mercoledì 30 giugno 2010

Sano e salvo.

Milano non mi piace e io non piaccio a lei.
Questo lo sapevate già, se avete seguito i resoconti delle mie precedenti sortite nel capoluogo lombardo.
Visto che sono cosciente di non poter vincere contro una città intera che, come un ammasso senziente e maligno di cemento, rotaie, cavi elettrici e neon sfrigolanti mi stritolerebbe in pochi minuti, questa volta adotto la tattica dell'invisibilità.
Scendo dall'Intercity da Torino nascondendomi allo sguardo del leone alato di granito a guardia di Milano Centrale mescolandomi alla folla. Guardo in terra e mi stringo tra un uomo dalla mole gigantesca in camicia stazzonata da sei ore di viaggio e tra una donna asiatica che parla a voce esageratamente alta nel suo cellulare trascinando un trolley di plastica rossa.
Appena fuori, faccio finta di essere un milanese anch'io ripassando interiormente il mio lessico locale: Bella! Alura? El gà el Suv! Uè testina cosa vuoi? Lu lè il bauscia! Fabbrichetta!, ma appena il primo passante frettoloso mi spintona nella metro, me ne esco con un malimortaccitua che rischia di farmi scoprire all'istante.
Comunque sia, stavolta scivolo indenne tra Milano e i milanesi come un organismo ospite, grazie anche alla complice compagnia di Eric, Ramona, Francesca, Ivano e tutto il resto della fazione lombarda che, ogni volta che rimetto piede nei loro grigiastri territori, ritrovano coesione e si coagulano in un chiassoso campionario di umanità che più variegata non potrebbe essere... il che mi ricorda come, nonostante non abbia alcuna simpatia per l'essere umano in quanto tale, esistono le eccezioni che danno un senso e un contributo alla mia vita e a quello che ne faccio.
Detto questo:
- Eric, grazie a te e a Ramona dell'ospitalità. E anche a Gabriele e ad Annapì per la notte del 23, naturalmente. Ho cercato di essere un ospite a impatto zero, e ho rimosso ogni mia traccia di DNA e di capelli dai vostri lavandini.
- Monik, grazie per avermi portato a vedere la mostra di Kubrick fotografo... probabilmente, di mia iniziativa non ci sarei andato e mi sarei perso qualcosa. La consiglio a tutti, al palazzo della Ragione fino al quattro luglio.
- Taka, sei l'unico milanese che ciabatta in infradito e t-shirt turchese per corso Buenos Aires con la stessa disinvoltura che se fosse sulla spiaggia di Montego Bay. Ti invidio.
- Ivy, il tuo approccio mi porgeresti la tua rosea patata non è il massimo con le donne. Pensa a a qualcos'altro.

lunedì 28 giugno 2010

Cartoline da Pavia.


Pavia è una città sottovalutata.
Che non significa, necessariamente, che sia imperdibile... ma di sicuro mi ha colpito.
Se un giorno decidessi di sparire in una piccola città abbastanza fuori dalle rotte turistiche ma sufficientemente piena di chiese, ponti, muraglioni, fortilizi e piazzette che si aprono all'improvviso al visitatore ignaro proveniente dai vicoli quasi senza luce, probabilmente la sceglierei come nascondiglio per passarci gli ultimi anni della mia vita.
Conto di tornarci in futuro perché mi ha affascinato parecchio e dato più di uno spunto. E poi ci vive Grazia, che è stata un'anfitrione perfetta.

Detto questo, non mi dilungo sul concerto dei Pet Shop Boys a cui ho assistito nella cornice aristocratica del cortile del palazzo visconteo. Mettiamola così: il fatto che per la loro unica data italiana abbiano scelto una piccola città trentacinque chilometri a sud di Milano, nel bel mezzo della settimana e senza dare alcun risalto pubblicitario all'evento, ha reso possibile un'esibizione col giusto numero di spettatori, organizzata con pacatezza ma anche con precisione.
Neil Tennant è ufficialmente uno dei tre uomini che, se fossi gay, mi attrarrebbe in modo irresistibile. Il suo modo di stare sul palco senza apparire neanche lontanamente ridicolo a cinquantasei anni vestito con uno smoking e pantaloni di pelle neri infilati negli stivali da cavallerizzo non ha uguali nella scena pop, e si concede al suo pubblico con un'eleganza e una professionalità da cui le popstar di nuova generazione hanno solo che da imparare.
Chris Lowe, dal canto suo, ha trovato la sua dimensione dietro un grosso banco rettangolare ricoperto da celle luminose computerizzate, e resta impassibile e nascosto dietro un un paio di occhialoni da sci e un grosso cinema display per tutte e due le ore del concerto.
Le ballerine gemelle con la testa a cubo le adoro già.
Insomma, ne è valsa davvero la pena.

martedì 22 giugno 2010

Cinque dritte per freelance.


