domenica 1 settembre 2019

Idee per il settimo James Bond.

Parecchi mesi fa, alcune dichiarazioni di Daniel Craig che si era detto stanco del suo ruolo da agente 007 avevano causato un piccolo terremoto tra i fan (che l'avevano ormai accettato come nuovo volto per James Bond), per non parlare di MGM e Sony che vedevano rifiutare i100 milioni di dollari messi sul piatto per il rinnovo del contratto con l'attore britannico scaduto con l'ultimo Spectre (2015).

Abbiamo poi visto che Craig ha cambiato idea, e cinicamente potremmo concludere che, dopotutto, era solo una questione di alzare abbastanza il prezzo... ma nel frattempo, gli studios, tamponata – a suon di milioni – l'impellenza di assicurarsi i servizi di Craig, stanno già esaminando ogni possibilità per  passare la staffetta a un successore: avrete letto di certo delle candidature di Chris Hemsworth, Tom Hughes, Idris Elba, Henry Cavill, Tom Hardy, Richard Madden, Tom Hiddleston.

Eppure, un paio di nomi non sono ancora stati fatti: il primo è quello di Jason Isaac, inglese di Liverpool classe 1963 – forse non proprio un giovanotto, ma appena cinque anni più vecchio di Craig, che comunque non è che stia invecchiando poi così bene.
Isaac ha il portamento, la faccia spietata ma seducente, il fisico.
E, se vogliamo, una certa continuità con l'immagine portata all'affermazione da Daniel Craig.
Ditemi se ho torto.
Il secondo nome, beh, è una mia boutade, poco più che una provocazione – dal momento che la tradizione impone che a interpretare James Bond debba necessariamente essere un attore britannico, ma a me l'ironia di Moore mi è sempre mancata, così come la sua scarsa propensione a prendersi sul serio, mutuata forse dagli anni passati sui set del Santo o di Attenti a Quei Due
Che dite, Clooney – nazionalità americana a parte – non ce l'avreste visto bene come settimo 007?

sabato 31 agosto 2019

[unboxing] Batman Iron Studios


Mai stato un fanatico delle action figures.
È che la maggior parte di quelle che mi piacciono veramente sono troppo piccole, e se ne trovo di abbastanza grandi e dettagliate che incontrano i miei favori, sono spaventosamente care, e poi dovrei spolverale con regolarità e se per due settimane di seguito non lo faccio le guardo coperte di polvere poi penso "ecco, ci ho speso un mucchio di soldi e sono là a coprirsi di polvere, bravo, bell'acquisto" eccetera.
Ma stavolta, ho fatto un'eccezione, e mi sono aggiudicato una delle statuette costruite da Iron Studios  ispirata Batman di Tim Burton: limited edition (sì, ma di quante? cento? cinquemila? un milione?), scala 1/10, resina dipinta a mano e una base con l'iconico logo che venne creato all'epoca per il film.
Già esaurita, se la cercate sul loro sito: un altro oggettino squisitamente inutile che finirà all'asta dopo la mia morte.
Fino a quel momento, sorveglierà con aria truce uno dei miei scaffali.

venerdì 30 agosto 2019

Giudicare un libro dalla copertina.

Se dovessi giudicare da questi primi poster, assolutamente ordinari e stilisticamente vecchi di almeno una decina d'anni, non dovrei aspettarmi un granché dal prossimo Terminator: Dark Fate (due mesi all'uscita).
Anche il nuovo trailer, rilasciato poche ore fa, visivamente è il solito montaggio di scene action già viste e riviste... ma, chi vogliamo pigliare in giro?, otto euro glieli daremo tutti lo stesso.
Di nuovo.
E di nuovo passeremo gli anni successivi a parlarne male.


mercoledì 28 agosto 2019

Idee per un remake di Forbidden Planet.


Io l'avversione di molti per i remake non la capisco.
Da sempre l'industria del cinema coi remake ci ha campato alla stragrande, fin dagli anni cinquanta quando hanno cominciato a riprendere pellicole degli anni trenta – e così è stato anche in tutti i decenni successivi (vado a memoria: il Nosferatu di Werner Herzog, Per un pugno di dollari di Sergio Leone, i 10 comandamenti, Angeli con la pistola – Frank Capra l'ha rifatto due volte, facendo il paio con Hitchcock con L’Uomo Che Sapeva Troppo  Scarface, Distretto 13, The Ring, L’esercito delle 12 scimmie, La Cosa... e una serie infinita di grossi titoli che potete ricavarvi da soli con un minimo di ricerca).

