martedì 23 dicembre 2008

(fin qui) tutto bene

Ci sono ancora.
Non sono rimasto fulminato dalle lucine natalizie, nessuna slitta guidata da un extracomunitario ubriaco sovrappeso e vestito di rosso mi ha investito e di torrone al liquore non ne ho mangiato abbastanza da farmi venire un'indigestione.
È solo che tra regali da comprare o fabbricare e da incartare, amici da vedere, Arianne da spupazzare e gatti a cui badare mi è mancato il tempo di aggiornare.
Stay tuned.

martedì 16 dicembre 2008

[Recensione] Batman: Death Mask


Non sono un grande appassionato di manga.
È una questione in parte culturale, in parte derivata dal fatto che iniziai a leggere fumetti da ben prima che il più timido dei comics giapponesi si affacciasse sulle nostre edicole, e quando questi dilagarono in centinaia di pubblicazioni, i miei gusti erano belli che formati.
Tuttavia, c'erano autori che non potevano non emergere davanti i miei occhi per la loro spettacolare bravura: in particolare, mi riferisco a Masamune Shirow e al suo capolavoro Ghost in the Shell, mai superato neanche dai suoi stessi seguiti: oltre i disegni incredibilmente dettagliati, Shirow riempiva i pié di pagina di suoi commenti e approfondimenti sulla tecnologia e sul background sociopolitico dell'ambientazione.
Una lettura che nessun appassionato di fumetti, giapponesi o meno, può permettersi di ignorare.
Detto questo, salvo rare eccezioni (tra cui Dragonhead di Mochizuki e il cervellotico Homunculus di Yamamoto), ben pochi manga trovano posto nella mia fumettoteca personale.
Nel 2001, venni sedotto da Child of Dreams (Il Figlio dei Sogni) di Kia Asamiya, che aveva come protagonista nientemeno che Batman: un prodotto eccellente, con una solida storia sviluppata egregiamente attraverso i tipici stilemi narrativi del manga, ma incentrata su uno dei più famosi personaggi del fumetto americano.
Un'operazione pienamente riuscita, a mio avviso, che però non conobbe alcun seguito... fino ad oggi, quando noto e acquisto questo Batman: Death Mask, realizzato dal mangaka Yoshinori Natsume (noto soprattutto per il manga Togari).
È una storia perfetta per Batman, completamente incentrata sul tema della maschera, di come essa compaia in tutte le culture dell'uomo, persino le più remote, e di quanto profonda ed articolata sia la sua simbologia.

I tempi sono calibrati al millesimo, i disegni curati e puliti ma dai toni oscuri come si confà al personaggio e alla storia, dalle ambientazioni molto dettagliate e ricca di colpi di scena.
Interessanti i confronti tra le varie personalità di Batman, e intriganti anche i moniti a lottare per un futuro migliore, e non a riscattare il passato.
Molto ben raccontati anche i tentativi di Oniyasha (l'altro protagonista) e di Batman nel contrastare il loro lato oscuro, mentre gli esiti differenti di queste battaglie culminano in un finale emotivamente potente.
Insomma, non un capolavoro imperdibile, ma senz'altro un prodotto che ogni fan dell'uomo pipistrello dovrebbe leggere...
lo trovate in fumetteria a 6,95 euro edito da Planeta DeAgostini.
QUI potete vedere riprodotte, sufficientemente grandi per farvi un'idea più precisa della pubblicazione, alcune pagine.