Ho abbandonato da tempo la triste e solitaria carriera di designer freelance.
Per come il nostro Stato e il nostro Fisco tratta i lavoratori autonomi, non c'è da stupirsi se ancora tanta gente aspira a venire assunta da qualche studio o agenzia di comunicazione: al prezzo di un po' di libertà e una serie di obblighi (tipo, presentarsi al lavoro tutti i giorni e fare quello che vi viene detto di fare) si ottengono in cambio una posizione pensionistica, tredici o quattordici mensilità assicurate nel corso dell'anno, vacanze pagate e – se via ammalate – continuate comunque a percepire il vostro stipendio.
C'è poi tutta un'altra serie di benefit, che poi sarebbero quelli per cui il sottoscritto si è lasciato irretire, ma non è di questo che voglio parlarvi.

Voglio parlarvi di quando ero il classico Giovane Di Belle Speranze™, che, computerino incastrato sul tavolo di casa, software rigorosamente piratati e una pila di copie di Archive come bibbia di riferimento, mi proponevo come grafico freelance a una città che non ne sentiva certamente il bisogno.
Mi presi delle soddisfazioni (poche, e legate essenzialmente al vedere la mia roba pubblicata e stampata), intascai un po' di soldi (ancora meno, erano gli anni novanta e i fasti anni ottanta della pubblicità erano spariti lasciando solo i conti da pagare), imparai qualche trucchetto (rigorosamente sulla mia pellaccia) e commisi qualche inevitabile, grosso errore.

Essere pronti ad analizzare le occasioni di insuccesso professionale per trarne insegnamenti per il futuro dovrebbe essere un obbligo per chiunque voglia cimentarsi nel mondo lavorativo... il più delle volte intricato e pericoloso come un gioco di ruolo del quale ti vengono spiegate solo metà delle regole e il cui master è uno stronzetto di nerd sadico che ti ha preso in antipatia.

Quando ero un freelance con poca esperienza alle spalle, ignoravo tutte le spigolature del lavoro e delle sue dinamiche, ed ero concentrato totalmente sull’attività produttiva, arrivando a compiere scelte strategiche e commerciali poco o niente ponderate.
Questo post raccoglie il frutto di quella dolorosa esperienza, sintetizzato in cinque, sintetiche dritte per chi è relativamente un novizio in questo lavoro... e chissà che non possa fare di voi dei professionisti più consapevoli tirando un pelo più su questo mestiere dalla palude dove sta lentamente sprofondando.

1. Tre siti al prezzo di uno. Venghino, signori, venghino.

Prima o poi lo abbiamo fatto tutti.
Molti lo fanno ancora e anzi, ne hanno fatto un modus operandi.
Il denaro è un argomento difficile per molti... e anche per me è più facile parlarne adesso che allora. In qualsiasi lavoro, ognuno di noi ha il diritto a chiedere il giusto, e questo vale ancora di più quanta più esperienza si ha alle spalle.
Ma cose si fa a sapere se il prezzo che stiate facendo è giusto o troppo basso?
Se fate lavori di buona qualità e non perdete mai una commessa... beh, allora probabilmente i vostri prezzi sono troppo bassi (ciao, Alessandra! ciao, Matteo!).
Ricordate il film Three Kings, con George Clooney? Vi si svolgeva, a un certo punto, un dialogo assolutamente illuminante, nella sua attonita semplicità.

Archie Gates (George Clooney): - Qual è la cosa più importante della vita?
Troy Barlow (Mark Wahlberg): - Di che sta parlando?
Archie Gates: - Qual è la cosa più importante?
Troy Barlow: - Il rispetto.
Archie Gates: - Dipende troppo dal prossimo.
Conrad Vig (Spike Jonze): - E qual è, l'amore?
Archie Gates: - Fa un po' Disneyland, non trovi?
Chief Elgin (Ice Cube): - La volontà di Dio.
Archie Gates: - Ci sei quasi.
Troy Barlow: - E qual è allora?
Archie Gates: - La necessità.
Troy Barlow: - E cioè?
Archie Gates: - Cioè la gente fa quello che ritiene più necessario, in un dato momento.