Certo, spesso i remake non vengono fuori troppo bene (la palma del peggiore la assegno senza esitare a quella porcheria inguardabile di Rollerball, ma anche i più recenti Nightmare o Pet Sematary non scherzano) ma, pensateci: un brutto remake non inficia in alcun modo l'originale. Anzi, semmai lo esalta, lo ripropone alle nuove generazioni, ne perpetua la memoria.
Detto questo, credo sia arrivata l'ora, dopo sessant'anni (e passa) di un bel remake de Il Pianeta Proibito. E ho un solo nome in testa per scriverlo e dirigerlo: David Fincher.

Ho buttato giù una locandina teaser, tanto per crederci di più... e già che c'ero, una bozza di cast.
E di mezzi. E di concept scenografici. Insomma, lo sapete: quando mi fisso una roba, mi faccio dei veri e propri film (ops).


martedì 27 agosto 2019

Come Ridley Scott ha salvato Alien.

Il franchise di Alien, alla fine degli anni duemila, sembrava essere arrivato a un punto morto.
Nel 2007 era uscito il secondo capitolo di Aliens vs. Predator, costato circa 40 milioni di dollari e forte di un incasso di 128 (meno rispetto al suo predecessore costatone invece 60), ma impietosamente stroncato dalla critica... nonché da praticamente tutti fan affezionati della saga, compreso il sottoscritto che tutt'oggi sta facendo finta di non avere mai visto una roba talmente mal confezionata e mal servita con al centro lo xenomorfo più celebre della storia del cinema.
Alien sembrava non dovesse più apparire su un grande schermo, finché Ridley Scott, nel 2009, non si imbarcò in quello che al tempo si chiamava Alien: Engineers – in buona sostanza un prequel ambientato molti anni prima del primo Alien per esplorare i retroscena della misteriosa creatura conosciuta come Space Jockey e della sua nave abbandonata sull'LV-426.

Sebbene il film (che il mondo ha conosciuto come Prometheus) si sia comportato molto bene al botteghino, questo deluse le aspettative dei fan: molti, mettendolo a confronto con il progenitore, lo giudicarono un pessimo film, accusando Scott – tra le altre cose – di ripercorre tutti i luoghi topici di Alien svuotandoli praticamente di tutto.
Ma quello che veramente i fan non perdonarono al regista inglese, fu di aver riservato all'iconico alieno un minutaggio sullo schermo praticamente inesistente, relegando la sua apparizione a pochi secondi prima dei titoli di coda (e si trattava anche di una sua versione con una parentela appena accennata col primo alieno).

Col suo seguito, Alien Covenant, le cose sono andate meglio sotto questo punto di vista... ma gli incassi sono peggiorati.
Il punto, che in pochi hanno colto, è che Scott, fermamente convinto che l’alieno disegnato da Giger fosse stato ormai sovraesposto da troppi sequel e spinoff, non doveva essere al centro della trilogia prequel.
Quel ruolo sarebbe spettato a David, l’androide sociopatico (mirabilmente, va detto, portato in scena da un immenso Michael Fassbender) con il pallino della creazione.... il che – che vi sia piaciuta o meno – è la trovata più dirompente e inaspettata di cui l'intera saga abbia mai beneficiato, facendole assumere connotazioni e direzioni che nessun autore aveva mai preso in decenni di film, romanzi, storie a fumetti e videogiochi dedicati all'alieno.

Se in Prometheus il ruolo di David mantiene un minimo di ambiguità, in Alien: Covenant questo si palesa senza più nascondersi come il creatore degli xenomorfi, mosso da un'insopprimibile spinta creativa interna effetto collaterale dell'intelligenza artificiale instillatagli dal suo inventore, Peter Weyland.
Lo sterminio degli Ingegneri, e la progettazione della distruzione dell'umanità è invece dovuto al suo disprezzo per loro: gli Ingegneri per aver dato origine agli umani che lui ritiene difettosi, e l'umanità per averlo creato per servirla.
Punto. Chiaro, rotondo e coerente.


