martedì 23 dicembre 2008

(fin qui) tutto bene

Ci sono ancora.
Non sono rimasto fulminato dalle lucine natalizie, nessuna slitta guidata da un extracomunitario ubriaco sovrappeso e vestito di rosso mi ha investito e di torrone al liquore non ne ho mangiato abbastanza da farmi venire un'indigestione.
È solo che tra regali da comprare o fabbricare e da incartare, amici da vedere, Arianne da spupazzare e gatti a cui badare mi è mancato il tempo di aggiornare.
Stay tuned.

martedì 16 dicembre 2008

[Recensione] Batman: Death Mask


Non sono un grande appassionato di manga.
È una questione in parte culturale, in parte derivata dal fatto che iniziai a leggere fumetti da ben prima che il più timido dei comics giapponesi si affacciasse sulle nostre edicole, e quando questi dilagarono in centinaia di pubblicazioni, i miei gusti erano belli che formati.
Tuttavia, c'erano autori che non potevano non emergere davanti i miei occhi per la loro spettacolare bravura: in particolare, mi riferisco a Masamune Shirow e al suo capolavoro Ghost in the Shell, mai superato neanche dai suoi stessi seguiti: oltre i disegni incredibilmente dettagliati, Shirow riempiva i pié di pagina di suoi commenti e approfondimenti sulla tecnologia e sul background sociopolitico dell'ambientazione.
Una lettura che nessun appassionato di fumetti, giapponesi o meno, può permettersi di ignorare.
Detto questo, salvo rare eccezioni (tra cui Dragonhead di Mochizuki e il cervellotico Homunculus di Yamamoto), ben pochi manga trovano posto nella mia fumettoteca personale.
Nel 2001, venni sedotto da Child of Dreams (Il Figlio dei Sogni) di Kia Asamiya, che aveva come protagonista nientemeno che Batman: un prodotto eccellente, con una solida storia sviluppata egregiamente attraverso i tipici stilemi narrativi del manga, ma incentrata su uno dei più famosi personaggi del fumetto americano.
Un'operazione pienamente riuscita, a mio avviso, che però non conobbe alcun seguito... fino ad oggi, quando noto e acquisto questo Batman: Death Mask, realizzato dal mangaka Yoshinori Natsume (noto soprattutto per il manga Togari).
È una storia perfetta per Batman, completamente incentrata sul tema della maschera, di come essa compaia in tutte le culture dell'uomo, persino le più remote, e di quanto profonda ed articolata sia la sua simbologia.

I tempi sono calibrati al millesimo, i disegni curati e puliti ma dai toni oscuri come si confà al personaggio e alla storia, dalle ambientazioni molto dettagliate e ricca di colpi di scena.
Interessanti i confronti tra le varie personalità di Batman, e intriganti anche i moniti a lottare per un futuro migliore, e non a riscattare il passato.
Molto ben raccontati anche i tentativi di Oniyasha (l'altro protagonista) e di Batman nel contrastare il loro lato oscuro, mentre gli esiti differenti di queste battaglie culminano in un finale emotivamente potente.
Insomma, non un capolavoro imperdibile, ma senz'altro un prodotto che ogni fan dell'uomo pipistrello dovrebbe leggere...
lo trovate in fumetteria a 6,95 euro edito da Planeta DeAgostini.
QUI potete vedere riprodotte, sufficientemente grandi per farvi un'idea più precisa della pubblicazione, alcune pagine.

Sperare è lecito


Tuttora mi sfuggono i motivi che spingono Apple ad ignorare lo sviluppo di una delle sue macchine a mio avviso meglio concepite (badate: non ho detto realizzate): il Mac mini.
Come già saprete, ne possiedo uno, che svolge più che dignitosamente il suo lavoro.
Purtroppo, sappiamo tutti quanto rapidamente un computer possa diventare obsoleto.
E il Mac mini, ormai, da tempo è costretto a mangiare la polvere dei suoi cugini trendy, gli iMac, che lo surclassano in potenza, velocità, dotazione di scheda video.
Eppure, continuo a restare affascinato dal concept originario: un computer di dimensioni ridottissime, elegante e minimalista, al quale si può collegare qualsiasi periferica ci si trovi ad avere bisogno: monitor, tastiere, tavolette grafiche, scanner, stampanti, fotocamere, altoparlanti.
Una specie di tuttofare digitale, versatile e con una potenza di calcolo degna di questo di nome ma di ingombri minimi e a prezzo contenuto.