Secondo il personaggio di Clooney, è la necessità il vero motore del mondo.
E io, fatti i dovuti distinguo, sono disposto a sposare la sua tesi.
Fare prezzi bassi è quasi sempre figlio della necessità.
Là fuori, c'è sempre qualcuno disposto a fare quel lavoro a meno soldi di quanto chiedete voi.
Sempre.
E se pensate che zero sia il limite, vi sbagliate: ci sono designer disposti a lavorare gratis, col miraggio di ottenere nuove commesse retribuite in futuro; una sorta di autopromozione scellerata ma meno rara di quanto pensiate.
Per quanto un professionista possa disprezzare questi individui che di fatto livellano il mercato verso il basso, le motivazioni che li spingono sono legati ad un affitto o un mutuo da pagare, una famiglia da mantenere e altre banali, terrene incombenze.
Insomma: lo fanno per necessità, e sono costretti a fregarsene se è sbagliato sotto ogni punto di vista.
Contro la necessità, "La cosa più importante della vita", voi non potete fare niente.
Se siete alla canna del gas, accetterete compensi ridicoli, e, diavolo, come darvi torto.
Ma (e arriviamo infine al vero consiglio di questo primo punto) se non vi trovate in una situazione simile, rifiutate sempre un compenso che vi sembra inadeguato per il vostro lavoro.
Se lo farete, potranno succedervi due cose:
a) perderete la commessa, ma il tizio in questione non vi farà più perdere tempo con altre richieste pagate un boccon di pane, e – date retta – ci avrete solo che guadagnato. Clienti così è meglio che smarriscano il vostro numero di cellulare. Loro e i loro amici.
b) il tizio rilancerà con una nuova cifra, che magari non è ancora quella a cui pensavate, ma avrete guadagnato del rispetto professionale e ricevuto un segnale di ritorno che, sostanzialmente, dice: ok, ho bisogno di te, cerchiamo di metterci d'accordo.
A questo punto, ognuno di voi farà le sue valutazioni. Ma da una nuova, seppur microscopica, posizione di forza.

2. Io sono il Datore Di Lavoro Dio Tuo.

Nessun cliente ha il diritto di monopolizzare il vostro tempo, anche se sono convinti di pagarvi bene (e lo siete anche voi).
Quando un cliente occupa costantemente tutto il vostro tempo non è più un cliente ma un “capo” e voi siete i dipendenti: la dinamica tra cliente e fornitore cambia significativamente, e a quel punto è difficilissimo tornare indietro.
Come avete bisogno di lavorare attivamente a dei progetti avete bisogno anche di tempo per curare il vostro network di contatti e per progettare e pianificare le vostre strategie commerciali future.
Permettere ad un cliente di gestire tutte le vostre ore come gli appartenessero di diritto è uno degli errori più frequenti... e anche uno dei peggiori, perché al termine del contratto vi ritroverete senza alcun cliente.
L’ideale è avere più di un contratto attivo (e un po’ di respiro), affinché la perdita di un cliente sia ammortizzata dalla presenza degli altri disposti a coprire le ore rimaste libere.
Se le richieste del vostro cliente si fanno troppo pressanti, adottate questa tattica: menzionate altri clienti che state seguendo contemporaneamente (anche se al momento non ne avete nessuno) e sottolineate come possa per voi diventare antieconomico investire troppe risorse in un singolo progetto.
Vi farà apparire più professionali e – soprattutto – metterà un freno alle richieste esagerate.
È pur sempre un bluff, ma quasi sempre dà buoni risultati.

3. Verba volant.

Fare accordi a parole è una grossa tentazione che nasce soprattutto dall'umana indole di fidarsi del prossimo.
Inutile dire che vi avventurate in un campo minato: con un po' di fortuna, potrete anche guadagnare l'altra sponda illesi, ma potreste saltare in aria in ogni momento, anche ad un passo dal compimento del lavoro.
Una lettera d'incarico è un documento piuttosto semplice, che non deve spaventare nessuna delle due parti in causa: QUI trovate un facsmile per lavori di piccola entità. Se cominciamo a parlare di grossi progetti vi servirà qualcosa di più completo, come ad esempio quella che trovate QUI.
Spesso capita che vengano proposti contratti che non riportano tutto quello che dovrebbero e lasciano parecchie cose in sospeso: nel dubbio, chiedete di aggiungere una riga in più al contratto, anche se possono sembrarvi cose scontate.
Non sottovalutate punti come la tutela del copyright, la riservatezza delle informazioni e la proprietà dei file sorgenti.
È un vostro diritto chiedere di essere tutelati in modo adeguato... ma anche un dovere fornire le adeguate garanzie.
In altre parole, una lettera d'incarico è un atto di responsabilizzazione per ambo le parti, ed è sorprendente come – soprattutto in ambito creativo – sia una pratica criminalmente poco diffusa.

4. Chiamami, sarò il tuo YesMan.

La paura può far fare cose stupide.
C’è voluto un bel po' prima che iniziassi a rifiutare dei lavori... e comunque dopo aver commesso alcuni (ok, tutti) degli errori descritti sopra.
Alcune volte è semplice capire quando dire no: quando ci chiedono di lavorare per una miseria, se non addirittura gratis.
Potreste avere riserve di carattere etico qualora il progetto entri in conflitto con le vostre credenze politiche, religiose o lo riteniate comunque inaccettabile per motivi solo vostri.
Altre volte – la maggior parte delle volte – è più difficile capire se sia il momento di mettere un freno a una determinata richiesta ed è ancor più duro trovarne il coraggio. L’importante è tenere a mente che un cattivo affare può danneggiarvi più che la rinuncia al lavoro.
Siate preparati a non accettare ogni cosa che vi viene proposta e, cosa importantissima, a rimanere sempre tranquilli e amichevoli con i vostri clienti anche nel momento del No.

