martedì 23 dicembre 2008

Le dimensioni contano

Se non siete tra quelli che vedono il loro computer come un'estensione del loro ego o del loro organo sessuale (ce ne sono, potete credermi), questo è il computer che fa per voi.
Chi lo produce?
Apple, naturalmente.
(per usarlo, oltre la lettura del "comodo" manuale, basta solo un po' di pazienza. Ad esempio, per digitare la lettera "z" basta fare 26 volte tap sulla trackpad.)

(fin qui) tutto bene

Ci sono ancora.
Non sono rimasto fulminato dalle lucine natalizie, nessuna slitta guidata da un extracomunitario ubriaco sovrappeso e vestito di rosso mi ha investito e di torrone al liquore non ne ho mangiato abbastanza da farmi venire un'indigestione.
È solo che tra regali da comprare o fabbricare e da incartare, amici da vedere, Arianne da spupazzare e gatti a cui badare mi è mancato il tempo di aggiornare.
Stay tuned.

giovedì 18 dicembre 2008

Devo ammetterlo...


...alcuni pubblicitari ci sanno davvero fare.
Anche se a sfondo chiaramente sessuale, questa pagina pubblicitaria per Warehouse (abbigliamento casual) riesce ad essere divertente e ad appena un passo dalla volgarità più becera.

[Recensione] Ultimatum alla Terra

Matteo e Arianna erano concordi: se fossi stato io l'alieno sbarcato dalla gigantesca sfera atterrata nel cuore di Central Park (che, si sa, ogni alieno che si rispetti sceglie Manatthan come sito di atterraggio/invasione/distruzione, mai Ascoli Piceno o Salerno, mai) a valutare se gli esseri umani meritassero o meno un'ultima chance di sopravvivere, e avessi avuto (come Keanu Reeves nel film) tra i piedi tutto il tempo un ragazzino aspirante rasta capriccioso, piagnucoloso e infido (non ci pensa due volte a telefonare alle autorità governative che stanno cercando l'alieno), l'Umanità non avrebbe avuto scampo.
Il remake del poco blasonato Scott Derrickson non raggiunge, com'era prevedibile, la magia dell'originale, pur restando un discreto tentativo.
Reeves è piuttosto in parte, e per rispondere alle critiche di chi lo accusa di totale inespressività (comunque richiesta dal copione, a questo giro), forse dovrebbe soffermarsi di più su Jennifer Connelly, che ha per tutto il film ha la medesima espressione stampata sul viso: occhioni verdi sgranati tra il supplichevole e il lacrimoso.
Nulla da dire, invece, sulla messa in scena: il dispiegamento di forze davanti la misteriosa sfera aliena, gli ambienti militari claustrofobici, la paranoia che ottembra le menti e le azioni di chiunque non sia uno scienziato e non riesce ad osservare il fenomeno con distacco anziché precipitarsi a veglie di preghiera, saccheggiare negozi o tentare di danneggiare un'astronave aliena alta novanta piani con una rivoltella.
Perché se il film voleva sottolineare che l'unico modo che l'umanità ha di salvarsi è, appunto, la sua umanità, temo che manchi clamorosamente il bersaglio.
Appena l'alieno mette piede sul suolo newyorchese, un soldato (non ci è dato sapere chi, né perché, come se fosse un dettaglio trascurabile che un idiota dal grilletto facile ha dato il via ad una distruzione su scala planetaria) gli spara al petto.
Si risveglia in una struttura militare e gli mandano Kathy Bates che interpreta il segretario di stato: lui chiede di parlare all'ONU e l'acidona gli dice "te lo scordi, tu non vai da nessuna parte, questo pianeta è nostro (sottintende dell'America) e ci facciamo tutto quello che ci pare. Anzi, la sua astronave è in contravvenzione per aver violato il nostro spazio aereo, che fa, concilia?".
Dopo manco dieci minuti di conversazione, decidono di metterlo a nanna col sedativo, e poi lo attaccano a una macchina della verità.
Quello riesce a fuggire e gli scatenano addosso la più grande caccia all'uomo della storia dopo BIn Laden.
Se lo trovano è solo perché l'odioso e viziato ragazzino (per cui il regista pensa che dovremmo provare compassione perché è orfano, ma vaffanculo) telefona agli sbirri e, da infame fracico qual è fin da ragazzino, lo denuncia.
Insomma, voi che avreste fatto?
Come dicevo in apertura, io avrei detto: mavaffanculo, terrestri di merda. Ma crepate tutti, che la Terra ha solo che da guadagnarci.
E invece Reeves vede il ragazzino che si inginocchia davanti la tomba del padre e dice: "Ah, adesso ho capito. In fondo, non siete poi così cattivi".
Soluzione (inevitabilmente) buonista e stiracchiata.
Mi viene quasi da parteggiare per il gigantesco robottone (dal bellisimo design, sembra una statua di metallo morbido) che dopo essere stato attaccato con missili, rinchiuso in un container, interrato in una base militare e subìto un tentativo di perforazione con una trivella al diamante prima pazienta per un po', poi, giustamente (vorrei vedere voi) si fa girare le palle e si trasforma in uno sciame assassino (uno degli effetti digitali migliori del film).
E invece, lieto fine anche stavolta, gli uomini possono continuare a massacrarsi tra loro e ad avvelenare il pianeta, perché a sto giro gli è andata bene, e alla prossima ci si penserà.

mercoledì 17 dicembre 2008

Sta tornando...

