mercoledì 31 agosto 2016

Agenda autunno-inverno 2016.

Anche questa estate sta per finire.
Ecco la consueta carrellata di film, serie televisive, libri e fumetti in arrivo nelle prossime settimane che più attendo con impazienza.


Arrival, di Denis Villeneuve
Uscita italiana: 24 novembre

Per molti, il vero problema dei contatti con intelligenze extraterrestri – ammesso che questo problema esista – è il panico. Il panico psicologico. La sola esperienza umana importante in questo senso l'abbiamo avuta nel 1938, con la famosa trasmissione radio di Orson Wells, La Guerra dei Mondi. E la reazione era stata inequivocabile: la gente si era terrorizzata.
Per altri, invece, il problema principale sarà un altro: capire cosa diavolo vogliono da noi.
Stabilire un linguaggio comune, o, alla peggio, arrabattarsi a capire il loro.
È su questa premessa che si fonda il nuovo, il nuovo, atteso film di fantascienza di Denis Villeneuve (regista di Sicario e del prossimo Blade Runner 2) in concorso alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dove verrà proiettato il 2 settembre.

Il cast presenta alcuni pezzi grossi dell'Hollywood odierna (Forest Whittaker, Jeremy Renner e Amy Adams), ammetto che il soggetto può sembrare parecchio trito, ma il trailer mi ha convinto, e anche il design delle navi aliene una scintilla di interesse me l'ha accesa.
E poi, che cazzo... stiamo parlando di cara vecchia fantascienza vecchia maniera.
Il che, tra le tante robe targate Disney che affollano le sale (spartendosele con tonnellate di commedie idiote), potrebbe vincere come il prodotto che non ti aspetti... e, inoltre, potrebbe darci la misura di come il prossimo regista di Blade Runner se la cavi col registro fantascientifico.



Inferno, di Ron Howard
Uscita italiana: 13 ottobre

Con quasi due settimane d'anticipo sul resto del mondo, l'Italia sarà uno dei primi Paesi a vedere distribuito il terzo capitolo delle avventure del professor Robert Langdon, il professore di simbologia creato dalla penna di Dan Brown già protagonista ne Il codice da Vinci e Angeli e demoni da un Tom Hanks probabilmente imbolsito ma pur sempre parecchie spanne sopra la maggior parte di qualsiasi attore americano contemporaneo.
Ron Howard è uno che non ha più bisogno di dimostrare niente, e se lo script su cui ha lavorato stavolta vi sembra una fotocopia degli altri due... beh, pazienza. Chi ha amato gli altri due film (personalmente, mi ha un po' annoiato Il Codice ma divertito, e parecchio, Angeli & demoni) guarderà e amerà anche questo, mentre gli ometti tristi staranno là a fare le pulci e ad annotare su un taccuino ogni inesattezza storica e/o geografica cercando di smontare il giocattolo senza divertircisi (che invece è il suo scopo).

Nel trailer qui sotto ci sono un paio di sequenze oniriche notevoli, Langdon che corre, altri squarci del talento visivo di Howard, di nuovo Langdon che corre, una Firenze e Instanbul magnificamente filmate, ancora Langdon che corre, tremila comparse in movimento e poi Langdon che corre.
E meno male che è un eroe di quelli che usano il cervello.




Independence Day Rigenerazione, di Roland Emmerich
Uscita italiana: 8 settembre

Nonostante sia stato fatto a pezzi dalla critica oltreoceano (dove è già uscito da mesi), Independence Day - Resurgence è uno di quei film – al pari dell'ultimo capitolo di Terminator o del nuovo Star Wars – che proprio non puoi esimerti dall'andare a vedere (rigorosamente al cinema, quando non su uno schermo Imax).
Anche sei sai già che ti deluderanno.
Tralasciando il fatto che ormai esiste una scissione netta tra pubblico e critica e che la seconda non ha più gli strumenti per intercettare il sentire del tempo (vedi il recente caso Suicide Squad), tralasciando anche la critica nerd da web che è stata impietosa con questo sequel che arriva – probabilmente – fuori tempo massimo, l'universo narrrativo creato vent'anni fa da Emmerich è uno di quelli dove vuoi tornare dentro, perché ti eri affezionato ai suoi personaggi (un cast di livello che funzionava come un meccanismo a orologeria), a un design alieno tra i meglio progettati nella storia del cinema e a trovate di puro e semplice spasso che pochissimi altri sono riusciti, in seguito, a far convivere in un produzioni di questo tipo.
Le mie aspettative sono basse, lo confesso... ma tanto l'otto settembre starò in fila come tutti.

Rogue One: A Star Wars Story, di  Gareth Edwards
Uscita italiana: 15 dicembre

L'idea di girare una serie di film stand-alone ambientati nell'universo di Star Wars è una di quelle che garantiscono incassi multimiliardari. Per anni. A prescindere. Anche se parlassimo solo ed esclusivamente di merchandising.
Un film all'anno, e stiamo a posto per tutta la vita. Nessun problema. 
È contenta la Disney, che rientra abbondantemente del suo investimento di qualche anno fa. È contento Lucas, che continua a percepire ingenti provvigioni. E sono contenti i fans, i vecchi appassionati (anche se continuano a brontolare su Facebook su ogni singolo dettaglio),bambini, cosplayer, produttori di giocattoli e di props e, in generale, chiunque riesca ad accaparrarsi un pezzetto dei diritti di sfruttamento di uno dei brand cinematografici più redditizi di sempre.

Sebbene ogni notizia e trailer e fotografia sia fornita col contagocce di una misurata azione di promozione, sembra ormai certo che Rogue One adotterà un approccio diverso rispetto agli altri film di Star Wars. In tutte le sue dichiarazioni, Edwards ha dichiarato di voler raccontare una storia di guerra, concentrandosi sui ribelli e la loro missione piuttosto che su campi di energia mistici.
Detto questo, sia quel che sia, sarà uno degli eventi cinematografici dell'anno, e, per una volta, noi italiani potremo bullarci di vederlo un giorno prima che in America.


Arq, di Tony Elliott
 Uscita italiana: 16 settembre su Netflix
Netflix è da poco sbarcata nel nostro Paese, ma ha già dimostrato di avere armi affilate per farsi spazio nel competitivo settore televisivo. Arq è un lungometraggio (poco meno di un'ora e mezza) scritto e diretto da Tony Elliott (già autore di Orphan Black) e prodotto da Netflix, e uscirà in contemporanea mondiale tra un paio di settimane.
A leggere la (scarna) cartella stampa, Arq è un thriller post-apocalittico ambientato in un prossimo futuro non molto lontano, quando le risorse di petrolio sono ormai agli sgoccioli e il mondo è devastato dalle guerre per accaparrarsi qualsiasi fonte di energia disponibile. Intrappolati in una casa e circondati da un misterioso commando, due giovani ingegneri, Renton e Hannah, dovranno proteggere una rivoluzionaria tecnologia in grado di creare e distribuire energia illimitata.
Questa stessa tecnologia però ha creato un loop temporale che condanna i due a rivivere l’invasione mortale più e più volte, obbligandoli a cercare un modo per riuscire a sopravvivere.
Che, detta così, sembra una storiella di fantascienza banalotta, ma prodotti come Source Code, Edge of Tomorrow e anche, perché no, Ricomincio da capo hanno dimostrato che il giochino al cinema funziona bene.
Quindi una chance io gliela dò.
QUI, se vi ho incuriosito, il trailer.


