sabato 30 aprile 2016

Wire Cutters.

Jack Anderson è un animatore digitale americano, di quelli col curriculum pieni zeppi di bella roba.
Wire Cutters è la sua ultima fatica, otto minuti e spicci che gli sono valsi il premio della giuria al festival di Nashville, due posti da semifinalista in altri due contest e altri riconoscimenti.
A riassumervelo in due parole, direi che è la storia di Wall-E se non avesse incontrato nessuna robottina sexy a portarlo via da un deserto di rifiuti... ma fatevi un'opinione vostra e guardatelo.

venerdì 29 aprile 2016

Un posto dove lavorerei volentieri.


Il nuovo campus di Apple è uno degli edifici che più sta attirando l'attenzione dei media, e non è neanche a metà della sua realizzazione. Fino a oggi, tutto quello che si sapeva del suo aspetto, erano i rendering diffusi da Apple e delle riprese aeree catturate dai droni.
Ma ora Apple ha condiviso con il sito di Mashable fotografie e dettagli esclusivi dei suoi nuovi uffici aziendali, tra cui il teatro che servirà come sede per il lancio dei suoi nuovi prodotti.
Il campus Apple è dichiarato completo per circa il 33%. Secondo le previsioni, dovrebbe essere ultimato entro la fine di quest'anno, ed essere inaugurato nel 2017.


Il campus, che ospiterà circa 13.000 dipendenti e avrà un auditorium sotterraneo con una capacità di un migliaio di posti a sedere, ha richiesto la realizzazione di macchine su misura - che Apple chiama "manipolatori" - per gestire il sollevamento e la posa di circa 900 pannelli di vetro incurvato, alcuni dei quali sono giganteschi e pesanti tonnellate. Il progetto è una sfida enorme e Apple sta lavorando con studi di progettazione e fornitori in 19 paesi diversi.


Progettato dallo studio di architettura britannica Foster & Partner, l'edificio è sostanzialmente un enorme anello con la vegetazione racchiusa tra pareti di vetro.
Una volta completato, sarà alto quattro piani e si estenderà per altri tre sotto il livello del suolo. Il suo diametro (di 463 metri) è superiore a all'altezza dell'Empire State Building, e la circonferenza è di quasi un chilometro.

L'aggiunta più sorprendente rispetto i primi render che erano stati diffusi è il tetto, il più grande tetto autoportante in fibra di carbonio mai realizzato al mondo, costruito a Dubai dalla Premier Composite Technologies. È rivestito da 44 pannelli radiali identici, ciascuno connesso a un piccolo mozzo centrale, e del peso di 80 tonnellate.

Il solo ingresso si estende per tutti e quattro i piani, ed sarà delle dimensioni di un campo da basket. Il ristorante avrà spazio all'interno per circa 2.800 dipendenti e altri 1.200 sul patio esterno. 
Sono inclusi nel progetto uno sterminato parcheggio, un altro parcheggio sotterraneo, alcune costruzioni ausiliarie ed un incredibile numero di alberi da frutto che forniranno – tra l'altro – parte del vettovagliamento per il ristorante interno e i punti di ristoro. Oltre gli uffici e l'auditorium sono previsti un centro fitness e un'area per la ricerca e lo sviluppo. 


Apple sta lavorando con la Seele / Sedak, la stessa società tedesca impiegata per il cubo di vetro dell'Apple Store di New York, per creare il vetro strutturale curvo, la sua finitura a specchio e le tettoie. Sono previsti tremila pannelli di vetro, e fino ad oggi ne sono stati installati oltre novecento.


