martedì 10 novembre 2015

8 (buoni) consigli prima di aprire la partita IVA.


Dopo aver passato giorni (settimane, mesi) ad infilare il curriculum dentro alle bottiglie buttate nell'oceano pregando che qualcuno le trovasse, vi siete ritrovati soli. Voi e la vostra professionalità, che tanta fatica, tempo (e spesso, soldi) vi è costata.
Visto che quel bel contrattino con tredici mensilità proprio non ve lo offrono, non vi resta che una strada: quella del libero professionista. O il freelance, se vi piace fare gli anglofoni.
E, anche se non lo avreste mai detto ai tempi della scuola, ora lo state seriamente considerando: aprire la vostra prima partita IVA.
Il che, è una roba abbastanza facile e rapida (QUI la guida dell'agenzia delle entrate).
Ma, l'avrete di certo sentito dire in giro, il bello viene subito dopo.
E, sì, erano tutte voci sarcastiche.

Alcuni atteggiamenti di taluni aspiranti su Facebook mi danno l'occasione di riassumere e aggiornare i miei consigli su come affrontare questo passo (se volete recuperare i vecchi post a riguardo, guardate QUI, QUI e QUI). 

Andiamo a cominciare:

1) Non apritevi la partita IVA.
Iniziamo subito col consiglio più importante – e più prolisso – di tutti.
Apritevi la partita IVA e sarà tutto in mano vostra, e alla vostra capacità imprenditoriale e di autogestirvi. Non avrete alcun tipo di tutela, e sarete responsabili in prima persona di qualsiasi mancanza o qualsiasi cazzata o leggerezza commetterete.
Il che potrà suonare anche ovvio, ma non avete idea di quanta gente ho sentito lamentarsi "ma io non pensavo accadesse questo".
L’Italia (e Renzi ha dato solo il colpo di grazia) è un Paese di merda in cui essere un freelance. Aprite una partita IVA solo ed esclusivamente se la ricompensa – in termini di esperienza lavorativa – ne vale la pena e se siete molto, molto, molto appassionati a ciò che fate.
Non fatelo perché la prima azienda che vi offre un lavoro vi costringe ad aprirla.
Non fatelo perché volete avere mille collaborazioni da due spicci l’una.
Non fatelo perché qualcuno vi ha detto che “a partita IVA guadagni di più”. 
Non fatelo perché “la flessibilità” o “lavorare in pigiama”.
In poche parole, se potete, non fatelo.

2) Affidatevi ad un commercialista.
Sì, vi costerà soldi, naturalmente. Ma molti meno rispetto alle cartelle esattoriali che vi arriveranno se sbagliate a farvi da soli la dichiarazione, o un CAF sbaglia a farvela. Rileggete il punto 1: i soli responsabili siete voi, e voi soltanto.
E aggiungo: affidatevi a un commercialista giovane e che risponda alle vostre email.
Ed entrate nell’ordine di idee che qualsiasi domanda gli porrete, quello inizierà la risposta dicendo “Dipende”.
3) Pochi clienti, ma buoni.
Essere un freelance vi dà libertà di lavorare su tante cose, ma – datemi retta – non volete lavorare su tutte le cose. 
Concentratevi su collaborazioni e progetti di media e lunga durata.
Evitate, se possibile, il lavoro a cottimo e a chiamata.

4) Siate inflessibili sui termini di pagamento.
Esigete pagamenti a trenta giorni, e, se riuscite, fatevi pagare un piccolo anticipo (una somma tra tra il venti e il trenta per cento è più che legittima) a inizio lavori.
E, sì, perderete tanti potenziali clienti. Garantito. Ma alla lunga, perderete i clienti che non volete avere.
Poche cose sono più frustranti di cercare di ottenere il saldo di quanto pattuito, e ormai quasi nessuno si lascia più intimidire dai solleciti di pagamento. Una volta di più, non siete tutelati proprio da nessuno. Accettatelo.

5) Farsi pagare significa farsi pagare.
No “visibilità”.
No “tariffe da amico”.
No “pagherò”.
No “giornate di lavoro in sconto”.
Spesso mi trovo a dire: fatevi pagare zero o  fatevi pagare per quello che valete.
Là fuori, nessuno vi fa sconti e non dovete farli neanche voi. È banale sopravvivenza.