Sperare è lecito


Tuttora mi sfuggono i motivi che spingono Apple ad ignorare lo sviluppo di una delle sue macchine a mio avviso meglio concepite (badate: non ho detto realizzate): il Mac mini.
Come già saprete, ne possiedo uno, che svolge più che dignitosamente il suo lavoro.
Purtroppo, sappiamo tutti quanto rapidamente un computer possa diventare obsoleto.
E il Mac mini, ormai, da tempo è costretto a mangiare la polvere dei suoi cugini trendy, gli iMac, che lo surclassano in potenza, velocità, dotazione di scheda video.
Eppure, continuo a restare affascinato dal concept originario: un computer di dimensioni ridottissime, elegante e minimalista, al quale si può collegare qualsiasi periferica ci si trovi ad avere bisogno: monitor, tastiere, tavolette grafiche, scanner, stampanti, fotocamere, altoparlanti.
Una specie di tuttofare digitale, versatile e con una potenza di calcolo degna di questo di nome ma di ingombri minimi e a prezzo contenuto.

In vista del prossimo Macworld di gennaio, si torna a parlare di un Mac mini profondamente rinnovato.
Per il video-out dovrebbe essere presente una DisplayPort e la RAM a disposizione dovrebbe essere portata a 2 GB, espandibile a 4 GB (contro gli attuali 1 GB, espandibili a 2 GB).
I processori impiegati potrebbero essere il 2.0 GHz Core 2 Duo per l’entry level e 2.3 GHz Core 2 Duo per quello di punta (contro gli attuali Core 2 1.83 GHz e 2.0 GHz). E, udite udite, una scheda video degna di questo nome targata Nvidia per il modello da 2.3 GHz (per il modello base sembra sarà integrata una scheda Intel, forse una GMA X3100).
Ecco, se sul palco del Macworld zio Steve presentasse una macchina con queste caratteristiche, la comprerei immediatamente.
Non è che ci conti più di tanto, vista la discutibile direzione che Apple sta prendendo da un po' di tempo a questa parte, ma è lecito sperare.
Per il momento, sogno su questi concept del sempre bravissimo Isamu Sanada, che, per inciso, a Cupertino avrebbero dovuto assumere da un bel pezzo.

venerdì 12 dicembre 2008

Goodbye, Betty


IIeri è morta Betty Page, a Los Angeles: il suo cuore si è fermato in ospedale, dove era stata ricoverata a fine novembre per una polmonite.
Betty si è spenta all'età di 85 anni.
E non era solo la pinup più famosa e fotografata del mondo: era la madre di tutte le pinup.
Se cercate al dizionario alla voce pinup, ci troverete una sua foto.
Lavorò moltissimo negli anni cinquanta come modella: le sue foto in bikini o in minuscoli completini (senza disdegnare pose e abbigliamenti sadomaso, in clamoroso anticipo sui tempi) furono un preludio alla rivoluzione sessuale degli anni ’60.
Smise di posare nel 1957.
Nel 1959 ebbe una conversione religiosa, dopo aver vissuto un periodo di depressione ed aver avuto un esaurimento nervoso (aveva due matrimoni alle spalle).
Provò a diventare una missionaria in Africa, ma fu respinta proprio perché era una donna divorziata.
Sebbene Betty voltò le spalle al passato, i suoi fan non la dimenticarono mai più.
Era deliziosa.
Era un incredibile connubio di malizia e di innocenza, e così ce la ricorderemo, perché Betty non si fece mai più fotografare.
Dovunque si trovi ora, sono certo che la sua presenza non starà passando inosservata.

giovedì 11 dicembre 2008

Neve & lucine colorate per tutti. Digitali, s'intende.


Insomma, l'avete capito... il Natale mi piace, mi diverte, mi distrae, mi rallegra.
So che anche tra voi, nascosti tra i cinici dell'ultimora, ci sono altri come me che non restano indifferenti al cospetto di cotanta letizia intermittente.
Per tutti voi, il softwarino che vado a proporvi oggi è Esattamente Ciò Che Vi mancava.
Xmas Lights aggiunge una sfiziosa (alcuni cinici preferisco dire: pacchiana) sfilza di lucine colorate alla barra del menù del vostro Macintosh, di cui potete regolare forma, velocità e modalità di lampeggiamento.
Assorbe appena 400k dal sistema, praticamente zero.
Gratis. Da QUI.
Dallo stesso autore, se volete strafare, scaricate anche Snowflakes, da QUI, e avrete lo schermo invaso da una fastidiosissima nevicata di fiocchi di neve digitali.
Perfetto per innervosire il vostro collega che invece, il Natale lo detesta (come Larsen e Dama Arwen che vorrebbero addormentarsi e svegliarsi il 7 gennaio). Installateglielo a loro insaputa e poi guardateli smadonnare come carpentieri moldavi.