Westworld, HBO Television
Season premiere: 2 ottobre

LIvelli produttivi altissimi per questa serie che prende le mosse dall'omonimo film di Michael Chricton, che era già un piccolo capolavoro e funzionava alla stragrande – peraltro con un limitatissimo uso degli effetti speciali (già piuttosto limitati, all'epoca).
Ed Harris prende il posto di Yul Brynner, e Anthony Hopkins ha esattamente il ruolo che vi aspettereste. Ideato da Jonathan Nolan (che ha diretto anche il pilot) e Lisa Joy (una che nella sci-fi ci inzuppa il pane, se il brand Battlestar Galctica vi dice qualcosa), prodotta da J.J. Abrams e Bryan Burk. 
Ora, se non sbagliano tutto (ma proprio tutto) strada facendo e se il trailer che vi incollo qui sotto non è il più ingannevole della storia della televisione, questa serie è la serie dell'anno, senza se e senza ma, anche perché la terza – e ormai quasi leggendaria – stagione di Black Mirror non la vedremo fino al 2017.



Chiedi alla luce, di Tullio Avoledo
Marsilio Editore, 486 pagine 
Uscita: 8 settembre

Se o chiedete a me, Tullio Avoledo è uno che è partito a velocità di fuga, inanellando un romanzo uno più bello dell'altro (spesi ottime parole a riguardo QUIQUI e QUI), coniugando il cosa (thriller con pesanti contaminazioni ucroniche, complottistiche, fantapolitiche e di speculazione pura) con il come (uno stile elegante, ironico, personalissimo ed evocativo) come nessuno, e sottolineo nessuno scrittore italiano non solo c'è mai riuscito, ma non ci ha neanche provato.
Poi succede qualcosa di brutto e Avoledo sforna tre romanzi mediocri, uno dopo l'altro. Il primo è scritto a quattro mani con Davide Boosta Di Leo, ed è, ad essere benevoli, fiacco, poco originale, goffo e davvero, davvero poco credibile.
Ma scrivere un romanzo brutto può capitare a chiunque, e i lettori affezionati sanno anche perdonare scivoloni in una produzione di così buon livello.
Solo che poi Avoledo si innamora del ciclo narrativo post-apocalittico di Metro 2033, creato dal collega russo Dmitrij Gluchovskij, e per quello scrive due romanzi completamente nuovi.
Mediocri sotto ogni punto di vista, almeno per chi amava il "vecchio" Avoledo, che, forse del tutto volontariamente, sembra voler abbassare l'età media dei suoi lettori (e non a caso, le sue ultime cose sono state pubblicate in Italia da Multiplayer edizioni).
Ebbene, a due anni da La Crociata dei bambini, è ora in uscita il nuovo romanzo Chiedi alla luce, la cui sinossi (QUI, sulla pagina di Marsilio editore) svela poco o nulla: potrebbe essere una cagata galattica o il libro della rinascita. A mia memoria, non ho mai comprato un romanzo il giorno stesso della sua comparsa in libreria, ma stavolta, in virtù delle numerose ore di lettura di primissima qualità regalatemi dallo scrittore friulano, potrebbe essere la volta buona.


Batman: the Last Crusade, di Frank MIller, John Romita jr. e Brian Azzarello
Uscita italiana: settembre (RW Lion)

Quello che penso della miniserie DKIII – The Master Race (Razza suprema, nell’edizione italiana) lo trovate scritto fuori dei denti QUI.
La puzza di operazione commerciale andata a male si sentiva fin dal primo numero, e arrivato al terzo ho gettato la spugna. È un fumetto autocitazionista, posticcio, fuori tempo massimo. È un fumetto inutile.
A riabilitare il binomio Frank MIller/Batman, però, potrebbe arrivareThe Last Crusade: una storia one-shot di 57 pagine ambientata circa un decennio prima di Dark Knight Returns e che ne costituisce, per certi versi, un prologo.
Anche se facilmente reperibile in rete in originale non ho voluto dargli più di una rapida occhiata per godermi al meglio l'edizione italiana in arrivo, ma il poco che ho visto mi pare visivamente molto piacevole... e la maggior compressione narrativa di certo gioca un ruolo fondamentale, scartando circonvoluzioni stilistiche o di script fini a se stesse (che, a mio avviso, hanno segato le gambe a a The Master Race).
Se invece non vi frega nulla degli spoiler, potete sfogliarlo, dalla prima all'ultima pagina, nella clip qui sotto.

domenica 28 agosto 2016

5 buoni motivi per riguardarvi il film sul Giudice Dredd.

Di come e perché sia particolarmente affezionato a questo film ho già detto a più riprese, ma in questo post voglio, per la gioia di chi me ne sente parlare per l'ennesima volta e a beneficio di chi invece non l'ha ancora fatto, invitarvi a ripescare Judge Dredd dall'oblio dove hanno iniziato a scivolare già tanti film anni Novanta, seppelliti da centinaia di altre produzioni spesso non altrettanto meritevoli (e sarà anche un luogo comune affermare che "una volta" le cose erano migliori, ma in certi casi, datemi retta, è esattamente così).

Distribuito in Italia nel 1995 da Cecchi Gori col sottotitolo tamarro La Legge Sono Io, il film su Dredd è un cinecomic prodotto quando la parola "cinecomic" non esisteva nemmeno, e sul quale pochi erano disposti a scommettere (il personaggio dei fumetti da cui traeva ispirazione era popolare soprattutto in Inghilterra e negli USA, poco o niente da noi) se non fosse per quel "Sylvester stallone" che campeggiava a caratteri cubitali sul poster... e che, sostanzialmente, bastava ad attirare folle di appassionati al cinema per vederlo distruggere qualcosa a suon di cazzotti o facendolo esplodere in qualche maniera spettacolare.

Il film incassò 113 milioni di dollari a fronte di un budget di 90 milioni (dell'epoca): non un flop, ma neanche roba da mettere in cantiere un sequel.
Tuttavia, è uno di quei film(acci) che, a mio avviso, vale la pena di recuperare in questi ultimi scampoli d'estate (trovate il DVD a pochi spiccioli o sul mulo senza troppi problemi).
Perché dovreste farlo?
Vi dò cinque motivi.

1. Mean Machine. 
Magari il nome vi dice poco o nulla, ma chiunque abbia letto i fumetti di Judge Dredd lo conosce come il più schizzato in assoluto della gang di Angel.
Un tizio grande, grosso, zero raccomandabile la cui ultraviolenza è superata solo dalla sua idiozia. Con un look di quelli che farebbe cambiare strada all’istante anche a Chuck Norris se dovesse incrociarlo per strada, è forse l’elemento del fumetto che ha goduto della trasposizione più fedele sul grande schermo.
Oggi probabilmente si taroccherebbe in CGI la solita comparsa, ma quelli erano tempi in cui se ti serviva un robot assassino alto tre metri significava doverne costruire uno… e se invece quello che richiedeva il copione era un un cyborg assassino deturpato dalle cicatrici, beh, allora dovevi chiamare uno come Chris Cunningham, ancora lontano dalla notorietà ottenuta coi videoclip per Bjork e Aphex Twin, ma superlativo, assolutamente superlativo nell’aver trasformato Christopher Adamson nel Mean Machine più realistico che un fan delle storie di Dredd potesse mai desiderare.