6) Vi serve cash flow.
Esattamente come a qualsiasi azienda.
Lavorate per i soldi, con cui volete giustamente spassarvela: ma non solo. I soldi vi servono per lavorare. Ogni mese dovete pagare un affitto, bollette, mutuo, cibo, connessione Internet.
Magari anche questa può apparirvi una banalità, ma è tutta roba che vi serve per lavorare. Ergo, trovate il modo di essere pagato ogni mese.

7) Considerate le possibilità.
Mangiate sempre fuori: i pasti possono scaricarsi al 70%, ma se lo fate nei weekend e/o festivi dovete giustificare la cosa.
State sempre in giro: le spese per i carburanti e manutenzione auto possono scaricarsi al 40%. Poco importa se l'auto la usate esclusivamente per lavoro. Sempre 40% rimane. 
Il telefono è scaricabile all’80%. Mica male, solo che se fate un contratto con partita IVA dovrete pagare la tassa di concessione governativa. La cosa non vi quadra? Avete ragione.
Per finire, l’affitto, posto che abbiate un contratto registrato è scaricabile al 50%. E, sì, vale anche per la stanza presa a peso d’oro come sede della ditta. Va da sè che non siete inquilini "regolari", a rimetterci sarete voi e non il vostro padrone di casa evasore.

8) Fatevi bene i conti.
Prendete il lordo dei quattrini che guadagnate, e dividetelo per due.
Questo è il metodo spannometrico per avere un’idea realistica di quanto pesano le tasse... e quindi di quanto vi portate a casa davvero.
Se non vi fidate, chiedete in giro o cercate in rete. Ci sono true stories che vi daranno un nuovo significato alla parola "orrore".

9 commenti:

Mala Spina ha detto...

Tutte le volte che mi metto a pensare di aprire la partita Iva mi viene un groppo alla gola, eppure nel futuro non vedo altre soluzioni. :-(

Glauco Silvestri ha detto...

Ecco... Mi segno tutto, che non si sa mai. Tira una strana aria da queste lande, e non son proprio papabile nel caso dovessi cambiare lavoro (troppa esperienza, troppo vecchio, troppo qualificato, troppo costoso, etc etc).

Ariano Geta ha detto...

Ed è opportuno dettagliare con più precisione che lo stato fa del suo meglio per complicare la vita a livello di obblighi legali e fiscali.
Negli ultimi anni hanno ulteriormente burocratizzato una cosa stupida come la fatturazione, pertanto se capita di lavorare per un ente pubblico bisogna essere in grado di emettere una "fattura elettronica" (spesa in più, rogna in più, possibilità che la fattura venga respinta con obbligo di rifarla da capo previo annullamento con nota di credito). Anche il "conto corrente dedicato" potrebbe rientrare nei rischi, ovvero l'obbligo di dotarsi di un conto specifico per un certo lavoro pubblico (ovviamente con le sue spese mensili) dal quale si può incassare solo dal cliente che sta lavorando a quel lavoro pubblico e dal quale prelevare può essere molto complicato, mentre per fare un bonifico bisogna essere "tracciabili" e quindi usare una stringa di 36 numeri basata su codici specifici (eventuali errori possono essere sanzionati sino a 500 euro).
Rammento anche la "firma elettronica", altro obbligo e altra spesa e ulteriore fonte di rogne, anche a livello di software e aggiornamenti sul pc, a meno che non ci si appoggi a un professionista del settore con ulteriore spesa...

BlackBox ha detto...

Aprire la partita iva nel 2015, con l’intenzione di rientrare nel nuovo regime dei minimi, soprattutto, è un po come giocare a Lascia o Raddoppia...

Lascia perdere, o raddoppia le tasse che dovrai pagare.

Lo si vede anche a occhio nudo, nel più classico dei casi, quando si da uno sguardo alle soglie di contribuzione che si applicano a quella fatidica “cifra TOT” che indica se si è, o non si è, in grado di rientrare nei minimi: nel mio caso, i fatidici 15.000 Euro ( che un tempo eran 30.000, ma poi c’è stata la crisi e ops… son diventati 15.000 ).