PS Quasi dimenticavo. QUI splendide icone natalizie per il vostro Mac.

PPS Per chi lavora con Windows (a Natale siamo tutti più buoni...): QUI un bel set di icone natalizie , ma anche QUI e QUI.

Annegati nel nonsenso


Ecco come Dio ha scelto di uccidere tutti i romani: annegati.
Stanotte sono venuti giù ettolitri d'acqua, e una volta tanto non è un'esagerazione.
E, come sempre a Roma, si grida all'alluvione, alla catastrofe, alla calamità naturale.
Noi (anzi, loro) romani proprio non ci si vogliono abituare.
Al nord nessuno fa tutte queste storie e si mette a frignare per un po' di pioggia in più.
Certo, voi mi direte: vallo a dire a quella poveretta annegata come un topo dentro la sua stessa auto.
Il fatto è che, se ammettiamo che la città non è in grado di reggere alla pioggia (e non lo è, chi non è convinto si vada a guardare fotografie e video che da stamattina circolano in abbondanza sulla Rete), quando si supera un certo livello (esistono dozzine di centraline di monitoraggio, pagate dai contribuenti) al sindaco dovrebbe arrivare una telefonata, non importa se sono le quattro, le cinque o le sei del mattino, e lui dovrebbe fare un bel comunicato straordinario alla radio e alla tv (e, se si ricorda che siamo nel 2008, anche su Internet): romani, oggi prendetevi una giornata di ferie pagate. Non uscite di casa, che potrebbe anche dirvi male. Anzi, se vi becchiamo in giro con la macchina vi fermiamo e vi rimandiamo a casa con una multa sul groppone. E ora, scusate, me ne torno a letto.
Invece no, bisogna assolutamente affrontare la collera divina, chiudersi in macchina, raccomandarsi ai propri santi e partire obbedienti verso i rispettivi posti di lavoro: che senza di noi, l'economia, la società civile, la vita stessa collassa, tracolla, scompare per sempre.
Sarebbe ridicolo, se non fosse tragico.
Penso a quella donna, 54 anni, manco una giovinetta, che alle cinque di stamattina è uscita di casa per andare a lavorare nella ditta di pulizie.
Certo, le pulizie degli uffici non possono aspettare. I cestini vanno svuotati, i bagni implorano un passaggio di lisoformio.
Stamattina mi sono affacciato alla finestra e ho contemplato sgomento le file di automobili con gente aggrappata al volante che schiumava: aaargh, devo, devo raggiungere il mio posto di lavoro!
Sembrava un esodo da una città attaccata dagli alieni, invece erano persone convinte che stessero facendo la Cosa Più Giusta, quello che la Società si aspettava da loro, che adempissero alle loro sacre Responsabilità.
Ditemi, in coscienza, se la vostra presenza in ufficio oggi era così indispensabile.
Se siete medici o vigili del fuoco, ovviamente, la questione non si pone.
Ma tutti gli altri... grafici, panettieri, benzinai, impiegati, insegnanti, cassieri, io, voi, milioni di romani...
Se ce ne stavamo a casa a farci un cappuccino caldo davanti la televisione e a finire quel libro che staziona sul comodino da settimane, non era molto, molto meglio per tutti?
Il Buonsenso è morto.
C'è qualcosa di profondamente sbagliato nelle nostre vite.

martedì 9 dicembre 2008

La voce del qualunquista, parte 2

Leggo che Paolo Bonolis ha accettato il contratto d’ingaggio che prevede un compenso di un milione di Euro per la direzione artistica e la conduzione del Festival di Sanremo 2009.
Allora, la volete un'altra bella botta di qualunquismo?
C'è qualcun'altro oltre a me che pensa che il compenso per suddetta prestazione professionale sia, come dire, un filino esagerato?
O anche, a scelta:
• Un insulto alla miseria?
• Uno spreco imperdonabile di denaro pubblico?
• Una follia bella e buona?

