lunedì 19 marzo 2012

Quello che resta.

Mi aggiro nella sua stanza, senza sapere veramente dove mettere le mani.
Scrutando un ordine che agli occhi di chiunque altro, compresi i miei, è un disordine.
Un ammucchio caotico, stratificato nei decenni, ingiallito dal tempo e dal tabacco che si è lentamente bruciato qui dentro. Vorrei poter sentire ancora l'odore dolciastro della sua pipa: pare che gli odori siano molto evocativi, stimolano la parte rettile del nostro cervello e – del tutto all'improvviso – spalancano porte nella nostra memoria su momenti dimenticati eppure vissuti.
Ma non sento più niente. Solo la carta emana quel vago odore di vecchio, di consunto, di dimenticato. Gli oggetti sono qui per farci ricordare. Forse è la loro funzione più importante, e questo lo capiamo solo dopo: quando le persone non ci sono più, e restano solo le loro cose.
Ognuna da poter prendere in mano, avvicinare alla memoria e da cui tirare fuori qualcosa: un'immagine, una frase, una giornata. Forse in ogni cosa che abbiamo posseduto, toccato e vissuto resta una traccia di noi, un frammento, un alito. Un vaghissimo sentore che può ancora essere captato e riesumato da chi riesce a sintonizzarsi su quella frequenza morta.
E io mi sforzo di ascoltare.
Tra la polvere, le migliaia di righe dattiloscritte con la Olivetti, i quaderni riempiti con la stilografica con inchiostro blu, i collage con i ritagli di giornale col suo nome e la sua faccia, gli appunti, le agende, le poesie, i saggi, i milioni di parole uscite dalla sua testa e depositate sulla carta.
La sua eredità, la sua essenza, è tutta qui dentro, svuotata di qualsiasi altro senso che non sia dire a chi entra qui dentro: ecco chi ero, ecco cosa facevo, cosa cercavo, quello che ho scoperto.
La sua biblioteca, messa assieme volume per volume, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Freud e Jung la fanno da padroni, ma c'è anche praticamente ogni cosa scritta da Charcot, Breuer, Nietzsche, Adler, Stekel, Tausk, Spielrein.
Un viaggio attraverso la psiche umana durato una vita intera.
Inframezzato e contaminato dalla teologia, a sovvertire gli ordini, le teorie, a porre nuove domande. Tutte ordinatamente poste in bella grafia in questi quaderni che ripongo negli scatoloni, dopo averli sfogliati senza riuscirne ad afferrare il senso, così come non sono mai riuscito a fare in vita e – diciamolo – senza neanche provarci con sufficiente impegno.
Perché ci sono padri che seguono strade che non necessariamente i figli condividono o anche solo comprendono.
E restano un po' più soli.
Dietro i loro studi, le loro visioni, a perdersi nei loro labirinti personali.
Per tutto il tempo che è stato loro concesso.
Dove si trova adesso, tutta questa roba non serve più. È servita come un propellente ormai bruciato, come uno stadio del Saturno V che serve a portare in orbita gli astronauti e poi si stacca e va a perdersi nell'oceano.
Per lui, è arrivato il momento di ottenere qualcuna delle risposte alle sue domande.
A noi, a me, rimane la carta, l'inchiostro, la polvere, il suo nome stampato su mille pezzi di carta.
Rimangono fantasmi, voci, miraggi. Rimane il poco che siamo riusciti a trattenere, e che cambia e si trasforma giorno dopo giorno senza che neanche ce ne accorgiamo.
Di mio padre mi resta anche questa stanza. Che è più di quanto non abbiano tanti altri, immagino.
Per oggi, si chiude qui.

14 commenti:

Ariano Geta ha detto...

Bellissime parole che racchiudono molto di più di quel che dicono.

Uapa ha detto...

E il ricordo del profumo della pipa, che adoro, come odore e come immagine.
Non ho molte cose da dire e non sono molto chiare neanche nella mia testa, quindi per ora non ti dico nulla. Ma credimi, anche questo post mi fa pensare tanto. E' disarmante.

LUIGI BICCO ha detto...

