C'era una volta un'era buia, in cui, chiunque volesse far fare qualcosa al proprio PC, doveva imparare a memoria tutta una serie di criptici comandi e digitarli manualmente sulla tastiera.Come, ad esempio:

Oggi, invece, abbiamo questo:
Cos'è accaduto?
È accaduto che a qualcuno, uno di quei "folli" che pensano di poter cambiare il mondo e alla fine ci riescono davvero, un bel giorno venne l'idea di interagire col computer utilizzando una metafora.
Al posto della riga di comando, immaginò una scrivania virtuale con foglietti dall'angolo piegato a rappresentare i file, cartelle a simboleggiare le directory e una freccina al posto del cursore lampeggiante.
Il tutto gestito con un nuovo oggetto grosso come una scatola di sigarette con un pulsante sopra: il mouse.
Cos'è accaduto?
È accaduto che a qualcuno, uno di quei "folli" che pensano di poter cambiare il mondo e alla fine ci riescono davvero, un bel giorno venne l'idea di interagire col computer utilizzando una metafora.
Al posto della riga di comando, immaginò una scrivania virtuale con foglietti dall'angolo piegato a rappresentare i file, cartelle a simboleggiare le directory e una freccina al posto del cursore lampeggiante.
Il tutto gestito con un nuovo oggetto grosso come una scatola di sigarette con un pulsante sopra: il mouse.
Anche se in parecchi pensano che la rivoluzione la portò in dote il Macintosh nel 1984, i concetti fondamentali alla base dell'interfaccia utente grafica (o GUI) fecero il loro debutto nel 1968 in una presentazione dello Stanford Research Institute, celebrata come la "madre di tutte le demo":
Le idee rivoluzionarie contenute in quella storica demo vennero ulteriormente sviluppate presso lo Xerox PARC, dove erano rimaste a prendere polvere… finché uno Steve Jobs ventiquattrenne, in un tour leggendario nel 1979 non vide quell'interfaccia grafica e ne rimase completamente folgorato.
"Ho pensato che fosse la cosa migliore che avessi mai visto in vita mia", disse Jobs in seguito. "Tutto quello che c'era in giro era sbagliato. Era ovvio per me che tutti i computer avrebbero funzionato in questo modo, prima o poi".
"Ho pensato che fosse la cosa migliore che avessi mai visto in vita mia", disse Jobs in seguito. "Tutto quello che c'era in giro era sbagliato. Era ovvio per me che tutti i computer avrebbero funzionato in questo modo, prima o poi".
Jobs acquistò dalla Xerox la licenza d'uso della tecnologia di interfaccia grafica per una modesta quantità di azioni Apple…ma questo non è importante.
Importante è che il mouse e le icone erano uscite dai laboratori Xerox per arrivare a tutti.
Nessuno all'epoca, a parte Jobs (alla faccia di tutti quelli che ancor oggi dubitano del suo talento visionario) aveva coscienza della portata della rivoluzione che quell'evento avrebbe comportato nelle nostre vite quotidiane.
Era la sfida di progettare un personal computer che "il resto di noi" non solo avrebbe acquistato, ma di cui si sarebbe innamorato.
E una parte fondamentale in questa rivoluzione, la ebbe una giovane artista chiamata a far parte del team di sviluppo del primo Macintosh: Susan Kare.Pittrice, un dottorato di ricerca in belle arti conseguito alla New York University, fu reclutata in Apple dal suo compagno di liceo Andy Hertzfeld, uno degli ingegneri che stava scrivendo il sistema operativo del Macintosh.
Il primo incarico di Kare fu lo sviluppo di font per il Macintosh. A quel tempo, i caratteri tipografici digitali erano a spaziatura fissa… il che significa che una stretta "i" o una larga "m" occupano lo stesso spazio in un'immaginaria griglia bitmap – un lascito delle vecchie macchine da scrivere, il cui rullo avanzava di uno spazio sempre uguale ogni volta che un'altra lettera veniva aggiunta con la pressione di un tasto.
Jobs era determinato ad usare qualcosa di meglio per il suo nuovo ed elegante computer, avendo fatto tesoro delle lezioni di calligrafia prese al Reed College dal monaco trappista Roberto Palladino, un discepolo del maestro calligrafo Lloyd Reynolds.
Per il Mac, Kare progettò il Chicago, la prima famiglia di font digitali a spaziatura proporzionale, pensato per funzionare nero su bianco come su una pagina di un libro... piuttosto che verde su nero come su uno schermo dei computer dell'epoca.