5. Nessun seguito

Finito un lavoro e inviata la fattura la vostra parte è finita... e ve ne state in attesa di un nuovo cliente e un nuovo incarico.
Che può arrivare anche dopo settimane o mesi, soprattutto se il mondo continua a non sapere che esistete. La tabaccaia comincia a pensare che vi siate innamorati di lei, perché ogni giorno andate a comperare i francobolli per spedire centinaia di curricula a cui nessuno risponde.
Ho imparato col tempo che un cliente soddisfatto può essere una risorsa costante di lavoro sia in termini di nuovi progetti sia come un tramite per il contatto di nuovi clienti.
Non fatevi scrupoli a chiedere di farvi pubblicità. Ogni referenza di questo tipo è spendibile alla pari di altri successi professionali.
Le migliori opportunità di lavoro le ho ottenute proprio così.

lunedì 21 giugno 2010

Aria dell'est.

Così tanto per così poco.
Hipstamatic si interfaccia con la fotocamera dell'iPhone trasformandola in una Lomo (Leningradskoe Optiko-Mechaničeskoe Ob"edinenie), una vecchia macchina fotografica compatta sovietica riesumata dall'oblio negli anni novanta, e oggi diventata oggetto di culto.
QUI trovate altri cenni sulla lomografia.
A vedere i risultati e a considerarne il costo (1 euro e 59 centesimi), Hipstamatic è un must have assoluto.
Mi spiace solo averla scoperta così tardi.

domenica 20 giugno 2010

Prima dei Baustelle.

Qualcuno se la ricorda?
Ad avercene ancora, di Scisma.
Questo è neofuturismo pop, altro che Baustelle.

Someday prendo un nastro rosso / sarà come tu lo vuoi
il mio cerchio azzurro e verde / non traspare limiti
someday prendo un pesce rosso / involucri di plastica
vado in centro e mi rifletto / in lenti divergenti blu
someway walking nelle piazze / watchin’ cielo elettrico
sotterraneo e silenzioso / corre un cavo verso sud
something splitting in fase neutro / fast connection – subito
l’elio è sazio e sta inglobando atomi di idrogeno
god bless me / tungsteno e aria
painting mondo sopra tela / zooming in togliattigrad
reaching bunker sotterraneo / stepping nell’oscurità
pulling filo interruttore noting luce unusual
satellites as lampadine / bruciano in the universe

sabato 19 giugno 2010

Basette.

Come sempre, arrivo in ritardo clamoroso su iniziative divertenti come queste.
In attesa di una "vera" edizione cinematografica (abbiamo avuto uno Yattaman, perché non dovrebbe arrivare sul grande schermo Lupin III?), questo corto indipendente firmato Gabriele Mainetti e con Valerio Mastandrea nel ruolo di Lupin è senz'altro da rifinire e risente di tutti i limiti di questo tipo di produzioni, ma chi se ne frega... è un vero spasso.

venerdì 18 giugno 2010

Il tempo vola quando ci si diverte.

E io, a fare ’ste cazzate, mi ci diverto un mucchio.
Da uno scatto di Monik.
Quella ragazza ha occhio.

martedì 15 giugno 2010

Caruccio… in tutti i sensi.


Prima Apple ignora questo modello per anni, poi ne fa uscire un aggiornamento l'anno.
E, tanto per restare un filo polemici, ecco quello che penso a caldo:
- è bello davvero. Ora il piccoletto di casa Apple ha una scocca unibody in alluminio alta solo 3 centimetri e mezzo. E – incredibilmente – sono riusciti a farci stare dentro anche l'alimentatore, che prima era grosso ed esterno.
- Ha una bella scheda grafica (una NVIDIA GeForce 320M con 256MB di SDRAM DDR3 di memoria condivisa), migliore di quella (già ottima) presente nel modello precedente.
- Il prezzo, almeno quello fissato per il mercato italiano, è un semplice furto.
Punto, non c'è altro da aggiungere.
I 699 dollari (prezzo sullo store USA) sarebbero dovuti diventare, al cambio attuale, 573 euro + 20% iva = 687 euro, quindi circa 700 con la tassa Bondi... e invece è offerto a 799.
Insomma, rispetto al cambio, tasse e equo compenso compresi siamo sopra di 100 euro almeno... il che non solo tradisce completamente la filosofia del computer entry level for the rest of us che sbandierava Apple (ai bei tempi che aveva solo il 2% del mercato) ma lo rende assolutamente non competitivo rispetto al più economico degli iMac e persino dei MacBook.
Ridicolo.

E, comunque, è identico a quello che avevo immaginato io più di un anno fa:

lunedì 14 giugno 2010

Fili da riannodare.