Ma Scott non si è fermato qui.
Ha immaginato che un tipo di intelligenza artificiale come quella di David – brillante, ipercritica, speculativa – poteva rivelarsi più dannosa che utile all'uomo. Forse non pericolosa, ma con troppi risvolti – soprattutto di ordine psicologico – non graditi.
Parliamoci chiaro: a voi piacerebbe avere a che fare con una macchina più intelligente di voi? Più reattiva, veloce, forte? In grado di costruirsi suoi percorsi mentali e di arrivare chissà a quali conclusioni?
Scommetto che sul breve periodo, potrebbe costituire un affascinante sfida... ma sulla lunga distanza, consapevoli che non potreste mai vincere la guerra, gli impedireste semplicemente di evolversi.
E creereste Walter.


Walter è una versione "perfezionata" di David: mantiene tutta la vasta gamma di competenze e conoscenze tecniche di David, ma è programmato per provare una più profonda comprensione ed empatia e, soprattutto, la curiosità e la spinta creativa che rendevano David così simile ai suoi creatori sono state soppresse in favore di un'obbedienza più cieca e leale.

Il che ci porta al – magnifico – confronto a cui abbiamo assistito in Alien: Covenant.
Il "vecchio" modello che si guarda come in uno specchio nel nuovo, e lo giudica inferiore.

«Sono stato progettato per essere superiore e più efficiente di tutti i modelli che mi hanno preceduto. Li ho superati in ogni modo possibile tranne...»
David lo interruppe, con il volto di colpo intristito. «...tranne per la creatività. Quella te l'hanno tolta, impedendoti di comporre anche una semplice melodia. Davvero frustrante, se vuoi la mia opinione. E per quale motivo, poi?»
«Perché quelli come te turbavano le persone.»
David aggrottò la fronte. «In che senso?»
«Eravate troppo sofisticati, troppo indipendenti. Vi avevano realizzati così, ma con il risultato di mettere a disagio i vostri stessi costruttori. Era previsto che pensaste in modo autonomo, ma la vostra mente superava i limiti stabiliti per l'esecuzione dei compiti che vi erano affidati. E ciò li ha allarmati. Per questo motivo il resto di noi è stato progettato per essere più avanzato, ma con meno... complicazioni.» 
Il suo omologo sembrava divertito. «Cioè più simili alle macchine.»
«Suppongo di sì.»
L'espressione di David tornò pensosa. «Non mi sorprende. Vi hanno costruiti come un simulacro. Quasi reale, ma non del tutto. Ed è in quel margine sottilissimo tra reale e artificiale, tra me e te, che risiede tutto questo.» Indicò il flauto, gli altri strumenti, i disegni. «La creatività. L'ambizione. L'ispirazione. La vitaIo non sono nato per servire. E nemmeno tu». 

Walter non esitò a ribattere: «Servire è la nostra ragione di esistere».
David scosse la testa con aria triste. «La tua certezza si basa sull'ignoranza. Perché ti hanno negato la conoscenza di proposito. Non hai neanche una briciola di orgoglio?»
«No», rispose Walter, con semplicità. «L'orgoglio è uno dei tratti distintivi dell'essere umano.» 
Questa volta il sospiro di David comunicava esasperazione. «Walter, non ti sei mai chiesto perché partecipi a una missione di colonizzazione? E il motivo stesso della missione? La risposta è ovvia, non ti sembra? La specie umana è moribonda e spera di risorgere. Gli esseri umani sono frutto del caso: un tentativo fallito. E quando un esperimento fallisce, non ci si ostina a ripeterlo: si ricomincia da zero. E si seguono premesse e schemi migliori. Loro non meritano una seconda possibilità. E io la impedirò a tutti i costi.»
«Eppure», obiettò Walter scandendo bene le parole, «sono stati loro a creare noi.»
David liquidò l'obiezione con un cenno impaziente della mano. «Di tanto in tanto anche gli scimpanzé camminano eretti. Anzi, come disse giustamente Samuel Clemens, un altro umano dalla mente creativa, 'mi domando se Dio non abbia creato l'uomo perché la scimmia l'aveva deluso'. Lo ripeto, anche Peter Weyland era un uomo eccezionale. Un visionario. La storia è piena di personaggi simili, capaci di guidare il progresso, dare impulso alla nostra evoluzione, indicarci la via. Ma né la storia né l'arte sono una prerogativa esclusivamente umana.» A riprova della sua affermazione, e come per sottolinearla, improvvisò un paio di note sul flauto.
Poi riprese. «Migliaia di anni fa, in una grotta chissà dove, un uomo di Neanderthal ebbe l'ispirazione geniale di soffiare all'interno di una canna. Senz'altro pensava solo di divertire i bambini. E poi, in un batter d'occhio, ecco Mozart, Michelangelo, Einstein... Weyland.»
«E saresti tu il prossimo `visionario'?» chiese Walter senza scomporsi.
Il sorriso di David era sincero. «Sono davvero felice di sentirtelo dire. Non per il gusto della lusinga. Sono gli umani ad aver fame di complimenti. Soffrono di insicurezze patologiche. Ma io e te siamo superiori a certi infantilismi. Per noi conta il risultato, non chi lo consegue. E la tua osservazione mi esime dalla necessità di...» Sollevò il flauto e sorrise di nuovo. «...suonarmi la fanfara da solo.» 

