lunedì 30 novembre 2009

Firma qui. In fondo. E qui. E anche qui.

L'altra mattina avevo appuntamento con Andrea, ma, per una circostanza praticamente unica come un allineamento di pianeti ero in anticipo di una ventina di minuti.
Fa niente, mi dico, c'è proprio qui una Mondadori, ci faccio un giro e l'ora dell'appuntamento arriva in un attimo.
Scendo dall'auto, mi avvicino alla vetrina e sbircio all'interno. Com'era prevedibile, l'hanno dedicata all'ultimo Dan Brown, come se avesse bisogno di visibilità... lo vendono persino dal salumiere. Cerco di guardare all'interno. Vedo una pila di volumi con la copertina azzurra e...
"Ciao, sei uno che legge?"
Faccio un salto. Qualcuno mi ha appena parlato nell'orecchio e non ho sentito nessuno che si avvicinasse.
È una ragazza mora, capelli a caschetto, bomberino nero e un blocco stretto al petto. Mi guarda come fossi uno strano insetto.
"Come hai detto?" le faccio, mentre il lato navigato di me automaticamente la classifica: promoter.
"Hai la tessera sconto?" ribatte, senza rispondermi. Mi fissa come un Patriot che ha agganciato il suo obiettivo.
"Uh...no", rispondo, facendo mentalmente l'inventario delle tesserine di plastica che ingombrano il mio portafogli: ho la CartaPiù di Feltrinelli, ho la tesserina di Foribidden Planet e quella della Casa del Fumetto ma Mondadori, uhm, no, non mi pare proprio.
"Vieni, che te la faccio", la tipa si apre in un sorrisone di plastica, e si volta ed entra nella libreria, certa che io la seguirò.
E conosce il fatto suo, perché in effetti la seguo, complice il freddo dicembrino. Attraversiamo il corridioio con le nuove uscite, poi quello con i best seller, poi quello delle edizioni economiche. Vorrei fermarmi a dare un'occhiata, ma la tipa cammina spedita e ogni tanto si gira per controllare che la segua, come un Beagle che trotterella dietro il padrone.
A un certo punto, gira bruscamente a destra, e infila una rampa di scale che scende.
Scendiamo. Dove cazzo andiamo?, mi chiedo, mentre attorno a me i libri diventano sempre più vecchi e meno interessanti. Attraverso un settore di manuali di apicoltura e biografie di oscuri bodybuilder californiani. Anche i clienti sembrano trasformarsi lentamente man mano che ci inoltriamo nelle viscere della libreria: scorgo ometti intabarrati nei paltò curvi su trattati sulla cura delle orchidee e una signora ferma a fissare in alto un punto su uno scaffale come ipnotizzata.
Mi fermo un attimo ad assimilare il nuovo ambiente sotterraneo e la tipa si volta a guardarmi. Non mi dice niente ma il suo sguardo dice chiaramente: Che cazzo ti fermi?
Io la guardo meglio: mica ha due canini appuntiti che prima non avevo notato?
Mi muovo e lei si gira di nuovo e mi fa strada verso l'estremo anfratto della libreria, un cantuccio isolato sovrastato da un'insegna: Mondolibri.
Mondolibri? Ma la moretta non mi dà il tempo di pensare.
"Ecco, questo è il modulo di adesione", e mi mette in mano quello che, a guardarlo dieci secondi più attentamente, è un contratto. Mi sorride e mi porge una penna, ma che gentile.
"Eh... ma come funziona?"
Tace per un attimo, e immagino che dentro di sé si dica: Obiezione di tipo uno, nessun problema.
"È semplice. Fai la nostra tessera, che è gratuita, e puoi comprare i nostri libri a un prezzo scontatissimo".
"Uhm... i vostri libri? Vuoi dire quelli Mondadori?"
"I nostri libri. Tutti quelli che vedi sul nostro catalogo", mi dice, porgendomi il "catalogo": una dozzina di pagine al massimo, con una selezione di forse un centinaio di titoli.
Sfoglio la carta riciclata e la prima cosa che il mio occhio di designer nota è che tutti i libri proposti, almeno i best seller che riconosco, sono stati ricopertinati... apparentemente, da uno studente di grafica al primo anno, e neanche troppo dotato.
"Quindi Mondadori non c'entra nulla", obietto.
Obiezione di tipo due: nessun problema. "Mondadori ci ospita nella sua libreria. Molti dei suoi titoli sono compresi nel nostro catalogo e, come vedi, ti costano meno".
"Uhm... sì, vedo che c'è una certa convenienza... ma ci saranno anche degli obblighi, suppongo".
Obiezione di tipo tre. Strategia: cambiare discorso.
"Abbiamo delle proposte periodiche, e questo mese c'è Boccamurata di Simonetta Agnello Hornby". Tira giù dallo scaffale un volume. Ricopertinato. Me lo mette in mano e mi fissa. Cosa si aspetta, che inizi a leggerlo davanti a lei? O che le sorrida esclamando "Ehi, ma è proprio quello che cercavo! Ma come hai fatto?"
Soppeso il libro e senza aprirlo le chiedo: "Sì, beh... ma... in base a cosa scegliete le proposte?"
Obiezione di tipo quattro. Sto rompicojoni. "In base al rapporto qualità-prezzo". Giuro, dice proprio così.
Qualità prezzo? E dove stiamo, al supermercato? Penso, ma non lo dico. Guardo oltre la sua spalla, verso l'uscita.
"Mi stavi dicendo degli obblighi", mento spudoratamente. Anch'io conosco qualche trucchetto.
Obiezione di tipo cinque. Va bene, scopriamo le carte.
"Beh, devi acquistare dieci libri... ma nel giro di due anni. Mi hai detto che sei uno che legge, quindi non dovrebbe essere un problema".
Veramente non l'ho detto, ma non è questo il punto. "Dieci libri? Su questo catalogo?"
La tipa inizia a spazientirsi. Deve pensare o che sono scemo o che sono un osso duro e maledice il lavoro che fa per alzare quei quattro soldi che devono corrisponderle per ogni cliente accalappiato. "Sì, sul catalogo. Guarda, abbiamo il nuovo di Khaled Hosseini. L'hai visto il Cacciatore di aquiloni?"
"Vuoi dire il film?" ma non stavano parlando di libri?
"Sì, il film", fa lei, ormai senza più traccia di sorriso. Deve aver concluso che sono scemo, ma non molla, perché anche (e soprattutto) uno scemo è in grado di firmare un contratto.
"Sì, l'ho visto. Non è il mio genere. Senti... magari mi faccio un giro, prima di decidere, ok?"
"Ok", risponde. Mi attraversa con uno sguardo di Odio Puro. Stringe al petto il suo blocco e mi guarda svicolare via. Guadagno le scale, faccio i gradini due a due. Risalgo alla luce. Esco sul marciapiede.
Che cazzo. Mi distraggo un attimo e mi trascinano giù nelle segrete a firmare patti col diavolo, ma che mondo è. Mi squilla l'iPhone. È Andrea. "Ao, 'ndo sei finito?"
"Andrea. Cazzo. Questa è l'ultima volta che arrivo in anticipo".
"Eh? Anticipo? De che? Sei in ritardo. E namooo".