Apple ha dichiarato che approfitterà del clima favorevole della Silicon Valley per creare grandi aree in cui i dipendenti possano incontrarsi all'aperto. Ha investito parecchio per integrare non solo materiali e tecnologie ecocompatibili ma anche per creare spazi verdi in tutto il campus; quando verrà inaugurato, l'80% del paesaggio che sarà visibile dall'interno sarà natura e vegetazione.
La sua indipendenza energetica, infine, sarà garantita da un impianto autonomo alimentato da gas naturale e dai pannelli solari che rivestono il tetto. 
Quello che sta sorgendo a Cupertino è un edificio razionale, che si integra bene con il paesaggio circostante, pensato per il benessere dei suoi occupanti e che può contare sulle infrastrutture più moderne attualmente disponibili.
In poche parole... un posto dove potrei passare ventiquattro ore filate a lavorare, mangiare, socializzare e dormire senza manco accorgermene.
Ora, se Apple volesse dare un'occhiata al mio curriculum...

mercoledì 27 aprile 2016

10 Cloverfield Lane - la recensione.


Alla prima impressione, potreste pensare che questo 10 Cloverfield Lane (in uscita giusto domani nelle sale italiane), usi nel titolo la parola “Cloverfield” solo come un abile trampolino pubblicitario… e in parte è davvero così, perché il film del quasi esordiente Josh Trachtenberg ci propone una regia cruda e asciutta che prende le distanze dal fanta-action-simil-found-footage di Matt Reeves e punta a rievocare le atmosfere e gli stilemi dei thriller psicologici e un po’ teatrali di stampo hitchcockiano (con una spruzzata di Lost), uno script classico ma funzionante, un personaggio che è molto più di quello che sembra e la palese volontà di fare un prodotto diverso (a iniziare dal budget, uno dei più bassi degli ultimi tempi) e imparentato col precedessore solo nei dieci minuti finali (per inciso, i meno riusciti).

Personalmente, speravo in una continuity più consistente col primo Cloverfield, quindi non ho molto altro da dire se non che Goodman si conferma come un solido professionista, che la pellicola è godibile e che si sarebbe meritata almeno una stelletta in più se avesse avuto l’eleganza di fermarsi a qualche minuto dal finale banalotto, già visto e – inutilmente – fracassone.

Poi, siccome dietro, a tirare i fili, c’è sempre J.J. Abrams, non sarei neanche troppo stupito se 10 Cloverfield Lane diventasse il primo pilot cinematografco di una serie tv, una di quelle non memorabili ma che la prima stagione magari te la guardi tutta per vedere dove Giacomino vuole andare a parare questa volta.

martedì 26 aprile 2016

22/11/63.

Nel carnet del Re mancava (ma correggetemi per sbaglio, dal momento che nell’ultimo decennio – grosso modo, dai tempi di Cuori in Atlantide – seguo King con molta, molta meno attenzione e devozione di una volta) un romanzo sui viaggi nel tempo.

22/11/63 non è un romanzo recentissimo (in Italia è stato pubblicato quasi cinque anni fa), quindi se siete un fan del Re lo conoscerete già e avrete pure esaminato qualche recensione… qui, dico solo la mia, ora che – complice la recentissima serie tv prodotta da J.J. Abrams appena terminata su Hulu (e molto presto, doppiata in italiano su Sky), ho recuperato 22/11/63, e in una decina di giorni l’ho letto.
Il buon vecchio Steve si gioca la carta dei viaggi del tempo (con tutto il suo inevitabile carico di paradossi) a modo suo, confezionando il solito tomo di 780 pagine delle quali una buona metà sono superflue. Intendiamoci… esattamente come una buona parte dei suoi romanzi, cosa che non gli impedisce, per qualche raro miracolo letterario, di sfornare roba nettamente superiore alla media.

È che, se l’idea di partenza è quella di tornare nel 1963 ad impedire l’omicidio Kennedy, di questa se ne inizia a parlare seriamente solo ben dopo la metà del libro. E si fa in tempo, intanto, ad innamorarsi di un altro tipo di storia, forse di respiro meno ampio ma kinghiana al cento per cento, col risultato che tutta la (corposa) parte incentrata sul protagonista che tallona Lee Oswald mi è sembrata la meno riuscita, noiosa e senza mordente.
Per fortuna, sul finale 22/11/63 si ricorda di essere un romanzo sui viaggi temporali e sulle catastrofi sempre in agguato provocate dalle seppur nobili intenzioni di chi torna indietro a cambiare le cose (ciao, Marty McFly!).
E il Re ci regala alcuni capitoli conclusivi pienamente soddisfacenti, equamente divisi tra un terrificante scenario distopico e il rimpianto di una storia d’amore invivibile senza stuprare il continuum temporale.