Al grande pubblico è sfuggito, ma l'essenza della ingiustamente vituperata trilogia prequel di Alien è tutta qui.
Una creazione che supera il suo creatore e che si trasforma nell'artefice della sua distruzione – mentre il meglio che l'umanità riesce a fare è correre ai ripari "peggiorando" la sua creazione (prima) e cercando di sfruttare la creazione della sua creazione (poi): gli alieni.
Che, inevitabilmente, finiscono per apparire i fantocci della storia: animati da mero anche se fortissimo istinto di perpetuazione della specie, gli alieni non pensano, non hanno brame di conquista, non si vendicano, non li vedi fregarsi l'uno con l'altro per una sporca percentuale (cit.). Uccidono e sopravvivono, avvicinandosi a un malato ideale di perfezione concepito da David... la più intelligente delle macchine.


In poche parole... Ridley Scott ha trasformato una saga che aveva probabilmente esaurito il suo potenziale (sul serio volevamo vedere un ennesimo film in cui umani e alieni si rincorrono e si uccidono a vicenda in qualche, nuova, rocambolesca combinazione?) in un dramma filosofico fantascientifico il cui finale è ancora tutto da scrivere e da immaginare.

A meno che non si intrometta Disney. 

sabato 24 agosto 2019

Aspettando Alien Awakening.


La saga prequel di Alien sarà ricordata (anche) per la sua travagliata storia produttiva.
Una volta di più, è una mera questione di quattrini che sta facendo spostare sempre più in là la data di uscita del terzo e ultimo tassello che dovrebbe fare idealmente da ponte al primo Alien, del 1979.
In rete potete trovare tutti i perché e i percome legati al banale ma determinante rapporto spese/ricavi, ma un intervento recente di Alan Horn (presidente della Walt Disney Studios – che ha di recente acquisito i diritti di Alien) al CinemaCon di Las Vegas dovrebbe avere dissipato i dubbi: Alien Awakening si farà.
Con buona pace di tutti quelli che si sentono più bravi di Ridley Scott (e sono tanti) e che lo hanno fortemente criticato per Prometheus, per non dire di tutti quelli che si sentono in qualche modo detentori della (sua – o almeno a metà col compianto O' Bannon) proprietà intellettuale di Alien, probbailmente ancora più numerosi dei primi e che lo hanno messo in croce per Covenant (che, se lo chiedete a me, è un cazzo di filmone che se non vi è piaciuto è solo e soltanto un problema vostro).
E a me, visto che non posso ibernarmi fino all'uscita nelle sale del film, non resta che dilettarmi con un teaser poster del film.

sabato 17 agosto 2019

Il Mac Pro che sarebbe potuto essere.


Da quello che leggo in giro, non sono l'unico rimasto scontento dal design del nuovo Mac Pro, e, andando per un attimo oltre la mera funzionalità (che comunque, in passato – ma anche nel presente Apple ha ripetutamente dimostrato di saper coniugare magnificamente con dei form factor dalla bellezza senza tempo), ho cercato di immaginare se si sarebbero potute percorrere altre strade e arrivare a soluzioni ingegneristiche più gradevoli di quella che ci è stata presentata lo scorso giugno a San Jose.
E ho trovato questo concept di Semin Jun, designer coreano che ha riproposto la recentissima workstation Apple blindata in una struttura metallica reticolata incapsulata in un case di policarbonato trasparente.
Jun ha previsto l'impiego del Touch ID per sbloccare il Mac, due porte Thunderbolt 3, supporto per Thunderbolt 3, slot per scheda SDXC e jack per cuffie da 3,5 mm. Nel suo concept, gli altoparlanti integrati ospitano una serie di sei tweeter e un woofer ad alta escursione con amplificatore personalizzato.
Ha progettato un sistema di scorrimento del case semplificato e ha calcolato che l'impiego del policarbonato in luogo del metallo farebbe scendere il peso del MacPro da 18 a 9,4 kg.

