venerdì 4 febbraio 2011

[ADDETTI AI LAVORI] Simona Calavetta.

Avete apprezzato parecchio il contributo di Maurizio, emerito copywriter.
Strettamente imparentato con chi fa il suo lavoro, lavora nell'ombra lo sceneggiatore.
Dà struttura e credibilità alle storie, e crea – letteralmente dal nulla – universi interi, vicende, intrighi, complica e risolve, e cerca di starvi sempre un passo avanti pur di mantenere viva l'illusione e la tensione narrativa.
Simona è questo che fa, una specie di magia quotidiana che in realtà scaturisce dalla combinazione di una buona dose di fantasia all'applicazione di tutta una serie di regole precise.
È una professionista che lavora nel settore dell'editoria per ragazzi da parecchi anni, ha un'anima da artista (QUI dei suoi acquerelli, alcuni dei quali sono diventati copertine di libri), è una delle autrici di un noioso blog su Tolkien e si è resa disponibile a rispondere a qualche domanda sul mestiere.

Intanto sgombriamo il campo da ambiguità. Sceneggiatrice di cosa? Serie televisive di successo, kolossal hollywoodiani, o?…

Film porno: dialoghi zero. Lavoro di tutto riposo.
Ovviamente no, scrivo giornali per bambini e ragazzi e ho sceneggiato un numero ormai imprecisato di fumetti. Purtroppo ultimamente, a causa della crisi delle vendite, i fumetti - e quindi le sceneggiature - stanno diventando un ricordo. In questo periodo sto adattando per mio conto L’abbazia di Northanger di Jane Austen, in una sceneggiatura per una futura graphic novel.

Adesso spiegalo con parole semplici. In poche parole cosa fai? Scrivi le storielle? È così che porti il pane a casa invece di guadagnare denaro spaccandoti la schiena come fanno le persone perbene?

È vero, e me ne vergogno. A mia discolpa posso dire che il mio guadagno difficilmente toglie il pane alle persone perbene. E comunque, anch’io ho fatto parte della categoria del lavoratori “seri”... ho fantastici trascorsi da commessa e cassiera!
Ad ogni modo, sì, scrivo storie, che a volte restano in prosa e a volte diventano delle sceneggiature. Assieme alle storielle, il mio lavoro include la stesura di articoli di vario genere, correzione di bozze e a volte la creazione di nuovi personaggi che daranno il via a nuove testate.

Dicono che tutte le storie sono già state scritte. Quando sei davanti il foglio bianco, come fai ad inventarti qualcosa di nuovo? Hai un segreto che vuoi condividere con noi?
Non ho un segreto, rispetto scrupolosamente la regola del panico da foglio bianco! :D
L’àncora di salvezza spesso è lo spunto suggerito - ma diciamo anche richiesto - dal boss... o qualsiasi informazione (magari letta per caso on line, ascoltata alla radio o colta facendo zapping) che porti ad immaginare una situazione, un personaggio, un abbozzo di soggetto.
Forse è vero che tutte le storie sono state scritte, non foss’altro perché una buona narrazione rispetta determinate regole, procede attraverso scansioni necessarie al coinvolgimento altrui e contempla delle figure archetipiche. Ma non credo che questo ne pregiudichi l’originalità, perché la grande differenza la fa il modo, lo stile in cui una storia è raccontata.
E poi, anche se tutte le storie sono state scritte e se tutte le melodie sono già state composte, non per questo si smette di creare. C’è chi crede che l’intera storia umana non faccia che ripetersi per corsi e ricorsi, ma non abbiamo ancora smesso di provare curiosità.
E ora fammi una domanda cretina, se no qui si diventa troppo seri.

Come ti assicuri che la storia che hai scritto funziona? Usi dei trucchi tipo recitare le varie parti allo specchio facendo le voci diverse?
Niente specchio. Basta recitare i dialoghi ad alta voce, per capire se risultano troppo artificiosi, se sono adeguati alla situazione e ai personaggi, e se rendono bene i sentimenti che vogliono esprimere.
Per valutare una storia, vale la vecchia regola del lasciarla decantare e rileggerla dopo almeno due giorni. Sarebbero meglio due mesi... ma le tempistiche dei periodici sono quello che sono!