A ogni modo: Mondolibri è come dire Euroclub, è come dire Club degli Editori, eccetera eccetera eccetera. Se questi nomi non vi dicono nulla, fate una ricerchina. Non starò certo qui a dire che raggirano la gente adescandola in strada con promoter in bomberino D&G, ma prima di firmare quello che spacciano per "tessera sconto" date un'occhiata QUI, QUI e anche QUI.
Uomo avvisato.

[RECE] L'Uomo che fissa le capre

La faccio rapidissima.
Uscendo dalla sala dove proiettano L'Uomo che fissa le capre, si ha la netta sensazione che qualcosa sia andato perso in quelli che dovevano essere gli obiettivi del regista, e magari anche dei produttori, visto che il cast impiegato è stellare ma i risultati sono frammentari e parziali.
Dovrebbe essere una commedia che sfrutta il grottesco e il demenziale per una denuncia antimilitarista, ma per tutto il tempo gli obiettivi sono colpiti solo di striscio... pur essendo là davanti gli occhi dello spettatore, a favore di una serie di gag certamente divertenti ma che assieme una serie di flashback e divagazioni sembrano distogliere continuamente l'attenzione da quello che dovrebbe essere il punto focale.
Si va a finire che la parte finale è la meno omogenea e meno brillante, oltre che sembra come incollata di forza al resto del film.
In poche parole, siamo lontanissimi dai fratelli Coen, per quanta voglia e coraggio si voglia riconoscere all'esordiente Grant Heslov.
Magari il prossimo.

venerdì 27 novembre 2009

Famosi in tutto il mondo.

Negli ultimi anni ci siamo guadagnati una brutta fama oltreconfine.
E quando, dopo che nelle barzellette, finiamo negli spot pubblicitari, è il segno che abbiamo toccato il fondo.

giovedì 26 novembre 2009

[RECE] Tutta un'altra musica

Tutta un'altra musica, Nick Hornby
Guanda Editore, 322 pagine
17 euro

Una mattina dell'ormai incredibilmente lontano 1997 mi trovavo alla libreria della stazione Termini, cappotto e borsone, aspettando che il mio treno per non ricordo dove arrivasse. Mi aggiravo un po' assonnato tra gli scaffali in cerca di qualcosa con cui passare le ore del viaggio, e mi cadde lo sguardo su Alta Fedeltà, appena dato alle stampe.
Uno sguardo alla sinossi sul risguardo, una letta veloce a qualche pagina all'interno e lo acquistai.
Quando, pochi giorni dopo, chiusi il volume convenni che era stata una delle letture più piacevoli dell'anno e forse di sempre.
Un romanzo di razza, in cui l'autore mescolava alla perfezione umane vicende con la passione per la musica a fare da collante, descrivendo con bravura smisurata certi processi di pensiero tipicamente maschili da farne praticamente un manuale ad uso e consumo del gentil sesso per comprendere l'altra metà del cielo (la nostra).
Una storia in cui il novanta per cento dei lettori (almeno, a giudicare da quello che ho letto e sentito in giro) si è facilmente riconosciuto, ha sofferto quando si è conclusa ed ha aspettato per anni di leggerne se non un seguito, almeno un qualcosa che ne recuperasse lo spirito.
Dopo aver pubblicato Un ragazzo (piuttosto buono), Come diventare buoni (mai letto) e Non buttiamoci giù (mollato dopo un paio di capitoli), Hornby sembrava essersi convinto a riprendere il filone che lo aveva consacrato come uno degli autori più letti e apprezzati (anche) nel nostro Paese, e ha pubblicato, poche settimane fa, questo Tutta un'altra musica.
In due parole?
Tutta un'altra musica parte discretamente e finisce per accartocciarsi inesorabilmente in una storiella di serie C che, a partire da due terzi del libro, il lettore comincia ansiosamente a chiedersi come e se si riprenderà.
Gli elementi per farne una storia divertente e appassionante c'erano: una coppia che più diversi non potrebbero, lui con la passione/ossessione per un cantautore americano ritiratosi dalle scene già anni fa e fatto oggetto di culto su un forum di appassionati sul web, lei che lo segue con un misto di rassegnazione e stanco affetto ma senza riuscire a rinunciare ai suoi sogni che sembrano destinati a non decollare mai nella grigia cittadina di mare britannica di Gooneless, e, naturalmente, il cantautore in questione, che non potrebbe essere più distante dal mito alimentato dalle bufale e dai finti avvistamenti su Internet.
Solo che non funziona... manco per niente.
I personaggi sono piatti e poco interessanti e lo stesso vale per i dialoghi; la qualità di scrittura è molto meno limpida di Alta Fedeltà e il libro è praticamente privo di ritmo, cosa che ha l'unico merito di non far presagire il fatto che le cose iniziano a scivolare verso situazioni da soap opera anni ottanta, già viste, noiose e vagamente buoniste.
Le ultime trenta pagine sono una sofferenza da portare a termine e sono probabilmente le peggiori scritte da Hornby in tutta la sua (tutto sommato, onorata) carriera.
Peccato.

Piccola nota a margine numero uno: il titolo italiano, ben diverso dal Juliet, Naked originale, conteneva, a ben vedere, un avvertimento per me e tutti gli altri che speravano di leggere un Alta Fedeltà parte seconda: tutt'altra storia.
Piccola nota a margine numero due: so di suonare come un disco rotto, ma entrambe le copertine dell'edizione inglese ed americana sono migliori della nostra.

domenica 22 novembre 2009

[The art of] Giovanna Casotto

Uno dei più bravi fumettisti italiani è una donna, ma sono in pochi a saperlo.
E, ok, è più accostabile ad un'illustratrice che non a una fumettista vera e propria... e inoltre è piuttosto monotematica (le storie che racconta sono poco più che pretesti per mettere in fila i suoi splendidi disegni), ma Giovanna Casotto è veramente in gamba.
Classe 1962, è stata la migliore allieva del già notevole Franco Saudelli, che si è costruito una fama anche oltreoceano come uno dei più apprezzati e prolifici autori del fumetto fetish, superandolo addirittura, oso solennemente qui dichiarare.
Giovanna usa le matite costruendo plasticamente ombre potenti che definiscono i suoi personaggi (quasi invariabilmente donnine procaci, prese di peso dallo stereotipo della pinup anni cinquanta), e anni fa salì alla ribalta dei talk-show veicolandosi come la modella dei suoi stessi disegni, fatto che in sé non è neanche così raro... ma che inevitabilmente colpì la fantasia di molti, regalandole un certo successo di vendite.
Bonelli la contattò persino per disegnare un numero di Dylan Dog, ed ebbe il coraggio di rifiutare, non ritenendosi adatta per il tipo di fumetto (in effetti, anche le due storie disegnate da Saudelli per l'indagatore dell'incubo non erano poi così memorabili), preferendo continuare per la sua strada, fatta di produzioni più di settore, dove è considerata una vera e propria star.
QUI la sua bio su Wikipedia e QUI una recente intervista.
E adesso vado a cercare di disegnare un po' meglio anche io.





venerdì 20 novembre 2009

Eravamo stati avvisati...

