giovedì 23 febbraio 2012

Uno alla volta.

Il ronzio dei servomotori del carro funebre.
I nodi delle cravatte degli impresari delle pompe funebri.
Petali che cadono dalle corone e che poi qualcun altro spazzerà via dal cemento del sagrato.
Chi scrive le scritte sui nastri delle corone? Usa un pennello intinto in vernice dorata e copia da un foglietto dettato al telefono?
Perché quello non ha la faccia abbastanza seria? A che sta pensando?
L'espressione di Gianni chiuso nella bara. La cravatta che gli ha scelto Massimo pescandola da un cassetto.
Io gli sto dietro e non accanto. Non l'ho mai visto coi capelli così corti.
Non sembra abbattuto. Dovrebbe sembrarlo? È quello che ci si aspetta da un figlio che ha appena perso suo padre?
Non devo neanche provarci a entrare, nella sua testa.
Il prete parla di vita e mai di morte, a differenza di quanto dice Celentano.
La vita che non finisce, e che si accorda col primo principio della termodinamica.
In questa chiesa ci sono persone fermamente convinte del contrario. Ma sono qui e ascoltano parole che devono suonargli come filastrocche vuote mandate a memoria.
Ma stanno tutti zitti perché è quello che ci si aspetta da loro e perché, alla vedova e ai figli, del credo altrui in questo momento interessa poco.
In questo momento, ognuno è solo.
Io sono solo mentre guardo il display del cellulare silenziato che si illumina di chiamate e di messaggi di persone vive che vogliono raggiungermi, e sono solo mentre cerco di raggiungere persone morte compiendo un'astrazione mentale.
La vedova ha gli occhiali scuri e i capelli di quel colore che si vede che è finto ma sai quanto gliene frega adesso del colore dei suoi capelli.
Lo portano via e io gli vado dietro, quasi gli corro dietro.
Non l'ho mai visto, non l'ho mai conosciuto, non gli ho mai neanche parlato per telefono, e adesso gli trotterello dietro finché non lo ricaricano a bordo del Mercedes blu notte lungo sei o sette metri.
Prima a braccia, poi a servomotori.
Un signore in un piumino grigio e occhi celesti mi chiede informazioni sul modello, la marca e le caratteristiche del carro funebre. Forse il mio completo nero lo trae in inganno e pensa che ne sia l'autista. Ha sulla faccia il sorriso di chi pensa che non gli servirà mai.
Rientro in chiesa dove Massimo è ancora dentro.
E ha un'espressione sul viso che non so decifrare ma neanche mi ci provo.
Ma è una specie di sorriso di deandreiana memoria e in questa mattina di sole ci sta davvero bene.

5 commenti:

Ariano Geta ha detto...

In questi eventi tristi il problema è più per noi che restiamo che per chi se ne va.
Non so cosa pensi in merito all'eventuale dopo, certe esperienze che ho vissuto mi hanno convinto a credere in Dio e a sperare che la vita sia più di quel che sembra.
Nel frattempo, quando capitano queste situazioni è sempre un brutto momento.

Anonimo ha detto...

Oggi il sole splende.
Nonostante me.
M.

Fra ha detto...

Nel giro di 3 mesi sono morte 3 persone che conoscevo, di cui due molto care.
La tua descrizione mi riporta a quei momenti vissuti.
Ai signori delle pompe funebri che ci facevano vedere il catalogo delle bare per scegliere quella che volevamo e poi il catalogo delle macchine. In quel momento non ce ne fregava niente di quel catalogo, gli volevo dire "fate voi, che mi frega", ma non si poteva.
All'ausiliario dell'ospedale che "ci ha messo la sua buona parola" con quelli delle pompe funebri e si è beccato una lauta mancia.
Alla lastra su cui stava stesa lei, immobile e gelida, con il fazzoletto che le avevano legato per tenerle la bocca chiusa... (mi fa sorridere pensare che era una a cui piaceva parlare) e al personale che l'ha vestita per quello che comunemente viene detto l'ultimo viaggio.
E a quando l'hanno chiusa, quella bara maledetta. E tu sai che quello è davvero l'ultimo momento. Dopo non c'è più niente.

Nel mio egoismo immenso, spero di andarmene prima delle (altre) persone che amo di più. Non so come reagirei a tutto questo, quando sarà la volta di una di loro.

Mi dispiace per la perdita tua e del tuo amico.

Lady Simmons ha detto...

La mente in quei momenti cerca di trascinarti verso la normalità.
Ti fissi con un particolare, un pezzo di cielo, il legno del sedile della chiesa, un capello fuori posto di una zia.
L'unico ricordo che mi è rimasto del funerale di mio padre è il suono orrendo ed amplificato dei chiodi spinti giù dal martello.
Restiamo sempre attoniti, come se non sapessimo della morte prima.
Ma i funerali sono per i vivi, alla fine.

Matteo ha detto...

Hai catturato benissimo quei frammenti di immagini, quei ritagli di esperienza, quei pensieri sconnessi che sostituiscono in casi come questi il ragionamento razionale. Veramente una descrizione toccante. Per il resto c'è poco da dire, condoglianze a Massimo.