- Il sensitivo. Cosa ha visto? Perché manda Claire sull'aereo? (1x10)
- Perché Aaron non doveva essere cresciuto se non dalla sua madre naturale (Claire)?
- Cosa significano i numeri? (1x18)

- Chi ha tagliato il nastro del video d'orientamento Dharma e lo ha nascosto nella Bibbia? E Perchè? (2x9)
- Chi esegue i rifornimenti di viveri della Dharma? (2x17)
- Chi era il vero Henry Gale? (2x17)
- Chi ha resuscitato la figlia del sensitivo? (2x21)
- Perché Desmond si iniettava qualcosa dalla siringa? Serve veramente a qualcosa? (2x23)
- Perchè Widmore manda Desmond a fare il giro del mondo? (2x23)
- Perché la donna degli Others chiede a Michael se Walt aveva mai manifestato poteri? (2x23)
- Perché Radzinsky si è sparato? (2x24)
- Cosa ci facevano i ricercatori al polo? (2x24)
- A cosa serve esattamente inserire i numeri ogni 108 secondi? (2x24)
- Perché, nonostante abbia concepito sull'isola, Sun riesce a partorire senza morire? (3x18)
- Perchè Cindy si è integrata con gli others senza problemi? (3x19)
- Cosa fece Ben per diventare leader? Cosa fece di importante? (3x19)
- Perché gli others sono sull'isola? (3x19)
- Che fine ha fatto Annie? Dov'era quando hanno sparato a Ben e/o durante la purga? (3x20)
- Perché Ben vede sua madre che non è morta sull'isola? (3x20)
- Chi è l'uomo dentro la capanna? (3x20)
- Durante la purga che fine hanno fatto gli uomini Dharma dentro le stazioni ? (3x20)
- Perché Desmond vede Claire e Aaron prendere l'elicottero? Ha mentito? (3x21)

- Com'è finito l'orso polare in Tunisia? Ha girato la ruota? In quale occasione? (4x2)
- Perché l'isola è 31 minuti indietro? (4x3)
- Perché Ben sull'isola ha documenti falsi? (4x3)
- Desmond ha sempre vissuto i fatti del 1996 o li ha cambiati? E se li ha vissuti, perché non si ricorda di Faraday? (4x5)
- Perché Miles pensa che Ben possa facilmente procurarsi 3.2 milioni di dollari? (4x8)
- Ben era già stato in Tunisia? Chi ha prenotato a suo nome l'albergo? (4x9)
- Quale regola ha cambiato Widmore? (4x9)
- Perché Ben è in grado di attivare il fumo nero? (4x9)
- Perché Ben non può uccidere Widmore? (4x9)
- Quando Horace ha costruito la capanna? (4x11)
- Qual era l'oggetto mancante da prendere nel test? (4x11)
- Di cosa si occupa la Mittlos? (4x11)
- Perché Claire è con il padre e non c'è Aaron? (4x11)
- Chi ha detto a Abandon di consigliare a Locke di fare il viaggio rituale in Australia? (4x11)
- Con chi e cosa comunica Ben in alto nella montagna, utilizzando lo specchio e il riflesso del sole, prima di andare a spostare l'isola? (4x12)
- Come fa Miles a sapere che Charlotte ha fatto tanto per tornare sull'isola? (4x13)
- A cosa serve il cunicolo all'interno dell'orchidea? (4x13)

- Ha un senso che Locke incontri Ethan e gli dica che è lui il nuovo capo? Ethan ha avvertito gli others di aver sparato a Locke? Lo riconobbe nel 2004? (5x1)
- Chi manda veramente le persone che vogliono uccidere Sayid e Hurley? (5x1)
- Perché Desmond non riconosce Faraday e perché si ricorda dell'episodio dell'incontro del 2001 solo nel 2007 e non nel 2004? (5x1)
- Perché solo i losties viaggiano nel tempo e non gli altri? (5x1)
- Perché Daniel dice che le regole del tempo non valgono per Desmond? (5x1)
- Come ha fatto l'esercito americano a trovare l'isola? (5x3)
- Chi erano gli inseguitori della canoa? (5x4)
- Prima della registrazione della Rosseau 1988, chi ha registrato i numeri nella torre radio? (5x5)
- La Hawkins dice che non li hanno trovati perché l'isola si muove nel tempo. Ma il tempo non era coordinato con il mondo esterno? (5x6)
- Perché in 4 finiscono nel 1977 e altri no? (5x6)
- La ruota è un sistema di teletrasporto? (5x7)
- Emy e il primo marito Paul erano degli infiltrati? (5x8)
- Perché Paul ha la chiave al collo e Amy gliela prende? (5x8)
- Nel 1974 le donne incinte non morivano ancora. Cosa lo ha causato e quando? (5x8)
- Quando è avvenuta la tregua e perché? (5x8)
- Come mai i numeri vengono sentiti dalla cabina del Volo 316? (5x9)
- Cosa intende Ben quando dice alla Rosseau "se proverai a seguirmi o a cercarmi ti ucciderò, e se vuoi che la tua bambina resti viva, ogni volta che sentirai sussurai, corri nella direzioni opposta"? (5x12)
- Come ha fatto Ethan a diventare un membro degli Altri? (5x12)
- Widmore è nato sull'isola? (5x12)
- Come e perché Widmore andava e veniva dall'isola? (5x12)
- Com'è diventato così ricco Widmore? (5x12)
- Perché i numeri sono scritti nel 1977 sulla botola? (5x13)
- Perché Chang voleva il corpo di Alvarez all'Orchidea? (5x13)
- Che cosa giace all'ombra della statua? (5x13)
- Come fa Widmore a sapere che l'aereo è caduto sull'isola? (5x14)
- Come e quando lasciò l'Isola Eloise? (5x14)
- Come fa Daniel a conoscere i dettagli storici del Cigno? Quando ha scritto il diario? (5x14)
- In che modo Richard vide i sopravvissuti morire nel 1977? (5x15)
- Perché la cenere è spezzata? Chi ha abitato la capanna? (5x16)
- Chi è Ilana? Dove si trova quando è all'ospedale? Cosa le è successo? (5x16)
- Perché MIB vuole ma non può uccidere Jacob? (5x16)
- Perché Ilana ordina di incendiare la capanna? (5x16)

