lunedì 22 dicembre 2014

È bello ciò che qualcun altro stabilisce che è bello.

Mi sono preso la briga di tradurre l'infografica pubblicata dall’azienda di lingerie britannica Bluebella, realizzata in seguito un sondaggio in cui veniva chiesto agli intervistati come sarebbe dovuto essere il corpo umano perfetto, componendolo coi "pezzi" di attrici e modelle famose.
Com'era prevedibile, ci sono alcune significative differenze tra i modelli ideali di uomini e donne... ad ogni modo, ecco le donne-Frankestein "ideali" emerse.
Personalmente, il mio ideale si discosta da entrambi, anche se tra i due prediligo quello maschile.
Un esperimento che, una volta di più, conferma che non esiste una definizione univoca di bellezza. Particamente da sempre, esteti, filosofi, letterati ed artisti si sono interrogati sul concetto di bellezza, cercando di intrappolarla in suggestivi aforismi: Non è un labbro o un occhio quello che chiamiamo bellezza, ma la forza globale e il risultato finale di tutte le parti scriveva nel 700 il poeta inglese Alexander Pope, e Che cos’é la bellezza? Una convenzione, una moneta che ha corso solo in un dato tempo e in un dato luogo relativizzava Il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen.
Di certo c'è che il mito della bellezza non è certo una prerogativa esclusiva della nostra epoca.
Quello che è rimasto costante nel tempo, è che l’ideale corporeo è spesso innaturale e – quindi – difficile da raggiungere: nel corso della storia le donne (non solo loro, ma soprattutto loro) si sono dovute sacrificare ed hanno sofferto per raggiungerlo.

E non serve scomodare la chirurgia estetica divenuta pratica quasi comune negli ultimi decenni: da sempre, le donne sono intervenute sul proprio corpo in modo anche estremo, sottoponendosi a vere e proprie torture pur di rientrare nei modelli estetici del momento. Dai busti di stecche di balena, in cui le donne del settecento e ottocento si strizzavano fino a spezzarsi le costole pur di avere un vitino di vespa ai bendaggi strettissimi che portarono milioni di genitori cinesi a rompere l’arco del piede delle proprie figlie al fine di ottenere la particolare e “aggraziata” andatura sinonimo di "bellezza"... almeno in quell'epoca e in quel luogo.
E se le donne giapponesi si coloravano il volto con polvere di riso per renderlo bianchissimo, contemporaneamente le dame del settecento europee usavano mettere finti nei e colorare di rosso acceso gli zigomi.

Un tempo in Europa le forme femminili morbide e abbondanti erano sinonimo di ricchezza: solo le donne ricche potevano permettersi il lusso di non lavorare e di mangiare in abbondanza. Quindi, solo donne del popolo e contadine erano magre perché mangiavano poco e lavoravano molto. E di certo saprete già che se eri abbronzato, un tempo, non eri attraente e sexy come adesso, ma solo un poveraccio che si rompeva il culo nei campi dalla mattina alla sera.
Status sociali che si trasformavano in canoni di bellezza.
E canoni di bellezza che erano (e sono) frutto di costrutti modellati e plasmati dalla società e dalla cultura del momento.

Ogni epoca storica ha avuto il suo modello di bellezza ideale, documentato dalle fonti letterarie e iconografiche (nell'ultimo secolo, fotografia e cinema ne sono i testimoni più importanti).
Il modo di rappresentarla e il suo ruolo simbolico sono cambiati nel corso dei secoli, di pari passo con il variare del gusto e con il diverso modo di concepire il ruolo della donna nella società. Modelli che continuano a cambiare, sotto i nostri occhi.

Guardate le donne qui sopra.
Ognuna ha rappresentato non solo un'epoca, ma un modello estetico a cui milioni di altre donne si sono ispirate. Consapevolmente o meno. Per puro divertimento o per restare "competitive" in società.
Può non piacere, può apparire sbagliato, ma è così che va e negarlo sarebbe un'ipocrisia.

Ipocrisia che scorgo, invece, nel neomovimento curvy.
Che è sintetizzato piuttosto bene in questo editoriale di Vanity Fair dello scorso novembre.