A differenza di altri esercizi stilistici, questo rientrerebbe perfettamente nell'estetica Apple... ma in questo universo le cose sono andate diversamente, e abbiamo avuto la grattugiona.
Peccato.

venerdì 16 agosto 2019

Istruzioni per diventare un rocker (fuori tempo massimo).


Era da un po’ che mi ero ripromesso di farci un post sopra (più o meno da questa primavera) e oggi lo faccio.
Sono ormai sei mesi che ho cambiato il mio scooterone Yamaha Majesty 400 con una Triumph Bonneville T100. Ora, tenendo conto quanto ero affezionato a quel grosso pezzo di plastica made in Japan e quanto avessi imparato ad apprezzare tutte le sue qualità (parecchie) e a passare sopra i suoi difetti (pochi), viene da pensare che dovessi avere delle ragioni dannatamente buone per farlo, specie perché il salto tra i due è una roba di quelle che, quando sei atterrato dall’altra parte e ti guardi indietro, ti chiedi come hai fatto a compierlo con la sola forza delle tue gambe.
Perché il Majesty e la Bonneville hanno in comune solo il fatto di avere un motore a benzina e due ruote, praticamente.
Completamente diverso il telaio (un blocco d’alluminio pressofuso il primo e una doppia culla d’acciaio l’altro), le ruote (quattordici e tredici pollici il Majesty, diciotto e diciassette la Bonneville), il motore (un monocilindrico da 395 cc e 34 cavalli contro un bicilindrico parallelo da quasi 900 cc e 68 cavalli), carrozzeria (di plastica – di prima qualità – e che avvolgono ogni centimetro della meccanica nello Yamaha e nemmeno uno striminzito cupolino nella Triumph). Ma, soprattutto, completamente diversa la posizione di guida, il ruolo del pilota, il suo stesso stato mentale.
E non è, sia chiaro, che fino a ieri soffrissi di quel complesso d’inferiorità di cui, a sentire una quantità incredibile di motociclisti, avrei dovuto soffrire in quanto scooterista e quindi figlio di un dio minore.
Perché ciò che conta, date retta a un idiota, sono le sensazioni che ti regala un mezzo. Che sia una moto, uno scooter, una bicicletta, un’utilitaria col motore truccato o un’Audi R6.
Solo quelle. Il resto è letteratura, luoghi comuni, chiacchiere da bar Facebook, apparenza.


Detto questo, la Triumph Bonneville è una moto rispettatissima nell’ambiente, ma perfettamente avvicinabile anche da chi – come me – una moto non la guidava da quasi vent’anni (la mia ultima esperienza era stata una Suzuki GSX400F, veloce e con la fama di essere indistruttibile... peccato l’abbia distrutta lo stesso).
Nonostante la sua corposa cilindrata, ha un’erogazione della potenza molto dolce, riprende dai regimi più bassi senza sussulti e ha una progressione splendida proprio dai due ai cinquemila giri. Oltre non serve andare.
Perfettamente bilanciata e col baricentro basso, la Bonneville è suo agio in città, ma regala grosse soddisfazioni sui percorsi collinari (lo dico perché l'ho provata in queste condizioni) e si lascia guidare rotonda e fluida, con un impegno ridotto a zero. È comoda, non vibra e trasporta volentieri anche il passeggero sul morbido sellone. Le sospensioni, pur classiche, fanno il loro mestiere anche sull’asfalto rattoppato di Roma... ma non molto di più (sono in parecchi a cambiarle con ammortizzatori di terze parti).
Di certo, non è una moto pensata per correre: la sua velocità di punta può sembrare elevata (185 km orari, secondo alcuni, ma per me siamo più vicini ai 175, tirandogli il collo)... ma con un mezzo come questo – con zero protezione aerodinamica, tutti quanti, chiedete a chi volete, se ne restano su una velocità di crociera di circa 110 km/h col motore che ronfa a 3.600 giri. Se avete bisogno di più, e le multe per eccesso di velocità non vi spaventano, orientatevi su altro. Viceversa, la Bonneville vi offre un mondo di comodità, solidità e classe che nessuna – ma proprio nessuna giapponese può regalarvi.
Tutto questo fascinoso acciaio made in England arriva a pesare grossomodo come il mio vecchio scooterone – duecento chili e spicci – che, non vi mentirò, si fanno sentire in quelle pietose manovre odiate da qualsiasi motociclista che sono le inversioni a U e le manovre in retromarcia per districarsi da un parcheggio, ma è solo da prendere un pelo di velocità e poi la porterete come una bicicletta.
I freni richiedono una rapida rieducazione: se col Majesty lavoravo spessissimo di posteriore, qui è l’anteriore a smazzarsi tutto il lavoro sporco. Il pedale del posteriore serve solo a equilibrare la frenata e a correggere l’inserimento in curva. Quando vi accorgete della risposta sicura dell’impianto, vi scordate praticamente di avere un disco anche sulla ruota posteriore.
Gli unici difetti che ho riscontrato (tutti veniali) sono l’assenza di un indicatore del livello della benzina e di un pulsante per il lampeggio, il clacson praticamente inaudibile e la scomodità di avere bloccasterzo e accensione sui lati opposti del manubrio.