...e dunque non ci si doveva (e non ci si poteva) aspettare qualcosa di troppo diverso dal 2012 messo in scena da Roland Emmerich, massima autorità in campo catastrofico dopo i vari Independence Day, Godzilla e Day After Tomorrow (ma gli lasceranno girare una commedia romantica, un giorno, a sto pover'uomo?): alla fine, è sempre e solo una questione di aspettative.
A chi si alza dalla poltroncina del multisala dolbysurroundmunita con l'impulso a sbottare in un machecazzata bisognerebbe chiedere: "ma scusa, cosa ti aspettavi, Quarto Potere?".
Ma chiariamo da subito una cosa: a me non dispiace affatto il cinema di Emmerich.
Stravedo per Independence Day, penso che Godzilla sia qualcosa di più che un semplice omaggio ad uno dei più grandi miti della fantascienza, e che Day After Tomorrow sia più che decente (la seconda parte del film, perlomeno).
Questo forse non deporrà a favore del mio buongusto cinematografico, ma almeno vi dice una cosa: sono andato a vedere 2012 senza alcun pregiudizio (se non positivo) di sorta.
Eppure, nonostante tutto questo, non mi ha convinto.
Il film, sostanzialmente, si può ridurre a una lunghissima fuga di una famigliola da una distruzione irreversibile quanto inarrestabile, che fa sembrare la sceneggiatura di Independence Day roba da Lars Von Trier.
Spettacolare?
Assolutamente sì. Persino troppo.
Al punto d'annoiare e spingere lo spettatore a sghignazzare ironicamente ogni volta viene tirato in ballo il primo ministro italiano o, viceversa, a sbuffare e a consultare gli sms sul telefonino quando padre e figlio iniziano a scambiarsi le trite, improbabili e stucchevoli battute.
Independence Day era un film graziato da una sceneggiatura azzeccata e da un tocco di commedia che lo innalzava sopra la media... questo 2012 è un molto più convenzionale blockbusterone prenatalizio fatto e finito, con tutti, ma proprio tutti, i cliché del genere: nel bene e nel male.
Abbiamo quindi da una parte lo stato dell'arte negli effetti speciali (scene di distruzione di massa su grande scala piuttosto buone ma, a mio avviso, meno efficaci di quelle viste in Armageddon), e dall'altra il gruppetto dei "buoni" che – si sa fin dal principio – si salveranno e anzi avranno una parte decisiva nella risoluzione della vicenda, e tra loro ci sono (non ne ho dubitato neanche per un nanosecondo) genitori divorziati, figli problematici, rapporti irrisolti padre-figlio, eccetera eccetera eccetera che si muovo entro i prevedibili binari delle loro parti stereotipate, così come lo sono le battute, i dialoghi, le situazioni, lo svolgimento, le assurdità e i momenti topici.
Manca il ritmo che il vecchio Roland aveva sapientemente imposto alle sue precedenti pellicole e mancano pure i personaggi forti sulle cui spalle pesavano una buona parte delle sorti dei suoi film (Jeff Goldbum e Jean Reno, tanto per citarne un paio).
Quello che rimane è un film discreto, migliore della media attuale dei blockbuster ma non al livello dei lavori più riusciti di Emmerich.
Detto questo, 2012 sta facendo e continuerà a fare fantastilioni di dollari.

giovedì 19 novembre 2009

Come non diventare ricchi.

Se ve lo foste mai chiesto, a fare il mio lavoro non si diventa ricchi. No.
Che poi bisogna vedere qual è il vostro concetto di ricchezza: girare in Lamborghini? Portare fuori a cena Paris Hilton senza fare i tirchi sul vino? Affittare una cabina con sdraio e ombrellone a Rimini per tutto il mese di agosto? Ecco, allora non fate i designer.
Ma se vi accontentate di meno (e vi basterebbe non dover fare troppe rinunce per arrivare a fine mese con qualche spicciolo in tasca) allora potreste ancora farcela, racimolando qualche lavoretto extra qua e là: un manifesto, un sito web, o magari una copertina.
E qui arriviamo a quello di cui volevo parlarvi: il design per l'editoria.
Facendosi forti dell'Assunto secolare che l'Editoria È In Crisi, anche quando tale Dogma non è supportato dalle cifre, le case editrici si sentono perfettamente legittimate ad offrire cifre risibili a designer, illustratori e copertinisti per le loro nuove uscite.
Sembra quasi di percepire un messaggio nascosto che bisbiglia, più o meno: è già tanto che abbiamo pagato quest'imbrattacarte per stampargli le sue stronzate che quasi certamente finiranno invendute, adesso dovremmo spendere altri soldi per i tuoi disegnini?
E badate che parlo per esperienza diretta: una nota casa editrice che non nominerò solo perché gli farei comunque un qualche tipo di pubblicità mi offrì, tempo addietro, l'astronomica somma di 150 euro (lorde) per copertinargli un manuale di cucina e un dizionario visuale.
Ora forse vi aspetterete che vi dica di come gli risi in faccia ed uscii dalla stanza sprezzante nel mio livore artistoide... ma invece stavo alla canna del gas, e gliele feci. Però mi vendicai profondendovi scarsissimo impegno, cosa di cui, peraltro, l'editore dalle braccine corte non si rese minimamente conto.
Il risultato più visibile di questo triste stato di cose è che, nove su dieci, le copertine dei libri fanno schifo, e vengono risolte dal designer sottopagato di turno con una fotografia acquistata a prezzo modico su un'Image Bank ed impaginata con il minimo indispensabile di creatività.
Aggiungo un'importante cappello a quanto sopra detto: all'estero (tanto per cambiare) le cose vanno assai diversamente, ed è tutt'altro che insolito imbattersi in copertine che sono delle piccole opere d'arte, come testimonia questa ricchissima galleria... e – sarò maligno – qualcosa mi dice che agli autori oltreconfine viene corrisposta qualche lira in più dei quasi offensivi settantacinque euro (lordi) che furono pagati al sottoscritto per le sue copertine (tra l'altro, scelte da una rosa di tre proposte ciascuna).
Detto questo, esistono fortunatamente alcune felici eccezioni, ed è possibile imbattersi in qualche riuscito esempio di copertina anche nel nostro bistrattato paese. A memoria, nella mia ultima incursione in libreria, mi sono piaciute queste... ma se ne avete altre da segnalarmi, vi ascolto.