Come saprete dal mio post sulla televisione, so a malapena che esiste un individuo dal nome e dalle fattezze di Paolo Bonolis: ammetto di averlo visto in qualche spot di un noto caffé dove da anni spara cazzate seduto su nuvole di ovatta, ma ognuno si guadagna da vivere come può, e se una data azienda decide di investire tot denaro su un presentatore televisivo immaginando di ottenere un certo ritorno di immagine e vendere più caffé non sarò certo io a dirle che sono soldi mal spesi.
Ma nel caso della Rai, la faccenda è diversa.
Sono soldi pubblici.
E io voglio sapere, come dovrebbe volerlo sapere ogni italiano che ha pagato i suoi 108 euro di canone praticamente obbligatorio, perché bisogna (dobbiamo) pagare così tanto denaro una singola persona perché lavori per cinque singole serate.
Che non mi si attacchi la solfa della visibilità della manifestazione.
A parte i crolli degli ascolti delle ultime edizioni (36,46% di share quest'anno contro il 44,82% del 2007), se questo assunto fosse vero, perché io, che ho spesso realizzato campagne pubblicitarie stampate in tutta Italia e rimaste visibili per ben più che cinque serate, non ho ricevuto compensi altrettanto stratosferici?
Insomma, facciamo due chiacchiere da bar.
Quanto, secondo il buon senso, dovremmo (sì, noi, perché siamo noi ad aprire il portafoglio) pagare il buon Bonolis per la conduzione dell'irrinunciabile kermesse sanremese?
Dieci volte di meno, centomila euro? Duecento milioni di vecchie lire (che farebbero quaranta milioni a sera, o tredici milioni l'ora, o cento euro al minuto)? Divertitevi a fare altre divisioni, ma ricordate che ho già diviso per dieci l'effettivo compenso: Bonolis guadagnerà mille euro al minuto.
E allora, Paolo, di quanto potresti accontentarti?
<Diecimila euro? Comincia a sembrarmi già più umano.
Anche se, ci scommetto quello che volete, nessuno di voi ha mai beccato diecimila euro per cinque giorni di lavoro: è vero che non vi chiamate Paolo Bonolis, ma qualcosa di sproporzionato continua a saltarmi agli occhi, visto che, scopro, 100 euro sono il compenso medio per serata di un illustre sconosciuto sul più pidocchioso dei palchi romani; Bonolis verrebbe comunque pagato cento volte di più, direi che potrebbe tornarsene a casa felice e tranquillo.
Invece no, per staccare l'assegno a Bonolis la Rai deve passare col piattino esattamente da 9259 italiani, che, anche se molti di loro faticano (e faticheranno sempre più nel 2009) ad arrivare alla fatidica quarta settimana, i 108 euro di balzello devono farli saltare fuori lo stesso.
Che facciamo allora, la spegniamo questa tv o no?

La voce del qualunquista, parte 1


Oggi mi trovavo in uno di quei luoghi assai poco a misura d'uomo che proprio l'uomo, nella sua ottusità (voglio dar per buona che non l'ha fatto per cattiveria pura) è riuscito a creare: gli uffici postali.
Che, nella mia testa, sono posti anacronistici, stantii e resi obsoleti dalla telematica e dal diffondersi capillare della connessione alla Rete.