Non è il suo capolavoro, come pure in parecchi si sono affrettati a scrivere, ma manco una delle sue cose minori (duole dirlo, ma in una produzione sterminata come quella di King non sono mancati i passi falsi).
Se riuscite a superare indenni la parte centrale, sullo slancio di un incipit e un’idea di partenza davvero folgoranti, chiuderete 22/11/63 del tutto appagati.

lunedì 25 aprile 2016

eMac, reinventato.

Se ricordo bene, l'eMac fu l'ultimo Macintosh commercializzato con uno schermo a tubo catodico, un orpello che sembra appartenere a secoli fa... e invece parliamo di un computer dismesso definitivamente nel 2006, soppiantato dall'iMac di terza generazione, il cui form factor è rimasto sostanzialmente invariato fino ai giorni nostri (è solo diventato più sottile e l'alluminio ha preso il posto della plastica).

Tuttavia l'eMac, originariamente concepito per il mercato educational, sfoggiava una linea curata quanto e persino più dei suoi colleghi più costosi: una specie di iMac first generation ristilizzato, con un design a goccia pulitissimo e minimale, che racchiudeva, ben sigillato nel suo impenetrabile guscio di policarbonato bianco ghiaccio, uno schermo da 17 pollici, 128 MB di memoria RAM, un processore G4, una scheda grafica nVidia GeForce2 MX e due altoparlanti stereo da 16 watt. 
Sorprendentemente, costituendo una specie di "tappo" nel listino Apple tra il vecchio iMac e il nuovo, godette di numerosi aggiornamenti, che interessarono la frequenza di clock (portata da 700MHz a 1,42 gigahertz), la scheda grafica, l'adozione di un SuperDrive e di RAM DDR SDRAM.

Oggi, se ne avete uno potete farci girare ancora MacOSX Leopard, e godervi le immagini visualizzate sul suo schermo incredibilmente nitido.
I ragazzi di Curved Lab (da sempre nella mia Top Three da quando si inventarono QUESTA meraviglia alla quale Apple disgraziatamente non diede mai un seguito concreto), hanno fatto persino di più, e hanno immaginato che aspetto avrebbe l'eMac se fosse presentato oggi.

Le sue caratteristiche meramente tecniche sarebbero mutuate dagli attuali iMac, quindi disporrebbe di un Retina display da 17 pollici, doppia fotocamera sul lato anteriore per immagini 3D, display touch, altoparlanti stereo, tre porte USB e connettività Bluetooth... ma, soprattutto sarebbe minimale, languido, citazionista, elegante e un po' snob.
Insomma, un vero Macintosh (e non come QUESTO).

domenica 24 aprile 2016

Sad Robot World.

Sad Robot World è l'unico pezzo non ritmato presente nell'ultimo, recentissimo cd dei Pet Shop Boys.
Ben cosciente che poche cose sono più personali della musica, e che pochissimi tra voi (smentitemi coi commenti, se potete) sono fan del duo britannico e che – anzi – quasi certamente avranno saltato allegramente tutto questo post non appena lette le tre paroline "Pet Shop Boys" (e non so darvi torto, probabilmente anch'io farei lo stesso se leggessi, sul blog di qualcun altro, che so: ed ora due parole sul nuovo singolo degli Iron Maiden o di Vasco Rossi, due artisti a caso di cui magari posso riconoscere il valore ma che non toccano le mie corde), eccomi qua a scrivere qualche riga proprio ed esclusivamente per questa singola traccia, la numero nove dell'album.