Per essere bello, è bello...

Non sono così nerd da farvi il servizio fotografico con lo spacchettatemento del nuovo Magic Mouse Apple che è finalmente comparso nei negozi... ma due fotine per bullarmi ho deciso di postarle.
Finalmente il nuovo mouse di casa Apple è arrivato a casa mia dove andrà a sostituire un Mighty Mouse che non ho mai particolarmente amato (la sferetta di navigazione e il tasto destro integrato nella scocca non erano cattive idee, al contrario... semplicemente smettevano di funzionare) e sta già pilotando il mio Mac Mini che l'ha riconosciuto senza fiatare e ha richiesto solo che scaricassi una patch software per il riconoscimento delle funzioni touch.
Vedremo se il Magic Mouse si dimostrerà migliore di tutti i suoi precedessori o se la sua tecnologia multi-touch si rivelerà un bluff.
Per ora posso solo dire che il Magic Mouse sembra sorprendentemente sensibile, incredibilmente ben assemblato e molto, molto piacevole al tatto.
E, naturalmente, che è davvero bellissimo... anche se Arianna dice che assomiglia a una blatta d'acciaio.

martedì 17 novembre 2009

[RECE] Battiato - Inneres Auge (2009)

Premessa: appartengo alla schiera dei fan di Battiato degli anni ottanta da quando, anche io come molti altri, tornato a casa con nella mia brava busta di plastica quadrata il vinile de La Voce Del Padrone, decisi di ricostruirne la carriera artistica andando a caccia dei suoi lavori precedenti, rintracciando Patriots e L'Era del Cinghiale Bianco, trovandoli una miniera di spunti coraggiosi ed originali, tanto da farli divenire per anni una sorta di colonna sonora personale.
Naturalmente, continuai a seguirlo anche negli anni successivi... finché non ebbi come l'impressione di aver cominciato a riascoltare sempre lo stesso disco, e, complice anche la sua iperproduzione (quasi un disco l'anno negli ultimi vent'anni di carriera), cominciai a farmi l'opinione che il suo "messaggio" si stesse ormai annacquando e che, conquistato un posto nella musica leggera italiana tale da poter fare o dire qualsiasi cosa, stesse campando di rendita da un pezzo, clonando se stesso fino alla noia o reinterpretando vecchi pezzi altrui (operazione questa che, se condotta con astuzia, produce sempre i suoi bei frutti).
Quando lo sentii duettare, poi, con gli Eiffel 65, alzai un sopracciglio: come c'era finito, proprio lui, in una di quelle "canzonette" che dileggiava ai tempi di Patriots?
Autoironia o scaltrezza commerciale?
Comunque fosse, per me la faccenda era semplice: potevo smettere di ascoltarlo, e così feci, più o meno dai tempi di Ferro Battuto, ultimo album che comprai, lasciando lui e il suo pubblico a divertirsi con i tre volumi di Fleurs, un altro disco dal vivo, due risibili nuovi album in studio (Dieci Stratagemmi e Il Vuoto) e una manciata di raccolte con il tormentone La Cura sparato come Traccia Uno.

Tuttavia ho drizzato le orecchie quando ho ascoltato nelle scorse settimane Inneres Auge, il nuovo singolo che precedeva l'omonimo album uscito proprio ieri.
Niente di veramente inedito per Battiato, intendiamoci, un giro di pianoforte, una cassa in quattro quarti e un accompagnamento orchestrale su un testo fin troppo esplicitamente critico rispetto una classe politica ladra e cialtrona, che sembrava studiato apposta per far parlare di sé.
Ho comunque accolto l'uscita di questo Inneres Auge - Il tutto è più della somma delle sue parti con una certa curiosità. Mi chiedevo in che direzione il cantautore siciliano si volesse muovere: se sarebbe tornato a quando costruiva opere ambiziose e coerenti come L'Arca di Noé che contraddistinguevano le sue produzioni tra gli anni ottanta e gli anni novanta o se volesse gettare la sua maschera un po' da intellettuale snob che giocava a dire e non dire esprimendosi per citazioni senza mai mordere veramente.
La verità è che, purtroppo, non ha fatto nessuna delle due cose.

Inneres Auge è un singolo travestito da album e sembra cercare di racimolare un minutaggio decente per poterlo spacciare come tale... e infatti, il display del cd si ferma a 32 minuti e 7 secondi, e ci arriva raschiando il fondo del barile.
Ci arriva infilandoci dentro sei pezzi già pubblicati in altri suoi vecchi album, riarrangiati e ricantati senza eccessivo impegno, ci arriva interpretando una cover di Fabrizio De André, e ci arriva con tre soli inediti, la già citata title track e due pezzi onestamente non memorabili.
In questa sola intervista, il vecchio Franco era molto più caustico e sottile che non in tutte le dieci risibili tracce contenute in questa specie di EP gonfiato a forza... e me ne rammarico.
In sostanza, questo disco non esalta, non gratifica, non aggiunge e non toglie nulla alla storia di Battiato e di sicuro nemmeno a quella di quelli che lo ascolteranno.
Trascurabile.

lunedì 16 novembre 2009

Pochi giri di parole.

Che dire dei manifesti apparsi venerdì scorso a piazza della Balduina e dintorni rivolti all'assessore capitolino all'ambiente Fabio De Lillo?
Magari un pelo bruschi, ma con un messaggio inequivocabile.
Chissà che non possa diventare un trend.
QUI tutta la faccenda.

domenica 15 novembre 2009

Il "2001" del Re.


