantastiche (si passa sopra le buche senza accorgersene), lo sterzo preciso e assistito.
Per contro, i passeggeri posteriori non hanno molto spazio e il bagagliaio è piccolo.
Dopotutto, la Juke è lunga solo dieci centimetri più di una Punto, non è impossibile trovare un buco in cui parcheggiarla ma di certo non è un'auto per famiglie.

Il preventivo che il tizio mi ha rilasciato a fine della prova, relativo al 1600 benzina, allestimento intermedio ma con un paio di optional "importanti" come il navigatore integrato e i sensori di parcheggio, toccava i ventimila euro... che possono sembrare (e lo sono) parecchi soldi, ma sono praticamente gli stessi quattrini che vi verrebbero richiesti per una Punto Evo Emotion, non appena si aggiunge al famoso "prezzo vero Fiat" un paio di cosette come la vernice metallizzata, la carrozzeria a cinque porte e un sistema di navigazione.

Ad ogni modo, un'auto nuova, ora come ora, non è in testa alle mie priorità, quindi ho tutto il tempo di pensarci.
E voi?
Avete in programma di cambiare la macchina o anche solo il desiderio?

mercoledì 22 giugno 2011

Moleskine.

A Madrid ho disegnato un sacco, visto che ero sempre in giro, avevo una Moleskine quasi vuota, una matita morbida e un paio di buoni pennarelli ad inchiostro.
C'è stato un tempo che me ne andavo a spasso per Roma a fare schizzi, e una mia amica mi disse: "Male che ti vada nella vita, puoi sempre piazzarti a piazza Navona a fare ritratti ai turisti, la giornata la svolti sicura".
E visto che nella vita non si sa mai, un po' d'esercizio per non perdere la mano io lo faccio.

martedì 21 giugno 2011

Recuerdos de Madrid, 1

Giusto qualche frammento cavato dalla mia memoria e dalla scheda della Canon.
Così, nel caso aveste in programma una gitarella a Madrid e voleste conoscere qualcosa che le guide probabilmente non vi dicono.

La metro.
Viene propagandata come El mejor metro del mundo.
Non le ho provate tutte, quindi non saprei dirvi se corrisponde a verità, ma posso dirvi che funziona alla grande. La segnaletica è abbondante e a prova di scimmia, ha dodici linee, centinaia di stazioni, un collegamento veloce per l'aeroporto, funziona dalle sei del mattino fino alle due di notte, treni e stazioni sono moderni e puliti (non al livello di Tokyo dove puoi mangiare per terra, ma comunque un altro mondo rispetto le nostre) e costa il giusto.
Vi consiglio l'abbonamento turistico, vi costerà venticinque euro la settimana e girerete quanto e dove vi pare.
Qualsiasi assessore italiano alla mobilità o un ministro dei trasporti di qualsiasi legislatura vogliate dovrebbe osservare il funzionamento di questa macchina perfettamente oliata che è la rete metropolitana di Madrid ed esclamare (sillabandolo a voce esageratamente alta): Si! Può! Fare!!!

Madrileni e madrilene.
A seconda di che tipi siete, troverete i madrileni più o meno simpatici.
Non ho avuto questi gran contatti con i locali, ma mi sono sembrati alla mano, socievoli, disponibili ogni volta che mi serviva un'informazione e – generalmente – con l'aria di chi non prende troppo sul serio la vita e le umane cose.
Un pomeriggio ero sotto una stazione della metro, e stavo studiando il diagramma delle stazioni cercando di capire dove potesse essere l'Arco della Victoria. Si ferma un ragazzo vestito come un hip hopper, e mi chiede, prima in inglese poi in spagnolo, se mi serve aiuto.
Gli dico che vorrei vedere 'sto dannato arco, che non compare praticamente su nessuna guida ma lo voglio vedere lo stesso, ma non dev'essere troppo popolare neanche tra i madrileni perché lui non lo conosce, né lo conosce la massaia che lui ferma per chiederle se per caso lei sa dov'è. Allora faccio la domanda di riserva, e chiedo informazioni sul Parco Juan Carlos.
Stavolta la massaia lo sa, e si offre di accompagnarmi fino al binario giusto. Il ragazzo mi saluta e se ne va per la sua strada, lei mi scorta fino al treno, e mi fa un sacco di domande.
Chi sono, da dove vengo, perché voglio andare al Juan Carlos.
Yo soy italiano, viene desde Roma sembra essere una risposta a tutte le sue domande, perché si allarga in un gran sorriso, annuisce e non mi chiede più nulla. Resta a squadrarmi come per vedere se gli italiani sono fatti proprio come loro, due braccia, due gambe, sì, tutto uguale, ma guarda te, aspetta con me che arrivi il treno, forse teme che non abbia le idee troppo chiare anche sul come salirci sopra, mi ripete Línea ocho, recuerda, mi strizza l'occhio e se ne va solo quando le porte automatiche si richiudono.