Come in altri settori della creatività, ciò che inventi dev'essere "adeguato al mercato". Qual è l'aspetto che più ti pesa, in questo particolare momento storico? L'appiattimento delle tematiche, la superficialità, o cosa?

In questo momento, prendo semplicemente atto del fatto che, al di fuori dei colossi editoriali, si producono meno fumetti. La crisi si fa sentire, e nell’editoria periodica è iniziata ben prima del 2009.
Prima, invece, mi pesava il fatto che, dovendo scrivere fumetti commerciali, questi proponessero alle giovani lettrici modelli che non condividevo del tutto: per esempio, protagonisti per forza bellissimi e sempre “fashion”. Sono definiti personaggi “aspirazionali”… come se fosse sano aspirare ad essere ossessionati dall’apparenza! Però devo dire che, a parte compromessi di questo genere, nei fumetti che mi hanno affidato ero libera di scrivere le storie che volevo... e non è sempre così scontato.

Quali sono gli autori che maggiormente hanno ispirato il tuo lavoro? O, più semplicemente, quali quelli che leggi con maggior piacere e che "ti caricano" quando è il momento di scrivere tu qualcosa?

È presto detto. L’ispirazione mi arriva dalla letteratura ma soprattutto dal cinema, arte che col fumetto condivide non solo l’anno ufficiale di nascita - il 1895 - ma anche il concetto di narrazione per immagini in sequenza. Sia un film, sia un fumetto iniziano con un soggetto e prendono forma con una sceneggiatura.
Dovendo scrivere per un pubblico di bambini e ragazzi, ho preso ad esempio i libri di Roald Dahl, la saga di Harry Potter (che mi piace tutta, ma che trovo parecchio originale nei primi volumi), il vecchio Tim Burton e qualche classico Disney e fantasy... ma mi è capitato spesso di citare film che poco avevano a che fare col mio target.

Rispetto i tuoi colleghi (designer, impaginatori, creativi d'altro genere) ti senti fortunata? Il tuo lavoro è in qualche misura più semplice o di meno responsabilità?
Non mi sento fortunata, anzi: li invidio un po’ perché fanno un mestiere che vorrei fare anch’io. In generale sembra che scrivere sia più semplice ma, nel momento in cui non viene l’ispirazione... beh, non viene e basta, sia che la si debba tradurre in parole, che in immagini.
La responsabilità poi, non è minore: anche se nell’editoria commerciale si attribuisce importanza primaria ai gadget e all’impatto visivo della copertina, m’illudo ancora che le parole e i messaggi che esse veicolano siano importanti e vadano scelti con cura.
Per quanto riguarda le responsabilità più banali, visto che il testo è ciò che viene prima di tutto il resto, sia ha la responsabilità di consegnare il lavoro in tempo utile per non mettere in difficoltà illustratori e grafici... e questo, per me, diventa particolarmente pressante quando l’idea non arriva.

Quali sono le tue condizioni ideali per lavorare? Da sola, in compagnia, scrivendo su un Moleskine, digitando sul portatile, in riva a un lago, chiusa in casa col telefono staccato, con una tazza di caffè americano nelle vicinanze?

La situazione ideale? Musica bassa in sottofondo e tazza di tè sempre a portata di mano. La realtà, invece, è tentare di concentrarsi in un ufficio rumoroso, tra telefonate a cui rispondere e interruzioni continue per qualcosa di più urgente da fare.
Scrivo al computer; la carta e il gesto manuale li riservo al disegno e a volte mi capita di schizzare i visi dei personaggi a cui tento di dare voce, per familiarizzare di più con loro. Mi è capitato anche di scrivere in caffetterie rumorose e ciò aveva il suo fascino, ma difficilmente mi incontrerete seduta da Starbucks a scrivere sul mio portatile fighetto. Preferisco l’ambiente domestico. È più confortevole.