Insomma, è assurdo, veramente assurdo che nel 2008 io debba accompagnare mio padre ottuagenario ad un'ora praticamente antelucana (che se no ti fregano il posto) a mettersi in fila assieme altri residuati con una manciata di gradi di temperatura davanti un ufficio dove non c'è neanche da sedersi e dove un impiegato dietro un cristallo antisfondamento ti parla e lui, giustamente, non sente un cazzo di quello che gli dice ma gli porge un pezzo di carta e quello gli dà altri pezzi di carta che poi sarebbero soldi e io devo fargli da scorta sennò altri farabutti appena fuori glieli ciulano che tanto anche se li acchiappano (quasi mai) gli danno un buffetto e poi li rimandano fuori (quasi sempre) in modo che possano andare a farsi un altro vecchio.

Ma mio padre (classe 1924) è uno all'antica, non concepirebbe un accredito di denaro elettronico, che lui al fruttivendolo gli dà carta stampata mica bit.

Ma non è di questo che volevo parlare, quanto di questi postacci progettati da qualcuno che non ha la minima idea di come dovrebbero essere progettati, a iniziare dalla segnaletica.
Ma mi volete spiegare che cazzo significa "Prodotti Postali" e "Prodotti BancoPosta"?
Ben separati da due colori, verde acido il primo, blu il secondo, che hai il terrore di farti venti minuti di fila per trovarti poi davanti lo sportello sbagliato con l'omino che ti apostrofa "Cosa fai qui pirla, dovevi fare l'altra di fila, non hai letto il cartello?".
Sono in un Ufficio Postale, non dovrebbero essere tutti "Prodotti Postali", in teoria? Che bisogno c'è di confondere le idee ai (già di loro confusi) utenti?
Ma perché non scrivono chiaro e tondo, col linguaggio comune, che servizio viene offerto ad ogni sportello? O perché non abilitano ogni sportello a fare qualsiasi cosa?
E ancora: perché i tavoli occupati quasi per intero dagli espositori contenenti i bollettini in bianco e prestampati per le principali utenze sono sempre vuoti e sei costretto a elemosinarli all'impiegato infilandoti tra lui e il cliente che giustamente ti squadra torvo perché stai interrompendo la sua, di operazione?
E, in ultimo, perché mai negli ultimi anni gli Uffici Postali sono diventati spacci di cd, libri e dvd peraltro senza essere offerti alla benché minima condizione agevolata?
Ma voi, se volete comprare un cd, andate alla Posta o entrate da Ricordi? Non ho mai visto nessuno, nessuno comprare un libro o un film all'ufficio postale.
Cos'è 'sta cazzata? Chi ci guadagna?

giovedì 4 dicembre 2008

Io e la scatola magica

Ecco il mio rapporto con la televisione: non la guardo.
La leggenda vuole che, nel remoto 1995, l'antenna sul tetto venne giù in seguito una delle più rovinose trombe d'aria su Roma, e il sottoscritto, per pigrizia, non si decise a chiamare un antennista per ripristinare la ricezione delle trasmissioni tv... per i seguenti otto anni.
Otto lunghi anni in cui usai il televisore unicamente come monitor collegato al videoregistratore e al dvd player.
Facendo a meno di telegiornali, quiz a premi, spot, tribune elettorali, varietà, balletti, partite di calcio, dirette, differite, comici in ascesa, presentatrici in declino, talk show, reality, fiction.
Probabilmente esagero quando affermo che la mia mente ha preso un'evoluzione diversa da quella della maggior parte degli abituali consumatori televisivi, ma una cosa posso dirvi con certezza: tutto quanto sopra ho elencato non mi manca minimamente.
E non prendetelo per un atteggiamento snobistico: oggi, se entro in casa di amici e per caso c'è il televisore acceso, resto allibito dalla pochezza degli attuali palinsesti televisivi.
Sbalordisco davanti la pletora di mediocri conduttori con contratti che sfamerebbero famiglie intere per decenni applauditi da legioni di figuranti che si sforzano di entrare nell'inquadratura.
Mi abbiocco all'istante davanti i telegiornali fotocopiati dall'anno scorso e pilotati dalla fazione politica che li controlla.
Rabbrividisco di fronte la banalità e gli stereotipi nazionalpopolari proposti dalle fiction che impazzano su ogni canale.