2. Le scenografie.
Come ho già accennato, nei primi anni novanta la CGI non era certo ai livelli attuali, dove interi ambienti, interi mondi – con tanto di personaggi digitali perfettamente credibili – possono essere simulati, renderizzati e aggiunti in postproduzione.
Quasi tutto quello che si vedeva sullo schermo era faticosamente costruito a mano, e uno dei casi più pregevoli è rappresentato dalla fenomenale e inquietante visione della Los Angeles del 2019 descritta in Blade Runner, che riassume una quantità di spunti che vanno da Metropolis all’ambientazione urbana di The Long Tomorrow di Moebius: un monumentale lavoro di ricostruzione in scala ridotta e di modelli in proporzioni reali che ancora oggi regge tranquillamente il peso degli anni, e che trova nella Mega City One di Dredd una riedizione solo in chiave leggermente meno oscura ma persino più degradata: una vertiginosa sovrapposizione di livelli mostrata attraverso la sequenza della discesa di una navetta dai quartieri di lusso fino ai bassifondi che è un trionfo di scritte al neon, ologrammi, insegne pubblicitarie, mezzi volanti di ogni tipo, edifici residenziali, rampe d’attracco, fari, display a led, costruzioni che omaggiano Metropolis e molto altro ancora.
Niente è lasciato al caso, dalle decalcomanie con cui erano decorati i taxi fino alla segnaletica stradale. Un universo perfettamente coerente e dettagliato che genera la giusta sospensione d’incredulità necessaria a una storia tratta dalla folle saga cyberpunk di Dredd.

3. I costumi
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Christopher Nolan e il suo iperrealismo (che generarono un Batman vestito sostanzialmente in tenuta antisommossa da SWAT) erano lontani anni e anni
Già i costumi indossati nel fumetto non si distinguevano per sobrietà. Per il film su Dredd, venne assoldato nientemeno che Gianni Versace, che portò quegli stilemi all’estremo, disegnando delle uniformi da Gestapo chic, sostituendo il nero col blu notte, togliendo il verde dalla tavolozza colori originale ma aggiungendo oro dappertutto e ristlizzando l’iconico elmetto di Dredd.
Certo, c'è un bel po 'di enfasi destrorsa nell’uniforme di Stallone… ma il glamour totalitario del suo e di tutti gli altri costumi si sposa alla perfezione con le atmosfere distopiche del film, riuscendo a non essere mai sopra le righe ma, al contrario, di grande impatto visivo.

4. I dialoghi.

C'è un'economia mozzafiato nei dialoghi di Judge Dredd: nessuna parola è sprecata o pronunciata a caso, i personaggi comunicano solo con artificiose battute anni Novanta in una sequenza serratissima di botta e risposta interrotta solo (brevemente) dalle numerose scene action.
Sylvester Stallone borbotta qualcosa, Rob Schneider sputacchia qualche sarcastica lamentela, Assante improvvisa un monologo con furore shakespeariano, Stallone replica infilando due o tre parole digrignate tra i denti, qualcosa esplode. E di nuovo daccapo.

Fergie: – Non avevo scelta! Si stavano ammazzando là dentro!
Dredd: – Potevi uscire dalla finestra.
Fergie: – Quaranta piani? Sarebbe stato un suicidio! 
Dredd: – Può darsi. Ma legale.

Che, a dirla così, può sembrare un’intollerabile scemenza. E probabilmente, lo è.
Ma sapete che c’è? Funziona. E funziona fino alla fine.

 
5. Armand Assante.

Ingiustamente poco considerato e usato soprattutto come caratterista, Assante può vantare sul suo curriculum produzioni dove Frankenheimer, Lumet e Ridley Scott lo hanno voluto a bordo.
E, ad ogni modo, sfido chiunque a trovare una performance in tutta la sua carriera dove Assante – il cattivo del film, per chi non lo sapesse – si è guadagnato fino all’ultimo centesimo di paga come in Judge Dredd.
Mentre rispettati pesi massimi di Hollywood come Diane Lane e Max Von Sydow fanno la loro parte col misurato impegno del professionista che poi passa in cassa, Assante sembra, in qualsiasi scena peschiate da questo film, sul punto di farsi eplodere i vasi sanguigni per rendere più allucinato, determinato, crudele e psicopatico il personaggio del giudice Rico.
Non è credibile per neanche mezzo secondo, ma quando compare lui in scena è un autentico spasso, e al suo confronto Stallone sembra fatto di cartongesso e legno di balsa.

mercoledì 24 agosto 2016

E abbiamo perso pure Amatrice (ma abbiamo guadagnato un manualetto di conversazione post-sciagure).

Giusto per non scordare, da qui a più avanti, la tragedia di ieri notte che ha coinvolto Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e Pescara del Tronto.
Magari riguardo queste foto quando mi incazzo perché mi è cascato il telefonino per terra, e mi passa tutto all'istante.

Poi, visto che – a giudicare da quello che si è letto e si sta continuando a leggere sui social (ma non solo lì) – siamo sostanzialmente incapaci di aprire bocca su queste cose senza commettere disastri, QUI ho trovato questo utilissimo Manuale di conversazione in caso di Catastrofe Naturale, e, nel mio piccolo, mi ha fatto riflettere.
Ve lo riporto integralmente (contributi di F.Cerisoli, B.Margiotta, S.Citaristi, A.Iannizzotto, F.Piovani, E.Carcano, G.P.Lacitignola e M.M.Benocci), dargli una letta male di sicuro non ci fa.

Angeli (s.m.p.): 1. (soccorritori) Sono del fango, del cemento, della cenere. Sempre eroici. Postare fotografie prese dai quotidiani. Ringraziare, stando ben attenti a non farne parte. 2.(vittime) Di bambini caduti nella tragedia.

Anime (s.f.pl.): Lo diventano gli abitanti di una piccola località colpita dalla tragedia. Un borgo di quattrocento a. Non è chiaro se località più grandi di una certa soglia siano abitate da a. o da semplici abitanti.

Avatar (s. str.): È bene convertirlo in qualcosa di correlato alla tragedia, come forma di Solidarietà (v.). Considerare con cautela l’utilizzo del format “Je Suis” od overlay di bandiere.

Bambini (s.pl.): Postare sempre foto di b. vittime, specialmente se provviste di occhioni. Dare sempre la priorità. Se caduti nella tragedia, sono sempre Angeli (2).

Bilancio (s.m.): Termine contabile, pertanto del tutto adeguato per indicare il numero di vittime.

Cani (s.m.pl.) Avvertono la tragedia imminente e poi si dànno da fare nei soccorsi. Rimarcarne il ruolo. Sempre migliori degli uomini.

Cordoglio (s.m): Completamente inutile, ma doveroso offrirlo alle vittime. È gratuito. Vedi anche: Pensiero e Solidarietà

Corruzione (s.f.): È sempre colpa sua. Vedi anche: Soldi

Dignità (s.f.): Le popolazioni colpite affrontano sempre la tragedia con d. Spesso grande.

Dio (s.m.): Affidarsi a lui chiedendosi contemporaneamente dove sia finito.

Donazioni (s.m.pl.): Di sangue o di denaro: chiedere che le facciano rigorosamente gli altri. Se invece le si fa noi stessi, vantarsene pubblicamente e portarsi ad esempio. Chiedere sempre al proprio avversario durante una Polemica (v.) se ne ha fatta una.

Elezioni (s.f.pl.): Metterle in ballo durante una Polemica (v.). La tragedia colpisce il paese poco prima, per minare la fiducia dei cittadini verso il governo (se governativi) o per dare al governo l'occasione di fare propaganda coi soccorsi (se anti-governativi).