In vista del prossimo Macworld di gennaio, si torna a parlare di un Mac mini profondamente rinnovato.
Per il video-out dovrebbe essere presente una DisplayPort e la RAM a disposizione dovrebbe essere portata a 2 GB, espandibile a 4 GB (contro gli attuali 1 GB, espandibili a 2 GB).
I processori impiegati potrebbero essere il 2.0 GHz Core 2 Duo per l’entry level e 2.3 GHz Core 2 Duo per quello di punta (contro gli attuali Core 2 1.83 GHz e 2.0 GHz). E, udite udite, una scheda video degna di questo nome targata Nvidia per il modello da 2.3 GHz (per il modello base sembra sarà integrata una scheda Intel, forse una GMA X3100).
Ecco, se sul palco del Macworld zio Steve presentasse una macchina con queste caratteristiche, la comprerei immediatamente.
Non è che ci conti più di tanto, vista la discutibile direzione che Apple sta prendendo da un po' di tempo a questa parte, ma è lecito sperare.
Per il momento, sogno su questi concept del sempre bravissimo Isamu Sanada, che, per inciso, a Cupertino avrebbero dovuto assumere da un bel pezzo.

venerdì 12 dicembre 2008

Goodbye, Betty


IIeri è morta Betty Page, a Los Angeles: il suo cuore si è fermato in ospedale, dove era stata ricoverata a fine novembre per una polmonite.
Betty si è spenta all'età di 85 anni.
E non era solo la pinup più famosa e fotografata del mondo: era la madre di tutte le pinup.
Se cercate al dizionario alla voce pinup, ci troverete una sua foto.
Lavorò moltissimo negli anni cinquanta come modella: le sue foto in bikini o in minuscoli completini (senza disdegnare pose e abbigliamenti sadomaso, in clamoroso anticipo sui tempi) furono un preludio alla rivoluzione sessuale degli anni ’60.
Smise di posare nel 1957.
Nel 1959 ebbe una conversione religiosa, dopo aver vissuto un periodo di depressione ed aver avuto un esaurimento nervoso (aveva due matrimoni alle spalle).
Provò a diventare una missionaria in Africa, ma fu respinta proprio perché era una donna divorziata.
Sebbene Betty voltò le spalle al passato, i suoi fan non la dimenticarono mai più.
Era deliziosa.
Era un incredibile connubio di malizia e di innocenza, e così ce la ricorderemo, perché Betty non si fece mai più fotografare.
Dovunque si trovi ora, sono certo che la sua presenza non starà passando inosservata.

giovedì 11 dicembre 2008

Neve & lucine colorate per tutti. Digitali, s'intende.


Insomma, l'avete capito... il Natale mi piace, mi diverte, mi distrae, mi rallegra.
So che anche tra voi, nascosti tra i cinici dell'ultimora, ci sono altri come me che non restano indifferenti al cospetto di cotanta letizia intermittente.
Per tutti voi, il softwarino che vado a proporvi oggi è Esattamente Ciò Che Vi mancava.
Xmas Lights aggiunge una sfiziosa (alcuni cinici preferisco dire: pacchiana) sfilza di lucine colorate alla barra del menù del vostro Macintosh, di cui potete regolare forma, velocità e modalità di lampeggiamento.
Assorbe appena 400k dal sistema, praticamente zero.
Gratis. Da QUI.
Dallo stesso autore, se volete strafare, scaricate anche Snowflakes, da QUI, e avrete lo schermo invaso da una fastidiosissima nevicata di fiocchi di neve digitali.
Perfetto per innervosire il vostro collega che invece, il Natale lo detesta (come Larsen e Dama Arwen che vorrebbero addormentarsi e svegliarsi il 7 gennaio). Installateglielo a loro insaputa e poi guardateli smadonnare come carpentieri moldavi.

PS Quasi dimenticavo. QUI splendide icone natalizie per il vostro Mac.

PPS Per chi lavora con Windows (a Natale siamo tutti più buoni...): QUI un bel set di icone natalizie , ma anche QUI e QUI.