Un tetto di 15mila euro massimi è quanto si può incassare per rientrare nel regime agevolato dei minimi, e avere diritto a: esenzione dalla “storia” dell’IVA, la percentuale più alta di tutte le categoria come coefficiente su cui calcolare il reddito “imponibile” (ovvero: ne prendi di meno – di soldi -, ne dichiari in percentuale di più, rispetto ad esempio ad un commerciante, un negoziante, un qualunquante che non sei tu), la percentuale di contribuzione forfettaria al 15% (che un tempo era 5% apperò come siamo fortunati) e che riassume i contributi vari – tranne quelli dovuti all’INPS – da corrispondere nelle due comode rate annuali allo Stato e al Fisco.

5mila e 1, e si rientra nella partita iva normale. Il che significa si, che poi ti puoi scaricare il mondo di spese, mediche, veterinarie, proctologiche e tutti gli scontrini di sto mondo e quell’altro, ma che anche e soprattutto: dovrai versare trimestralmente l’IVA accumulata, dovrai versare i contributi alla gestione separata INPS in base al tuo reddito (al tuo luculliano reddito vorremmo aggiungere giacchè ce n’è da mangiare, come no!) e con una aliquota che dai 28% attuali salirà, salirà salirà a superare il 30% nei prossimi mesi/anni. E poi dovrai versare anche contributi in base ad una aliquota, anch’essa variabile a scaglioni in base al reddito, che al primo scaglione parte già da un comodo 23%.

23% invece dei 15% forfettari della soglia dei 15mila.

Cioè 15mila e 1, e tu hai già il 6% in più di tasse da pagare. (E non me ne vogliano i commercialisti puri se la storia “non è proprio così”.. a noi menti semplici che a fine mese dobbiamo far quadrare i conti serve parlare in soldoni grezzi, perciò E’ COSI’).

Susanna ha detto...

Bel post cyber, grazie! :-) Ma posso aprire la partita iva dei minimi per avere ricavi da un secondo lavoro?
E posso aprire la partita iva dei minimi ma avere anche un contratto di collaborazione a progetto, secondo te?

CyberLuke ha detto...

@Mala Spina: è quello il peggio.
Che la sola alternativa possibile, è il nero.
L'ennesimo esempio di come, in questo martoriato Paese, siano più le spinte a delinquere che a comportarsi secondo la legge.
Triste, molto triste.

@Glauco: benvenuto nel nutrito Club dei Superqualificati.

@Ariano, Larsen, BlackBox: grazie per i vostri contributi. A dire la verità, speravo in qualche commento che mi dicesse "ma no, guarda che non è così nera come dici".

@Susanna: la risposta è NO. A meno che, anche tu, non inizi a lavorare in nero.

LUIGI BICCO ha detto...

Ahia. Anche se son tutte cose che più o meno già sapevo (basta aver sentito parlare diversi miei ex colleghi per aver un quadretto più che completo della situazione), questo è proprio il tipico post che in questo particolare periodo della mia vita non avrei MAI voluto leggere :)
Certo è che non c'è molta alternativa, perché quel "contrattino da 13 mensilità", come lo definisci tu, sta diventando sempre più una chimera, a dispetto delle tanto decantate agevolazione del jobs act.
Una grande, grandissima tristezza, alla quale però bisogna comunque far fronte inventandosi qualcosa.

Comunque il tuo è un post istruttivo "pane al pane". Lo apprezzo.

Anonimo ha detto...

Ecco, il solito gufo!
Non dategli retta, ragazzi. Lavorare da indipendenti è una F-I-G-A-T-A. Liberi di andare dove vi porta il cuore, di non avere padroni, di essere sè stessi. Un mondo di opportunità, di sperimentazione, di entusiasmo. Potrete esprimervi, crescere e, perchè no, diventare ricchi. E se ci sono tasse da pagare è perchè è giusto contribuire alla società nella quale vivi, e le incombenze non sono poi così complicate, tutto sommato.

Ah, sì! Dimenticavo: in Australia.

Nonu Aspis

Anonimo ha detto...

un post "necessario".
grazie.

F