Non sono più il gran consumatore di fumetti di una volta, un po' per cronica mancanza di tempo, e un po' perché il tempo mi ha reso critico e più esigente.
Una mia ex, anche discretamente presa di me, apprezzava vari lati di me e del mio carattere, ma deplorava il mio attaccamento a quelli che lei definiva, con evidente disprezzo, "giornalini".
E, chissà, su alcuni acquisti che il sottoscritto compiva in quegli anni (grosso modo, una decina d'anni fa) poteva anche avere ragione.
Ma ci sono delle pietre miliari che neanche la mia ex avrebbe mai potuto classificare come banali "giornalini"... opere complete che sono piccole opere d'arte nel loro genere, fari illuminanti nel mare di pupazzetti disegnati con sprezzo dell'umana anatomia e con in bocca battute improbabili racchiuse in un baloon.
Uno di questi è senza dubbio la versione a fumetti di 2001: Odissea nello Spazio che nel 1977 la Marvel pubblicò a firma di Jack "The King" Kirby, da molti considerato uno dei più grandi fumettisti mai vissuti.
A lui dobbiamo la caratterizzazione grafica di carachters quali Capitan America, i Fantastici Quattro, Thor, Hulk, Iron Man, gli X-Men, Silver Surfer, i Vendicatori, il Dottor Destino e Magneto (e ne sto tralasciando una pletora di meno noti), tutti personaggi che non sarebbero mai esistiti senza la matita del Re... il che ne fa, se non il più grande, certamente il più influente autore di fumetti esistito. QUI ne trovate una discreta biografia.

L'adattamento a fumetti del film di Kubrick era una sfida talmente ambiziosa che solamente un autore del suo calibro avrebbe potuto affrontarla uscendone indenne... e anzi, ancor più acclamato di prima.
La compressione/decompressione narrativa che Kirby utilizzò per raccontare il film più visionario di tutti i tempi senza poter contare sui ben più potenti mezzi del linguaggio cinematografico ma solo su grandi fogli di carta bianca e matite ben appuntite si articolava su ottanta pagine di grande formato, alcune scandite da una gabbia rigorosa, altre dilatate su enormi e suggestive doppie pagine disegnate e inchiostrate nel suo inconfondibile ed inimitabile stile.
Insomma... un dannato capolavoro.
Se potete, recuperatelo. Non è più stato ristampato da trent'anni a questa parte (come per molto altro materiale disegnato per la Marvel, in seguito alla morte di Kirby vi fu più di una disputa legale sui diritti d'autore), ma ogni tanto una copia salta fuori su eBay, e per una cinquantina di euro vi porterete a casa un pezzo di storia del fumetto.
Sempre se HAL vi lascia rientrare.

giovedì 12 novembre 2009

[THE ART OF] Etto



Etto (alias Ettone) nasce artisticamente e professionalmente nel 2001, prima come grafico e poi come art director e fotografo di still life in diverse agenzie pubblicitarie di Alessandria.
Tra un servizio fotografico e una campagna ha modo di cimentarsi nella scrittura pubblicando due romanzi erotici nel 2004 e 2006 con un discreto successo.
Da sempre appassionato di bondage e atmosfere dark, ha passato gli ultimi anni a ricrearle nella fotografia, dedicandovi intere nottate e praticamente tutti i weekend disponibili.
Negli ultimi due anni ha affinato la sua tecnica di postproduzione con diversi corsi e tutorial di Photoshop (alcuni direttamente con i Guru Adobe) e parallelamente ha sviluppato una certa praticità con la fotografia grazie all'appoggio di amici fotografi professionisti, nonostante continui ad utilizzare mezzi non professionali.
Grazie alle prime conoscenze nel campo della fotografia ha avuto la fortuna di poter conoscere alcune modelle (Perla e Scarlet) che sono di lì a poco divenute amiche e ha potuto instaurare con loro un proficuo rapporto di crescita creativa. Con loro ha potuto sperimentare, scattare tanto (e cestinare di più) ed ottenere così una selezione di ottimi scatti, alcuni dei quali vi propongo qui di seguito... altri li trovate sul suo sito.
Ogni foto racchiude compressa nelle prospettive, nei colori desaturati e nelle espressioni delle modelle una storia che ha bisogno solo della nostra testa per essere completata e raccontata.
E non è mica una storia necessariamente perversa... ma manco per niente.
Quello che Etto sta facendo con questo lavoro è una roba ambiziosa, molto ragionata e che ha il pregio di poter essere fruita in maniera diversa a seconda di chi la osserva.
E in più le sue modelle sono un gran bel vedere.
Sì, ok... forse il tema è un po' troppo di nicchia, ma chissenefrega. Avercene di più di roba così.



martedì 10 novembre 2009

[TUTORIAL] Come usare Fluidifica.

Chi usa professionalmente Photoshop, generalmente è troppo snob per considerare l'uso della Galleria Filtri.
Questi producono i più disparati effetti sulle immagini sulle quali vengono applicati, utilizzando algoritmi matematici che alterano colore, luminosità e posizione dei pixel che compongono l'immagine. È mio fondato sospetto che i programmatori sperimentino valori a caso e poi diano un nome a quel filtro secondo l'effetto che più gli ricorda.
Non si spiegherebbero altrimenti nomi fantasiosi come contorni poster o effetto cromatura, certamente coniati dopo che si era smanettato più o meno a caso.
I filtri producono inevitabilmente effetti piuttosto standardizzati, e quindi i professionisti tendono a non usarli, con l'eccezione di Controllo Sfocatura e pochi, pochissimi altri.
Da qualche anno, ha fatto la sua comparsa il filtro Fluidifica, o Liquify nella versione originale. È un vero e proprio programma nel programma e ha addirittura una sua interfaccia separata nell'interfaccia di Photoshop.
Fluidifica implementa un algoritmo potentissimo che permette di manipolare l'immagine come se si stesse utilizzando un pennello su un quadro a vernice fresca... o come se si stesse lavorando dell'argilla morbida.

Quella che vedete qui sotto è la palette strumenti del filtro.• Il primo pulsante (quello col dito) sposta letteralmente i pixel passandoci sopra, come se fossero di creta morbida. L'area su cui interviene è definibile dall'utente inserendo un valore nella casella Dimensione Pennello. Funziona grosso modo come un comune pennello di Photoshop, solo che ha effetti del tutto diversi.
• Il secondo pulsante, Ricostruisci, sistema gli orrori che avete appena creato, riportando i pixel com'erano prima che interveniste con un altro strumento.
• Il terzo ha l'icona di una spirale, e distorce l'immagine in un vortice orario o antiorario. Si usa pochissimo e in rari casi. Toccatelo il meno possibile.
• Il quarto è interessante: crea un effetto risucchio, ed è utile per restringere dettagli in un volto, come un naso troppo grande.
• Il quinto fa esattamente l'opposto, gonfiando qualsiasi cosa sul quale venga applicato. Un suo utilizzo classico è gonfiare i decolté troppo striminziti.
• Dal sesto all'ottavo non servono a niente di utile. Fanno solo casino. Dimenticateli.
• Il nono e il decimo pulsante non sono strumenti di deformazione, ma permettono di conservare ed escludere dagli effetti di distorsioni le aree che vengono dipinte con questo speciale pennello "protettivo". Molto utile, ad esempio, quando si stanno deformando le sopracciglia, ma non vanno toccati gli occhi. Con il primo si dipingono tali aree, con il secondo si cancellano. Le parti che non verranno modificate dall'effetto appariranno in rosso opaco.
Per chiudere, due pulsanti per spostarsi lungo l'immagine e per zoomare su di essa.