Un altro contatto ravvicinato con un madrileno l'ho avuto a Lavapiès, la piazza centrocuore del quartiere Delicias, la zona popolare e più multietnica della città.
Ero seduto su una delle due panchine all'ombra per scampare all'arsura delle due del pomeriggio e accanto a me si siede un tipo sulla sessantina, vestito con un completo e occhiali da sole. Tira fuori l'occorrente per rollarsi una sigaretta, e dopo pochi minuti si volta verso di me, parlandomi in spagnolo.
Perdóname, no entiendo, soy italiano, gli faccio, e quello non si smonta neanche un po', e mi informa che è un arabo che vive da trent'anni in Spagna, parla cinque lingue, tra cui l'italiano.
In realtà, il suo italiano è buono quanto il mio spagnolo, e così capisco una parola su cinque di quello che inizia a raccontarmi, che intuisco essere una versione condensata della storia della sua vita... che potrebbe anche interessarmi se non fosse che faccio una fatica boia per seguire le sue parole e allo stesso tempo mantenere la giusta distanza per non essere aggredito dagli effluvi di tabacco e birra che costui emette ogni volta che apre bocca.
Dopo dieci minuti rinuncio a stargli dietro e comincio a pensare a un modo di alzarmi e andarmene senza apparire troppo maleducato, ed è esattamente quello il momento in cui lui inizia a informarsi sulla mia vita e, scoprendo che non ho una mia famiglia, a darmi dettagliati consigli su come abbordare una madrilena, ingravidarla e sposarmela in modo da resolver, sistemarmi per la vecchiaia.
Mi appunto mentalmente i suoi preziosi suggerimenti di vita, prendo un bel respiro, mi alzo e contemporaneamente gli dico se hizo muy tarde, e faccio per dileguarmi, ma il tipo mi afferra una mano e per un nanosecondo penso che voglia atterrarmi con qualche mossa di un'arte marziale araba di cui non ho mai sentito parlare, ma vuole solo salutarmi come si deve.
Ci stringiamo la mano molto virilmente, e le nostre strade si separano.
Io mi volto almeno un paio di volte per accertarmi che non mi segua.

L'ultimo contatto con una madrilena, che per il momento cercherò di non abbordare, ingravidare e sposare, è quello con una ragazza con un vestito leggero che, trovandosi sopra una grata della metropolitana, trova esilarante che la ventata d'aria calda che soffia da là sotto le agiti la gonna, e mentre è là che se la ride con la sua amica, io passo e le dico Hola, Marilyn.
Le due indigene si voltano e mi fissano come se avessi detto la facezia più spassosa del mondo, e credo siano ancora là a ridere.

Belle di giorno.
Calle Montera è un viale centralissimo, che collega placa Puerta del Sol alla Gran Via, come dire piazza Navona a via del Corso. E, come vi aspettereste, ci sono negozi, ristoranti, cinema, locali, ambulanti, poliziotti, passanti, turisti.
È frequentato ad ogni ora del giorno e della notte, e io lo trovavo la via più comoda per raggiungere la metro Gran Via.
Perché lo sto citando? Perché, del tutto integrate nel paesaggio locale, lavorano sul Calle Montera una ventina di passeggiatrici professioniste, di quelle che da noi escono solo dopo il tramonto o comunque prediligono tangenziali, statali e altri ambienti suburbani ben noti ai frequentatori occasionali e meno, e anche alle stesse forze dell'ordine.
Ho quindi alzato un sopracciglio vedendole fare tranquillamente implicito commercio di prestazioni sessuali assortite in pieno giorno, in zona centralissima e sotto lo sguardo assolutamente indifferente delle pattuglie di polizia metropolitana che su Calle Montera non ci passano soltanto, ma hanno proprio dei piccoli campi base con van, radio e l'occorrente per sedare una piccola rivolta.
Potete distinguere las putas madrilene da una normale ragazza madrilena appariscente da alcuni inequivocabili segni particolari, quali l'aria annoiatissima, i vestitini aderenti come un guanto e – non importa quanto faccia caldo – i collant color carne.
Sfoggiano tutte mises differenti, pur restando confinate in un certo genere, ma i collant li comprano tutti nello stesso negozio. Non neri, non a rete. Color carne.
Il che, sui sandali col tacco alto, non fa per niente un bell'effetto, lasciatemelo dire.

Compro oro. Vendo oro.
Le passeggiatrici di Calle Montera devono da tempo essersi spartite pacificamente il viale con questi altri figuri, ben meno gradevoli da vedere. E parecchio più fastidiosi.
Se mi chiedessero a bruciapelo: da chi vuoi sgombrare definitivamente Calle Montera, le puttane annoiate o gli omini con la casacca fosforescente che ti chiedono se hai oro da vendere (trienta euros por gramo señor, come se fosse chissà quale imperdibile affare e invece non è ne' più ne' meno che il prezzo di mercato), non avrei la minima esitazione.
Giovani, meno giovani e anziani, questi tipi sono sguinzagliati dalle vicine botteghe che acquistano in contanti i tuoi denti d'oro (cavandoteli direttamente dalla bocca in uno stanzino dietro una tenda, presumo), l'orologio da taschino fregato a tuo nonno, la fede nuziale, qualsiasi cosa forgiata nell'aureo metallo sei disposto a tramutare in denaro con cui correre ad acquistare un nuovo iPhone.
Il che sarà pure un lavoro onesto, e magari perfettamente regolato dalla normativa spagnola vigente in fatto di lavoro dipendente... ma, datemi pure del maschilista, a occhio preferisco las putas.
Se non altro, se ne stanno per fatti loro e – fatta eccezione per i collant color carne – sono più decorative.
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