Annegati nel nonsenso


Ecco come Dio ha scelto di uccidere tutti i romani: annegati.
Stanotte sono venuti giù ettolitri d'acqua, e una volta tanto non è un'esagerazione.
E, come sempre a Roma, si grida all'alluvione, alla catastrofe, alla calamità naturale.
Noi (anzi, loro) romani proprio non ci si vogliono abituare.
Al nord nessuno fa tutte queste storie e si mette a frignare per un po' di pioggia in più.
Certo, voi mi direte: vallo a dire a quella poveretta annegata come un topo dentro la sua stessa auto.
Il fatto è che, se ammettiamo che la città non è in grado di reggere alla pioggia (e non lo è, chi non è convinto si vada a guardare fotografie e video che da stamattina circolano in abbondanza sulla Rete), quando si supera un certo livello (esistono dozzine di centraline di monitoraggio, pagate dai contribuenti) al sindaco dovrebbe arrivare una telefonata, non importa se sono le quattro, le cinque o le sei del mattino, e lui dovrebbe fare un bel comunicato straordinario alla radio e alla tv (e, se si ricorda che siamo nel 2008, anche su Internet): romani, oggi prendetevi una giornata di ferie pagate. Non uscite di casa, che potrebbe anche dirvi male. Anzi, se vi becchiamo in giro con la macchina vi fermiamo e vi rimandiamo a casa con una multa sul groppone. E ora, scusate, me ne torno a letto.
Invece no, bisogna assolutamente affrontare la collera divina, chiudersi in macchina, raccomandarsi ai propri santi e partire obbedienti verso i rispettivi posti di lavoro: che senza di noi, l'economia, la società civile, la vita stessa collassa, tracolla, scompare per sempre.
Sarebbe ridicolo, se non fosse tragico.
Penso a quella donna, 54 anni, manco una giovinetta, che alle cinque di stamattina è uscita di casa per andare a lavorare nella ditta di pulizie.
Certo, le pulizie degli uffici non possono aspettare. I cestini vanno svuotati, i bagni implorano un passaggio di lisoformio.
Stamattina mi sono affacciato alla finestra e ho contemplato sgomento le file di automobili con gente aggrappata al volante che schiumava: aaargh, devo, devo raggiungere il mio posto di lavoro!
Sembrava un esodo da una città attaccata dagli alieni, invece erano persone convinte che stessero facendo la Cosa Più Giusta, quello che la Società si aspettava da loro, che adempissero alle loro sacre Responsabilità.
Ditemi, in coscienza, se la vostra presenza in ufficio oggi era così indispensabile.
Se siete medici o vigili del fuoco, ovviamente, la questione non si pone.
Ma tutti gli altri... grafici, panettieri, benzinai, impiegati, insegnanti, cassieri, io, voi, milioni di romani...
Se ce ne stavamo a casa a farci un cappuccino caldo davanti la televisione e a finire quel libro che staziona sul comodino da settimane, non era molto, molto meglio per tutti?
Il Buonsenso è morto.
C'è qualcosa di profondamente sbagliato nelle nostre vite.

martedì 9 dicembre 2008

La voce del qualunquista, parte 2

Leggo che Paolo Bonolis ha accettato il contratto d’ingaggio che prevede un compenso di un milione di Euro per la direzione artistica e la conduzione del Festival di Sanremo 2009.
Allora, la volete un'altra bella botta di qualunquismo?
C'è qualcun'altro oltre a me che pensa che il compenso per suddetta prestazione professionale sia, come dire, un filino esagerato?
O anche, a scelta:
• Un insulto alla miseria?
• Uno spreco imperdonabile di denaro pubblico?
• Una follia bella e buona?

Come saprete dal mio post sulla televisione, so a malapena che esiste un individuo dal nome e dalle fattezze di Paolo Bonolis: ammetto di averlo visto in qualche spot di un noto caffé dove da anni spara cazzate seduto su nuvole di ovatta, ma ognuno si guadagna da vivere come può, e se una data azienda decide di investire tot denaro su un presentatore televisivo immaginando di ottenere un certo ritorno di immagine e vendere più caffé non sarò certo io a dirle che sono soldi mal spesi.
Ma nel caso della Rai, la faccenda è diversa.
Sono soldi pubblici.
E io voglio sapere, come dovrebbe volerlo sapere ogni italiano che ha pagato i suoi 108 euro di canone praticamente obbligatorio, perché bisogna (dobbiamo) pagare così tanto denaro una singola persona perché lavori per cinque singole serate.
Che non mi si attacchi la solfa della visibilità della manifestazione.
A parte i crolli degli ascolti delle ultime edizioni (36,46% di share quest'anno contro il 44,82% del 2007), se questo assunto fosse vero, perché io, che ho spesso realizzato campagne pubblicitarie stampate in tutta Italia e rimaste visibili per ben più che cinque serate, non ho ricevuto compensi altrettanto stratosferici?
Insomma, facciamo due chiacchiere da bar.
Quanto, secondo il buon senso, dovremmo (sì, noi, perché siamo noi ad aprire il portafoglio) pagare il buon Bonolis per la conduzione dell'irrinunciabile kermesse sanremese?
Dieci volte di meno, centomila euro? Duecento milioni di vecchie lire (che farebbero quaranta milioni a sera, o tredici milioni l'ora, o cento euro al minuto)? Divertitevi a fare altre divisioni, ma ricordate che ho già diviso per dieci l'effettivo compenso: Bonolis guadagnerà mille euro al minuto.
E allora, Paolo, di quanto potresti accontentarti?
<Diecimila euro? Comincia a sembrarmi già più umano.
Anche se, ci scommetto quello che volete, nessuno di voi ha mai beccato diecimila euro per cinque giorni di lavoro: è vero che non vi chiamate Paolo Bonolis, ma qualcosa di sproporzionato continua a saltarmi agli occhi, visto che, scopro, 100 euro sono il compenso medio per serata di un illustre sconosciuto sul più pidocchioso dei palchi romani; Bonolis verrebbe comunque pagato cento volte di più, direi che potrebbe tornarsene a casa felice e tranquillo.
Invece no, per staccare l'assegno a Bonolis la Rai deve passare col piattino esattamente da 9259 italiani, che, anche se molti di loro faticano (e faticheranno sempre più nel 2009) ad arrivare alla fatidica quarta settimana, i 108 euro di balzello devono farli saltare fuori lo stesso.
Che facciamo allora, la spegniamo questa tv o no?

