giovedì 25 giugno 2015

Solo questione di tempo.


Ricorderete il bellissimo quanto poco pratico nuovo Macbook con una sola, micragnosa porta per fare tutto: alimentazione, dischi esterni, chiavette USB, iPhone, altoparlanti, qualsiasi cosa.
Ecco, alla faccia della pulizia estetica dell'oggettino, cosa bisognerà attaccarci per renderlo funzionale come qualunque altra macchina.
E questo è anche carino, eh (se volete supportare il progetto su Kickstarter, andate QUI).

Ad ogni modo, il fatto che il nuovo MacBook abbia un unico connettore tuttofare — oltretutto non Magsafe — è un problema secondario nell’ottica in cui è stato concepito, e, probabilmente, vuole essere percepito.

È un portatile che somiglia più a un iPad con la tastiera, che non richiede di essere attaccato alla presa elettrica durante l’uso. Un portatile con una batteria tale che dovrebbe permetterne l’uso in movimento durante il giorno, e magari rincasare che è rimasta ancora qualche tacca di energia.

Un portatile che, come il primo Air e come tutti i primi esemplari di una generazione, risulta limitato e limitante a molti (e di fatto, lo è).
In altre parole, questo Macbook è un nuovo tentativo di Apple di reimmaginare i computer portatili. E, anche se per alcuni la transizione è fin troppo veloce, la storia recente di Apple è piena di roba e scelte estreme che poi sono diventate consuetudini e standard.
Per cui, io questo non lo capisco e di certo non me lo compro.

Ma magari col prossimo potrei cambiare idea.

mercoledì 24 giugno 2015

2001: Odissea nello spazio e la tipografia.

Due avvisi importanti prima di leggere questo post.
Il primo: è per gli intrippati di 2001: Odissea nello spazio, per i designer o/e per – soprattutto – una combinazione delle due cose.
Il secondo: è tutto nato da una segnalazione di Lorenzo di un monumentale post pubblicato tempo fa su typesetinthefuture.com, dal quale è tratto gran parte del materiale che sto andando ad esporvi. La ricerca è stata talmente estesa e dettagliata che merita di venire riproposta anche qui.
Anzi, se siete dei veri fan e seguaci della Chiesa Del sacro Monolito Nero, dovreste condividerla anche voi.

E ora, lasciatemi ripetere per la milionesima volta: 
questo film è un capolavoro.
Nella visionarietà delle immagini. Nella regia. Nel montaggio. Nella creazione di un futuro che è invecchiato poco o nulla in quasi mezzo secolo. Nella colonna sonora. Nelle soluzioni visive adottate all'epoca. Nella cura dei dettagli e nella visione d'insieme.
Questo post verte su uno degli aspetti meno considerati ma non meno curati in 2001: l'uso dei caratteri e della tipografia.


E iniziamo proprio dai titoli di testa, brevi e sull'immortale tema di Also Sprach Zarathustra: Kubrick sceglie un carattere pulito, semplice, senza grazie: è il Gill Sans, uno dei più classici di tutti i tempi.
I più attenti noteranno che decise di scrivere il numero 2001 con le "O" maiuscole al posto degli zeri. Il perché potrebbe risiedere, ma questa è una mia speculazione personale, sull'ossessione di Kubrick per la figura geometrica del cerchio... mai troppo citata e ripresa come in questo film. 
Il primo atto del film è ambientato prima della comparsa dell'Uomo sulla Terra.
Un periodo indefinito che Kubrick ha voluto poeticamente chiamare L'alba dell'Uomo.
E per sottolineare che non aveva nulla di futuristico, ha impiegato un carattere graziato e – diciamocelo – poco interessante: l'Albertus.
Ma dobbiamo preoccuparcene poco, perché sarà la sua sola apparizione in tutto il film.
Attraverso uno degli stacchi di montaggio più geniali della storia, presto si viene proiettati nel futuro, dove la font che sembra farla da padrone è l'Eurostile, nello specifico nella sua variante Bold Extended.