Esperti (s.m.pl.): Non li abbiamo mai ascoltati, ma comunque come sempre non avevano capito nulla. Tirare fuori l’esperto outsider (di norma con il diploma di geometra) che aveva previsto tutto ma è stato zittito dai poteri forti. Metterlo in contrasto con gli esperti della Scienza Ufficiale.

Estero (s.m.): Dove queste cose non accadono, o se accadono sono scevre da Corruzione (v.)

Guerra (s.f.): Usare sempre come termine di paragone, anche se nessuno l’ha vissuta.

Immigrati (s.m.pl.): Umani di serie B. Consumano Soldi (v.) che si potevano usare altrimenti. Prendersela con i buonisti. Vedi anche Politici.

Ironia (s.f.): Comunque sia, non è questo il momento. Vedi anche: Umorismo

Maledetta (agg.): Lo è una qualsivoglia circostanza della tragedia: ora maledetta, fiume maledetto, ecc.

Messa in sicurezza (loc.) Andava fatta prima con l'ausilio di tecniche di cui nessuno aveva sentito parlare fino a oggi. Parlarne con consumata esperienza. Millantare conoscenze ingegneristiche.

Momento (s.m.): Non lo è mai.

Natura (s.f.): Ne abbiamo sicuramente violato il delicato equlibrio. Nonostante questa delicatezza, siamo impotenti davanti a lei. Concludere che in ogni caso è colpa di Corruzione (v.) e Politici (v.).

Pelouche (s.m.str.): Fotografarlo sempre tra le macerie: se manca, portarne uno. Evoca i Bambini (v.) specie se diventati Angeli (2) (v.)

Pensiero (s.m.): Va sempre ai luoghi, alle vittime, ai familiari. Non si sa se torni. Anch’esso straordinariamente economico. Vedi Cordoglio e Solidarietà

Polemica (s.f.): Qualsiasi discussione sulla tragedia che non sia un semplice reiterare Cordoglio (v.) o Solidarietà (v.) Condannare con veemenza dopo averle lette con avidità e possibilmente avervi partecipato. Sempre futile.

Politici (s.m.p.): Umani di serie B. Consumano Soldi (v.) che si potevano usare altrimenti. Prendersela con la casta. Vedi anche Immigrati.

Preghiera (s.f.): Sempre bene dirne una, anche se non si è religiosi. Usare l’apposito hashtag #PrayFor

Prevenzione (s.f.): Richiederla dopo la tragedia. Ignorare rigorosamente il concetto tra una tragedia e la successiva.

Rispetto (s.m.): Si deve sempre alle vittime: non dicendo o facendo alcunché non ci piaccia, altrimenti si è Sciacallo (v.)

Sciacallo (s.m.): Chiunque non ci piaccia e commenti o interagisca con la tragedia. Es. Il politico Tizio è andato sui luoghi del terremoto: sciacallo. Vedi anche: Tacere

Scuola (s.f.): Individuarne una distrutta con insegnanti eroici che fanno lezione nelle tende. Sorvolare sui bambini disperati per la vacanza dovuta e perduta.

Selfie (s.str.): Mai farlo sul luogo della tragedia, anche anni dopo: è sempre simbolo dello Sciacallo (v.) Peccato peggiore della pedofilia. Diffonderlo, e mettere alla gogna l’ingenuo.

Silenzio (s.m.): Sul luogo del disastro, è sempre surreale.

Sogni (s.m.pl.): Sempre spezzati. Molto spesso di Bambini (v.)

Soldi (s.pl.): Andavano sempre spesi per la Prevenzione (v.) invece che per qualsiasi cosa d’altro. Lamentarsi per la Corruzione (v.)

Solidarietà (s.f.): Offrirla sempre: non costa nulla. Vedi anche: Cordoglio

Stato (s.m.): Qualsiasi cosa stia facendo, è assente.

Stato, esserci (v.): Farlo sempre presente se lo si era sui luoghi della tragedia. Raccontare aneddoto. Postare foto della vacanza. Rimarcare tutto questo ora non esiste più.

Statua (s.f.): Se di Madonna o Cristo, sarà certamente sopravvissuta alla tragedia. Parlarne, facendo sottintendere il miracolo.

Tacere (v.intr.): A voce alta. Implica sempre superiorità morale. Bisogna dichiarare la propria intenzione di t. col volume più forte possibile, acciocchè non ci si esponga al rischio di essere considerato Sciacallo (v.) Vedi anche: Rispetto.

Twitter (n.pr.): In questi casi funziona sempre meglio dei media tradizionali. Rimarcare l’inadeguatezza della stampa. Usare l’espressione citizen journalism.

Umorismo (s.m.): Evitare. È sempre fuori luogo. Vedi anche: Ironia

martedì 23 agosto 2016

Le illusioni di Grace.


La tipetta dall'aria furba qua sopra si chiama Gracie Hagen, è una fotografa e videomaker di Chicago con un Tumblr parecchio attivo e zeppo di belle idee e progetti personali.
Qualche tempo fa, Gracie ha fatto parlare parecchio di sé grazie ad uno di questi, che ha chiamato Illusion of the body, che è poi l'oggetto di questo post.
L'idea di partenza è, come molte buone idee, estremamente semplice: si prende un certo numero di modelli, li si piazza davanti uno sfondo privo di distrazioni, li si spoglia e li si fotografa.
Due volte.
Nella prima posa, al modello (o alla modella) viene chiesto di assumere la loro posa migliore: di esaltare, a seconda dei casi, la propria mascolinità o la propria sensualità. Gli è stato chiesto di sentirsi belli, attraenti, sicuri di sé. Come se stessero per andare a conquistare il mondo intero tutti da soli.
E poi, il secondo scatto. Stessa angolazione, stesso sfondo, stessa illuminazione.
Stesso nudo impietoso. Ma stavolta, è stato ordinato ai modelli di sgonfiarsi di tutta la loro autostima. Di automortificarsi, di sentirsi delle nullità.
I risultati li vedete in questo post, ed è esattamente il messaggio che la Hagen voleva lanciare: il nostro aspetto esteriore è (anche) figlio del nostro atteggiamento. Quanta più sicurezza riusciamo a infondere in noi stessi, tanto più appariremo belli, vincenti, sexy.


Per chi se lo stesse chiedendo: il progetto risale a un paio d'anni fa, ma a me è capitato sotto gli occhi solo in questi giorni di calma agostiana, quindi ve lo segnalo ora.
Magari seguendo il Tumblr di Gracie, come faccio io, troverete altri progetti che solleticano la vostra curiosità, oppure li userete per svilupparne uno tutto vostro.
Comunque sia, non sarà una lettura priva di interesse.

venerdì 19 agosto 2016

Homeland, Cory Doctrow.


Homeland, di Cory Doctrow (1988)
Editore: Multiplayer Edizioni
Pagine: 369
Prezzo: 14,90 euro

Homeland  è — generalmente — venduto come letteratura per giovani, ed è perfettamente possibile che qualche libraio frettoloso lo collochi nell'orrido scaffale young adult.
Il che ci potrà anche stare.
Il fatto è che Homeland è perfettamente godibile anche da un pubblico adulto (e anche da chi non ha letto, nonostante i numerosi rimandi presenti, il romanzo che l'ha preceduto, Little Brother).
È vero, il protagonista, che narra in prima persona, è un diciannovenne. E spesso si rivolge al lettore con un fare piuttosto confidenziale, ma questo non cambia la sostanza del romanzo, che, a volerlo guardare da una certa angolazione, preferisce essere più un'opera divulgativa che di fantasia, nel suo raccontare e spiegare (in termini del tutto accessibili) certi meccanismi occulti dell'informatica (e non solo di quella) applicati al controllo delle masse.
Cory Doctrow (canadese classe 1971, scrittore, giornalista e blogger, ha questa facciona simpatica QUI) compie continue e dettagliate incursioni nel quotidiano e nella cronaca recente, mostrando di conoscere la materia e contemporaneamente il modo di parlare a un teenager senza annoiarlo.