E se lo faccio, non è solo perché è uno pezzi migliori dell'album, ma anche perché è una delle canzoni che, ora come ora, più di tante altre mi mette in pace col mondo intero, taglia gli ormeggi della mia mente pragmatica e riesce a farla volare, anche se solo per tre minuti e diciotto secondi, in un cielo di quelli dipinti da Magritte, con ombrelli volanti (tutti rigorosamente perpendicolari al suolo) e uomini in bombetta col volto di una tonda, lucida mela verde.

Neil Tennant ha raccontato ad Attitude che Sad Robot World è stata ispirata da una visita a una fabbrica Volkswagen in Germania. I due avevano appena fatto una presentazione al salone dell'automobile di Francoforte, ed erano stati invitati a un tour della fabbrica di Wolfsburg. Tutto era assurdamente pulito, e i robot stavano lavando le automobili uscite dalla catena di montaggio. Sembrava una specie di balletto meccanico, e Neil ha colto in quello che vedeva una nota di bizzarra malinconia. 'It’s a sad robot world, isn’t it?, si è trovato a commentare. Quella frase è rimasta a ronzargli nella testa finché non l'ha trasformata in una canzone.

Come canta Neil in questo pezzo struggente, i robot offrono "dedizione silenziosa, senza dormire, senza cibo, senza retribuzione," e fanno "quello che gli si ordina di fare 24 ore al giorno": di fatto, sono i nuovi schiavi dell'uomo, anche se è difficile provare empatia per qualcosa che non possiede sentimenti umani (in realtà, non ne posseggono di alcun tipo, e credo che sia un bene per tutti che sia e continui così). 
Ma, evidentemente, serve un animo gentile per cogliere una nota profondamente triste in un tale, asettico scenario industriale. Se siamo sempre e solo noi a essere la misura di ogni cosa, allora possiamo empatizzare anche con una macchina. E immaginare, come recita Neil nell'ultimo verso, di sentirla gridare.

QUI trovate il testo originale. La copertina in apertura è una mia rielaborazione digitale su un quadro di Jochem Van Wetten.

sabato 23 aprile 2016

Su Kobane Calling e sul perché dovreste comprarlo.

A Zerocalcare non serve l’ennesima recensione positiva sulla sua ultima fatica, Kobane Calling, corposo volume frutto nei suoi recenti viaggi in posticini allegri come il confine turco “a tre fermate di metro” dall’ISIS, ma quando un autore merita, non vedo perché non dovrei dirlo e scriverlo a chiare lettere anche io: i venti euro del prezzo di copertina valgono fino all’ultimo centesimo.

Reich fa il grande salto e atterra indenne dall’altra parte, consegnandosi definitivamente, per quello che mi riguarda, al fumetto d’autore italiano esibendo come passaporto duecentocinquanta pagine solide, mature, divertenti, consapevoli, perfettamente coerenti alla sua cifra stilistica pur restando mortalmente serie, riuscendo in un’alchimia che, guardandomi in giro, nessun altro sarebbe in grado di mettere assieme senza saltare in aria.
Se qualcuno si chiedeva se e come si sarebbe potuto evolvere Zerocalcare, Kobane Calling è la migliore risposta immaginabile.

Se non siete convinti, cercate una qualsiasi altra recensione in giro per la Rete, e troverete scritte le stesse cose. E poi uscite e compratelo.

mercoledì 20 aprile 2016

Ustica.


Distribuito (prevedibilmente) male, Ustica (a forma dello stesso Martinelli che aveva già firmato Vajont) vi offrirà una ricostruzione dolorosamente accurata del caso del DC-9 abbattuto trentacinque anni fa in quello che la storia ha dimostrato essere una via di mezzo tra un incidente e una scaramuccia militare, il tutto aggravato dall'efficacissima opera di insabbiamento operata da tutte le parti coinvolte, ivi compreso il governo italiano dell'epoca.
Come a dire: nulla di nuovo sotto il sole.
Ma sarebbe persino peggio se non uscissero film come questo (che, al di là del suo valore di denuncia, può contare su una regia più che decente e su belle interpretazioni).
Quindi guardatevelo, ammesso che riusciate a trovare un cinema che lo proietti.

giovedì 7 aprile 2016

Magneto lives again.