Nella cabina di pilotaggio dello Shuttle Pan Am (aerolinea, tra l'altro, fallita nel 1991) troviamo un primo assaggio dell'impiego dell'Eurostile Bold Extended sugli schermi consultati dai due piloti, in un' inquietante anticipazione delle schermate dell'interfaccia grafica di HAL 9000, come vedremo più avanti.
L'Eurostile Bold Extended sembra essere una specie di standard nell'anno 2001 immaginato da Kubrick, perché compare anche sui pulsanti a disposizione della receptionist sulla base lunare Clavius.
Alcuni hanno fatto notare di come l'Eurostile possa essere facilmente confuso col Microgramma, un carattere tipografico creato nel 1952 da Aldo Novarese e Alessandro Butti, gli stessi designer dell'Eurostile: in realtà, anche ad un esame attento, le due font sono praticamente indistinguibili.
La cosa che le differenzia realmente è che l'Eurostile, a differenza del Microgramma, comprende anche le lettere minuscole e tutti i segni d'interpunzione.
Ritroviamo l'Eurostile anche in altri contesti, come ad esempio nella schermata del videotelefono che il dottor Floyd usa per chiamare sua figlia sulla Terra, nelle istruzioni del gabinetto a gravità zero o nella mappa che gli astronauti americani consultano prima di recarsi sul sito lunare dove è stato rinvenuto il Monolito, mappa che mescola Eurostile Bold Extended, Futura Medium e qualcosa che sembrerebbe Univers.

Per il secondo (e terzultimo) cartello che vediamo nel film, Kubrick sceglie di impiegare un altro grande classico font privo di grazie: il Futura, un carattere tipografico senza grazie progettato nel 1928 dal tipografo e grafico tedesco Paul Renner.
Tuttavia, la font sembra aver subito qualche modifica: le "punte" della lettera "N" sono state ammorbidite, e la "M" maiuscola sembra essere quella del Gil Sans.
Vai a capire il perché.

Ad ogni modo, il Futura è largamente impiegato a bordo della nave spaziale Discovery: pulsanti, interruttori e diciture e avvertimenti sono – principalmente – scritti con questa font.
Ad esempio, sui pannelli di controllo delle capsule d'ibernazione, dove, tra l'altro, è riportata tutta la sequenza di istruzioni per il risveglio degli astronauti dormienti.
Tanto per rimarcare la maniacalità di Kubrick, un dettaglio come questo (le diciture non vengono inquadrate che per pochi, brevissimi istanti) sono estremamente precise e coerenti, e qualcuno si è preso la briga di ingrandirle e trascriverle:

1. Impostare pulsante Livello per l'attivazione ipotalamo.
2. Attivare stimolazione elettrica dell'ipotalamo per 12 minuti. 
3. Impostare arricchimento del livello di zucchero nel sangue (se è indicato un livello secondario, attivare livello primario (vedi fase 4) per 75 minuti, poi passate al livello secondario per 40 minuti. 
4. Attivare l'arricchimento degli zuccheri nel sangue del soggetto per 110 minuti. 
(...)
7. Attivare pulsante della temperatura per aumentare la frequenza respiratoria. 
8. Attivare il controllo tiroxina a livello 4 per 30 secondi, a livello 6 per 30 secondi, e al livello di 9 per 10 secondi per ristabilire la normale attività endocrina. 
9. Quando il soggetto inizia a rabbrividire, il risveglio sta per avere luogo. Disattivate il monitoraggio del cervello, il connettore-soppressore e la banda termoregolatrice.
10. Subito dopo il risveglio, attivare il vibromassaggiatore per 2 minuti. 
11. Il soggetto ora può alzarsi e affrontare il normale decorso post-ibernazione.

Il carattere usato per il monitoraggio dei segnali vitali degli astronauti ibernati sembra il solito Eurostile Bold Extended, ma potrebbe trattarsi anche di una variante di Univers leggermente esteso.
Eurostile Bold Extended è anche, come abbiamo visto, la font utilizzata dall'interfaccia grafica di HAL 9000: sebbene la maggior parte delle comunicazioni tra HAL e l'equipaggio avvenga in forma verbale, i sistemi di monitoraggio della nave e dello spazio esterno sono tutti sotto il suo controllo e diligentemente riportati sugli schermi quadrati presenti sul ponte della Discovery.