Non ricordo chi disse che il dolore di una perdita si trasmette di più attraverso gli oggetti che hanno accompagnato quella vita.

Ipotesi poco francescana, forse, ma affascinante e, per quanto mi riguarda, molto molto veritiera.

Molti di quegli oggetti trasudano l'esistenza di chi li ha posseduti. Stare lì in mezzo deve essere come stare in mezzo a un fiume in piena di ricordi.

Non deve essere facile. Ma probabilmente ti ha donato più di qualche emozione forte.

Alberto DF ha detto...

Grande Luke, bel post. Alberto

Simone Longarini ha detto...

Commosso. Ho perso da poco mia Madre...potrai capire.

Simone ha detto...

Io penso che le cose che scriviamo parlano di noi, ma la nostra essenza, quello che siamo davvero, arriva - forse - a scalfirla solo chi ci vuole veramente bene.

Simone

Maura ha detto...

Le cose parlano di noi.
Quanto è vero.
Di mia nonna conservo ancora pochi oggetti, ma ognuno di loro ha una storia da raccontarmi, ogni volta che li riprendo in mano.
Un portachiavi, dei guanti, un borsellino, i suoi occhiali da vista di corno.
Non hanno più alcun odore (peccato!), ma la loro potenza evocativa è ancora forte.
Posso capirti bene.

La firma cangiante ha detto...

Bel post Luke, davvero. Spero questa non sia una giornata troppo difficile.

A domani.

Ettone ha detto...

Bel post... ;)

Anonimo ha detto...

Il guardare la foto mi ha riportato prepotentemente in quella stanza di Via Artom, risvegliando in me il ricordo dell'unica volta in cui vidi tuo padre, quando mi presentasti a lui. E prepotente è ritornato l'odore di fumo che descrivi.
E' identica; lo stesso ordine complesso. Se la foto è recente devo dirti che i trent'anni non sono passati affatto.

Quante volte ho pensato a lui (pur non avendolo mai frequentato) non puoi nemmeno immaginarlo.. come ancora mi sopraggiunge improvviso il volto della tua mamma.

Noi scegliamo i nostri genitori caro amico mio, e si mettono a nostra disposizione già nell'attimo del concepimento per lanciarci nella nostra traiettoria terrena, e di quanti loro pensieri, parole, opere ed omissioni siamo (e sei) permeato non ci sarà mai dato a sapere.

Quello che dici nei tuoi post non sono mai parole nuove ma risvegliano echi antichi in ognuno di noi followers. Hai tanti doni: gusto estetico e linguistico, sei introspettivo e prepotentemente esplosivo nelle tue esternazioni.

Ti ricordi di quando dicesti che eravamo dei disadattati? Io si. Da sempre.

Siamo tutti Uno, amico mio.

con amore,

M.

claudia ha detto...

e' potente l'odore dei ricordi, ti prende all'improvviso, ti fa ritornare a momenti che credevi perduti...
R.i.p. per tuo padre, e anche per il mio.

Lady Simmons ha detto...

E un giorno difficile per me questo.
Ho cercato di non pensarci tutto il giorno, ma il tuo post mi ha fatto salire le lacrime.
Sono giorni di domande, di ricerca per me sull'esistenza.
Non ho risposte forse perchè non devono esserci risposte, perchè gli oggetti ci accompagnano e basta, restando per un po' a testimoniare chi siamo stati.
Ma è una gentilezza che gli oggetti regalano agli altri, quelli che restano a guardare le stanze vuote.
Con mio padre non andavo molto d'accordo, ma col tempo, attraverso la sua stanza e le sue cose ho avuto modo di comprenderlo di più e scoprire che quello che amo di più di me stessa è in gran parte un suo dono.

Sam ha detto...

Un post toccante...

Neliel ha detto...

Mio papa' c'è ancora e il tuo post mi ha fatto venire voglia di riabbracciarlo ancora + forte, festa del papà o meno. E chiunque abbai ancora il papà dovrebbe farlo, perche' un giorno non avremo piu' niente da abbracciare, ma solo oggetti e cose e vestiti appesi nell'armadio di cui cercheremo di cogliere un vecchio odore ormai perduto. -__-