Hai un consiglio per chi già scrive e vuole cimentarsi come sceneggiatore? Potrebbe diventare il mestiere della sua vita?
Certo che potrebbe. Ma dubito che riuscirebbe a viverci comodamente. E bada che per comodità non intendo solo quella economica: potrebbe per esempio passare sette giorni su sette sulla tastiera, per far fronte alle consegne. Nei lavori creativi, anche se pochi lo dicono o lo sospettano, si alternano di continuo periodi di magra ad altri in cui non si può staccare la spina.
Il mio modesto consiglio è studiare sceneggiatura. In libreria si trovano ottimi saggi e manuali illuminanti, che aiutano a capire l’importanza della narrazione, di ogni parola, ogni scena, ogni aspetto psicologico dei personaggi.
Per come la vedo io, i creativi devono continuare a studiare, per restare tali. Gli artisti geniali e autodidatti sono luminose eccezioni che fanno la storia… ma spesso sono vagamente sociopatici e con una gloria postuma, non so se valga la pena considerarsi tali!

16 commenti:

Fra ha detto...

Che bella anche questa intervista :))
La sceneggiatrice... un MITO di mestiere... come sai, sono reduce da un corso di sceneggiatura!
Mi ha colpito quando Simona parla di scrivere in un rumoroso ufficio, con telefono che squilla e cose più urgenti da fare... mi rendo conto che ho un po' idealizzato il mestiere, pensando a chi scrive (sceneggiature, libri) come qualcuno che lo fa a casa sua, magari seduto a una bella scrivania di fronte ad un camino e una finestra panoramica, con in mano una tazza di the fumante... :)
Ma, comunque sia, guadagnarsi da vivere scrivendo è il mio sogno.

Angelo ha detto...

Mi associo, bel contributo. Sul mestiere di sceneggiatore mi ero fatto anch'io parecchi "film", e leggere le parole di Simona mi ha riportato sulla terra, cosa che credo sia il pregio maggiore di questa serie di interviste... ;)

Uapa ha detto...

Isa e Bea? Ha lavorato anche lì??? *.*
Un lavoro serissimo e di tutto rispetto, anche un po' il mio sogno... In effetti però, dover completare un lavoro entro una certa data quando l'ispirazione non viene, non deve essere carino... Immagino l'ansia :-S
Un grazie sentitissimo per l'intervista e per il lavoro dello sceneggiatore (che se poi lavora a delle testate che mi piacciono pure...!) :-)

BlackBox ha detto...

Credo ci sia anche un altro aspetto, in apparenza negativo, di questo mestiere: la sceneggiatura, a differenza delle altre produzioni artistiche di cui Cyber si è già occupato, non ha un valore letterario in sé (come un romanzo, per intendersi), non si trova nelle librerie (se escludiamo i grandi come Woody Allen o Pedro Almodovar), ma lo trova solo nel momento in cui viene messa in scena.
E credo che questo lo renda ancora un filino più ingrato, tra i lavori creativi... solidarietà quindi a Simona e agli sceneggiatori! ;-)

G.S. ha detto...

Da bambino trascorrevo ore intere nell’immaginare storie che poi mettevo in bocca ai miei pupazzi preferiti, e chissà, forse è da lì che è nato il mio sogno di scrivere sceneggiature... :D

Anch'io, come Simona, ho lavorato principalmente per il fumetto, parecchie piccole produzioni e un paio di contribuiti più importanti, ma – onestamente – niente con cui ci si possa arricchire.
Tanto impegno, tanta tecnica, e la testa apparentemente sempre tra le nuvole (vai a far capire che stai lì a cercare di captare ogni minimo cambiamento o tendenza della nostra società per tirarne fuori qualcosa di valido per la prossima sceneggiatura), e poco romanticismo, questo è il nostro mestiere. :-)

Angel-A ha detto...

^___^ Pure a me me ne hanno chieste (di sceneggiature)... non è il mio mestiere, ma dove lavoro io pare che sia la sola a riuscire a mettere 2 parole in fila (pensate gli altri....)
E ho messo assieme qualche similitudine per Simona e quelle come lei!
Fare lo sceneggiatore è come fare il cuoco: si mettono insieme ingredienti diversi, si mescola e bla bla bla.
Fare lo sceneggiatore è come fare il marinaio: esplori il grande mare alla ricerca di nuove terre e bla bla bla).
Fare lo sceneggiatore è come fare l’orologiaio: crei e sistemi i meccanismi affinché l’ora - ossia, la storia - risulti sempre esatta.
Fare lo sceneggiatore è come fare il muratore, il palombaro, la donna delle pulizie, il domatore di leoni, l’arrotino, il sagrestano, il cercatore di funghi, il cestaio, il portinaio, il conducente di tramvai, il pescatore di cefali. Da non dimenticare il barbiere, la sartina e l’accalappiacani. Quadra tutto. Basta aggiungerci, come direbbe Samuele Bersani, un bel giretto di parole vuote, ma doppiate! :D

Marcus ha detto...