- Chi ha costruito il tempio e perché? (6x03)
- Chi ha istruito Dogen e chi sono tutti i suoi accoliti? (6x03)
- Perché delle torture dovrebbero rivelare a Dogen che Sayid è "infetto"? (6x03)
- Chi è il ragazzino che sembra Jacob giovane e prende le ceneri dalle mani di Hugo? (6x04)
- Perché MIB è bloccato nella forma di Locke? (6x04)
- Chi ha costruito il faro e a cosa serve? (6x05)
- Perché MIB vuole uccidere tutti quelli sull'isola? Che vantaggio ne trae? (6x06)
- Come ha fatto Widmore a ritrovare l'isola? (6x07)
- La madre adottiva di Jacob e di MIB com'è arrivata sull'Isola? Chi le ha passato "il testimone"? (6x15)
- Qual è l'origine della fonte di luce sull'Isola e perché non deve uscire dalla grotta? (6x15)
- Perché MIB quando entra nella grotta si trasforma nel fumo nero? (6x15)
- L'acqua che la madre fa bere a Jacob in che modo lo modifica? (6x15)
- Perché Jacob può restare corporeo finché il fuocherello non si spegne? (6x16)

Aggiungete le vostre domande. Ma anche no.
E se avete intenzione di vedere o rivedere la serie, stavolta aggiungete un elemento di divertimento: la mia cartella Bingo-Lost.

domenica 13 giugno 2010

Frontier Psychiatrist

Sentiti di sfuggita su Radio Rock e riacciuffati grazie a Shazam.
Che dire?
Se non trovate geniale il pezzo, guardando il video cambierete idea.

venerdì 11 giugno 2010

Ma fatemi capire...

Ho appena comprato un biglietto aereo Roma-Milano e ritorno (classe economica, difficilmente incontrerò Paris Hilton seduta accanto al mio posto, ma pazienza, non posso avere tutto). Con tutte le tasse, ho speso meno di ottanta euro. Viaggiare in treno non è mai stato un problema per il sottoscritto... anzi, credo di essere rimasto uno dei pochi che ancora coglie il romanticismo di un viaggio in treno, la bellezza di non avere particolare fretta di arrivare, godersi la permanenza in un "non luogo" dove – una tantum – è lecito non fare assolutamente niente (c'è gente che continua a lavorare anche sul treno, china sul suo portatile aperto su tristi tabelle di Excel e a coloro è sempre andata la mia sincera compassione), finire il libro che stazionava da settimane sul comodino, guardare fuori dal finestrino pensando ai fatti propri, guardarsi un film sul Mac. O magari, se si ha una botta di fortuna, fare conoscenza con qualche compagno di viaggio simpatico. Ma, da un po' di tempo a questa parte, anche questo sembra essere diventato un lusso. Trenitalia ha rimosso sistematicamente i "vecchi" Intercity dalle rotte più percorse sostituendoli con i FrecciaRossa e FrecciaArgento, che, sulle ali dell'Alta Velocità™, ti scaraventano a Milano Centrale in tre ore... per 89,00 euro. A tratta. Ora... certamente mi sfuggono parecchie cose, ma – ad occhio e croce – credo che tenere in aria novanta tonnellate d'acciaio e carne in sicurezza, bruciando quasi quindicimila litri di carburante e impegnando – tra personale a terra e personale viaggiante – dozzine tra tecnici, inservienti, piloti, assistenti di volo, controllori del traffico aereo e tutta una serie di infrastrutture aeroportuali (check-in, smistamento bagagli, logistica) alla fine della fiera costi più che lanciare un Frecciarossa a trecento chilometri orari lungo una linea ferroviaria. E badate che degli ottanta euro che ho pagato, venti sono di tasse. Tasse che gli aeroporti richiedono alle singole compagnie per far atterrare e decollare i propri aeromobili, e alle quali – ovviamente – Trenitalia non è soggetta, perché è proprietaria non solo di tutta la rete, ma anche delle stazioni in cui transita e si ferma. Quindi... fatemi capire. Mica qualcuno qui sta rubando? E sta rubando alla grande, sotto la luce del sole, forte di un monopolio che non permette di scegliere da chi servirsi per usufruire di un certo servizio?
E c'è anche un'altra cosa.
Oggi, pago ottanta euro per andare e tornare da Milano... ma, lo stesso biglietto, fatto con Alitalia, negli anni novanta, prima della liberalizzazione del trasporto aereo, quanto mi sarebbe costato?
Ve lo dico io: quattrocentomila lire, con Alitalia.
Negli anni novanta.
Fate le opportune svalutazioni/rivalutazioni della moneta... diciamo che erano un quattrocento euro di oggi?
E allora, fatemi capire: mica siamo stati rapinati – non trovo un termine più appropriato – fino al 1997?
Servivano veramente quattrocentomila lire (del 1995) a passeggero per tenere in volo lo stesso 737 che oggi decolla e atterra con ottanta euro, tasse incluse... o forse – forse – qualcuno ci ha lucrato un tantinello?
Qualcuno si ricorda cosa significava lavorare in Alitalia, in quegli anni? Erano tutte leggende, tutte balle quelle sugli "stipendi d'oro"? O c'è da dar retta a tutti quelli (e sono in tanti) che adesso mugugnano che "la pacchia è finita"?
E tu, Trenitalia, coi tuoi FrecciaRossa a 89 euro a tratta, che ne dici? Quanto potrà reggere l'essere concorrenziali con le compagnie aeree low-cost se continueranno a sventolare come unico plus la comodità di partire ed arrivare direttamente in centro città?
Sai che c'è? Che da oggi, hai perso un altro cliente.