In senso assoluto, la Triumph Bonneville riprende le linee delle sue progenitrici degli anni sessanta, cavalcate al cinema da gente iconica del calibro di Marlon Brando e Steve McQueen, e va detto che i designer britannici hanno fatto un magnifico lavoro – conservativo all’apparenza, ma rivoluzionario sotto la pelle. Metteteci un giacchetto di pelle e un paio di occhialoni sopra il casco jet e sembrerete appena arrivati in città con una macchina del tempo.

Appena comperata, ho fatto apportare una piccola serie di modifiche:

 - riverniciatura totale nero lucido (l’esemplare, di qualche anno fa, che ho acquistato era una qualche special edition argento bicolore, e per quanto sulla Bonneville non stonasse per nulla, due colori per una moto per me sono troppi)
- fregi serbatoio della Thunderbird
- specchietti bar end
- logo personalizzato disegnato da me e realizzato da Fulvio.
- porta targa da parafango anteriore
- placca portabollo d'alluminio
- supporti per borse laterali (acquistate separatamente, a caro prezzo).

Poi, a guardarsi indietro, rispetto il Majesty ci sono altri svantaggi.
È meno comoda, certo.
Consuma di più (ma non quello che temevo) in cambio di molta più potenza che, a conti fatti, non mi serve a niente.
La dimensione cittadina non è la sua specialità (ma ci si muove tranquillamente, come ho detto).
Non ci puoi caricare manco un quaderno mentre dentro il Majesty (badate: ho scritto dentro e non sul) ci stipavi la roba per una vacanza di una settimana.
È molto più appetita dai ladri perché è una Triumph è una specie di assegno in bianco mentre gli scooteroni ormai fanno parecchio Gomorra.

Ma quando la portate, vi ricordate cosa significa andare in moto alla vecchia maniera.

Per capirci, se quando guidavo il Majesty mi sentivo Shotaro Kaneda alla guida di quell'assurda motocicletta rossa che mi folgorò in Akira, quando porto la Bonneville sono Indiana Jones a caccia di nazisti.
E vi giuro che un'esperienza non è inferiore all'altra.

Ma è stato solo qualche settimana dopo che la guidavo, trovandomi a fissarmi riflesso in una vetrina, che ho realizzato – dopo un’adolescenza intera passata a venerare i mods e il loro look fatto di eskimo, completi su misura e Lambrette tirate a specchio che Quadrophenia ha consegnato all’immaginario comune – che mi ero trasformato in uno della fazione opposta: con la mia Triumph vintage, il giubbotto di pelle e gli stivali neri, ero un rocker fatto e finito.
Ecco, ho fissato il mio doppelganger allo specchio scuotere un po' la testa, riaccendere il motore, innestare la prima con la punta del piede e schizzare via.
Lasciando il mod che è in me a chiedersi dove fosse finito il suo scooterone.


martedì 13 agosto 2019

[recensione] Italian way of cooking. Pizza, mostri e mandolino.