Per tutti quelli che non l'hanno mai visto, consiglio oggi la visione di quello che (a oltre vent'anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche) si può ormai definire un classico della fantascienza: Robocop, dell'olandese Paul Verhoeven.
Se la scorza delle vicenda è quella di un action movie fantascientifico, il suo nocciolo è quello di una resurrezione: Alex Murphy, poliziotto integerrimo, è assimilabile un Gesù Cristo cibernetico, che muore martirizzato dai suoi nemici e risorge più potente che mai, grazie allo (scellerato) uso della robotica applicata alle forze di polizia.
Con evidenti influenze dal fumetto, ma anche dalla più avanzata letteratura di fantascienza (in primis, Philip K. Dick), Verhoeven diresse un film duro, vertiginoso e assai poco consolatorio, affrontando temi importanti attraverso metafore ciniche e cruda violenza, inframezzata da spot pubblicitari surreali sintomatici di un mondo e di una società che dovrà temere se stessa.
È proprio questa commistione di filosofia personale e impatto visivo che fa di Verhoeven un regista (talvolta) grande.
Robocop vive di questa linfa senza la quale sarebbe un sempliciotto film di fantascienza anni '80.
>È un personaggio splendido ma triste. Robocop non è un eroe. È un uomo a cui non è concesso nè di vivere nè di morire, un uomo intrappolato coi suoi sentimenti e i suoi ideali incancellabili dentro un supporto robotico a metà tra l'armatura medievale e l'aspirapolvere industriale.
È la rappresentazione dell'angoscia di una vita spezzata e della deriva di un mondo inghiottito dall'avidità e dall'atavica cattiveria della natura umana.
Robocop tornò sul grande schermo altre due volte, nel 1990 e nel 1993 prima di scomparire dignitosamente dopo una stagione televisiva dove era stato trasformato in un giocattolone da tv dei ragazzi.
Ora, incredibilmente, pare che Robocop stia per tornare sul grande schermo.
Della regia del progetto è stato incaricato Darren Aronofsky, trentanovenne regista di Brooklyn che ha già diretto l'affascinante PiGreco, Requiem for a dream e L'Albero della Vita.L'intenzione di Aronofsky è quella di riportare sullo schermo l'autentico spirito del primo film. “Si beccherà sicuramente una R (secondo la codifica americana, divieto di guardare il film ai minori di 17 anni non accompagnati da un adulto), ma almeno saremo liberi di fare ciò che vorremo” dichiara in una recente intervista (QUI se volete leggerla tutta, in inglese).
Aronofsky ha passato buona parte della sua adolescenza dedicandosi all'arte dei graffiti, sfogandosi proprio su personaggi cyborg. Questa esperienza, unita ai suoi studi medici, gli ha fatto nascere la passione per l'ibrido carne-metallo.
“Per prendere il diploma” dice, “devi imparare una lista di 38 differenti cose di metallo che puoi avere nel corpo. Da uno shutter inserito in una palpebra a un peacemaker, viti metalliche e tutta una serie di altre cose. Ho realizzato che in realtà siamo già dei cyborg. Non in modo completo, ma comunque il legame con la tecnologia c'è.”
Non si sa altro sul film, di cui gira soltanto un teaser poster che, lavorando di Photoshop, ho ricostruito (lo vedete qui sotto) giusto per ingannare l'attesa da qui al 2010.
Non potrò mai resistere fino a quella data.
Ibernatemi.

martedì 16 dicembre 2008

[Recensione] Batman: Death Mask


Non sono un grande appassionato di manga.
È una questione in parte culturale, in parte derivata dal fatto che iniziai a leggere fumetti da ben prima che il più timido dei comics giapponesi si affacciasse sulle nostre edicole, e quando questi dilagarono in centinaia di pubblicazioni, i miei gusti erano belli che formati.
Tuttavia, c'erano autori che non potevano non emergere davanti i miei occhi per la loro spettacolare bravura: in particolare, mi riferisco a Masamune Shirow e al suo capolavoro Ghost in the Shell, mai superato neanche dai suoi stessi seguiti: oltre i disegni incredibilmente dettagliati, Shirow riempiva i pié di pagina di suoi commenti e approfondimenti sulla tecnologia e sul background sociopolitico dell'ambientazione.
Una lettura che nessun appassionato di fumetti, giapponesi o meno, può permettersi di ignorare.
Detto questo, salvo rare eccezioni (tra cui Dragonhead di Mochizuki e il cervellotico Homunculus di Yamamoto), ben pochi manga trovano posto nella mia fumettoteca personale.
Nel 2001, venni sedotto da Child of Dreams (Il Figlio dei Sogni) di Kia Asamiya, che aveva come protagonista nientemeno che Batman: un prodotto eccellente, con una solida storia sviluppata egregiamente attraverso i tipici stilemi narrativi del manga, ma incentrata su uno dei più famosi personaggi del fumetto americano.
Un'operazione pienamente riuscita, a mio avviso, che però non conobbe alcun seguito... fino ad oggi, quando noto e acquisto questo Batman: Death Mask, realizzato dal mangaka Yoshinori Natsume (noto soprattutto per il manga Togari).
È una storia perfetta per Batman, completamente incentrata sul tema della maschera, di come essa compaia in tutte le culture dell'uomo, persino le più remote, e di quanto profonda ed articolata sia la sua simbologia.