Come per tutte le altre funzioni di Photoshop, per sfruttare la meglio Fluidifica va fatta pratica.
Se usato attentamente, è lo strumento principe per ritoccare la figura umana... senza dare l'impressione che vi sia stato effettivamente un ritocco.
Esistono filosofie diverse, e la mia è: non esagerate e restate sempre nel plausibile.
La fotografia in apertura è un volto umano "fluidificato". I ritocchi non devono stravolgere il soggetto, ma apportarvi piccoli miglioramenti, invisibili all'occhio se non confrontando il "prima" e il "dopo", come nell'esempio.
Alla ragazza ho alzato leggermente la pelle sotto il mento, e ho reso la guancia più "tonica" spingendola delicatamente verso sinistra. Infine, ho "aperto" appena un po' di più l'occhio destro.
Il mio consiglio è di operare su una certa area (una guancia, un naso, un orecchio) con un pennello di dimensioni tali che la avvolga completamente, e dare piccoli, fluidi tocchi, sempre nella stessa direzione.
Se il risultato non vi appare convincente, avete vari mezzi per correggere le vostre malefatte. Non fatevi scrupolo di usarli.
Un'ultima cosa.
Il filtro Fluidifica costringe il vostro processore a un gran numero di calcoli. Operare su immagini grandi può rallentare il vostro lavoro, e potreste avanzare "a scatti" in maniera insopportabile. Ecco il trucco per fregarlo.
Fate una copia della vostra immagine, e riducetela drasticamente di dimensioni. Quindi, aprite il filtro e fate quello che dovete fare. Prima di cliccare su OK, provate a cliccare il pulsante Mostra Trama, e vedrete una griglia (come quella qui sotto) sovrapporsi alla vostra immagine appena ritoccata, deformata esattamente in corrispondenza delle distorsioni che avete applicato.Avete in alto a destra un pulsante per salvarla. Salvatela da qualche parte, date OK e chiudete l'immagine. Aprite adesso l'alta risoluzione, lanciate Fluidifica e tutto quello che dovrete fare è premere carica Trama: selezionate la trama che avete appena salvato, e tutte le distorsioni saranno applicate in un nanosecondo alla vostra gigantesca immagine.
La trama infatti altro non è che una mappa vettoriale (quindi, leggerissima) che memorizza tutti gli spostamenti sui pixel effettuati, e che può replicarli proporzionalmente su una copia di qualsiasi dimensione.
E adesso correte tutti ad ingrandire le tette.

lunedì 9 novembre 2009

Dalla parte del toro.

Il problema è che, per il toro, non c'è verso di vincere.
Potrà prendersi qualche occasionale soddisfazione nel mandare zampe all'aria quel coglione vestito come un carrettino siciliano pagato per farlo incazzare sventolandogli sul muso una muleta rossa, ma tutti gli spettatori paganti sanno fin dal principio come andrà a finire lo spettacolino che sono andati a vedere.
I tori fatti entrare nell'arena non giocano alla pari: prima dello spettacolo vengono battuti sugli arti posteriori e sulla schiena con sacchi di sabbia per debilitarli. Altri simpatici espedienti comunemente usati per ridurre l'handicap tra il toro e il coglione col cappellino con le orecchie da Topolino sono: stoppa nelle narici, vaselina negli occhi, droghe, limatura delle corna.
Inoltre, fin dall’inizio l’animale ha un lungo spillone conficcato nel collo che reca una bandierina (coccarda) col nome dell’allevatore.
E allora mi chiedo... ma dov'è il divertimento?
Il massimo a cui si può aspirare, è che il toro venda cara la pellaccia.
Filippo V di Borbone disse: “È incredibile il desiderio di ammazzare animali che dimostra questa nazione. Questo popolaccio è di una ferocia incredibile”. Nel 1805 Carlo IV emise la Real Cedula che vietava formalmente la corrida, ma di fatto non ebbe alcuna efficacia. Nell’arco di vent'anni il papa Pio V emanò ben quattro bolle a severa condanna delle corride e le altre fiestas, ma senza alcun risultato.
E il torero, in definitiva, è solo l'ultimo anello di una catena fatta di ricchi latifondisti, allevatori di bestiame, agenzie turistiche e operatori della carta stampata... che per salvaguardare il proprio portafoglio si appellano alla tradizione, all’interesse turistico, artistico e sportivo. Ed è solo quello che rischia di più.
Ma non me ne frega un cazzo. Fallo fuori, toro.

Ps Se vi va, firmate QUESTA petizione. Il piccolo gesto di molti può fare degli sfracelli.

venerdì 6 novembre 2009

Photoshop, tutta la storia.

Non fatevi illusioni: praticamente tutto quello che vedete – poster cinematografici, fotografie pubblicitarie, copertine di libri, riviste e dischi, siti web, la confezione dei cereali che mangiate al mattino, le immagini pubblicate su questo blog – è stato sottoposto al trattamento di Photoshop, il più potente mistificatore digitale della realtà.
Da sempre, è il software di riferimento per il fotoritocco, ed è lo strumento informatico che preferisco in assoluto. Le sue potenzialità sono virtualmente infinite. Non c'è niente, restando nell'ambito della grafica bidimensionale non in movimento, che non si possa realizzare con Photoshop.
Che, naturalmente, non è sempre esistito... come non è sempre stato così come lo conosciamo ora.
Per addetti ai lavori e per utenti dell'ultim'ora, eccovene una breve storia.



Photoshop 1
Uscì col marchio Adobe nel febbraio 1990, qualcosa come vent'anni fa... un'era geologica, in informatica. Era dal 1987 che i fratelli Thomas e John Knoll, figli di un fotografo, ci stavano lavorando, riversandoci tutte le loro conoscenze acquisite in camera oscura. La primissima versione venne siglata 0.63, operava solo su scala di grigio, venne sviluppata su Macintosh ed era datata ottobre 1998 e – volete saperlo? – stava tutta quanta su un floppy da 1,44Mb.
Dal momento in cui Adobe acquisisce il lavoro dei fratelli Knoll, passano dieci mesi in cui un team lavora duro per rilasciare la prima versione del software che farà la sua fortuna.