Se siete affascinati dalla grafica minimalista dell'interfaccia di HAL, che proprio alla sua elegante essenzialità deve il fatto di essere arrivata fino ai nostri tempi senza invecchiare, vi consiglio caldamente di installare sul vostro Mac il salvaschermo di The Hal Project, che ne propone due versioni (una basica gratuita e una a pagamento) davvero, davvero ben realizzate.
Proseguendo nella disanima tipografica di 2001, non possiamo che continuare a riscontrare l'estrema coerenza grafica nelle varie diciture di cui è cosparsa la Discovery: il Futura Bold è impiegato, tra gli altri posti, sui portelloni di accesso delle capsule d'attività extraveicolare (Anna, Betty e Clara, anche se nessuno nel film le nomina esplicitamente) e sugli interruttori del tipo switch-off con cui Bowman e Poole si isolano acusticamente all'interno di una delle capsule nel tentativo di non essere uditi da HAL.

Nel frattempo, è arrivato il momento del penultimo cartello: Kubrick ritenne necessario introdurre qualche minuto di schermo nero accompagnato da un pezzo di Ligeti, e per farlo scelse di annunciarlo da un cartello scritto, stavolta, interamente in Gill Sans:
A un dato punto del film, le cose iniziano a collassare.
La paranoia di HAL lo porta a commettere il suo primo omicidio deliberato nello spazio, tagliando il cavo che teneva ancorato il povero Frank Poole alla capsula, assieme la sua fornitura d'ossigeno... e, tanto per stare sicuri, lo investe con la capsula stessa spingendogliela addosso alla massima accelerazione possibile.
Ma è solo l'inizio, perché mentre Bowman si precipita all'esterno per recuperarne il corpo, HAL disattiva i sistemi di sostentamento degli astronauti ibernati, uccidendoli letteralmente nel sonno.
È una sequenza efferata, eppure gelida nella sua totale assenza di movimento.

Lo spettatore non può che seguire la veloce, inconsapevole agonia degli astronauti e la loro morte attraverso le schermate, composte, sembrerebbe, in Univers, una font senza grazie disegnata da Adrian Frutiger nel 1956. E, sì, assomiglia molto ad un Helvetica Condensed, ma chi se ne intende (molto più di me), assicura che questi schermi sono scritti in Univers 67 Bold Condensed.

Bowman riesce a rientrare nella Discovery dalla quale HAL ha provato a sbatterlo fuori a morire, e lo spettatore può notare altre scritte in Futura Bold (Chiusura d'emergenza, ma soprattutto sul pannello avvitato sul portello del centro di memoria logica di HAL).
Una scritta più piccola avverte che l'accesso a questa particolare sezione della nave è consentito solo in caso di emergenze in conformità al regolamento EM 014.


Nella successiva Scena Madre in cui Dave Bowman esegue una sorta di lobotomia digitale estraendo, una per una, le memorie solide di HAL, possiamo notare come queste siano numerate e contrassegnate in Univers 67 Bold Condensed.

Non appena termina il filmato automatico partito alla disattivazione di HAL, compare il quarto e ultimo cartello della pellicola: Giove e oltre l'infinito. 
E, stavolta, è tutto autentico Futura al cento per cento.

Inizia quindi l'ultima parte di 2001, la più visionaria, psichedelica, delirante ma anche più stimolante del film.
Migliaia di parole sono state scritte nel corso dei decenni per cercare di spiegare il viaggio dimensionale di Bowman, il monolite, la stanza bianca e la genesi del bambino stellare... e anch'io avrei da dirne, ma non è questa la sede: nessuna delle sequenze finali contiene più tipografia, quindi possiamo saltare direttamente ai titoli di coda.
Completamente composti in Futura, con le uniche, curiose eccezioni della "M" (in Gill Sans) e della "W"(che non riesco a riconoscere).
E questo, signori, è tutto.

Scrivendone e ripensandoci a mente fredda, 2001 mi è sembrato persino meglio di quando l'ho rivisto l'ultima volta... mi toccherà rivederlo. 

martedì 23 giugno 2015

Elvis e la tempesta.


Elvis è il mio gatto e, a che io ricordi, è il primo gatto veramente tutto mio da sempre.
Elvis è scemo come solo i gatti molto allegri e molto inconsapevoli sanno essere.
Per gran parte del suo tempo, Elvis dorme di un sonno che assomiglia più al coma profondo. Quando è sveglio, Elvis va in cerca di coccole, cibo, prede visibili e invisibili, non necessariamente in quest’ordine.
Elvis apparentemente ha una visione del mondo limitata e butta il suo sguardo superiore e indifferente sulle vicende umane in un modo che spesso lo invidio.