I tempi sono calibrati al millesimo, i disegni curati e puliti ma dai toni oscuri come si confà al personaggio e alla storia, dalle ambientazioni molto dettagliate e ricca di colpi di scena.
Interessanti i confronti tra le varie personalità di Batman, e intriganti anche i moniti a lottare per un futuro migliore, e non a riscattare il passato.
Molto ben raccontati anche i tentativi di Oniyasha (l'altro protagonista) e di Batman nel contrastare il loro lato oscuro, mentre gli esiti differenti di queste battaglie culminano in un finale emotivamente potente.
Insomma, non un capolavoro imperdibile, ma senz'altro un prodotto che ogni fan dell'uomo pipistrello dovrebbe leggere...
lo trovate in fumetteria a 6,95 euro edito da Planeta DeAgostini.
QUI potete vedere riprodotte, sufficientemente grandi per farvi un'idea più precisa della pubblicazione, alcune pagine.

Sperare è lecito


Tuttora mi sfuggono i motivi che spingono Apple ad ignorare lo sviluppo di una delle sue macchine a mio avviso meglio concepite (badate: non ho detto realizzate): il Mac mini.
Come già saprete, ne possiedo uno, che svolge più che dignitosamente il suo lavoro.
Purtroppo, sappiamo tutti quanto rapidamente un computer possa diventare obsoleto.
E il Mac mini, ormai, da tempo è costretto a mangiare la polvere dei suoi cugini trendy, gli iMac, che lo surclassano in potenza, velocità, dotazione di scheda video.
Eppure, continuo a restare affascinato dal concept originario: un computer di dimensioni ridottissime, elegante e minimalista, al quale si può collegare qualsiasi periferica ci si trovi ad avere bisogno: monitor, tastiere, tavolette grafiche, scanner, stampanti, fotocamere, altoparlanti.
Una specie di tuttofare digitale, versatile e con una potenza di calcolo degna di questo di nome ma di ingombri minimi e a prezzo contenuto.

In vista del prossimo Macworld di gennaio, si torna a parlare di un Mac mini profondamente rinnovato.
Per il video-out dovrebbe essere presente una DisplayPort e la RAM a disposizione dovrebbe essere portata a 2 GB, espandibile a 4 GB (contro gli attuali 1 GB, espandibili a 2 GB).
I processori impiegati potrebbero essere il 2.0 GHz Core 2 Duo per l’entry level e 2.3 GHz Core 2 Duo per quello di punta (contro gli attuali Core 2 1.83 GHz e 2.0 GHz). E, udite udite, una scheda video degna di questo nome targata Nvidia per il modello da 2.3 GHz (per il modello base sembra sarà integrata una scheda Intel, forse una GMA X3100).
Ecco, se sul palco del Macworld zio Steve presentasse una macchina con queste caratteristiche, la comprerei immediatamente.
Non è che ci conti più di tanto, vista la discutibile direzione che Apple sta prendendo da un po' di tempo a questa parte, ma è lecito sperare.
Per il momento, sogno su questi concept del sempre bravissimo Isamu Sanada, che, per inciso, a Cupertino avrebbero dovuto assumere da un bel pezzo.

Laundry before christmas

Che poi, non è vero che i pubblicitari italiani siano meno creativi di quelli non italiani.
È solo una questione di mercato.
Di quanto ma soprattutto come ti "permettano" di essere creativo.
Tanto per restare in tema natalizio... questa (fantastica) affissione per Omino Bianco è stata creata dall'italianissimo Stefano Fontana per Publicis, italianissima agenzia.
Per un non italianissimo mercato.

venerdì 12 dicembre 2008

Goodbye, Betty


IIeri è morta Betty Page, a Los Angeles: il suo cuore si è fermato in ospedale, dove era stata ricoverata a fine novembre per una polmonite.
Betty si è spenta all'età di 85 anni.
E non era solo la pinup più famosa e fotografata del mondo: era la madre di tutte le pinup.
Se cercate al dizionario alla voce pinup, ci troverete una sua foto.
Lavorò moltissimo negli anni cinquanta come modella: le sue foto in bikini o in minuscoli completini (senza disdegnare pose e abbigliamenti sadomaso, in clamoroso anticipo sui tempi) furono un preludio alla rivoluzione sessuale degli anni ’60.
Smise di posare nel 1957.
Nel 1959 ebbe una conversione religiosa, dopo aver vissuto un periodo di depressione ed aver avuto un esaurimento nervoso (aveva due matrimoni alle spalle).
Provò a diventare una missionaria in Africa, ma fu respinta proprio perché era una donna divorziata.
Sebbene Betty voltò le spalle al passato, i suoi fan non la dimenticarono mai più.
Era deliziosa.
Era un incredibile connubio di malizia e di innocenza, e così ce la ricorderemo, perché Betty non si fece mai più fotografare.
Dovunque si trovi ora, sono certo che la sua presenza non starà passando inosservata.

giovedì 11 dicembre 2008

Neve & lucine colorate per tutti. Digitali, s'intende.