Angel-A: sei fuori! :D
Comunque l'uso delle metafore non l'ho mai visto come un giro di parole vuote, ma anzi probabilmente il sale di un lavoro come quello di chi scrive.

Ma, ora, dimmi: in cosa lo sceneggiatore somiglia al domatore di leoni o all'arrotino?

Angel-A ha detto...

Allora: lo sceneggiatore, tal quale al domatore di leoni, deve addomesticare la belva feroce - che è la narrazione - così da renderla pacifica e sottomessa al suo volere.
E lo sceneggiatore, similmente all’arrotino, è capace di prendere storie arrugginite e rese dure dal troppo uso e, lisciandole sopra la pietra della propria fantasia, farle risplendere di luce nuova e tagliente.
Ti sono piaciute? ^________^

Matteo ha detto...

Grande Simona! Nel nostro lavoro condividiamo lo stress da pagina bianca, visto che entrambi dovremmo sempre riempirla con qualcosa di non scontato e spesso è maledettamente difficile. Io ogni caso però io non invidio affatto lo sceneggiatore, non penso che riuscirei a inventare storie credibili né minimamente interessanti per nessuno. Per non parlare dell'originalità... sono come una credenza del 1860 :D

Bella intervista, questa rubrica sta andando sempre meglio e chissà che un giorno non leggeremo pure Arianna su queste pagine ;)

Un solo appunto a Simona: da grafico, un consiglio: smetti di usare il Comic Sans!

Simone ha detto...

Bellissima intervista, grazie!

Simone

Hirilaelin ha detto...

Ciao, sono Simona.
Grazie davvero a tutti per le belle parole, non pensavo proprio d'aver detto qualcosa d'interessante!

Uapa, grazie a te d'aver seguito Isa & Bea, le mie bambine. Beh, non solo mie, sono co-autrice.
Mi hanno fatta impazzire ma ora ovviamente mi mancano un po', c'est la vie!

BlackBox, temo che tu abbia ragione.
Pensa che non viene nemmeno a me spontaneo definirmi una sceneggiatrice... Non ti dico le crisi d'identità quando Luke mi ha proposto l'intervista!

Angel-A, le tue similitudini non fanno una piega!

Matteo, grazie!
Comunque ti aggiorno: non uso più il Comic Sans da quando non ho più amici grafici attorno da far inorridire. ;P

E sì, dài Luke, pure io voglio leggere Arianna!

Lory84 ha detto...

"Per come la vedo io, i creativi devono continuare a studiare, per restare tali. Gli artisti geniali e autodidatti sono luminose eccezioni che fanno la storia… ma spesso sono vagamente sociopatici e con una gloria postuma".

Parole sante, Simona, le stesse che io spesso vorrei ripetere a tanta gente che fa questo mestiere... - _ -

Dama Arwen ha detto...

Ahhhhhh!

^___^

A parte che il Blog Tolkieniano NON è noioso (ci ho anche psotato un paio di commenti mesi fa) ritrovo ispirazioni di autori che adoro: Burton, HP, Roal Dahl ecc ^_^

Mi incuriosisce molto la graphosc novel "L’abbazia di Northanger" ma non ho mai amato la Austin, tifavo x le sorelle Bontë!

Intromat ha detto...

Ottima ed interessante intervista, come sempre.

Affasciante il lavoro dello sceneggiatore, è sempre stato uno dei miei sogni nel cassetto... poi la vita mi ha portato altrove... ma chissà cosa riserva la prossima curva...

Gaia Marfurt ha detto...

Che bella questa intervista!
Ci voleva proprio! :)

Hirilaelin ha detto...

In ritardo, grazie ancora, in particolare a Gaia. Se riusciremo nell'impresa di Northager Abbey sarà soprattutto merito suo!

Dama Arwen, grazie per la solidarietà tolkieniana! ;)

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