La voce del qualunquista, parte 1


Oggi mi trovavo in uno di quei luoghi assai poco a misura d'uomo che proprio l'uomo, nella sua ottusità (voglio dar per buona che non l'ha fatto per cattiveria pura) è riuscito a creare: gli uffici postali.
Che, nella mia testa, sono posti anacronistici, stantii e resi obsoleti dalla telematica e dal diffondersi capillare della connessione alla Rete.

Insomma, è assurdo, veramente assurdo che nel 2008 io debba accompagnare mio padre ottuagenario ad un'ora praticamente antelucana (che se no ti fregano il posto) a mettersi in fila assieme altri residuati con una manciata di gradi di temperatura davanti un ufficio dove non c'è neanche da sedersi e dove un impiegato dietro un cristallo antisfondamento ti parla e lui, giustamente, non sente un cazzo di quello che gli dice ma gli porge un pezzo di carta e quello gli dà altri pezzi di carta che poi sarebbero soldi e io devo fargli da scorta sennò altri farabutti appena fuori glieli ciulano che tanto anche se li acchiappano (quasi mai) gli danno un buffetto e poi li rimandano fuori (quasi sempre) in modo che possano andare a farsi un altro vecchio.

Ma mio padre (classe 1924) è uno all'antica, non concepirebbe un accredito di denaro elettronico, che lui al fruttivendolo gli dà carta stampata mica bit.

Ma non è di questo che volevo parlare, quanto di questi postacci progettati da qualcuno che non ha la minima idea di come dovrebbero essere progettati, a iniziare dalla segnaletica.
Ma mi volete spiegare che cazzo significa "Prodotti Postali" e "Prodotti BancoPosta"?
Ben separati da due colori, verde acido il primo, blu il secondo, che hai il terrore di farti venti minuti di fila per trovarti poi davanti lo sportello sbagliato con l'omino che ti apostrofa "Cosa fai qui pirla, dovevi fare l'altra di fila, non hai letto il cartello?".
Sono in un Ufficio Postale, non dovrebbero essere tutti "Prodotti Postali", in teoria? Che bisogno c'è di confondere le idee ai (già di loro confusi) utenti?
Ma perché non scrivono chiaro e tondo, col linguaggio comune, che servizio viene offerto ad ogni sportello? O perché non abilitano ogni sportello a fare qualsiasi cosa?
E ancora: perché i tavoli occupati quasi per intero dagli espositori contenenti i bollettini in bianco e prestampati per le principali utenze sono sempre vuoti e sei costretto a elemosinarli all'impiegato infilandoti tra lui e il cliente che giustamente ti squadra torvo perché stai interrompendo la sua, di operazione?
E, in ultimo, perché mai negli ultimi anni gli Uffici Postali sono diventati spacci di cd, libri e dvd peraltro senza essere offerti alla benché minima condizione agevolata?
Ma voi, se volete comprare un cd, andate alla Posta o entrate da Ricordi? Non ho mai visto nessuno, nessuno comprare un libro o un film all'ufficio postale.
Cos'è 'sta cazzata? Chi ci guadagna?

giovedì 4 dicembre 2008

Io e la scatola magica

Ecco il mio rapporto con la televisione: non la guardo.
La leggenda vuole che, nel remoto 1995, l'antenna sul tetto venne giù in seguito una delle più rovinose trombe d'aria su Roma, e il sottoscritto, per pigrizia, non si decise a chiamare un antennista per ripristinare la ricezione delle trasmissioni tv... per i seguenti otto anni.
Otto lunghi anni in cui usai il televisore unicamente come monitor collegato al videoregistratore e al dvd player.
Facendo a meno di telegiornali, quiz a premi, spot, tribune elettorali, varietà, balletti, partite di calcio, dirette, differite, comici in ascesa, presentatrici in declino, talk show, reality, fiction.
Probabilmente esagero quando affermo che la mia mente ha preso un'evoluzione diversa da quella della maggior parte degli abituali consumatori televisivi, ma una cosa posso dirvi con certezza: tutto quanto sopra ho elencato non mi manca minimamente.
E non prendetelo per un atteggiamento snobistico: oggi, se entro in casa di amici e per caso c'è il televisore acceso, resto allibito dalla pochezza degli attuali palinsesti televisivi.
Sbalordisco davanti la pletora di mediocri conduttori con contratti che sfamerebbero famiglie intere per decenni applauditi da legioni di figuranti che si sforzano di entrare nell'inquadratura.
Mi abbiocco all'istante davanti i telegiornali fotocopiati dall'anno scorso e pilotati dalla fazione politica che li controlla.
Rabbrividisco di fronte la banalità e gli stereotipi nazionalpopolari proposti dalle fiction che impazzano su ogni canale.