L’origine di Elvis è incerta.
La veterinaria che me l’ha affidato quando era lungo solo quindici centimetri, ha detto che era stato trovato mezzo morto in strada, coperto di sangue e con bocca e lingua spaccate.
Ho cresciuto Elvis come un figlio e l’ho portato con me attraverso cinque traslochi. In ogni casa, si è adattato alla grande e si è trovato i suoi spazi personali.

A guardarlo, sembrerebbe un gatto nibelungo, una variante a pelo lungo del Blu di Russia. I primi soggetti conosciuti in Europa provenivano da Arkhangelsk, in Russia, da cui il nome Gatto di Arkhangelsk, Arcangelo Blu.
È un mistero come un gatto insolito come lui sia finito qui.

Però Elvis non sa di essere di un gatto di razza e quindi non se la tira.

Oggi me ne stavo sprofondato sul divano a leggere, ed Elvis, come tante altre volte, mi ha raggiunto senza alcuna fretta e si è fermato – perfettamente di fronte a me – a fissarmi.
È una cosa che fa spesso.
Ho alzato lo sguardo verso di lui e ho ricambiato il suo sguardo.
Per un minuto.
Per due.
Al terzo minuto, ho perso la battaglia e ho abbassato gli occhi.

Sono rimasto perplesso e anche un po’ inquieto.
Elvis all’improvviso sembrava mortalmente serio e mi fissava con quello sguardo del tutto indecifrabile che è proprio solo dei gatti e di quelli che riescono a vedere che sta arrivando una tempesta molto, molto prima di te.

“Fin qui, tutto bene” mi ha detto il mio gatto, che è pure un appassionato di Kassovitz. Io ho chiuso il libro, ho annuito e sono andato ad aprirgli una scatoletta di tonno.

Poi sono uscito. Quando sono tornato, non è venuto ad accogliermi. Dormiva in un sonno profondo come un coma, ma sono sicuro che mi ha sentito lo stesso.

lunedì 22 giugno 2015

10 favolosi concept art di Jurassic World.


Dietro ogni grande produzione cinematografica, c'è un gigantesco lavoro di concept design.
Prima ancora della CGI, la tradizionale illustrazione è ancora il metodo più diffuso per definire il mood di un film e le soluzioni visive più importanti che renderanno la pellicola qualcosa di speciale.
Jurassic World appartiene di certo a quella categoria di blockbuster senza troppe pretese se non quelle – importantissime – di intrattenere, stupire e farsi ricordare.

Scenografi, designer e architetti sono un piccolo esercito di creativi che hanno messo in piedi l'illusione perfetta di un parco tematico ad alta tecnologia, dove niente è lasciato al caso, dalle insegne dei negozi di souvenir ai veicoli impiegati per il pubblico.

Ora, potete anche essere tra i detrattori di un certo tipo di cinema... ma il lavoro preparatorio per Jurassic World è stato immane e di primissima qualità.
Questi concept art parlano da soli, e guardarli è meglio di qualsiasi trailer (soprattutto quello di JW, che faceva schifo).
Se volete vederli più grandi, cliccateci col tasto destro. Meritano.

sabato 20 giugno 2015

America's got Powers.


Sarò del tutto onesto con voi: ho comprato la miniserie America’s Got Powers non tanto incuriosito dalla storia (derivativa e poco originale, come dico qualche riga più sotto), quanto dal fatto che alle tavole ci fosse Bryan Hitch.
Vale a dire: il disegnatore supereroistico più bravo, personale e potente in circolazione e capace di disegnare qualsiasi cosa, dalle architetture alle anatomie ai primissimi piani e alle splash pages.
Tavole come quelle che realizzò per le prime due serie di Ultimates (indubbiamente la punta più alta del fumetto di supereroi degli ultimi quindici anni) per me rimangono nella storia dei comics americani.

Poi, negli anni, Hitch è stato più discontinuo, si è allontanato dalla Marvel, vi è tornato, si sono viste altre sue cose molto belle e cose molto meno belle (Age of Ultron).
Con questa miniserie, Hitch torna a realizzare tavole di forte impatto e dettagliate (anche se non ai livelli delle matite di Authority e Ultimates), realizzate con spettacolare uso di tavole orizzontali a richiamare il formato cinematografico e per le quali è stato coniato il termine widescreen comics… con risultati più che apprezzabili.
 Aprite uno degli albi a una pagina qualsiasi e imparate, gente.
È molto difficile che vedrete dei disegni migliori di questi, attualmente, in un qualsiasi albo Marvel o DC.
Il senso dello spazio, i piani di profondità, le prospettive aeree, le scene di combattimento, il realismo delle figure umane che si fonde con l’esasperazione fumettistica.
Nessuno è in grado di stargli dietro.