Probabilmente, Marcus (il protagonista) è fin troppo più sveglio della media dei suoi coetanei (di certo di quelli italiani), ha un vocabolario sospetto per uno della sua età, non eccelle in personalità ma è guidato da un senso etico altissimo e possiede —ancora— ben salde quelle convinzioni di giustizia, uguaglianza e libertà che la società digitale dovrebbe favorire ed elevare all'ennesima potenza ma che invece vengono mortificate, disilluse e rovesciate proprio dai nuovi, potentissimi strumenti tecnologici perfettamente a portata di ricchi, corrotti e potenti (Doctorow  si è dichiaratamente ispirato alla figura di Aaron Swartz, giovane programmatore e attivista morto nel 2013).
Quelle stesse convinzioni che una volta avevamo anche noi, e che col tempo si sono sempre più sbiadite e ammaccate dalle intemperie della vita reale, via via ad occupare posti su scaffali sempre più alti delle nostre esistenze finché le manifestazioni di protesta e l'attivismo li abbiamo definitivamente lasciati a qualcun altro... magari qualcuno che non dovesse preoccuparsi di robe come far quadrare il bilancio mensile e che l'indomani non dovesse alzarsi presto per andare al lavoro (o a cercarne uno).

Tuttavia, anche Marcus ha i suoi bei problemi, roba con cui nessuno di voi vorrebbe, io credo, fare cambio con i suoi, e questo serve a renderlo più umano e credibile, anche se il romanzo finisce nell'essere più interessante nelle parti in cui accade qualcosa che non in quelle dove il protagonista fa o dice qualcosa.
In altre parole, funziona meglio dove Doctrow racconta e illustra e spiega (pur se usando la voce di Marcus) piuttosto che descrivendo la sua vita privata e la sua storia con Ange (ovviamente, questa impressione potrebbe essere capovolta letta con gli occhi di un teenager, ma ne dubito perché un romanzo di Doctrow non si sceglie a caso tra la letteratura young adult).

Riassumendo, la storia alla base non è particolarmente potente o originale, ma Doctrow è in gamba nelle descrizioni, dettagliato senza essere noioso, preciso senza essere pedante, ed evocativo il giusto, quasi un Gibson per ragazzi.
Per contro, i dialoghi sono poco sopra la media, il ritmo è discontinuo ma ci sono almeno un paio di capitoli molto ben scritti che forniscono carburante per arrivare al finale, leggermente sottotono (ma nobilitato da una postfazione di Jacob Appelbaum, fondatore di Wikipedia).
Alcuni passaggi sono illuminanti (tutta la faccenda dei detrattori pilotati sui social, per esempio), altri praticamente sono articoli di cronaca romanzati quel tanto che basta per evitare una denuncia.
Andrebbe letto anche solo per farsi un'idea più aggiornata su alcuni mutamenti nella nostra società e, perché no, per rispolverare quei cari, vecchi ideali di gioventù.


Una nota di merito all'edizione italiana, con una copertina stampata in ottima carta gommata e un'illustrazione assai migliore di quella originale.

E venne il giorno dei Superbook.

Sono soddisfatto del mio iPad.
Ne faccio un uso molto più intenso dello smartphone, principalmente per motivi legati alla grandezza dello schermo (in fondo, cos'è un iPad se non un iPhone gigante che non telefona ma può fare tutto il resto e anche di più?), e per me, esserino telefonofobico, va benissimo così: non mi infastidisce portarmi appresso un oggetto grande come un quaderno e pesante come un blocco da disegno, da tirare fuori ogni volta che ho bisogno di connettermi a Internet, ho voglia di cazzeggiare su Facebook, o voglio vedere un film o mostrare il mio portfolio in giro o un altro uso qualsiasi. Il suo schermo retina è davvero magnifico e vale ogni soldo che l'ho pagato.
Ne sono così soddisfatto, che non ho assolutamente in programma di sostituirlo.
E, inizio a sospettare, è così anche per tanta altra gente.

Il mercato dei tablet (Apple compresa) è in calo ovunque. Da una parte è colpa del successo dei phablet, cioè quegli smartphone con lo schermo così grosso da essere, di fatto, dei tablet in miniatura però con un modulo telefonico... dall'altra del banale fatto che, una volta realizzato che molte delle cose che un PC può fare l'uomo medio le può fare anche con un tablet (pur se con qualche grossa e ovvia limitazione), in moltissimi sono corsi a comprarne uno, saturando il mercato nel giro di due o tre anni.

In altre parole, ora tutti o quasi hanno un tablet, e visto che il solo margine di miglioramento per la maggior parte di questi dispositivi è il solito fattore "più" (più sottili, più leggeri, più veloci eccetera eccetera), che il mercato iniziasse a stagnare non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno (e di certo non lo è stata per Apple, che ha ben pensato di diversificare il suo iPad proponendone una versione "pro" con schermo più grande e con impieghi più ambiziosi che non quelli di un iPhone con gli steroidi).

Quindi, cosa ci aspetta dietro l'angolo?

È difficile prevedere l'andamento di queste cose, ma io un'idea ce l'ho: si chiama Superbook, ed è un progetto presentato da Andromium la scorsa primavera. Se il nome Andromium vi suona familiare, è perché avrete sentito parlare di Androimium OS, un'app che quando decidete di utilizzare lo smartphone con un display esterno con tastiera e mouse "trasforma" Android in un sistema operativo desktop con una barra delle applicazioni, un desktop e un menù di avvio.
Beh, Superbook è figlio esattamente di quell'idea: esteticamente, sembra un normale laptop, col suo schermo HD, la tastiera fisica, il touchpad e la batteria.

Solo che dentro non c'è scheda logica, non c'è hard disk, non c'è RAM né niente. Il "cervello" è il vostro smartphone: attaccatelo attraverso la presa USB e otterrete un computer portatile col processore ed il sistema operativo del vostro telefono. Un'app rileva automaticamente che i due dispositivi sono collegati e adatta la vostra interfaccia di Android rendendola più simile a Windows (o ad un altro sistema operativo desktop), e da quel momento potete usare tutte le applicazioni che avete installate sullo smartphone su una piattaforma notebook-like.
Per chi ha buona memoria, anni fa Motorola propose QUESTO... che, per un un motivo o per l'altro, forse semplicemente in troppo anticipo sui tempi, non ha riscosso successo ed è stato dimenticato.


Superbook ha un display TN da 11.6 pollici full HD (1920 x 1080 pixel), un trackpad multi-touch, una tastiera QWERTY con tasti di navigazione per Android e una batteria da dieci ore di autonomia (che può anche ricaricare il vostro smartphone quando è collegato). Le porte per il collegamento sono delle micro USB OTG e USB-C. Gli smartphone collegabili a Superbook devono avere installato Android 5.0 o superiore, avere almeno 1,5 GB di RAM e 25 megabyte di spazio libero.
I tipi di Andromium hanno già mostrato dei prototipi funzionanti, e la campagna di crowdfunding ha già superato la bella sommetta di due milioni e mezzo di dollari... il che significa che i primi Superbook verranno spediti già a gennaio alla modica somma di 99 dollari.
Altri si getteranno nel solco di Andromium, proponendo le loro versioni per "laptopizzare" i milioni di cellulari Android esistenti? Non lo so, ma è una possibilità concreta.