Volevo metterlo per un po' in naftalina, ma il signore del magnetismo apparirà ancora una volta.
Questo sabato.
Se mi riconoscete in fiera, salutatemi che ci si fa una foto assieme e due chiacchiere.

mercoledì 6 aprile 2016

[recensione] Gantz - l'inizio


Con solo sei anni di ritardo, arriva nei negozi italiani la versione cinematografica del seinen manga scritto e disegnato da Hiroya Oku.
La storia raccontata sul manga com'era?
Ambientata a Tokyo ai giorni nostri, racconta le vicende di un gruppo di persone intrappolate in un gioco violento e mortale, le cui regole sono dettate da Gantz, una misteriosa sfera nera.
Come per molti manga tirati ben oltre il necessario, la bella intuizione iniziale venne annacquata in troppi episodi e in troppo tempo (i 37 albi, o tankōbon se preferite, ci hanno messo 13 anni per essere pubblicati tutti). Ma i disegni di Oku e il trattamento digitale di alcune tavole erano fantastici.


Il film di Shinsuke Sato è molto, molto fedele al fumetto (o almeno, ai primissimi tankōbon), quasi da pensare che il manga sia un adattamento e non viceversa. Visivamente molto curato e pensato per un pubblico poco più che adolescente, mantiene un buon livello qualitativo per tutti i suoi 98 minuti, facendo un ottimo uso degli effetti speciali e riuscendo a non calare troppo di ritmo quando alle scene di combattimento (la cosa migliore del film) alterna quelle della vita “reale” dei personaggi.
Se non commettete l’errore di cercarci qualcosa in più che un film un’evidente struttura a videogame ma girato con tutto il mestiere e Il talento del caso, vi divertirete parecchio vedendolo, o, nella peggiore delle ipotesi, non vi annoierete.


Una nota margine: le pinup stranude che nel manga Oku inseriva ogni volta che poteva (e anche quando non poteva) qui non ci sono, e se proprio ne sentite la mancanza potete recuperare l’anime in 26 episodi, talmente spinto (ma anche con parecchie scene splatter in più) da essere sempre stato trasmesso censurato dalle emittenti giapponesi.

O, in alternativa, farvi un giro su Google e cercare tra le millemila cosplayer a tema Gantz più o meno discinte.

venerdì 1 aprile 2016

Fedeli alla linea.

Lo ammetto: non mi aspettavo troppo da questo nuovo lavoro in studio dei Pet Shop Boys, specie dopo l'assaggio ricevuto qualche settimana fa (il singolo Inner Sanctum non era proprio nulla di speciale), e anche la copertina, di insuperata bruttezza, non faceva sperare che il contenuto fosse straordinario.
E invece mi sbagliavo.
Il disco è uscito oggi, ed è tutto il giorno che me lo sento a rotazione.
Super è un ascolto familiare e spiazzante assieme, in cui EDM, dance anni novanta ed elettronica minimale si fondono e si splittano in dodici pezzi citazionisti ma personalissimi.

Uno di quei dischi che vorresti, all'improvviso, avere di nuovo vent'anni tondi per ballarli tutta la notte in uno di quelle dancefloor inglesi male illuminate e un po' sporche da dove alla fine ti scaricano fuori, ubriaco, pesto e con la voglia di tornare dentro e ricominciare daccapo.
Un paio di pezzi sono davvero folgoranti (Sad Robot World è un pezzo che gli Air o i Daft Punk pagherebbero oro per averlo dentro uno dei loro dischi, e Twenty-Something è un piccolo capolavoro), un'altra manciata sono davvero buoni (Happiness, Groovy, Undertow e Burn) e i restanti sono riusciti anche se non memorabili.
Insomma, lo ascolto da solo mezza giornata e posso già dirvi che Super, per me, è uno spasso e mi ci ritrovo alla grandissima. 
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