Mi deprimo osservando che negli spot pubblicitari ci sono ancora automobili che sfrecciano su strade meravigliosamente deserte, famiglie di replicanti che fanno colazione in cucine luminosissime e con uccellini parlanti, assorbenti che volano, finti dottori in camice bianco che magnificano le proprietà di dentifrici tutti identici, locali popolati solo da modelli e modelle che bevono drink e si scrutano a vicenda con sguardi assassini.
Auspico la fine dell'umanità quando assisto a spezzoni del Grande Fratello o dell'Isola dei Famosi.
Non comprendo perché ora (in realtà da qualche anno, mi dicono) la Rai interrompa i suoi programmi con la pubblicità nonostante incassi un canone.
Non riesco a credere che la televisione si sia ridotta a questo.
Ma è così.

Nel 2003, per al prima volta dopo otto anni, un antennista entrava di nuovo in casa mia, ma stavolta aveva la tutina blu di Sky e un padellone di ferro sotto il braccio.
Perché i tempi cambiano, e oggi, se non hai la tv satellitare, sei un disadattato.
In realtà, ai tempi comperai quell'abbonamento come un regalo, e all'inizio lo snobbai come avevo fatto per gli ultimi otto anni nei confronti delle trasmissioni analogiche; poi, rimasto (finalmente) solo in casa, una sera cominciai a fare zapping qua e là.
La scelta aumentava notevolmente, ma la qualità no.
A tutt'oggi, la mia escursione su Sky va dal canale 301 al 320, quelli del cinema: potrebbero anche oscurarmi gli altri canali, sul serio.
E ieri sera, orgoglioso di esser finalmente riuscito (grazie dei consigli, Ari) a cucinare dei bastoncini di pesce che non si decomponessero in una poltiglia giallastra, mi sono seduto davanti il pannello a 42 pollici e ho iniziato a vagare tra il 301 e il 320.
E mi è capitato di vedere la strombazzatissima serie Romanzo Criminale: era già la quinta puntata, ma non ho avuto grossi problemi a seguire la vicenda.
Qualcuno l'ha già definita la migliore fiction italiana degli ultimi tempi.
Devo ancora riflettere se questa affermazione è facile sensazionalismo o potrebbe anche rispondere a verità.
Buona la cura di molti dettagli anni settanta (le capigliature, l'abbigliamento, le automobili) ma, per forza di cose, gli esterni non sono il forte di questa serie.
È incredibile come possa cambiare una metropoli in "soli" trent'anni: allo spettatore appena un po' smaliziato, salta subito all'occhio un autobus di un modello troppo nuovo, o un'insegna pubblicitaria o un telefonino che non dovrebbe esistere.
E l'obiettivo si stringe.
A parte questo, la recitazione dei giovani attori riuniti da Stefano Sollima per la serie tratta dal romanzo di Gianluca de Cataldo (che, lo ammetto, ho iniziato ma ho abbandonato per noia dopo appena due capitoli, non è proprio il mio genere) è piuttosto buona... anche se non basta parlare romanesco e dire "cazzo" ogni tre per due per essere credibili nella parte di giovanotti della mala.
E, anche qui, gli stereotipi fanno capolino un po' dovunque.
Un prodotto senz'altro sopra la media (non è difficile, vista la quantità di immondizia quotidianamente propinata nell'etere) ma forse non il capolavoro a cui molti stanno gridando.
Sempre secondo il mio parere di telespettatore atipico.