Peccato che, poi, c’è la storia. La scrittura è di Jonathan Ross, anchorman della tv britannica con la passione per i comic book, che imbastisce una trama che – se ancora ancora verrebbe buona per per un blockbuster hollywoodiano, sulla carta è fiacca e già vista.
Per dire: l’evento che conferisce i superpoteri ai ragazzi protagonisti della serie si rifà sia a Rising Stars di Straczynski che al “white event” alla base dello New Universal Marvel degli anni '80 (poi ripreso negli anni 2000 e persino in tempi più recenti).
Il topos dell’outsider che scopre di essere il prescelto è un classico della letteratura e del cinema di genere, e ce l'hahno propinato in tutte le salse, da Star Wars a Matrix.
L’intento di confezionare una critica della degenerazione dell’intrattenimento televisivo contemporaneo sarebbe anche lodevole... ma a supportarlo manca una sceneggiatura veramente caustica e iconoclasta come quella che – sempre, per dire – Mark Millar aveva scritto per The Ultimates.

Nel complesso, America’s Got Powers si merita un sette meno meno, con riserva per quanto concerne la quarta e ultima parte, in uscita a luglio (3,50 euro a volume, 48 pagine l'uno).
Insomma, non una roba imperdibile, ma merita una vostra chance.

venerdì 19 giugno 2015

[rebranding] Google by Dana Kim.


Difficilmente vedrete una grande azienda rimettere mano al suo logo.
Quando si è in cima alla catena alimentare, la riconoscibilità del brand è uno dei fattori primari del successo, e le operazioni di ammodernamento si rimandano in momenti meno felici con l'intento di svecchiarsi e rilanciarsi sul mercato (quando accadde, parlai di Fiat ed HP QUI e QUI).

Quindi, più spesso sono i designer indipendenti che si cimentano su progetti simili, e lo fanno un po' per darsi visibilità, e un po' perché ci si divertono.

Quello che vedete in alto è il nuovo brand pensato da Dana Kim, un designer di Los Angeles, per Google.
È un eccellente lavoro, pensato, funzionale e piacevole da vedere.
Dana è riuscito a catturare l'essenza di Google e ne ha fatto il nucleo del suo progetto.
Per raccontarlo con parole sue:

"Il nuovo logo di Google ha un aspetto più moderno e fonde in un unico elemento tipografia e barra di ricerca. Le due "O" sono combinate ed estese a creare la barra di ricerca. La combinazione delle "O" simboleggia anche l'unione tra l'utente e Google, sottolineando lo sforzo della società di impegnarsi con i propri utenti da vicino. La barra di ricerca è responsiva e si estende a seconda della quantità di caratteri immessi dall'utente".

Che ne dite? Non è bellissimo?

giovedì 18 giugno 2015

Isole del terrore (eBook).


Ogni tanto vi parlo delle cose che scrive Alessandro Girola, e forse avrete notato che ne parlo immancabilmente bene ma non benissimo. 

E la ragione è che, trattandosi di un amico, per non cadere nella facile trappola della mutua pacca sulla spalla tra compari, tendo ad essere persino più critico del solito, passando al setaccio i suoi scritti senza indulgenze e senza sconti.
Certo di rendergli così un servizio migliore (e anche a voi), passo a parlarvi brevemente di Isole del Terrore, ebook apparso da un paio di settimane sul Kindle store di Amazon e che contiene due suoi racconti brevi.

Ora, che si tratti di materiale vecchio di qualche anno, recuperato, esteso e rieditato Alessandro è il primo a dirlo (sia nei comunicati di presentazione che nelle note dell’ebook stesso), e in alcuni punti si nota. 
Le due storie (Naga e Il Segreto dell’Isola) sono Girola-style al 100%, con tutti i suoi tratti tipici (costruzione semplice ma solida, progressione per accumulo lenta ma inesorabile, nessun happy end facilmente consolatorio) e qualcuno dei suoi difetti (tratteggio dei personaggi fatto un po’ in serie, descrizioni poco evocative), hanno un capo, una coda e, in mezzo, tutto quello che serve per intrattenere, inquietare e – a lettura finita – restare con quel po’ di fame che provate alla fine di un pasto soddisfacente ma non abbondante.