Dove si parte da presupposti validissimi e condivisibili (il rifiuto di adeguarsi a standard estetici di anoressia da passerella che viene propagandata ormai da quasi cinquant'anni) e si finisce con l'esaltare l'eccesso opposto, l'obesità.

Non insulterò la vostra intelligenza ricordandovi la sfilza di disagi e problemi di salute alle quali le donne (e gli uomini) sovrappeso vanno incontro ogni santo giorno, ma sono certo che coglierete anche voi la contraddizione insita nella foto qui sopra, diventata una delle immagini simbolo dell'orgoglio curvy.
Tutte donne visibilmente sovrappeso ma anche visibilmente fotoritoccate. Orgogliose dei propri chili in più ma aggrappate alla finzione fotografica (cellulite, pelle a buccia d’arancia, smagliature e imperfezioni sono stati accuratamente eliminati dal solito Photoshop) esattamente come le loro colleghe anoressiche e prive di ogni sensuale forma.

Ma non voglio soffermarmi troppo neanche su questo.
È forse sul potere che l'apparenza sta assumendo in questi tempi, forse come mai prima era accaduto.
In Rete spesso si trovano link del tipo "ecco l'attrice Tizia senza trucco!" o "ecco la cantante Caia prima del ritocco in Photoshop!", con la pubblicazione (e la fruizione) morbosa di immagini che dovrebbero restare "nascoste", perché veicolano qualcosa che oggi non è più di moda: la realtà.
Un tempo appannaggio dei professionisti dell'immagine, Photoshop oggi viene comunemente usato per ritoccare le foto delle vacanze, e a tutti sembra normale, perfettamente lecito, eliminare quei piccoli difetti che ci infastidiscono nell'immagine, che potrebbero infastidire il prossimo.
E con l'avvento degli smartphone e del mai troppo citato Facebook, non serve neanche più saper usare (e piratare) Photoshop: per meno di tre euro si può acquistare una app come FaceTune,e contraffare (anche se ora si dice migliorare) il proprio aspetto sulle centinaia, migliaia di selfie che ogni ora, ogni minuto, vanno a riempire le memorie degli iPhone (prima) e le pagine dei social network (subito poi).

La bellezza, quando è troppo faticosa o costosa da raggiungere, si fa digitale e veloce ed economica e illusoria.
E prima che qualcuno di voi inizi a scrollare la testa pensando "che tempi", vi ricordo che se ritoccare una vostra fotografia equivale a mentire, allora lo è anche indossare un Wonderbra, tingersi i capelli, depilarsi il petto, mettersi il fondotinta o anche solo un paio di tacchi alti.
Donne e uomini, proletari e divi del cinema, teenager e ultracinquantenni: nessuno è escluso.
Una volta di più, chi è senza peccato scagli il primo flacone di deodorante.
Buone feste a tutti.

4 commenti:

Gloutchov ha detto...

Che tristezza... Ti dirò che questo fenomeno è diventato snervante e stressante. Tutti che cercano di apparire bene in uno scatto col telefonino, che si ritoccano in continuazione. L'apoteosi della vanità sul nostro corpo da un lato... E dall'altro c'è instagram con i suoi filtri osceni e tutti uguali (appiattendo la bellezza di una fotografia fatta con cura e attenzione).
Una piattezza culturale terribile. Specie quando i lifting digitali vengono riprodotti su corpi reali, trasformando donne bellissime in manichini privi di espressione.
Arriveremo a sostituire gli specchi con monitor intelligenti capaci di ritoccare in automatico i volti che riflettono di prima mattina...

Marco Goi ha detto...

per quanto questo frankenstiano giochino vada preso per quello che è, anche io sono più per il corpo perfetto visto dagli uomini :)

Obsidian M ha detto...

Niente da fare. La bellezza della Bardot non ha rivali nel tempo.

Ariano Geta ha detto...

Indubbiamente i canoni di bellezza possono diventare dei veri e propri incubi. Sono d'accordo sull'assurdità della reazione opposta: quei corpi adiposi possono anche essere belli a modo loro, per carità, ma proporre la grassezza come un modello è altamente diseducativo ai fini della salute (vedi le costanti campagne informative di Obama per insegnare agli americani a mangiare sano).
La bellezza di una donna è nella sua autostima, e mi auguro che quest'ultima aumenti sempre di più.

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