Insomma, l'avete capito... il Natale mi piace, mi diverte, mi distrae, mi rallegra.
So che anche tra voi, nascosti tra i cinici dell'ultimora, ci sono altri come me che non restano indifferenti al cospetto di cotanta letizia intermittente.
Per tutti voi, il softwarino che vado a proporvi oggi è Esattamente Ciò Che Vi mancava.
Xmas Lights aggiunge una sfiziosa (alcuni cinici preferisco dire: pacchiana) sfilza di lucine colorate alla barra del menù del vostro Macintosh, di cui potete regolare forma, velocità e modalità di lampeggiamento.
Assorbe appena 400k dal sistema, praticamente zero.
Gratis. Da QUI.
Dallo stesso autore, se volete strafare, scaricate anche Snowflakes, da QUI, e avrete lo schermo invaso da una fastidiosissima nevicata di fiocchi di neve digitali.
Perfetto per innervosire il vostro collega che invece, il Natale lo detesta (come Larsen e Dama Arwen che vorrebbero addormentarsi e svegliarsi il 7 gennaio). Installateglielo a loro insaputa e poi guardateli smadonnare come carpentieri moldavi.

PS Quasi dimenticavo. QUI splendide icone natalizie per il vostro Mac.

PPS Per chi lavora con Windows (a Natale siamo tutti più buoni...): QUI un bel set di icone natalizie , ma anche QUI e QUI.

Annegati nel nonsenso


Ecco come Dio ha scelto di uccidere tutti i romani: annegati.
Stanotte sono venuti giù ettolitri d'acqua, e una volta tanto non è un'esagerazione.
E, come sempre a Roma, si grida all'alluvione, alla catastrofe, alla calamità naturale.
Noi (anzi, loro) romani proprio non ci si vogliono abituare.
Al nord nessuno fa tutte queste storie e si mette a frignare per un po' di pioggia in più.
Certo, voi mi direte: vallo a dire a quella poveretta annegata come un topo dentro la sua stessa auto.
Il fatto è che, se ammettiamo che la città non è in grado di reggere alla pioggia (e non lo è, chi non è convinto si vada a guardare fotografie e video che da stamattina circolano in abbondanza sulla Rete), quando si supera un certo livello (esistono dozzine di centraline di monitoraggio, pagate dai contribuenti) al sindaco dovrebbe arrivare una telefonata, non importa se sono le quattro, le cinque o le sei del mattino, e lui dovrebbe fare un bel comunicato straordinario alla radio e alla tv (e, se si ricorda che siamo nel 2008, anche su Internet): romani, oggi prendetevi una giornata di ferie pagate. Non uscite di casa, che potrebbe anche dirvi male. Anzi, se vi becchiamo in giro con la macchina vi fermiamo e vi rimandiamo a casa con una multa sul groppone. E ora, scusate, me ne torno a letto.
Invece no, bisogna assolutamente affrontare la collera divina, chiudersi in macchina, raccomandarsi ai propri santi e partire obbedienti verso i rispettivi posti di lavoro: che senza di noi, l'economia, la società civile, la vita stessa collassa, tracolla, scompare per sempre.
Sarebbe ridicolo, se non fosse tragico.
Penso a quella donna, 54 anni, manco una giovinetta, che alle cinque di stamattina è uscita di casa per andare a lavorare nella ditta di pulizie.
Certo, le pulizie degli uffici non possono aspettare. I cestini vanno svuotati, i bagni implorano un passaggio di lisoformio.
Stamattina mi sono affacciato alla finestra e ho contemplato sgomento le file di automobili con gente aggrappata al volante che schiumava: aaargh, devo, devo raggiungere il mio posto di lavoro!
Sembrava un esodo da una città attaccata dagli alieni, invece erano persone convinte che stessero facendo la Cosa Più Giusta, quello che la Società si aspettava da loro, che adempissero alle loro sacre Responsabilità.
Ditemi, in coscienza, se la vostra presenza in ufficio oggi era così indispensabile.
Se siete medici o vigili del fuoco, ovviamente, la questione non si pone.
Ma tutti gli altri... grafici, panettieri, benzinai, impiegati, insegnanti, cassieri, io, voi, milioni di romani...
Se ce ne stavamo a casa a farci un cappuccino caldo davanti la televisione e a finire quel libro che staziona sul comodino da settimane, non era molto, molto meglio per tutti?
Il Buonsenso è morto.
C'è qualcosa di profondamente sbagliato nelle nostre vite.

martedì 9 dicembre 2008

La voce del qualunquista, parte 2

Leggo che Paolo Bonolis ha accettato il contratto d’ingaggio che prevede un compenso di un milione di Euro per la direzione artistica e la conduzione del Festival di Sanremo 2009.
Allora, la volete un'altra bella botta di qualunquismo?
C'è qualcun'altro oltre a me che pensa che il compenso per suddetta prestazione professionale sia, come dire, un filino esagerato?
O anche, a scelta:
• Un insulto alla miseria?
• Uno spreco imperdonabile di denaro pubblico?
• Una follia bella e buona?