In altre parole, se già conoscete Alex, la sua scrittura e i suoi temi, sarà come ritrovarsi la sera a casa sua seduti in poltrona a farvi raccontare storie "de paura" alla sua maniera, davanti un camino, una birra ghiacciata e il suo cane appiattito ai suoi piedi.
Se siete neofiti delle sue robe, Isole del terrore è un buon punto di partenza, ma sappiate che il meglio lo dovete ancora leggere (e se seguite il tag in fondo questo post, troverete altre recensioni).
Nell'universo malato e perturbante di Alex si entra pagando la miseria di nemmeno un euro (il prezzo a cui vi viene offerto Isole del terrore sul Kindle Store, con copertina del sottoscritto in omaggio). Fatevi avanti.

mercoledì 17 giugno 2015

Il Luogo Comune è Sempre Affollato.


Diego Cajelli è uno sceneggiatore – milanese fino al midollo – autore (tra gli altri) di Diabolik, Dampyr, Zagor, Long Wei e dell’espansione a fumetti dell’universo narrativo del poco fortunato Il Ragazzo Invisibile di Salvatores.
Ora, dei titoli appena citati, sappiate che non ho letto assolutamente nulla... ma in compenso ho avuto modo di conoscere Diego e la sua personalissima scrittura attraverso le pagine di Diegozilla, blog che negli ultimi anni, con frequenza quasi quotidiana, ha aggiornato con dosi massicce di intelligenza, sarcasmo affilato e uno spirito d'osservazione non comune. 
Non ho sempre condiviso i suoi punti di vista e alcune delle posizioni che ha preso su alcuni argomenti erano un pelo troppo radicali per i miei gusti... ma è stata di sicuro una delle letture più piacevoli e genuinamente divertenti che abbia potuto trovare sul web. 

Oggi Diegozilla ha cambiato piattaforma e format ed è diventato, a mio avviso, meno fruibile di una volta, ma la buona notizia è che parte di quei contenuti, la crème de la crème diciamo, è stato raccolto, rieditato e pubblicato in un volume dove i suoi post sono diventati altrettanti racconti brevi.
Delle quattro sezioni in cui Il Luogo Comune è Sempre Affollato è idealmente diviso (La vita, Milano, i Fumetti e Tutto il resto), la quarta è composta di pezzi e articoli inediti (o comunque difficilmente reperibili) che costituiscono un'ulteriore spinta all'acquisto... oltre, naturalmente, al fatto incontrovertibile che Diego scrive davvero, davvero bene.
Lungi dall'essere una mera lettura da ombrellone, Il Luogo Comune è Sempre Affollato ha il format perfetto per essere assimilato in piccole, gustose dosi nei momenti di relax, il che ne fa una lettura particolarmente adatta a questa stagione.

È disponibile già da qualche settimana in due edizioni (io naturalmente ho preso la limited edition con copertina – fantastica – disegnata da Ale Giorgini) e, oltre che su Amazon e in libreria, potete comprarlo QUI.

La cura editoriale è buona, con qualche riserva per la qualità della copertina, e il prezzo è ai minimi storici per la foliazione e il genere.
Fermamente consigliato a tutti, persino ai non-milanesi.

Autore: Diego Cajelli
Editore: Limited Editions Books
Pagine: 128, brossurato
Prezzo: € 12,90
Prima edizione: 28 maggio 2015

martedì 16 giugno 2015

10 bugie che i designer raccontano continuamente ai loro clienti.

Secoli fa, pubblicai sul blog una serie di classiche bugie che circolano nel nostro ambiente: luoghi comuni sul genere "fammi il logo più grosso", "come a bassa risoluzione? a monitor lo vedo benissimo" e altre amenità simili che potete recuperare seguendo il tag "Bugie Grafiche".
Oggi vi ripropongo il giochetto, ma a parti invertite: il designer Joshua Johnson di Creative Market ha giustamente osservato che anche noialtri propiniamo le nostre cazzate standard al cliente, e ha buttato giù qualcuna delle tipiche menzogne da designer facendone dei posterini virali.
Ne ho selezionate alcune, adattate, tradotte e reimpaginate per voi.
Sorridetene e condividete.

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