Così, un po' deluso, decido che è il momento di dare un'occhiata alla nuova creazione del nuovo mago della fiction degli ultimi anni: J.J. Abrams, che dopo i successi di Lost, Mission Impossible 3 e Cloverfield ha appena ultimato insieme a Damon Lindelof la produzione della nuova versione cinematografica di Star Trek.
Abrams deve averne di tempo (e di inventiva, naturalmente) visto che lo scorso 26 agosto su Fox America è stato trasmesso il pilot della sua nuova serie tv chiamata Fringe, dichiaratamente sci-fi.
E il bello del nostro secolo è che non bisogna più aspettare tempi biblici e capricci dei nostri distributori per vedere ciò che viene diffuso oltreoceano.
Il mio solerte software-slave si mette in caccia nel cyberspazio e dopo una nottata di silenzioso lavorìo bit dopo bit, me la presenta bella e pronta come un cane mi porterebbe il quotidiano del giorno stretto tra i denti. Certe volte, fa quasi paura.
Ieri sera ho trasferito i settecento megabyte di file avi sul Mac collegato al plasma e ho lanciato il VLC Player.
Nel cast noto almeno un paio di volti televisivi noti, il non eccessivamente amato bamboccione Joshua Jackson senz’altro più a suo agio in Dawson’s Creek e Lance Reddick, l’attore che interpreta il misterioso Matthew Abbandon in Lost. La protagonista femminile è una certa Anna Torv, una specie di versione più giovane e carina di Veronica Cartwright.
Come per Lost anche Fringe prende il via da un aereo: Abrams non è riuscito a resistere e se si sommano i numeri 627 del volo si ottiene 15, uno dei numeri maledetti di Lost (ma c’è veramente qualcuno che si gasa per una cosa così stupida?).
Il Volo 627 atterra col pilota automatico a Boston. Tutti i passeggeri e l’equipaggio sono morti, consumati da un qualcosa che ha letteralmente dissolto tutte le parti molli dei corpi. Da qui l’agente Olivia Dunham insieme al suo collega/amante dovrà fare luce sull’accaduto.
Cosa manca a Fringe? Vediamo:
- Minaccia internazionale: c’è.
- Agente FBI integerrimo: presente.
- Microorganismo letale: c’è.
- Incidente aereo: c’è.
- Scene splatter: ci sono.
- Inseguimenti: anche troppi.
- Scienzato pazzo: presente (e lasciamo perdere che dopo anni di detenzione sia ancora il migliore sulla piazza)
- Simpatica canaglia con infanzia problematica ma sotto sotto buono: presente.
- Capo burbero, alla Skinner: presente.
- Telepatia, alterazione del DNA, cure e medicinali improbabili e tecnobabble: in abbondanza.
Ecco. C’è quasi tutto.
Appunto, quasi. La regia di Abrams, del tutto ordinaria (eccettuata la trovata delle didascalie in 3D che vanno a far parte della scenografia), non esenta il pilot da essere abbastanza scontato. L’eccesso di “carne al fuoco” e la francamente esagerata facilità di soluzione delle beghe più nere rendono questo telefilm francamente improbabile, lontanissimo dall’essere il nuovo Lost e invece pericolosamente simile a un poco riuscito mix tra X-files, Alias e Millennium.
Non credo che sprecherò altro tempo su Fringe, oltre l’ora e mezza investita nel guardare il pilot, se la sceneggiatura è tutta lì.
Peccato, dovrò proprio trovarmi altro da fare in attesa della quinta stagione di Lost.
Di cui, per dirlo alla romana, sono letteralmente a rota.
(per chi ha contratto la mia stessa malattia, QUI un succulento sneak peek della puntata 5x01 - Beacause you left, della stagione che verrà. Che, ve lo ricordo, prenderà il via a gennaio. Ibernatemi fino ad allora)

martedì 2 dicembre 2008

-185

Cento. Ottanta. Cinque giorni.
Sei mesi e spicci.
Non ce la farò mai.

domenica 30 novembre 2008

Incapaci di sbagliare

Kappa (nell'elenco dei blog imperdibili nel colonnino a destra) ha colpito ancora.
Le sue strip tra l'iMac e la "stupida scatola" (un Pc) sono quasi invariabilmente irresistibili.
Recuperatele tutte sul suo blog e passate una domenica pomeriggio distensiva.

Vieni, mio bel gatto

“Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;
ritira le unghie nelle zampe,
lasciami sprofondare nei tuoi occhi
in cui l'agata si mescola al metallo”.
Charles Baudelaire

“Mi dà sempre un brivido quando osservo un gatto che sta osservando qualcosa che io non riesco a vedere“.
Eleanor Farjeo

“Io non conosco il gatto. So tutto sulla vita e i suoi misteri ma non sono mai riuscito a decifrare il gatto“.
Pablo Neruda

“I gatti sono stati messi al mondo per contraddire il dogma secondo il quale tutte le cose sarebbero state create per servire l'uomo“.
Paul Gray

“Dio ha creato il gatto per procurare all'uomo la gioia di accarezzare la tigre“.
Joseph Mery