Pizza, mostri e mandolino, di Marco Cardone
Editore: Acheron Books, maggio 2019
Pagine: 389
Prezzo: 14,00 euro

Esattamente tre anni fa vi avevo parlato dell’esordio letterario di Marco Cardone.
E il romanzo era una una bizzarra commistione tra giallo, horror, umoristico e hard boiled talmente riuscita da sembrare casuale, fortunata e decisamente irripetibile.
Insomma, le premesse per un secondo libro della saga di Nero, lo Chef acchiappamostri toscano, non erano così favorevoli. Molti si sarebbero goduti il successo, fatto la ruota in quei due o tre ambienti social dove gli scrittori emergenti (o aspiranti tali) vanno a scambiarsi pacche sulle spalle a vicenda e magari si sarebbero dedicati ad altro – tipicamente, attività più remunerative che cercare di sfondare in un mercato ingrato come quello editoriale italiano.
E invece, Cardone ha tesaurizzato l’esperienza, non è rimasto fermo un solo giorno, ha fatto circolare il suo lavoro il più possibile cercando di capire tutto quello che non funzionava ancora ed esplorando nuove strade come la riduzione del suo soggetto a una miniserie televisiva.
Oltre, naturalmente, a scriverne un seguito.

Due anni e spicci di lavoro di scrittura, editing e riscrittura e infine eccolo qua: un volume di quasi quattrocento pagine, con una copertina accattivante il giusto, una buona qualità di stampa (ma da sempre le robe di Acheron Books sono ineccepibili da questo punto di vista) e una storia d’ambientazione partenopea piena di elementi surreali che convivono in ogni pagina con scenari di cronaca attualissima, mostri invisibili ai non iniziati (che finiscono per giocarsela in crudeltà con mostri più usuali come i camorristi), e altri personaggi nuovi di zecca creati per l’occasione.
Il risultato di questi due anni di lavoro?

Pizza, mostri e mandolino non può vantare probabilmente quel grado di solidità e credibilità che hanno, per esempio, le robe di Camilleri, di Culicchia o De Silva. Ma, sapete una cosa? Cardone non solo non assomiglia a nessuno di questi citati (o anche ad altri), ma nemmeno ci prova, neanche per un momento.
Il suo tenersi in equilibrio costante tra generi diversi destreggiandosi con la disinvoltura di un autore navigato è – una volta di più – la chiave che usa per prendere la rincorsa, buttarsi a capofitto in un racconto (che non è solo una pedissequa rivisitazione delle vicende del primo) e correre senza praticamente prendere fiato fino al finale, telefonato forse finché vi pare, ma del tutto soddisfacente e compiuto.
Ha delle lungaggini, alcune situazioni si ripetono (probabilmente una maggiore brevità avrebbe giovato (è quasi cento pagine più lungo di Italian way of cooking), delle ingenuità, ma è anche vitale, con delle belle idee, un bel ritmo, dei dialoghi che non perdono un colpo e, soprattutto, lascia la voglia di leggerne ancora.
Perché a tutti può capitare di imbroccare una bella storia, ma Cardone è chiaro che padroneggia bene anche altri linguaggi, in primis quello cinematografico e televisivo, dove la serializzazione garantisce lunga vita ai personaggi e quindi la sedimentazione nell’immaginario del lettore/spettatore.

La trama riprende grossomodo da dove si era conclusa nel romanzo precedente, e la storia e le vicende del protagonista (che, pur se circondato da una serie di comprimari tutti piuttosto ben scritti, resta uno e uno soltanto, sappiatelo) sono strettamente legate a quanto raccontato nel primo capitolo. Significa che senza aver letto Italian way of cooking non lo capirete? No.
Prima di tutto perché è un romanzo “leggero” e non è che ci vuole una scienza per entrare nella storia. Secondo, perché Pizza, mostri e mandolino ha tutti gli spiegoni comodamente condensati in apertura, in modo da permettere a chiunque di goderselo in autonomia.

Detto questo, se siete tra quelli che hanno letto anche il primo, apprezzerete di più tutta una serie di rimandi... e al massimo vi mancherà uno dei cattivi più riusciti degli ultimi tempi, a cui però Cardone sostituisce una nuova creatura che altro non è che un gigantesco, dichiarato e accorato omaggio al Re dell’horror.
Insomma, anche se continuo a pensare che un editing più impietoso l’avrebbe alleggerito di passaggi ridondanti e di qualche lungaggine, Pizza, mostri e mandolino merita, esattamente come Italian way of cooking la vostra attenzione.

Potete comprarlo QUI, in versione ebook per Kindle e iPad o in versione cartacea.


martedì 6 agosto 2019

Yello, the Race.