Come saprete dal mio post sulla televisione, so a malapena che esiste un individuo dal nome e dalle fattezze di Paolo Bonolis: ammetto di averlo visto in qualche spot di un noto caffé dove da anni spara cazzate seduto su nuvole di ovatta, ma ognuno si guadagna da vivere come può, e se una data azienda decide di investire tot denaro su un presentatore televisivo immaginando di ottenere un certo ritorno di immagine e vendere più caffé non sarò certo io a dirle che sono soldi mal spesi.
Ma nel caso della Rai, la faccenda è diversa.
Sono soldi pubblici.
E io voglio sapere, come dovrebbe volerlo sapere ogni italiano che ha pagato i suoi 108 euro di canone praticamente obbligatorio, perché bisogna (dobbiamo) pagare così tanto denaro una singola persona perché lavori per cinque singole serate.
Che non mi si attacchi la solfa della visibilità della manifestazione.
A parte i crolli degli ascolti delle ultime edizioni (36,46% di share quest'anno contro il 44,82% del 2007), se questo assunto fosse vero, perché io, che ho spesso realizzato campagne pubblicitarie stampate in tutta Italia e rimaste visibili per ben più che cinque serate, non ho ricevuto compensi altrettanto stratosferici?
Insomma, facciamo due chiacchiere da bar.
Quanto, secondo il buon senso, dovremmo (sì, noi, perché siamo noi ad aprire il portafoglio) pagare il buon Bonolis per la conduzione dell'irrinunciabile kermesse sanremese?
Dieci volte di meno, centomila euro? Duecento milioni di vecchie lire (che farebbero quaranta milioni a sera, o tredici milioni l'ora, o cento euro al minuto)? Divertitevi a fare altre divisioni, ma ricordate che ho già diviso per dieci l'effettivo compenso: Bonolis guadagnerà mille euro al minuto.
E allora, Paolo, di quanto potresti accontentarti?
<Diecimila euro? Comincia a sembrarmi già più umano.
Anche se, ci scommetto quello che volete, nessuno di voi ha mai beccato diecimila euro per cinque giorni di lavoro: è vero che non vi chiamate Paolo Bonolis, ma qualcosa di sproporzionato continua a saltarmi agli occhi, visto che, scopro, 100 euro sono il compenso medio per serata di un illustre sconosciuto sul più pidocchioso dei palchi romani; Bonolis verrebbe comunque pagato cento volte di più, direi che potrebbe tornarsene a casa felice e tranquillo.
Invece no, per staccare l'assegno a Bonolis la Rai deve passare col piattino esattamente da 9259 italiani, che, anche se molti di loro faticano (e faticheranno sempre più nel 2009) ad arrivare alla fatidica quarta settimana, i 108 euro di balzello devono farli saltare fuori lo stesso.
Che facciamo allora, la spegniamo questa tv o no?

La voce del qualunquista, parte 1


Oggi mi trovavo in uno di quei luoghi assai poco a misura d'uomo che proprio l'uomo, nella sua ottusità (voglio dar per buona che non l'ha fatto per cattiveria pura) è riuscito a creare: gli uffici postali.
Che, nella mia testa, sono posti anacronistici, stantii e resi obsoleti dalla telematica e dal diffondersi capillare della connessione alla Rete.

Insomma, è assurdo, veramente assurdo che nel 2008 io debba accompagnare mio padre ottuagenario ad un'ora praticamente antelucana (che se no ti fregano il posto) a mettersi in fila assieme altri residuati con una manciata di gradi di temperatura davanti un ufficio dove non c'è neanche da sedersi e dove un impiegato dietro un cristallo antisfondamento ti parla e lui, giustamente, non sente un cazzo di quello che gli dice ma gli porge un pezzo di carta e quello gli dà altri pezzi di carta che poi sarebbero soldi e io devo fargli da scorta sennò altri farabutti appena fuori glieli ciulano che tanto anche se li acchiappano (quasi mai) gli danno un buffetto e poi li rimandano fuori (quasi sempre) in modo che possano andare a farsi un altro vecchio.

Ma mio padre (classe 1924) è uno all'antica, non concepirebbe un accredito di denaro elettronico, che lui al fruttivendolo gli dà carta stampata mica bit.

Ma non è di questo che volevo parlare, quanto di questi postacci progettati da qualcuno che non ha la minima idea di come dovrebbero essere progettati, a iniziare dalla segnaletica.
Ma mi volete spiegare che cazzo significa "Prodotti Postali" e "Prodotti BancoPosta"?
Ben separati da due colori, verde acido il primo, blu il secondo, che hai il terrore di farti venti minuti di fila per trovarti poi davanti lo sportello sbagliato con l'omino che ti apostrofa "Cosa fai qui pirla, dovevi fare l'altra di fila, non hai letto il cartello?".
Sono in un Ufficio Postale, non dovrebbero essere tutti "Prodotti Postali", in teoria? Che bisogno c'è di confondere le idee ai (già di loro confusi) utenti?
Ma perché non scrivono chiaro e tondo, col linguaggio comune, che servizio viene offerto ad ogni sportello? O perché non abilitano ogni sportello a fare qualsiasi cosa?
E ancora: perché i tavoli occupati quasi per intero dagli espositori contenenti i bollettini in bianco e prestampati per le principali utenze sono sempre vuoti e sei costretto a elemosinarli all'impiegato infilandoti tra lui e il cliente che giustamente ti squadra torvo perché stai interrompendo la sua, di operazione?
E, in ultimo, perché mai negli ultimi anni gli Uffici Postali sono diventati spacci di cd, libri e dvd peraltro senza essere offerti alla benché minima condizione agevolata?
Ma voi, se volete comprare un cd, andate alla Posta o entrate da Ricordi? Non ho mai visto nessuno, nessuno comprare un libro o un film all'ufficio postale.
Cos'è 'sta cazzata? Chi ci guadagna?