Photoshop 2
La seconda versione di Photoshop, anche questa solo per Macintosh, esce quasi contemporaneamente al System 7, nel giugno 1991. Nel dicembre dello stesso anno viene rilasciato l’aggiornamento alla versione 2.0.1 che apre e salva (anche) nel neo-nato formato JPEG.
Rispetto la versione 1.0, ora Photoshop supporta le multitonalità (duotone, tritone, quadritone), e le immagini CMYK possono essere aperte, salvate, visualizzate e modificate anche in composito. Viene ridefinito il formato grafico nativo Photoshop 2.0 (supportato ancora oggi), fa la sua apparizione la penna per i tracciati vettoriali, sono supportati i filtri e i plug-in di terze parti.


Photoshop 2.5
Sono personalmente affettivamente legato a questa versione, in quanto fu la prima sulla quale il sottoscritto mise le mani, facendosi le ossa faticosamente su un piccolo Macintosh Performa 450, che macinava bit col suo processore a 25MHz e quattro megabyte di RAM spremuti allo spasimo... altri tempi.
Photoshop 2.5 fu la prima versione che girava anche su PC, e richiedeva Windows 3.0.1.
Photoshop 2.5 supportava per la prima volta la modalità (e spazio colore) Lab, compariva il comando Variazioni colore, e la Maschera Veloce, un canale temporaneo per modificare selezioni con il pennello.
Era una versione che supportava pienamente la stampa, e funzionò egregiamente per oltre tre anni senza aggiustamenti di sorta, eccettuato un plug-in gratuito che nel marzo 1994 Adobe rilasciò per accelerare Photoshop 2.5.1 sui Macintosh con processore PowerPC.


Photoshop 3
Così com'era, Photoshop era un software eccezionale e dalle mille possibilità. Ma la versione 2.5 diventò all'improvviso vecchia di cento anni quando Adobe rilasciò, nel settembre 1994, Tiger Mountain, la versione 3... comprensiva di Livelli, oggi scontati, un'autentica rivoluzione ai tempi.
I livelli consentivano di comporre l'immagine come tanti fogli di acetato trasparente sovrapposti, ognuno contenente solo una parte dell'immagine, modificabile e ridimensionabile indipendentemente... per di più offrendo la possibilità di selezionare diverse modalità di fusione coi livelli sottostanti, moltiplicando di fatto all'infinito le possibilità creative.
L'upgrade lanciò definitivamente Photoshop nell'olimpo dei software più utilizzati al mondo facendone de facto lo standard assoluto in questo settore.


Photoshop 4
Con l'introduzione dei livelli, per Photoshop si apriva letteralmente un nuovo universo di possibilità. Quello che ora ci voleva, era la possibilità di avere un benedetto sistema di Annulla Multipli, cioè la possibilità di annullare più che l'ultimo passaggio eseguito. Al costo di una maggiore (parecchio maggiore) richiesta di RAM per funzionare, Photoshop 4 (Big Electric Cat) offriva per la prima volta questa impagabile possibilità.
Un'altra eccellente idea, di quelle tanto semplici ma assolutamente geniali, fu la possibilità di "dissolvere" con un semplice slide qualsiasi filtro venisse applicato sull'immagine.
Una manna per molti (ma non per tutti), fu invece l'introduzione della palette Azioni, che permetteva di registrare qualsiasi serie di operazioni su un'immagine per poi applicarla automaticamente senza intervento umano su tutti i file presenti in una determinata directory scelta dall'utente, fossero pure centinaia o migliaia.
Da sole, queste novità bastavano e avanzavano per giustificare l'aggiornamento... ma Adobe mise una ciliegina sulla torta incorporando la filigrana digitale per tutelare i diritti d'autore e, sotto il piano tecnico, il supporto alle macchine multiprocessore che stavano iniziando a diffondersi nel 1997.


Photoshop 5
Uscito nel maggio 1998 (Strange Cargo), portò con sé il suo bel carico di novità. La pluriacclamata funzione di Annulla Mutiplo introdotta dalla versione 4 fu migliorata con la Palette Storia, che consentiva di ripercorrere la storia delle operazioni svolte e cancellarne alcuni passaggi (e non solo l'ultimo come in Photoshop 4). Fu abbinata allo strumento Storia Pennelli, che faceva più o meno la stessa cosa... ma applicata ai pennelli, possibilità che venne utilizzata da molti artisti della tavoletta grafica per generare effetti spettacolari e realistici.
Vennero introdotti Penna Magnetica e Lazo Magnetico, che avrebbero dovuto aiutare gli utenti a creare scontorni più facilmente... rivelandosi invece del tutto inutilizzabili, creando selezioni invariabilmente da ritoccare e tracciati che definire imprecisi era un eufemismo.
La funzione Testo fu migliorata: si poteva impostare per la prima volta un testo verticale (anche se non conosco nessuno che l'abbia mai fatto), ma soprattutto diventò possibile modificare il testo inserito, visualizzare l'anteprima sul documento, e cambiare stile e carattere mentre si scriveva.
Fu introdotto lo strumento Timbro con Pattern, lo strumento Misura, e divenne possibile creare sfumature angolari e a rombi (anche qui nessuno si strappò i capelli).
Adobe azzardò persino l'introduzione di un rudimentale filtro 3D in cui era possibile introdurre manipolazioni tridimensionali ad una selezione, seppure in una finestra separata. Un buon tentativo.
Photoshop 5 fu la prima versione a supportare i canali a 16 bit, e ad esportare (ed importare) in nuovi formati come EPS da CorelDraw o Illustrator, PDF e Zip.


Photoshop 5.5
Fu l'ultima volta che Adobe introdusse una "mezza versione", passando da una 5 a una 5.5 e non ad una 6... anche se le novità introdotte, probabilmente, lo avrebbero giustificato, comunque ben più che nei passaggi a versioni successive, specie le più recenti.
Adobe si rese conto che il web era la nuova frontiera, e decise di fornire ai designer potenti strumenti di creazione e ottimizzazione delle immagini per la loro pubblicazione su Internet e per l'invio per posta elettronica.
In Photoshop 5.5, rilasciato nel febbraio 1999, era possibile passare a Image Ready (l'applicazione separata di Adobe per il web) e viceversa con un solo clic sulla nuova palette strumenti.
Introdusse lo strumento Gomma Magica, Gomma Sfondo, il Pennello Storia e la funzione Estrai, ideata per scontornare automaticamente soggetti da sempre critici quali i capelli, che, quando funzionava, faceva veri e propri miracoli; quando non funzionava, beh... lasciamo stare.
Ma il vero asso nella manica fu la funzione Salva per il web, che consentiva un controllo totale e micrometrico sul salvataggio ottimizzato delle immagini in Gif, Jpeg, Png8 e Png24... il tutto in un'interfaccia che era un capolavoro di semplicità e funzionalità, mantenuta praticamente invariata fino ad oggi.
Completava il sostanzioso upgrade la funzione Web Photo Gallery e la possibilità di esportare l'immagine e il relativo codice in una pagina HTML. Altri piccoli miglioramenti furono la possibilità di contrassegnare con un colore i livelli e nuove funzioni di anti-aliasing per i caratteri.