Mi deprimo osservando che negli spot pubblicitari ci sono ancora automobili che sfrecciano su strade meravigliosamente deserte, famiglie di replicanti che fanno colazione in cucine luminosissime e con uccellini parlanti, assorbenti che volano, finti dottori in camice bianco che magnificano le proprietà di dentifrici tutti identici, locali popolati solo da modelli e modelle che bevono drink e si scrutano a vicenda con sguardi assassini.
Auspico la fine dell'umanità quando assisto a spezzoni del Grande Fratello o dell'Isola dei Famosi.
Non comprendo perché ora (in realtà da qualche anno, mi dicono) la Rai interrompa i suoi programmi con la pubblicità nonostante incassi un canone.
Non riesco a credere che la televisione si sia ridotta a questo.
Ma è così.

Nel 2003, per al prima volta dopo otto anni, un antennista entrava di nuovo in casa mia, ma stavolta aveva la tutina blu di Sky e un padellone di ferro sotto il braccio.
Perché i tempi cambiano, e oggi, se non hai la tv satellitare, sei un disadattato.
In realtà, ai tempi comperai quell'abbonamento come un regalo, e all'inizio lo snobbai come avevo fatto per gli ultimi otto anni nei confronti delle trasmissioni analogiche; poi, rimasto (finalmente) solo in casa, una sera cominciai a fare zapping qua e là.
La scelta aumentava notevolmente, ma la qualità no.
A tutt'oggi, la mia escursione su Sky va dal canale 301 al 320, quelli del cinema: potrebbero anche oscurarmi gli altri canali, sul serio.
E ieri sera, orgoglioso di esser finalmente riuscito (grazie dei consigli, Ari) a cucinare dei bastoncini di pesce che non si decomponessero in una poltiglia giallastra, mi sono seduto davanti il pannello a 42 pollici e ho iniziato a vagare tra il 301 e il 320.
E mi è capitato di vedere la strombazzatissima serie Romanzo Criminale: era già la quinta puntata, ma non ho avuto grossi problemi a seguire la vicenda.
Qualcuno l'ha già definita la migliore fiction italiana degli ultimi tempi.
Devo ancora riflettere se questa affermazione è facile sensazionalismo o potrebbe anche rispondere a verità.
Buona la cura di molti dettagli anni settanta (le capigliature, l'abbigliamento, le automobili) ma, per forza di cose, gli esterni non sono il forte di questa serie.
È incredibile come possa cambiare una metropoli in "soli" trent'anni: allo spettatore appena un po' smaliziato, salta subito all'occhio un autobus di un modello troppo nuovo, o un'insegna pubblicitaria o un telefonino che non dovrebbe esistere.
E l'obiettivo si stringe.
A parte questo, la recitazione dei giovani attori riuniti da Stefano Sollima per la serie tratta dal romanzo di Gianluca de Cataldo (che, lo ammetto, ho iniziato ma ho abbandonato per noia dopo appena due capitoli, non è proprio il mio genere) è piuttosto buona... anche se non basta parlare romanesco e dire "cazzo" ogni tre per due per essere credibili nella parte di giovanotti della mala.
E, anche qui, gli stereotipi fanno capolino un po' dovunque.
Un prodotto senz'altro sopra la media (non è difficile, vista la quantità di immondizia quotidianamente propinata nell'etere) ma forse non il capolavoro a cui molti stanno gridando.
Sempre secondo il mio parere di telespettatore atipico.