E Apple? Beh, dopotutto ha introdotto sugli iPad (senza troppo clamore) una robetta chiamata Smart Connector, che se venisse adottata sui prossimi iPhone potrebbe servire esattamente a questo, e potrebbero dire: "Eh, noi ci avevamo già pensato da un pezzo". O magari no.
Insomma, sono curioso di assistere agli sviluppi.

martedì 16 agosto 2016

Tk-436 - A stormtrooper story.


Ogni anno Lucasfilm organizza un contest dedicato ai cortometraggi amatoriali ispirati all'universo di Star Wars (e, a margine, trovo fantastico che dove altri – Paramount col suo Star Trek, ad esempio, ma anche Marvel non ci scherza troppo – scoraggino in ogni modo i fans a realizzare opere autoprodotte, Lucasfilm al contrario incentivi questa pratica)... e quando ho visto il vincitore di quest'anno, dodici minuti di montato che scorrono via come acqua fresca, ne volevo ancora.

Tk-436 - A stormtrooper story, diretto da Samtubia e Samgoma Edwards, non si discosta da altre opere a tema bellico (Star Wars qui è solo una contestualizzazione di un filone ben definito) ed è girato con pochi mezzi, ma è notevolissimo come regia, montaggio, fotografia, soundtrack, color correction, e se non una visione imprenscindibile (che siate o meno appassionati di Star Wars), è certo del tempo ben speso.
Cliccate play e godetevelo nella sua versione integrale.

NB Il posterino in apertura l'ho messo insieme io in fretta per questo post, e non è nulla di ufficiale.

domenica 14 agosto 2016

Quello che avrei voluto fosse Equals.


Quello che avrei voluto fosse Equals:
- il film a basso/medio budget, poco o zero pubblicizzato, che la distribuzione ti fa arrivare di soppiatto nelle sale in pieno agosto e che ti svolta la serata, consegnandomi un piccolo cult di quelli che poi ti autocompiaci di avere scoperto;

- il film che, strizzando (e parecchio, a cominciare dal titolo) l'occhio al magnifico Equilibrium di Kurt Wimmer, ne vuole essere un omaggio consapevole e aggiornato, pur discostandosene abbastanza per non essere considerato un remake;

- il film che, sotto la supervisione di "papà" Ridley Scott (il film esce sotto la sua egidia, anche se non vi è dato alcun risalto) ripropone un'estetica in bilico tra le utopie degli anni cinquanta e le distopie degli anni novanta ma introducendo anche qualcosa di inedito e di rimarchevole.

Quello che effettivamente è stato Equals:
- un film a basso/medio budget che, per nessunissimo motivo, si farà ricordare, tanto è piatto, monocorde, prevedibile e soporifero.

- un film che, a iniziare dai due protagonisti (il Nicholas Hoult di X-Men e la Kristine Stewart di Twlight) cerca di strizzare l'occhio a un pubblico appena post-adolescente, lo stesso che ha premiato al botteghino filoni come Divergent e ne cerca ancora in produzioni come questa.

- un film che mette a segno un paio di colpi sotto la voce "colonna sonora" (Bach e Chopin sono scelte non nuovissime ma efficaci) e "scenografie" (gli spazi iperfunzionali di Tadao Ando filmati in Giappone e le interfacce minimaliste che appaiono qua e là funzionano alla grande), ma che è carente sotto qualsiasi altro punto di vista.


In definitiva, io che dall'adolescenza e dalle sue storie d'amore che travalicano divieti e ostracismi sociali ne sono uscito fuori da un bel pezzo, mi sono annoiato a morte. Forse un pubblico più "vergine" a certe tematiche e magari anche di opere come, oltre il già citato Equilibrium, 1984, THX1138 o La Decima Vittima lo apprezzerà di più.

lunedì 8 agosto 2016

Star Wars: Tarkin, la recensione


Di come non sia stato per nulla facile né incoraggiante procurarsi (legalmente) una copia digitale di Star Wars: Tarkin leggibile dal mio iPad, vi ho già raccontato QUI.
E ora che l'ho finito, vi dico che si tratta di una storiella che non ha niente di epico o anche solo di memorabile.
James Luceno, uno dei più accreditati narratori dell'universo narrativo espanso della saga di Star Wars, usa questo romanzo per approfondire la figura del governatore Tarkin... personaggio che a dispetto del suo risicato minutaggio in ANH (Una Nuova Speranza, ovvero l'Episodio IV) riesce a farsi ricordare a distanza di decenni (QUI un recente post dove accennavo a una sua posiibile resurrezione digitale nel prossimo Rogue One), ma lo tratteggia con banalità e superficialità, limitandosi a raccontare (con dovizia di dettagli, questo sì) la sua iniziazione all'età adulta in una regione ostile del suo Mondo d'origine e concentrando in qualche pagina noiose dissertazioni pseudo politiche che dovrebbero chiarirci come sia arrivato ad occupare la sua posizione in seno all'Impero... ma che comunque non restituiscono un quadro soddisfacente dell'"uomo" Tarkin.
Ho proseguito a lettura veloce tutto il romanzo, nella speranza di scorgere un guizzo, qualche tratto distintivo, un dialogo, una riflessione interiore, qualsiasi cosa me lo facesse apparire più che una creazione letteraria mutuata da un film diventato di successo.
Invano.

Tarkin è descritto come un ufficiale intelligente, sagace e leale all'Impero. Ma niente più che questo. Possiamo legittimamente immaginare che ne ce siamo tanti altri come lui, e dopo un po' è altrettanto legittimo che insorga la domanda: perché stiamo leggendo proprio delle sue imprese?
D'accordo, è il comandante della Morte Nera. Stazione da battaglia che però, in questo romanzo, non esiste ancora. Nulla, in quello che fa o dice Tarkin nel romanzo, prelude al personaggio iconico e nervoso che abbiamo visto in Una Nuova Speranza strattonare il guinzaglio di Vader, trattare con tagliente e divertito sarcasmo la leader dell'Alleanza Ribelle e ordinare la distruzione di un intero pianeta con la disinvoltura con cui noi ordineremmo un latte macchiato.


La mia impressione è che Luceno abbia semplicemente costruito una storiella per accontentare i fan che chiedevano di gettare un po' di luce sulle origini del personaggio, senza metterci particolare impegno né nel costruire una vicenda appassionante (ricorda un po' una vecchia puntata televisiva di Star Trek) né nello "scolpire" un personaggio vero (con battute "vere" e azioni imprevedibili) con cui poter empatizzare.

Persino Vader, che gli fa da spalla di lusso, è una figura poco più che bidimensionale, e non riesce a tirare fuori da Tarkin il carattere, le ambizioni, i timori, tutto quel bagaglio di umanità, insomma, indispensabile per arrivare alla fine del racconto appagati e con la voglia di leggerne ancora (due condizioni, per quanto mi riguarda, imprenscindibili almeno quando ci si approccia a letteratura di questo genere).