lunedì 8 dicembre 2008

Percepire il Natale


Per i cristiani, il Natale è la celebrazione della nascita di Gesù Cristo e punto.
La maniera in cui si percepisce il Natale varia da caso a caso, ma nessuno ne resta davvero indifferente.
Da chi lo adora smodatamente come se vivesse in un film Disney degli anni cinquanta a chi lo detesta in maniera viscerale e si barrica in casa fino al 7 gennaio, negli ultimi anni ho visto parecchie sfumature.
Ecco una breve lista di modi di percepire l'arrivo della più grande festività dell'anno.

DOMANDA:
Ti piace il Natale?


"Ovvio. Posso finalmente tornare a trovare la mia famiglia. Stanno a dieci ore di treno e nei weekend non ce la faccio davvero ad andare e tornare. Mi aspetta già il pandoro con la soppressata".
-Un emigrante-
"Ovvio. Il mio ragazzo mi ha promesso che mi regalerà quei tre completini della Perla che gli ho fatto vedere in vetrina l'altro sabato. Per lui non ho ancora comprato nulla ma qualche cosa mi verrà in mente, prima o poi".

-Una fidanzata-
"Certo. È il primo Natale che mio figlio inizia a capire qualcosa. Prima però devo fare qualche straordinario in più per far fronte alle pese extra. I giocattoli li ho già comprati tre mesi fa, prima che scattino gli aumenti sotto le feste. Pandoro e torroni li compro al discount (che fa bene alla salute economica). Speriamo che mia moglie si accontenti del tagliaspremiagrumi elettrico che le ho preso in offerta alla Upim."
-Un neo-padre di famiglia-

"Non vedo l'ora! Ho già cambiato tre volte la lista delle cose che voglio, la Playstation3 ci sta tutta, mentre sono ancora indeciso tra Pro Evolution Soccer 2009 e Grand Theft Auto 4... Speriamo che mio padr... ehm, Babbo natale me li porti tutti e due!"
-Un ragazzino cresciuto a videogiochi-

"Sì, certo. Tutto l'anno non abbiamo battuto chiodo, e questa è l'occasione per mettere a paro i conti e magari guadagnarci qualcosa. Poi abbiamo tutte quelle rimanenze di magazzino da mettere nei cestoni 'idea regalo dell'ultimora' e finalmente liberarcene".
-Un commerciante-

"No. Non ci credo e comunque non mi va di fare regali a nessuno."
-Un cinico-

"Non lo so. Che mi regalate?"
-Un materialista-

"Mi piace ma è molto meno bello del ferragosto."
-Un tipo da spiaggia-

"No. Tanto del significato religioso non sbatte niente a nessuno. È tutto un magna magna, una schifosa corsa al regalo e una parata di ipocrisia".
-Un disincantato-

"Ci sto dentro di brutto. Sono tre mesi che risparmio per comprare tre cazzo di completini della Perla alla mia ragazza e magari a sto giro lo famo strano come dico io".
-Un fidanzato arrapato-

"Lo aspetto tutto l'anno. Quanto manca ancora? Tre settimane!? Ma non arriva mai..."
-Io-

"Certo ke mi piace! Ho pensato a un milione di regalini da fare alle mie amike, c'ho solo dieci euri ma m'invento qualkosa!"
-Una teenager d'assalto-

"Naturalmente. È il tempo più favorevole per rivivere il mistero dell’incarnazione e della nascita del Signore nell’intimità delle nostre famiglie e negli incontri liturgici comunitari. Ricevere un bel po' di offerte extra dai fedeli è accessorio anche se non ci fa schifo."
-Un parroco-

"Se non riusciamo a lavorare manco come babbi natali per Speedy Pizza come cazzo ce lo paghiamo il capodanno in montagna?"
-Teenagers squattrinati-

"Un colossale spreco di tempo e di soldi".
-Larsen-

"Ma quale natale! È risaputo che Gesù non nacque il 25 dicembre. Questa data fu scelta dalla Chiesa in Occidente, perché era già una festività pagana. Il 25 dicembre ricorreva la festa romana Dies Natalis Invicti Solis. Non fecero altro che cambiare il nome del 'Dio' festeggiato e seguitarono ad avere la loro festa detta Natalis.
-Uno che ha letto tutti i libri di Dan Brown-

"Ho già pronta la lettera per babbo Natale!"
-Un bambino-

"No. Sono nato il 23 dicembre e ogni anno becco solo un regalo invece di due come tutti gli altri."
-Un rosicone-

"Lo odio. Mio marito lavora sempre, i bambini di solito sono ammalati e poi parenti e sorrisi falsi e devo spignattare in cucina tutto il giorno e fatico come una serva peggio che durante l'anno".
-Una massaia-