...da così...

...a così. Notate la differenza, vero?
Tutto questo era certo molto figo. Ma non era abbastanza.Susan Kare fu chiamata a disegnare gli elementi di navigazione della GUI del Mac: in altre parole, le icone.
Quello che fece fu di acquistare per due dollari e mezzo un taccuino a quadretti dove potesse giocare con le forme e buttare giù le sue idee. Dove ogni quadrato sulla carta rappresentava un pixel sullo schermo.
Su quel quaderno, Susan disegnò il futuro.

Uno dei primissimi schizzi, realizzato con un pennarello rosa fluorescente, era un dito con un indice puntato, ed era pensato per il comando "incolla".

Poi disegnò un pennello intinto nella vernice…

…un paio di forbici per il comando "taglia"...
…e una mano btimap, il progenitore di tutte le "mani" utilizzate ancora oggi come strumento di scorrimento in programmi come Adobe Photoshop, Illustrator o Quark Xpress.

…Un'icona per "stop"…

…un simbolo di "pericolo"...

…e un paio di immagini bitmap che definivano lo stesso logo Apple .

Naturalmente, ci furono anche degli scarti e cose che rimasero lettera morta: come questo schizzo per un'icona per "rientro automatico", che più la guardo meno la capisco.
O come queste bizzarre icone pensate per un'istruzione di programmazione chiamata "salto".
Due icone per una funzione "debug" che non venne mai implementata nel MacOs.
Guardate le vostre tastiere per Macintosh: Susan rielaborò il simbolo di un castello visto dall'alto, comunemente utilizzato nei campeggi svedesi per indicare una destinazione turistica interessante, per definire il tasto Mela, o Command. Oggi la mela è scomparsa, ma il simbolo disegnato da Susan no.Un processo simile a quello che ha portato, ad esempio, alla creazione dei segnali stradali.
Sono passati quasi trent'anni da quegli schizzi sul quaderno a quadretti di Susan, e l'hardware è diventato più veloce, più economico e più potente. I progettisti di interfacce si sono affrancati dall'esemplificazione estrema dettata da una rigida mappa di pixel bainchi o neri e ora abbiamo icone tridimensionali, multicolori e iperrealistiche che riempiono gli schermi dei nostri telefoni cellulari, tablet, televisori e navigatori satellitari.
Ma l'anima del lavoro di Susan Kare, ineffabile e disarmante nel suo design di qualità, sopravvive in tutti questi prodotti.
L'immagine sorridente del Mac felice ha salutato una generazione alla soglia di un mondo nuovo.
Un mondo, quello dove oggi vivete voi e me, che è iniziato da un quaderno a quadretti da due dollari e cinquanta.
E adesso vado, che voglio spegnere il Mac e andare a comprarne uno anch'io.




