giovedì 22 ottobre 2015

Wolfgang Flur. Eloquence.


Se io fossi un ex membro dei Kraftwerk, credo che me lo farei stampare pure sull'elastico delle mutande. E invece, Wolfgang Flur non sembra padroneggiare bene l'arte dell'autopromozione: in vent'anni ha prodotto appena due album da solista, dei quali molto probabilmente non avete mai sentito palare.
La sua pagina Wikipedia è scarna, poco aggiornata e con un link ad un sito defunto da chissà quanto. Potete raggiungerlo a QUESTA pagina rimasta stilisticamente ferma agli anni novanta, o a QUESTA, creata per il lancio di Eloquence.

Eloquence è il cd uscito proprio in questi giorni, e raccoglie materiale che Flur sembra aver scritto e poi buttato nel cassetto un po' alla rinfusa nel corso degli ultimi dodici o quindici anni... ma basta grattare un poco sotto la vernice per scoprire un disco raffinato, di nicchia e che è riuscito a stupirmi più di una volta.
Pur conservando pesanti influenze del suo passato con la band di musica elettronica più importante della storia, Flur sovrappone melodie lounge, elementi di jazz, krautrock e dance a trovate sonore e vocali assolutamente originali.

Tutto questo reso più interessante da alcune collaborazioni di quelle che sembrano proprio essere state capate dal mazzo, come quella con Bon Harris degli Nitzer Ebb, Anni Hogan dei Marc & The Mambas, Jack Dangers dei Meat Beat Manifesto o Ramón Amezcua della band messicana Nortec Collective. Nomi che potranno non dirvi nulla, ma che tra gli addetti ai lavori godono del massimo rispetto... col risultato che se c'è un difetto che proprio non si può ascrivere a questo disco, è di essere monotono.
Per carità, niente di innovativo o che esca più di tanto dal solco di un'elettronica ben strutturata, ma rispetto i lavori dei Kraftwerk c'è respiro, sensibilità e un certo bizzarro umorismo.

Il disco include dodici tracce originali (Moda Makina è entrata immediatamente nelle mie grazie) e sei bonus track, tra le quali spicca una versione giapponese di On The Beam cantata dall'ex vocalist Pizzicato Five Nomiya Maki.
La confezione grafica è ricercata, e quanto di più lontano possa esserci da un album dei Kraftwerk: calda, organica, priva di gabbie, quasi naif.
Lo trovate anche in vinile, se volete giocare a fare quelli vintage, o in digital download se non ve ne frega niente della plastica e del cartoncino: a voi la scelta.

In tempi di magra come questi (ma lo avete sentito quanto è inutile l'ultimo album di Skrillex?) un disco come questo è consigliatissimo.


3 commenti:

The_passenger ha detto...

Recentemente invece parlavo con un amico riguardo l’attualità di certa musica, di come essa sia fruibile in un determinato periodo storico e di come, col passare degli anni, per quanto rimanga un ascolto piacevole spesso perda la forza che la caratterizzava, quella capacità di descrivere i giorni in cui è uscita.
Ho avuto questa impressione con l'ultimo disco di Karl Bartos (l'altro esule Kraftwerk), e temo l'avrò ascoltando questo di Flur.
Però li si ama lo stesso. ;-)

BlackBox ha detto...

Non lo conosco, ma il packaging mi piace un sacco!!!

CyberLuke ha detto...

@The_passenger: molti hanno le tue impressioni ascoltando Off the Records. E non riesco a dargli completamente torto, ma in quel disco ci sono almeno un paio di pezzi talmente riusciti che gli perdono di non essere uscito, tipo, cinque anni fa.

@BlackBox: ha un'aria piuttosto vintage. Non nuovissima, in realtà. Ma ha il suo perché.