Del tutto inutile, poi, la lettura per chiunque non ami la saga di Lucas. I riferimenti al suo universo narrativo sono presenti in ogni pagina, e come opera stand alone non ha alcun senso (ma questo mi pareva ovvio fin dall'inizio).
Per contro, lo stile non ha particolari cadute, restando nei parametri di un compitino ben scritto, preciso ma senza essere evocativo.
Trascurabile.

sabato 6 agosto 2016

Ghostbusters. La recensione e un paio di riflessioni a margine.


Ghostbusters mi ha divertito.
Parecchio.
Non dirò che mi ha fatto scivolare giù dalla sedia dalle risate, perché è un effetto che quasi nessun film mi procura (probabilmente le mie corde sono altre), ma per quasi la totalità del tempo ho avuto un sorriso idiota stampato sulla faccia, quando non addirittura sono scoppiato a ridere di gusto, perché le battute erano ben scritte (parecchi dollari devono essere andati ai migliori scrittori disponibili a Hollywood), arrivavano al momento giusto ed erano ben servite dall'attore (in gran parte, dall'attrice) di turno.
Cosa molto, molto buona, per una commedia.
Un po' meno per un horror orientato (a volte più, a volte meno) alla commedia, come era — sostanzialmente — il progenitore del 1984.

Ora, tutto sta, come altre volte, se si vuole considerare il nuovo Ghostbusters come un prodotto a sé stante o come un remake. In altre parole, se graziarlo (e anzi, riconoscergli i suoi meriti) o condannarlo al pubblico ludibrio (operazione, peraltro, già ampiamente messa in atto settimane e mesi prima del lancio dai soliti simpaticoni integralisti che credono che un film sia un dogma intoccabile).
Se scegliete la prima opzione, vi divertirete parecchio. Riderete, resterete sorpresi, farete il tifo, ci porterete i ragazzini e, tornati a casa, lo dimenticherete e passerete ad altro.


Se scegliete la seconda, avete già deciso, e forse non c'è neanche bisogno che andiate a vederlo: per voi, era un film che non andava fatto, che anche se è vero che non toglie nulla all'originale nemmeno aggiunge, per finire con lo scadere in considerazioni sessiste di terz'ordine o andarvi ad attaccare a cose come le strisce arancioni che non c'erano sulle tute originali. E credo a poco o nulla possa servire ricordarvi che, solo a disturbarsi a guardare indietro un attimo, molti classici del cinema anni cinquanta sono remake degli anni trenta (Frankestein, La mummia e L'Uomo Invisibile, giusto per restare in tema horror, ma anche L'Uomo che sapeva troppo di Hitchcock era un remake), un mucchio di enormi successi degli anni settanta e ottanta sono rifacimenti di film degli anni cinquanta (a memoria, posso citare Cape Fear, Nosferatu, Scarface, Dracula, Terrore dallo spazio profondo, La Cosa, Ocean's Eleven).

Che poi molti di questi remake non siano all'altezza è anche opinabile, ma da qui a dire che non dovrebbero godere di diritto di cittadinanza nelle sale, ce ne corre parecchio.

Ad ogni modo, non credo vi serva poi una mia recensione per decidere cosa fare: quello che posso dirvi è che Paul Feig (un americano classe 1962 specializzato in commedie) ha il coraggio di accostarsi a un piccolo grande classico e, preso un gran respiro, lo riscrive completamente, raccontando la stessa storia ma cambiando praticamente tutto.
A iniziare dal sesso dei protagonisti, ma credetemi almeno quando vi dico che questo, nell'economia generale del film, è del tutto ininfluente.
Il quartetto di attrici chiamate a indossare le iconiche tute da acchiappafantasmi forse non passerà alla storia come sono riusciti Murray, Aykroyd, Ramis e Hudson, giusto in questi giorni celebrati con una serie di magnifiche action figures (quando qualcuno realizza un'action figure su di te, solo allora puoi dire di avere lasciato un segno)... Ma chi se importa?

Ghostbusters 2016 è spassoso, ha ritmo, ha più di una bella trovata (la genesi del logo, per dirne una), le citazioni sono tante e tutte gradevoli (qualcuno poi mi spieghi perché, se le vede in Stranger Things sono omaggi e invece in Ghostbusters sono sacrilegi), i cameo del vecchio cast sono adorabili e il personaggio di Chris Hemsworth è irresistibile.

Tutto perfetto, quindi?
Certo che no.
Il primo Ghostbusters resta un mito irraggiungibile, perfetto nel suo equilibrio tra sci-fi, commedia, love story e horror, reso eterno da un cast irripetibile, da un production design che ha fatto scuola e da una colonna sonora che non ha praticamente eguali.
Tutti si ricordano di Ghostbusters. Possiamo citare le sue battute a memoria e nel guardaroba di qualsiasi nerd c'è di certo una maglietta o un cappellino con l'omino dei marshmellow gigante.
Ghostbusters è pop culture al cento per cento.

Viceversa, il tono fin troppo scanzonato dato da Feig impedisce allo spettatore di avvertire quella scintilla di tensione drammatica che ci "condanna" a percepirlo come un grosso giro di giostra, perfettamente oliata e manovrata a puntino... Ma, ecco, diciamo che per diventare un mito ci vuole altro.
Se non vivete di soli miti, andate a vederlo e godetevelo.

martedì 2 agosto 2016

Come NON si incrementa il mercato degli eBook.


Ieri ero in libreria, e stavo sfogliando un volume.
Nulla di che, un romanzo del ciclo di Star Wars, senza pretese ma discretamente scritto, una perfetta lettura estiva, trecento pagine e filare.
Lo volto e noto che il prezzo di copertina è un pelo più alto della media, considerando anche il tipo di edizione (copertina morbida senza sovraccoperta). Controllo al volo sullo smartphone, e sul primo dei risultati di Google, leggo che è anche disponibile in ebook a 7,99 euro.


Rifletto: potrei portarmelo in giro assieme l'iPad, del proverbiale profumo della carta posso anche fare a meno (ho tanti altri bei libri a casa, da sniffare in caso di astinenza), risparmio qualche euro su quello che è sostanzialmente un libro "di consumo", quindi perché no.
Così memorizzo la casa editrice (Multiplayer, un nome che dovrebbe essere una garanzia di reperirlo facilmente sul loro store on line), e me ne torno a casa, deciso a comprarne l'eBook appena sono davanti il Mac.
Infilandomi in un percorso a ostacoli, con partenza la mia decisione di acquistare e con arrivo il momento in cui posso iniziare a leggere il libro, che vi vado velocemente a riassumere.

1) Cerco lo store sul sito Multiplayer (che non è, come possiate credere, multiplayer.it.

2) Scopro che è, invece, edizioni.multiplayer.it.
 È uno di quei siti fatti con un template, non brutto, eh, ma, come tutti i siti fati con i template, non un capolavoro di usabilità, e gli strumenti integrati non mi aiutano: per dire, la ricerca effettuata nel campo "cerca" mi porta alla lettura di capitoli singoli del libro, e anche a cliccarci sopra, non c’è modo di comprare l’ebook né ci sono rimandi al suo acquisto.
3) Trovo comunque la pagina col libro che mi interessa, e c’è anche un pulsante “Acquista su”.
 Ci clicco sopra e vengo rimandato alla pagina di uno store, con grafica completamente diversa (tanto che per qualche momento credo di essere finito su un sito farlocco) e leggo che è possibile effettuare solo l’acquisto della copia cartacea.