giovedì 10 giugno 2010

Orrore metropolitano.

L'altra sera mi ha chiamato la mia amica Debora. E questo è già di per sé preoccupante.
Ma mai quanto quello che mi è accaduto di lì a poco.
Debora mi dice: "Perché non ce ne andiamo a via del Corso che finalmente è arrivato un po' di caldo e hanno riaperto i locali all'aperto e c'è un sacco di gente e per di più ho appena comprato dei sandaletti nuovi che non vedo l'ora di mettere".
"Tacco tredici?", faccio io, speranzoso.
"No, con la zeppa".
Ok. Ora, lo sapete, io sono persona schiva ma nondimeno rispettosa delle esigenze altrui, soprattutto quando esse si rivestono dell'ufficialità del rito collettivo: lo struscio in via del Corso.
Ho preso due calmanti e sono uscito.
Giunto in loco subito noto con preoccupazione che il problema parcheggi – già cronicizzato a Roma e per il quale nessuna amministrazione ha mai fatto una beneamata ceppa salvo comprare un po' di vernice blu per far pagare quello che ieri era gratis – ha assunto dimensioni da calamità naturale.
Ma non mi perdo d'animo – ho lo stereo dell'auto al massimo per coprire la cacofonia di clacson là fuori – e vedo finalmente un buco, ormai ho le dimensioni della mia Aygo stampate nella testa come e meglio della data di nascita dei miei genitori e sì, lì c'entro giusto giusto.
Ma al centro del mio parcheggio, in piedi, immobile, c'è una delle figure più rappresentative dell'uscita serale in luogo affollato e chiuso al traffico quale è via del Corso a Roma: la donna/fidanzata/moglie/amica la quale tiene il parcheggio mentre l'uomo/fidanzato/marito/amico fa il giro.
La guardo. Tra l'altro, ha scarpe orrende. Mi guarda. Cazzo guardi?, pensiamo entrambi.
Comunque proseguo, parcheggio finalmente l'Aygo in verticale, ma di lì in poi è solo un incubo.
Si materializza uno squadrone di guerrieri della sosta nella loro tenuta giallo fosforescente, come i loro occhi e i loro denti... brandiscono mazze da baseball, i volti sfigurati dalla rabbia con cui fracassano i parabrezza di chi parcheggia male.
Mi puntano subito e scattano all'inseguimento.
Corro a perdifiato.
Corro finché non arrivo al bar San Carlo. Ci sono i tipici avventori, con le stesse camicette da surfer metropolitani dell'estate scorsa. Ma quest'anno i tatuaggi sui loro avambracci sono in 3D (il treddì va un casino, quest'anno) e allora tentacoli, dragoni, demoni escono come alieni dai loro corpi palestrati e si muovono verso di me bisbigliando: Andiamo a una festa. Come stai? Cosa fai quest'estate?
Sbarro gli occhi, mi volto e corro fuori.
Corro di nuovo. Ho la gola secca, sono disidratato, ho bisogno di una Coca. Anche una Pepsi va bene. Rimpiango, per la prima volta dalla scorsa estate, di non trovarmi in Giappone dove c'è un distributore automatico ogni trecento metri. Dove andare?
Mi sento il protagonista di Resident Evil, e dall'altra parte del joystick c'è un nerd impazzito. Voglio bere, ricordo che dietro via di Ripetta c'è una fontanella, uno dei vecchi nasoni di ghisa che rinfrescano Roma.
Arrivo ansimante.
Davanti a me, che beve, c'è una donna.
È ancora lei, quella che stava tenendo il posto.
Mi guarda, pupille dilatate, e mi chiede: "Ti piacciono le mie scarpe?"
"Bellissime".
"Il mio ragazzo mi ha dato la sòla. Accompagnami a fare shopping", e mentre mi dice così io vedo che dalla fontanella esce sangue.
Litri di sangue.
Una pozza disgustosa e nerastra che inizia a lambire le mie scarpe e...
Poi l'iPhone squilla.
E io mi sveglio. Sul divano di casa. Rispondo. È Debora.
Dove cazzo sei? Sono in via del Corso non si trova un cazzo di posto, fa caldo, ma tu che fai, muovit
Metto giù.
Forse la prossima volta prendo un calmante solo.
Anzi, tre.