Photoshop 6
Rilasciato nel settembre del 2000 (Venus in Furs), integrava al suo interno l'utility Image Ready, fino a quel momento un'applicazione esterna a Photoshop, i cui principali strumenti di ottimizzazione, resize e conversione furono riorganizzate per l'occasione.
Ma la novità con la "N" maiuscola fu la gestione del testo, completamente rivista: non più una finestra separata in cui si scriveva e poi si dava "invio" e il testo appariva sull'immagine, ma un editor degno di questo nome che permetteva di modificare stili e attributi di ogni singola parola direttamente sul documento.
Un altro mondo, lasciatemelo dire.
Una novità arrivata in sordina, ma molto promettente, fu il nuovo filtro Fluidifica, che in molti trovarono somigliante in modo sospetto a Kai's Power Goo, un piccolo software di editing bitmap che a fine anni novanta fece sfracelli di vendite perché permetteva di ottenere caricature dalle fotografie manipolandole come se fossero fatte di argilla morbida... il tutto a un prezzo veramente contenuto.
Adobe non lo ammise mai, ma è opinione comune che acquistò quell'algoritmo dai ragazzi di Meta Tools per implementarlo nel suo Photoshop 6... anche se per impieghi, diciamo, più professionali.

Photoshop 7
Uscita nel 2002, fu la prima versione di Photoshop (in codice Liquid Sky) riscritta per funzionare sotto MacOSX.
Non introduceva sconvolgenti novità, ma comunque si trattò di un'interessante release. Per cominciare, ottenemmo il Pennello Correttivo (con la relativa Toppa Correttiva), che – va detto – funzionava piuttosto bene, ma soprattutto un nuovo motore di pittura col quale personalizzare flusso, dispersione, deformazione e molti altri parametri per ogni singolo pennello, rendendo Photoshop un software infinitamente più flessibile per questo tipo di lavori: niente di paragonabile a Painter, intendiamoci, ma per la maggioranza degli utenti andava più che bene.
Per il resto... il filtro Fluidifica, sempre avido di risorse, fu migliorato, venne inserita una funzione di regolazione automatica del colore per eliminare le dominanti di colore, l'opzione File Browser per gestire le immagini (mortalmente lenta, nessuno la usò) e la possibilità di salvare le configurazioni di tutte le palette desiderate attraverso le impostazioni dello spazio di lavoro.


Photoshop 8
Meglio conosciuto come Photoshop CS (nome in codice Dark Matter), da quando fu inserito in un pacchetto software battezzato da Adobe "Creative Suite".
Niente di rivoluzionario: Photoshop era ormai un software arrivato alla sua piena maturità, ed è opinione del sottoscritto che, a partire da questa versione, tutte le funzionalità aggiunte furono sì interessanti, ma non essenziali... le cosiddette "lucine colorate" che servono a continuare a vendere (perché, lo sapete, bisogna continuare a vendere).
Photoshop 8, uscito nel 2004, offriva la funzione di testo su tracciato mutuata dal fratello Illustrator, una funzione di corrispondenza colore (Match Color), nuovi filtri fotografici tipici delle reflex tradizionali, Photomerge per unire più facilmente più fotografie in una sola (solitamente, panorami).
Tutta roba che sarebbe rientrata benissimo in una "7.5", ma le leggi di marketing sono quelle che sono... in compenso, abbiamo una nuova estetica del programma, che dopo anni e anni abbandona l'iconografia dell'occhio per... delle piume.
Non so davvero a chi sia venuta questa terribile idea, sul serio.


Photoshop 9
Nome in codice Space Monkey, rilasciato nell'aprile 2005, a un anno e mezzo di distanza dal precedente, era una versione completa, stabile ed efficiente. Era incluso nella Creative Suite 2, e oltre qualche fighetteria tecnica come la gestione della memoria su sistemi a 64 bit (ad esempio, i Macintosh G5) e il supporto all'HDRI, introduceva gli utilissimi Oggetti Vettoriali Avanzati, che consentono la manipolazione di oggetti vettoriali senza perdita di qualità fino alla loro definitiva rasterizzazione.
Un uovo di Colombo.
Un'altra feature degna di nota è lo strumento di distorsione Altera, che, pur difficile da controllare, permise per la prima volta distorsioni non lineari prima impossibili da creare con pochi clic.
Fuoco Prospettico, una nuova versione di Camera RAW e l'introduzione dell'utile (ma lentissimo) Adobe Bridge ne completavano la dotazione.


Photoshop 10
Codice: Red Pill, uscì a fine 2006 all'interno della Creative Suite 3, e fu il primo Photoshop a girare nativamente sui Mac con processori Intel. Adobe aveva ben poco da aggiungere, e si concentrò sul rinfrescare l'interfaccia... a mio parere, complicandola inutilmente (non è mai una buona idea confondere le idee ad utenti che per anni hanno usato con profitto una certa configurazione della GUI del loro software più usato, ma certamente ci sarà qualcuno che ha apprezzato le nuove palette).
Includeva Camera Raw 4.0, un nuovo algoritmo per controllare Luminosità e Contrasto, nuove funzioni automatiche per la fusione di livelli, filtri ed effetti non distruttivi e – questa non è male – opzioni extra per rifinire le selezioni operate con la Bacchetta Magica.
Se volete un consiglio, ignorate del tutto questa versione e saltate direttamente alla 11.
Ah... se non altro, sparirono le piume. Deo gratias.


Photoshop 11
Dopo quasi due anni, a fine 2008 viene rilasciato Photoshop CS4, Stonehenge per gli addetti ai lavori. Non è ancora una versione a 64 bit, il lavoro era immane e se ne parlerà (forse) per Photoshop 12, ma in compenso Photoshop 11 sfrutta molto meglio l'accelerazione hardware, anche se per cose di dubbia utilità come l'effetto di inerzia quando ci si sposta sull'immagine.
Per il resto, nessuna rivoluzione. La gestione dei livelli di regolazione è stata un po' migliorata, è stata aggiunta una funzione di Ridimensionamento Dinamico (carina), un nuovo metodo di unione delle immagini sferico piuttosto che cilindrico (utile nella combinazione di foto scattate con grandangolari), e – ci dicono – il motore 3D è stato riscritto da zero. Questo non l'ho mai usato, quindi non so e non posso dirvi nulla in proposito.

Ah, la timeline qui sotto è ingrandibile col solito click, smettetela pure di strizzare gli occhi e avvicinarvi allo schermo.

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