sabato 29 novembre 2008

Il padre di tutti i gadget

Dovreste saperlo giù: spesso gli oggetti superflui mi attirano, anche se mantengo verso di essi un atteggiamento critico.
In genere, mi accosto ad essi il più vicino possibile (diciamo fino a toccarli con la punta del naso), li studio ipnotizzato per un po' e poi mi allontano, facendo appello alla mia parte razionale per non precipitarmi alla cassa ad acquistarne uno, se non due.
Solo che l'oggettino che vedo oggi "esibirsi" in una nota catena di elettronica di consumo mi lascia un filo interdetto.
Ho detto "esibirsi" e non "esibito" non a caso.
È prodotto da Sony e gli uomini del marketing lo hanno commercializzato col nome di Rolly.
Se è acceso, è impossibile non notarlo.
Una specie di supplì di plastica bianca che si muove su due ruote, agita degli sportellini come fossero alucce (o minuscole braccia) ed emette luce che cambia continuamente colore. Lo vedo agitarsi a ritmo di musica e mi rendo conto che è proprio il cosino ad emetterla.
Non posso credere che una cosa così piccola suoni così bene, ma è così.
Mi ci avvicino e lo studio come fosse un animaletto bizzarro.
Scopro che è il primo lettore mp3 semovente in grado di associare movimenti e colori alla riproduzione musicale. Può analizzare ogni brano registrato nella sua memoria da due gigabyte con un algoritmo proprietario e creare da zero una coreografia in tempo reale.
In altre parole, Rolly è il fottuto padre di tutti i gadget.
È la risposta del mercato più spiazzante alla crisi imperante in tutto il mondo occidentale che potessi vedere.
Sembra sorriderti con un immenso ghigno di plastica e dirti: "Sì, sono del tutto superfluo, ma eccomi qui: qualcuno mi comprerà, cosa credi?"
Sì, perché il cosino targato Sony costa 399 euro.
Sarebbe un filo troppo caro anche se costasse dieci volte meno.
Eppure eccolo là, danzare come se non ci fosse un domani sulle sue rotelline bianche prive di attrito.
E ha ragione lui, qualcuno se lo comprerà.
Siamo davvero una specie bizzarra.

giovedì 27 novembre 2008

Che bisogna fare...

...per avere il tempo per fare cose come questa?
No, davvero, sono seriamente interessato alla risposta.
Fantastica.
QUI l'immagine finale 1200x750.

mercoledì 26 novembre 2008

Guarda e impara, 9

Nel nostro paese, se non fai vedere grande e grosso il prodotto reclamizzato, ben difficilmente il tuo layout sarà approvato.
È una visione sorpassata e ristretta.
Splendide campagne pubblicitarie, rigorosamente non italiane, dimostrano che è possibile raggiungere effetti dirompenti senza mostrare neanche un centimetro dell'oggetto da pubblicizzare.
E, visto che un'immagine vale più di mille parole, eccovi come esempio questa campagna per la Peugeot 207 realizzata dall'agenzia cilena Euro RSCG.
Il claim recita: Da 0 a 100 in 7,2 secondi. Peugeot 207 RC.
Vi ho convinti?

Senza titolo (per ora)

La photoshoppata di oggi.
Dimensioni originali 1286x1738 pixel.
Ancora senza titolo.
Accetto suggerimenti.

martedì 25 novembre 2008

[Recensione] Consigli per le letture.


FactorY
di Gianluca Morozzi (storia) e Michele Petrucci (disegni)
Edito da
Fernadel.
Euro 12.

Sto aspettando da un bel pezzo il nuovo romanzo di Gianluca Morozzi, vale a dire uno dei più validi scrittori italiani secondo il sottoscritto (non un emergente, ha pubblicato il suo primo romanzo, Despero, gia nel 2001, non proprio giovanissimo, classe 1971, ma dannatamente bravo) ma l'uscita del suo Colui che gli dei vogliono distruggere è slittata dallo scorso ottobre al prossimo gennaio, e così devo "accontentarmi" delle sue collaborazioni con Michele Petrucci con cui aveva già dato vita, un annetto fa, al Vangelo del Coyote, graphic novel che non avevo apprezzato. Ieri la commessa della Feltrinelli alla mia richiesta "È uscito niente del Moroz?" mi ha messo in mano questo volumetto, che si propone come un romanzo a fumetti strutturato come un serial tv, suddiviso in tre volumi che usciranno a cadenza quadrimestrale e che comporranno la "prima stagione" di questa serie.
L'idea non è male, e reca con sé pregi e difetti della struttura dei serial tv. I disegni non mi fanno impazzire (il caricaturale mi piace solo sulle strisce, vedi alla voce: Calvin & Hobbes), e la storia richiama un po' troppo alla mente il plot di The Cube, che forse alcuni di voi ricorderanno (un film di fantascienza del 1997 diretto da Vincenzo Natali ambientato interamente in un cubo-prigione al cui interno sei persone si risvegliano intrappolate senza conoscerne il motivo). Se non l'avete visto, ve ne raccomando caldamente la visione (ne hanno girato anche un buon sequel, Hypercube, e un discreto prequel, Cube Zero.
FactorY per le prime 160 pagine di questo volumetto regge piuttosto bene e mantiene l'atmosfera sinistra e claustrofobica che Morozzi aveva già dimostrato di saper efficacemente descrivere in BlackOut.
Una lettura veloce ma non banale, uno spunto non nuovissimo ma che spinge continuamente a interrogarsi sul dove vogliono andare a parare gli autori: un po' come capita guardando Lost, in un certo senso.
E questo è uno dei pregi.
Il difetto è che, esattamente come Lost, bisogna mettersi l'anima in pace ed attendere le altre uscite quadrimestrali per sapere come procederà e si concluderà la storia.
Quindi, almeno per ora, giudizio sospeso.
Ma di Morozzi mi fido (persino quando ha scritto un libro a sfondo calcistico è riuscito a non anoiarmi) e 12 euro è un costo piuttosto basso per il tipo di edizione.