mercoledì 9 giugno 2010

I pulcini sono out. Adotta un clochard.

C'era una volta il tamagotchi.
Ereditò coloro che avevano già risolto il cubo di Rubik e cercavano un nuovo oggetto con cui trastullarsi. Bandai ne vendette per un decennio intero e ci fece i miliardi.
L'idea era ottima: faceva leva sul senso di umana compassione che alberga – in misure diverse, lo ammetto – in ciascun essere umano, e sull'istinto materno che spinge a proteggere la vita di un cucciolo, in questo caso un pulcino.
Che il pulcino fosse virtuale, era un dettaglio di secondaria importanza.
Un piccolo capolavoro di psicologia elementare applicato all'elettronica di intrattenimento a basso costo.
Un'idea così non si può sprecare, e Publicis, un'agenzia pubblicitaria di Londra, l'ha riciclata alla grande creando un'applicazione per iPhone: iHobo.
iHobo è stata compilata per l'associazione benefica inglese Depaul Uk, e al pulcino virtuale ha sostituito un senzatetto molto reale.
Scaricando iHobo, con il vostro costoso iPhone potrete occuparvi delle necessità del vostro personale clochard: cibo, riparo e qualche spiccio per le necessità quotidiane.
L'applicazione resta attiva tre giorni, manda un alert sull'iPhone e voi, se volete, con un tap sullo schermo invierete una piccola donazione alla Depual.
Magari ad alcuni potrà sembrare una scempiaggine, ma se possedete un iPhone probabilmente potete anche mollare qualche spiccio a chi è meno fortunato di voi e non ne possiede uno.
Potete scaricare iHobo da QUI.

lunedì 7 giugno 2010

Nato vecchio.


Apple presenta il suo nuovo iPhone.
Introduce svariate migliore, tra le quali una fotocamera a 5 milioni di pixel, un flash a LED, un'ulteriore videocamera frontale per effettuare videochiamate, possibilità di editare i video appena girati (ora in alta definizione a 720p a 30 fps), multitasking con IOS4 e un design rinnovato.
La verità?
Tutta roba vecchia.
Niente che non faccia già la concorrenza, che già da un po' ha colmato il divario che creò anni fa il primo iPhone – quello sì avanti di parecchie spanne su chiunque altro.
Il display, in particolare, resta un LED e non un Amoled o, meglio ancora, un SuperAmoled.
E la tecnologia c'è.
La mia sensazione a caldo è che iPhone sia già nato – nel 2007 – come un prodotto eccezionalmente maturo e completo... e con scarsissimo margine di miglioramento, se non quello, seppur cospicuo, delle implementazioni software (di Apple e di terze parti).
Quel primo modello è stato semplicemente reso più veloce e più sottile, ed è stato aggiunto qualche gadget in più (a me la videochiamata è sempre sembrata il bluff tecnologico del secolo, ma magari c'è chi la pensa diversamente), ma sostanzialmente l'oggetto è quello.
Apple è vittima del suo stesso tasso d'innovazione, che ha spinto iPhone in un vicolo cieco senza riuscire a rinnovarlo senza smontarlo e riconcepirlo ex novo.
Io questa generazione la salto... vediamo la prossima.

ps Nota a margine per Apple. Non so ancora se l'hai fatto apposta, ma stavolta la quantità di prototipi ed esemplari di preproduzione sfuggiti alle maglie della sicurezza di Cupertino è roba da barzelletta. Persino i miei gatti sapevano che aspetto avrebbe avuto l'iPhone 4.
Un po' di sano vecchio mistero non può che farti bene: chiudi meglio a chiave, la prossima volta.
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