"No. Tra i figli della mia ex moglie e di quella nuova, devo accendere un mutuo solo per comprare i regali a tutti. Fanculo."
-Un cinquantenne-

"Maremma, se mi piace! Solo il giorno della vigilia alzo su pure cinquecento euro!!!"
-Un mendicante-

"Sì ma tanto mi regaleranno solo schifezze... è sempre così, e io lì a sbattermi a far contenti tutti!"
-Un frustrato-

"Ma è già di nuovo Natale?! Ma pensa tu..."
-Uno tra le nuvole-

"Certo. Ho pronte un mucchio di nuove ricette per il cenone. Ho già invitato la mamma e i parenti, a tavola saremo quarantacinque ma sarà un momento di ritrovo bellissimo".
-La mamma della pubblicità Barilla-

"Certo che mi piace... che devo vedere cosa mi regala la Gina quest'anno, dopo tutte le volte che gli ho tenuto quel piccolo terrorista del ragazzino!"
-Una che tiene il conto-

"Che palle, adesso Luca rientra in fissa con la tombola sòla!"
-Arianna-

"Ammazza! Non vedo l'ora di sfondarmi di torrone, panettone, caldarroste, amaretti, zampone, pandoro, frutta secca, cotechino!"
-Una taglia 54-

"No!!"
-Un tacchino-



giovedì 4 dicembre 2008

Io e la scatola magica

Ecco il mio rapporto con la televisione: non la guardo.
La leggenda vuole che, nel remoto 1995, l'antenna sul tetto venne giù in seguito una delle più rovinose trombe d'aria su Roma, e il sottoscritto, per pigrizia, non si decise a chiamare un antennista per ripristinare la ricezione delle trasmissioni tv... per i seguenti otto anni.
Otto lunghi anni in cui usai il televisore unicamente come monitor collegato al videoregistratore e al dvd player.
Facendo a meno di telegiornali, quiz a premi, spot, tribune elettorali, varietà, balletti, partite di calcio, dirette, differite, comici in ascesa, presentatrici in declino, talk show, reality, fiction.
Probabilmente esagero quando affermo che la mia mente ha preso un'evoluzione diversa da quella della maggior parte degli abituali consumatori televisivi, ma una cosa posso dirvi con certezza: tutto quanto sopra ho elencato non mi manca minimamente.
E non prendetelo per un atteggiamento snobistico: oggi, se entro in casa di amici e per caso c'è il televisore acceso, resto allibito dalla pochezza degli attuali palinsesti televisivi.
Sbalordisco davanti la pletora di mediocri conduttori con contratti che sfamerebbero famiglie intere per decenni applauditi da legioni di figuranti che si sforzano di entrare nell'inquadratura.
Mi abbiocco all'istante davanti i telegiornali fotocopiati dall'anno scorso e pilotati dalla fazione politica che li controlla.
Rabbrividisco di fronte la banalità e gli stereotipi nazionalpopolari proposti dalle fiction che impazzano su ogni canale.
Mi deprimo osservando che negli spot pubblicitari ci sono ancora automobili che sfrecciano su strade meravigliosamente deserte, famiglie di replicanti che fanno colazione in cucine luminosissime e con uccellini parlanti, assorbenti che volano, finti dottori in camice bianco che magnificano le proprietà di dentifrici tutti identici, locali popolati solo da modelli e modelle che bevono drink e si scrutano a vicenda con sguardi assassini.
Auspico la fine dell'umanità quando assisto a spezzoni del Grande Fratello o dell'Isola dei Famosi.
Non comprendo perché ora (in realtà da qualche anno, mi dicono) la Rai interrompa i suoi programmi con la pubblicità nonostante incassi un canone.
Non riesco a credere che la televisione si sia ridotta a questo.
Ma è così.

Nel 2003, per al prima volta dopo otto anni, un antennista entrava di nuovo in casa mia, ma stavolta aveva la tutina blu di Sky e un padellone di ferro sotto il braccio.
Perché i tempi cambiano, e oggi, se non hai la tv satellitare, sei un disadattato.
In realtà, ai tempi comperai quell'abbonamento come un regalo, e all'inizio lo snobbai come avevo fatto per gli ultimi otto anni nei confronti delle trasmissioni analogiche; poi, rimasto (finalmente) solo in casa, una sera cominciai a fare zapping qua e là.
La scelta aumentava notevolmente, ma la qualità no.
A tutt'oggi, la mia escursione su Sky va dal canale 301 al 320, quelli del cinema: potrebbero anche oscurarmi gli altri canali, sul serio.
E ieri sera, orgoglioso di esser finalmente riuscito (grazie dei consigli, Ari) a cucinare dei bastoncini di pesce che non si decomponessero in una poltiglia giallastra, mi sono seduto davanti il pannello a 42 pollici e ho iniziato a vagare tra il 301 e il 320.
E mi è capitato di vedere la strombazzatissima serie Romanzo Criminale: era già la quinta puntata, ma non ho avuto grossi problemi a seguire la vicenda.