25 commenti:
articolo fighissimo
Bell'articolo. Ricordo, però, che anche Commodore tentò la strada dell'interfaccia grafica con un pacchetto software da installare sulle proprie macchine (non molto famoso, però). L'avevo provato anche io, sul mio C=64. Certo gli mancava il mouse... Difatti mi muovevo con un Paddle, e non era molto pratico.
Poi Commodore è affondata. Apple è sopravvissuta (per fortuna).
Mi chiedo come sarebbe il mondo, oggi, se Commodore fosse sopravvissuta e avesse potuto sviluppare le proprie idee così come fece Apple.
A ogni modo, anche questa realtà non mi fa schifo, anche se la politica di Apple, ultimamente, mi fa storcere il naso. In questo momento, sono affascinato da ChromeOS, forse un po' prematuro a causa della difficoltà di connettersi costantemente con la rete, ma affascinante. Lion, mi pare, lo sta un po' imitando... ma con molta cautela.
che bel post, Luca:-)
Post bellissimo, omaggio a una di quelle figure di cui non si sa nulla e invece hanno contribuito a cambiare qualche pezzetto del nostro mondo.
Ottimo post esplicativo, con giusto tributo alle capacità di chi è rimasto nelle retrovie della celebrità popolare, pur avendo contribuito così tanto alla realizzazione di qualcosa che solitamente si da per scontato.
Avevo ben presente il quadro con l'icona dell'orologio su fondo verde, ma ignoravo gran parte della storia di Susan. Davvero affascinante. E pensare che anch'io ho un blocco a quadretti dove disegno in stile 8bit :)
Come al solito, post affascinantissimo.
P.S.: Ma in quegli anni due dollari e mezzo per un taccuino non erano parecchi? :)
se è un .bat non occorre premettere run, e se è l'autoexec è già eseguito in partenza, non occorre eseguirlo a mano.
voi grafici nun ve se po' lascià soli cinque minuti...
se è un .bat non occorre premettere run, e se è l'autoexec è già eseguito in partenza, non occorre eseguirlo a mano.
voi grafici nun ve se po' lascià soli cinque minuti...
Parli come uno del secolo scorso.
certo. io sono del secolo scorso.
Straordinario. Ti chiedo ufficialmente il permesso di replicarlo sul mio blog, è una chicca che dev'essere diffusa.
(PS: Luca B., sei un vero nerd! :D)
Splendido articolo, Susan era un vero genio. E la genialità si vede proprio nel fatto che oggi tutti possiamo dare per scontate queste cose, che a pensarci bene sono un capolavoro di sintesi e semiotica.
Questa tizia è un genio e le icone sono bellissime.
Io però ero uno di quelli che preferiva il DOS perché poi l'interfaccia grafica si mangiava tutte le risorse e girava tutto più lento. Senza contare che io usavo Windows che nelle prime versioni era una specie di schermo blu perenne.
Penso che sia stato giusto facilitare l'accesso ai computer e portare l'informatica a tutti. Purtroppo SCRIVERE un comando su una tastiera è un'operazione troppo complessa per il 99,99% della popolazione mondiale, e Jobs sapeva che per vendere deve essere il prodotto a raggiungere il consumatore e non vice-versa.
Alla fine mi hai fatto riflettere, e ho capito che la Apple è come il Grande Fratello (il programma TV) dell'informatica, grazie! ^^
Simone
Ottimo articolo :)
A me l'icona del rientro automatico sembra un uomo che cerca di spingere un albero verso destra.
Ciao
Questo post è bellissimo...
Non ero a conoscenza della storia delle icone.
Peccato che non ci sia più la mela sul tansto del Command :-(
@Cyber: ma tu l'hai visto il film "I Pirati della Sylicon Valley?"
@Onice: fai pure.
@Batman: che fantasia.
@Dama: sì, non è manco malaccio.
...bel post! Se non altro ti può aiutare a comprendere la piacevolezza dell'essenziale, e orientare un pò in modo diverso l'approccio "opulento" delle tue cose!
Bella storia! :)
E viva i quaderni a quadretti, anche quando uno ci finisce a provare gli schemi del punto croce... ^_^'
L'icona misteriosa simboleggia un "crash" di sistema ed infatti rappresenta... Un'automobile schiantata su un albero.
;)
Quando si vede cosa ha fatto questa creativa con due colori e una griglia limitatissima, viene voglia di imitarla per forza...
Alcune le conoscevo, altre sono per me nuove, come ad esempio quelle del debug, splendide.
Ne approfitto per dire che ho ricevuto incorpo.rated, la busta è fighissima e l'interno ancora meglio!
E' giusto renderle omaggio.
Giocando sul significato letterale "Auto indent" dovrebbe rappresentare un'automobile che "intacca" un albero. Qualche anglofono magari ci può dare conferma e traduzioni migliori.
Davvero un post molto interessante e come sempre ben scritto, bravo Luca!
Riesci ad essere molto chiaro e a far appassionare anche chi non frequenta il mondo informatico così da vicino, o meglio, è all'oscuro delle affascinanti storie di coloro che son riusciti a rivoluzionarlo e a renderlo così "user-friendly".
A te il merito, nel tuo piccolo, di diffondere i retroscena di un universo che ci circonda e che erroneamente diamo per scontato. Immagino che la Sig.ra Kare sia per chi è del tuo mestiere una sorta di divinità...
Complimenti per l'articolo!
Le rivoluzioni partono sempre da piccole intuizioni.
e pensare che all'inizio mi sembrava il blog di un noioso nerd un pò fissato.
Mooooolto interessante!!!
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