Così, un po' deluso, decido che è il momento di dare un'occhiata alla nuova creazione del nuovo mago della fiction degli ultimi anni: J.J. Abrams, che dopo i successi di Lost, Mission Impossible 3 e Cloverfield ha appena ultimato insieme a Damon Lindelof la produzione della nuova versione cinematografica di Star Trek.
Abrams deve averne di tempo (e di inventiva, naturalmente) visto che lo scorso 26 agosto su Fox America è stato trasmesso il pilot della sua nuova serie tv chiamata Fringe, dichiaratamente sci-fi.
E il bello del nostro secolo è che non bisogna più aspettare tempi biblici e capricci dei nostri distributori per vedere ciò che viene diffuso oltreoceano.
Il mio solerte software-slave si mette in caccia nel cyberspazio e dopo una nottata di silenzioso lavorìo bit dopo bit, me la presenta bella e pronta come un cane mi porterebbe il quotidiano del giorno stretto tra i denti. Certe volte, fa quasi paura.
Ieri sera ho trasferito i settecento megabyte di file avi sul Mac collegato al plasma e ho lanciato il VLC Player.
Nel cast noto almeno un paio di volti televisivi noti, il non eccessivamente amato bamboccione Joshua Jackson senz’altro più a suo agio in Dawson’s Creek e Lance Reddick, l’attore che interpreta il misterioso Matthew Abbandon in Lost. La protagonista femminile è una certa Anna Torv, una specie di versione più giovane e carina di Veronica Cartwright.
Come per Lost anche Fringe prende il via da un aereo: Abrams non è riuscito a resistere e se si sommano i numeri 627 del volo si ottiene 15, uno dei numeri maledetti di Lost (ma c’è veramente qualcuno che si gasa per una cosa così stupida?).
Il Volo 627 atterra col pilota automatico a Boston. Tutti i passeggeri e l’equipaggio sono morti, consumati da un qualcosa che ha letteralmente dissolto tutte le parti molli dei corpi. Da qui l’agente Olivia Dunham insieme al suo collega/amante dovrà fare luce sull’accaduto.
Cosa manca a Fringe? Vediamo:
- Minaccia internazionale: c’è.
- Agente FBI integerrimo: presente.
- Microorganismo letale: c’è.
- Incidente aereo: c’è.
- Scene splatter: ci sono.
- Inseguimenti: anche troppi.
- Scienzato pazzo: presente (e lasciamo perdere che dopo anni di detenzione sia ancora il migliore sulla piazza)
- Simpatica canaglia con infanzia problematica ma sotto sotto buono: presente.
- Capo burbero, alla Skinner: presente.
- Telepatia, alterazione del DNA, cure e medicinali improbabili e tecnobabble: in abbondanza.
Ecco. C’è quasi tutto.
Appunto, quasi. La regia di Abrams, del tutto ordinaria (eccettuata la trovata delle didascalie in 3D che vanno a far parte della scenografia), non esenta il pilot da essere abbastanza scontato. L’eccesso di “carne al fuoco” e la francamente esagerata facilità di soluzione delle beghe più nere rendono questo telefilm francamente improbabile, lontanissimo dall’essere il nuovo Lost e invece pericolosamente simile a un poco riuscito mix tra X-files, Alias e Millennium.
Non credo che sprecherò altro tempo su Fringe, oltre l’ora e mezza investita nel guardare il pilot, se la sceneggiatura è tutta lì.
Peccato, dovrò proprio trovarmi altro da fare in attesa della quinta stagione di Lost.
Di cui, per dirlo alla romana, sono letteralmente a rota.
(per chi ha contratto la mia stessa malattia, QUI un succulento sneak peek della puntata 5x01 - Beacause you left, della stagione che verrà. Che, ve lo ricordo, prenderà il via a gennaio. Ibernatemi fino ad allora)

martedì 2 dicembre 2008

-185

Cento. Ottanta. Cinque giorni.
Sei mesi e spicci.
Non ce la farò mai.
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