Qualcuno l'ha già definita la migliore fiction italiana degli ultimi tempi.
Devo ancora riflettere se questa affermazione è facile sensazionalismo o potrebbe anche rispondere a verità.
Buona la cura di molti dettagli anni settanta (le capigliature, l'abbigliamento, le automobili) ma, per forza di cose, gli esterni non sono il forte di questa serie.
È incredibile come possa cambiare una metropoli in "soli" trent'anni: allo spettatore appena un po' smaliziato, salta subito all'occhio un autobus di un modello troppo nuovo, o un'insegna pubblicitaria o un telefonino che non dovrebbe esistere.
E l'obiettivo si stringe.
A parte questo, la recitazione dei giovani attori riuniti da Stefano Sollima per la serie tratta dal romanzo di Gianluca de Cataldo (che, lo ammetto, ho iniziato ma ho abbandonato per noia dopo appena due capitoli, non è proprio il mio genere) è piuttosto buona... anche se non basta parlare romanesco e dire "cazzo" ogni tre per due per essere credibili nella parte di giovanotti della mala.
E, anche qui, gli stereotipi fanno capolino un po' dovunque.
Un prodotto senz'altro sopra la media (non è difficile, vista la quantità di immondizia quotidianamente propinata nell'etere) ma forse non il capolavoro a cui molti stanno gridando.
Sempre secondo il mio parere di telespettatore atipico.

Così, un po' deluso, decido che è il momento di dare un'occhiata alla nuova creazione del nuovo mago della fiction degli ultimi anni: J.J. Abrams, che dopo i successi di Lost, Mission Impossible 3 e Cloverfield ha appena ultimato insieme a Damon Lindelof la produzione della nuova versione cinematografica di Star Trek.
Abrams deve averne di tempo (e di inventiva, naturalmente) visto che lo scorso 26 agosto su Fox America è stato trasmesso il pilot della sua nuova serie tv chiamata Fringe, dichiaratamente sci-fi.
E il bello del nostro secolo è che non bisogna più aspettare tempi biblici e capricci dei nostri distributori per vedere ciò che viene diffuso oltreoceano.
Il mio solerte software-slave si mette in caccia nel cyberspazio e dopo una nottata di silenzioso lavorìo bit dopo bit, me la presenta bella e pronta come un cane mi porterebbe il quotidiano del giorno stretto tra i denti. Certe volte, fa quasi paura.
Ieri sera ho trasferito i settecento megabyte di file avi sul Mac collegato al plasma e ho lanciato il VLC Player.
>Nel cast noto almeno un paio di volti televisivi noti, il non eccessivamente amato bamboccione Joshua Jackson senz’altro più a suo agio in Dawson’s Creek e Lance Reddick, l’attore che interpreta il misterioso Matthew Abbandon in Lost. La protagonista femminile è una certa Anna Torv, una specie di versione più giovane e carina di Veronica Cartwright.
Come per Lost anche Fringe prende il via da un aereo: Abrams non è riuscito a resistere e se si sommano i numeri 627 del volo si ottiene 15, uno dei numeri maledetti di Lost (ma c’è veramente qualcuno che si gasa per una cosa così stupida?).
Il Volo 627 atterra col pilota automatico a Boston. Tutti i passeggeri e l’equipaggio sono morti, consumati da un qualcosa che ha letteralmente dissolto tutte le parti molli dei corpi. Da qui l’agente Olivia Dunham insieme al suo collega/amante dovrà fare luce sull’accaduto.
Cosa manca a Fringe? Vediamo:
- Minaccia internazionale: c’è.
- Agente FBI integerrimo: presente.
- Microorganismo letale: c’è.
- Incidente aereo: c’è.
- Scene splatter: ci sono.
- Inseguimenti: anche troppi.
- Scienzato pazzo: presente (e lasciamo perdere che dopo anni di detenzione sia ancora il migliore sulla piazza)
- Simpatica canaglia con infanzia problematica ma sotto sotto buono: presente.
- Capo burbero, alla Skinner: presente.
- Telepatia, alterazione del DNA, cure e medicinali improbabili e tecnobabble: in abbondanza.
Ecco. C’è quasi tutto.
Appunto, quasi. La regia di Abrams, del tutto ordinaria (eccettuata la trovata delle didascalie in 3D che vanno a far parte della scenografia), non esenta il pilot da essere abbastanza scontato. L’eccesso di “carne al fuoco” e la francamente esagerata facilità di soluzione delle beghe più nere rendono questo telefilm francamente improbabile, lontanissimo dall’essere il nuovo Lost e invece pericolosamente simile a un poco riuscito mix tra X-files, Alias e Millennium.
Non credo che sprecherò altro tempo su Fringe, oltre l’ora e mezza investita nel guardare il pilot, se la sceneggiatura è tutta lì.
Peccato, dovrò proprio trovarmi altro da fare in attesa della quinta stagione di Lost.
Di cui, per dirlo alla romana, sono letteralmente a rota.
(per chi ha contratto la mia stessa malattia, QUI un succulento sneak peek della puntata 5x01 - Beacause you left, della stagione che verrà. Che, ve lo ricordo, prenderà il via a gennaio. Ibernatemi fino ad allora)

mercoledì 3 dicembre 2008

martedì 2 dicembre 2008

-185

Cento. Ottanta. Cinque giorni.
Sei mesi e spicci.
Non ce la farò mai.
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