Ricontrollo: mi trovo sullo store online della casa editrice.
Possibile? Più che possibile: leggo, proprio sotto, la domanda di un cliente che chiede se è disponibile anche una versione ebook, e leggo la risposta di Multiplayer.com: Ciao, mi dicono di no.

Eppure, basta googlare per scoprire che ibs.it – invece – ha in vendita l’ebook di Multiplayer, e mi vedo costretto a concludere che chi risponde a quelle domande non sa neanche cosa abbiano in catalogo.

4) Ad ogni modo, eccomi sullo store di ibs. Leggo sotto la voce “compatibilità”: Tutti i dispositivi.
Il che suona parecchio bene, ma basta spostare il cursore sulla piccola “i” accanto che questo “tutti” NON include, ad esempio, il Kindle... che, diciamo, non è esattamente un e-reader di nicchia che usano una ristretta cerchia di geek, ma uno dei lettori più diffusi al mondo. Ma, dopotutto, io ho un iPad, e quindi decido di procedere all’acquisto.

Anzi, no.
Prima, devo registrarmi sul sito di ibs.it. Tediosa procedura che non si limita a chiedermi il solito username e password, ma anche un mucchio di informazioni personali come codice fiscale e telefono cellulare.

Senza uno di questi dati, niente registrazione, niente acquisto, niente ebook.
5) Accedo al mio conto Paypal per confermare il pagamento, immettendo la mia password, sentendomi privilegiato rispetto chi deve concludere la transazione attraverso la sua carta di credito e deve inserire nome, cognome, numero, data di scadenza, numero di sicurezza, insomma, conoscete la trafila.
6) Scarico l’ebook. Realizzando, pochi istanti dopo, che in realtà non ho scaricato un bel niente sul mio Mac: lo sto solo visualizzando. In altre parole, lo posso leggere sul mio browser, più o meno come un pdf piratato.
7) Quindi, mi metto alla ricerca di una qualsiasi opzione di scaricamento, in un'interfaccia così minimale che alla fine trovo un'iconcina, che appare solo se clicco col tasto destro e solo sulla copertina, che mi suggerisce che posso effettuare il download da lì.

8) Ecco, finalmente ho il dannato eBook, mi dico. Ravano nella cartella download. Non c'è il mio ebook, ma un file con l’estensione .acsm. Di 4Kb.
Che non viene aperto da iBooks, né sul Mac, né sull’iPad... né con nessun altra applicazione.
9) Lancio una nuova ricerca e scopro che i file .acsm sono solo “collegamenti” al vero ebook, o, meglio, una "licenza" per poter scaricare un ebook protetto da DRM (acronimo di Digital Right Management, in sostanza un sistema anticopia).
Adobe lo fa per contrastare la pirateria. Ed è giusto. Peccato che io, pur non essendo un pirata, per poter leggere il mio ebook legalmente acquistato sul mio iPad profumatamente pagato, devo ancora faticare parecchio. 
10) Scarico il software (free) Adobe Digital Editions, e lo installo sul mio Mac.
E potrei anche pensare di iniziare ad usarlo, ma in realtà l'uso di questo programma va autorizzato. E sono sicuro che c'è un motivo anche per questo, ma, insomma, avete capito, non fatemi commentare.

11) Per autorizzare Adobe Digital Editions, Adobe pretende un account aperto sul suo sito. O così, o niente.
Così apro un account Adobe, e autorizzo la mia copia di Adobe Digital Editions con l'account appena creato (Help>Autorize Computer).
12) Sto vedendo la luce in fondo il tunnel. O, meglio, credo di vederla. Apro il file .acsm con Digital Editions, e scarico il mio ebook.

13) Cerco il file ePub generato da Adobe Digital Editions (Su Windows: \My Documents>Documents>My Digital Editions, su Mac: Users>[Nome utente]>Documenti>Digital Editions).
14) Adesso ho un file ePub, dalla familiare, rassicurante iconcina. Provo a darlo in pasto ad iBooks o all'iPad, ma, oltre il fastidioso dettaglio di avere perso la copertina per strada, scopro che l'ebook è illeggibile, ancora chiuso a doppia mandata. Questa faccenda della protezione anticopia è presa dannatamente sul serio, e io, che ho pagato in anticipo senza fiatare, comincio a perdere la pazienza.
15) Il problema degli ebook scaricati da file .acsm è che poi possono essere letti solo su dispositivi autorizzati da Adobe, come Sony eReader, devices Android (BlueFire app) e gli eReader Tolino. 
QUI isb vi racconta perché è cosa buona e giusta blindare la sua roba e costringere gli utenti a tutto questo balletto (vedi anche alla voce: presunzione di colpevolezza).
Ad ogni modo, esistono vari modi software per rimuovere il DRM di Adobe da ePub o PDF, rendendoli di fatto leggibili dal mio iPad e altri dispositivi iOS (o su un Kindle, se ne avessi uno). Il migliore in circolazione è QUESTO.
E vi avviso subito che costa 36 dollari, ma ha un periodo di prova gratuito di un mese.
La legalità dell'uso di questo software, per inciso, varia da Paese a Paese... e, sostanzialmente, serve a sbloccare una cosa che è già vostra, anche se le clausole scritte in corpo piccolo – che nessuno legge mai ma che tutti accettano – dicono che non è così, che voi avete torto e che il DRM salverà il mondo.
Non voglio prendere una posizione. Ognuno si faccia un'idea sua.
16) Ora, grazie al mio periodo di prova gratuito (ma pare che si possa fare gratuitamente pure con Calibre, anche se io non l'ho provato) converto il file ePub generato da Adobe Digital Editions e, finalmente, posso caricarlo sul mio iPad.
17) Apro l’ebook. Non c'è più la copertina e ho idea che non la recupererò mai, ma arrivato a questo punto mi sento già come se avessi raggiunto la vetta.

Ora, potreste (anche legittimamente, in un certo senso) aspettarvi che finisca questo post con la solita frasetta stizzita del tipo "la prossima volta, compro direttamente la versione cartacea, vaffanculo te e l'ebook e il DRM e mi risparmio una quindicina di questi 17 passaggi, saltando direttamente dal passare alla cassa, pagare e iniziare a leggere"... ma non lo farò.
Sono ancora convinto che l'ebook sia un gran cosa, di una praticità incomparabile e che abbia dato nuova linfa a tutto un mercato di editoria emergente e di scrittori autoprodotti che possono, finalmente, svincolarsi dal supporto fisico e dai suoi costi e proporsi a un pubblico sempre più digitalizzato.
Però.
PERÒ.
Rendere un pelo più semplice la vita all'utente finale, quello che sceglie, paga e magari vorrebbe anche dare una spintarella a un mercato nascente... ecco, quello non guasterebbe, cara Adobe o chi per te.
Ma non voglio dirti come fare il tuo lavoro, pensaci tu.

EDIT. Anzi, un suggerimento voglio darlo, non solo ad Adobe, ma a chiunque produca e commercializzi eBook al mondo e voglia mostrare un po' di rispetto e di lungimiranza verso il suo pubblico: cari editori digitali, al momento dell'acquisto inviate tre versioni del vostro eBook.
Uno nel vostro preziosissimo formato proprietario. Uno in formato mobi, per Kindle, l'ultimo in ePub per iOS. E con pochi Kb in più avrete accontentato il 90% dell'utenza.
Poi, sì, certo, l'utente finale può anche arrangiarsi con Calibre o altri strumenti per leggere quello che ha comprato... ma avete mai sentito parlare di soddisfazione del cliente e del suo magico ritorno? 
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