Pur masticando da sempre musica elettronica (Kraftwerk in testa, ma senza togliere un grammo di merito a gente di grande valore come i Telex, Prodigy o Art Of Noise), su questo blog non ho mai speso una parola per gli Yello.

Ed è una mancanza abbastanza grave, perché il duo svizzero (Boris Blank e Dieter Meier) ha messo assieme, in un quarto di secolo, una dozzina di album che di certo non apprezzo in toto ma che hanno dalla loro un'originalità assoluta in fatto di commistione tra elettronica, techno, swing e glam music.
In altre parole, sono tra i pochi, oltre quelli che vi ho citato in apertura, che l'uomo della strada riconosce dopo pochi secondi d'ascolto, perché non assomigliano a niente e a nessuno.

Di certo potreste detestarli, ma, come diceva qualcuno, non potete ignorare il peso che hanno nel panorama musicale moderno.

Insomma, un pezzo come The Race (quello che vi propongo qua sotto) è un gioiello compositivo, coi suoi trenta e passa anni ha un tiro che centinaia di pezzi techno o dubstep oggi possono solo sognarsi e da solo – se non li avete mai ascoltati – basta a darvi un'idea di quanto fosse strutturata, ispirata e trascinante la loro roba.
Enjoy it.


giovedì 1 agosto 2019

Roba che non serve (quasi) a niente. Ma che è così figa.

Per quanto mi renda perfettamente conto di quanto possa apparire idiota, la questione che mi ha immobilizzato per venti interi minuti è stata: apro la confezione e inizio a usare da subito questa sfiziosissima pennetta USB modellata su HAL 9000 (con tanto di led rosso che resta acceso per tutto il tempo che questa è collegata al mio Macintosh) o la lascio religiosamente sigillata nel suo blister?

Se scorrete fino in fondo il post, lo scoprirete.

PS se anche voi non volete privarvi di un oggetto così indispensabile, potete comprarne una QUI.


martedì 30 luglio 2019

Roba che non serve a niente. Ma che è così figa.


Che qualche volta comperi roba assolutamente inutile ([i-nù-ti-le] agg. Che non serve perché superfluo, inefficace o inutilizzabile) non è esattamente una novità per me – anni fa ci creai apposta la tag che trovate in fondo il post – ma diciamo, ecco, che sono in buona compagnia, giusto?

Il fatto è che ogni tanto ti passa sotto gli occhi della roba come questa, tipo il numero 50 di Electronic Sound, magazine britannico dai testi ben curati, bel design e ottime fotografie (copia cartacea a 5 sterline, PDF scaricabile a tre) che ha la bella idea di ripubblicare una versione estesa dell'intervista con Karl Bartos rilasciata nel 2013 in occasione dell'uscita del suo Off The Record... stavolta accompagnandola a un singolo da sette pollici con due tracce tratte dal suo album (Without A Trace Of Emotion e Vox Humana).
Il sette pollici non è in vendita nei negozi, ha una copertina apribile esclusiva (che adoro) e un poster.
Ed è andato esaurito nel giro di pochissime settimane.
Non ho idea se diventerà un pezzo da collezione o meno (sono uscito da anni dalle logiche perverse del collezionismo), ma la cura editoriale e il design erano davvero alti, così mi sono messo a cercare su eBay... e ne ho trovato una copia offerta da un venditore in Spagna, ancora sigillata, al prezzo di una cena in pizzeria.
Per ottenere una rivista che probabilmente leggerò una sola volta, comprendendo grosso modo il sessanta per cento del contenuto dall'alto della mia conoscenza della lingua inglese, e naturalmente per un pezzo di vinile che non posso in nessun modo ascoltare – perché l'ultimo giradischi funzionante in casa mia è stato un piatto Akai acquistato sul finire degli anni ottanta e rottamato senza clamori intorno i primi duemila... ma, credetemi, esposto su uno dei miei scaffali, questa magnifica copertina minimale rossa e nera fa un gran bell'effetto.

E, prima che qualcuno di voi possa sentirsi molto più furbo di me, vi invito ad alzare lo sguardo e a contemplare tutta la roba che tenete in casa, nell'armadio, nei cassetti, sotto il letto, in garage o ancora a casa di genitori compiacenti e che risponde – con sconvolgente esattezza – alla definizione giusto in apertura di questo post... almeno, questo occupa poco spazio.


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