P-HPC Post-Human Processing Center
di Ausonia
Edito da Bloom.
Euro 19.
Non esattamente un fumetto.
Sfogliandolo distrattamente, è impossibile capirci qualcosa.
Post-Human Processing Center utilizza fumetto tradizionale, fotografie ritoccate e immagini digitali per raccontare un'unica storia.
Una storia che a me ha ricordato molto quella di Eternal Sunhine of the Spotless mind, da noi tradotto con l'orrendo titolo di Se mi lasci ti cancello, migliore opera (finora) del visionario Michel Gondry, anche se sostanzialmente diversa.
Anche qui, un ragazzo e una ragazza (che si amano) che si rivolgono a un'impresa che cancellerà i loro ricordi ma che non potrà, nonostante tutto, tenerli lontani.
Le analogie sembrano fermarsi qui, la P-HPC, il nome della ditta a metà tra la fabbrica automatizzata e un laboratorio di genetica ha come scopo la "cosificazione" volontaria degli esseri umani, persone trasformate in oggetti attraverso una serie di operazioni chirurgiche e di un lento, dolce e sistematico lavaggio del cervello.
Il baloon si fa più spesso didascalia, e presto le parole e i pensieri dei protagonisti si fanno asciutto codice binario, ma una triste ineluttabilità nella vicenda permea la storia di uno strano romanticismo fino all'ultima pagina.
Non è facile assemblare e rendere coerenti tanti media diversi senza perdere in attenzione, ma Ausonia (pseudonimo di Francesco Ciampi), ci riesce molto bene.
Splendida l'edizione, stampata interamente a colori su carta di qualità.




New Universal
Scritto da Warren Ellis e disegnato da Salvador Larroca
Edito da Panini Comics.
Euro 12.
Gli americani sono criticabili per un discreto numero di buone ragioni, e per qualche ottima ragione.
Ma su un terreno sono quasi imbattibili: i fumetti.
Immaginate un mondo dove non esistono supereroi con superpoteri: tipo il nostro, ma non esattamente il nostro. C'è qualche piccola differenza: ad esempio, il beatle ucciso è Paul e non John. In questo mondo, a un certo punto nel cielo brilla l'Evento Bianco.
E quando si spegne, quattro persone si ritrovano con dei poteri superumani.
Potrebbe sembrare estremamente banale, se non fosse che alla sceneggiatura c'è un certo Warren Ellis, che, se vi prenderete il disturbo di dare un'occhiata alla sua pagina su Wikipedia, scoprirete che ha un curriculum lungo come la fila che c'è per uscire a cena con Christina Aguilera.
È una storia magnifica e coinvolgente e assolutamente attuale.
Bellissimi anche se un po' statici i disegni di Salvador Larocca, che, influenzato dalla moda per le fisionomie realiste, trasforma tutti i personaggi in attori hollywoodiani: potrete riconoscere, tra gli altri, Josh Holloway (il biondo di Lost), Johnny Depp, Bruce Willis e così via.
Centocinquantadue imperdibili pagine.

E ora, uscite a cercarli.

Se senti una di queste 8 cose... SCAPPA!

Questo post si riallaccia ai due precedenti, e vuole esserne un'integrazione.
Ci siamo divertiti tutti a dileggiare le castronerie ascoltabili da un aspirante designer a un colloquio d'assunzione, ma anche dall'altra parte della barricata non si scherza.
Come scrivevo, non è passato poi troppo da quando ero io a "fare il giro" delle agenzie di comunicazione, e anch'io ho raccolto una discreta serie di frasi che col tempo ho imparato a decodificare.
E sarei molto, molto ingiusto se non mettessi voialtri a parte di queste perle di saggezza acquisita.
Da notare, anche qui, che le seguenti frasi me le sono sentite ripetere ben più che una volta ciascuna.
“Il nostro budget non è alto”.
Ti pagheremo un tozzo di pane e una crosta di formaggio. Se ti pagheremo.
“Per il compenso, poi ci accordiamo”.

Studieremo un modo per non darti nemmeno un soldo.
“Lei ha un suo computer? Può portarlo con sé, all'occorrenza?”

Siamo dei poveracci, e non possiamo permetterci di comprare un computer per il grafico. E anche se potessimo, non abbiamo nessuna intenzione di comprartelo.
“Facciamo qualche giorno di prova, e poi vediamo come va”.

Preparati a un paio di mesi a paga zero, al termine dei quali ti butteremo fuori a calci.
“L'orario di lavoro è elastico”.

Se vuoi, attrezzati con un materassino perché regolarmente ti chiederemo di fare notte in agenzia.
“Lei è automunito?”

All'occorrenza, ti utilizzeremo come fattorino.
“La nostra agenzia cerca di venire incontro alle esigenze del cliente”.

Preparati ad azzerbinarti in maniera assolutamente indecorosa.
“Qui facciamo un lavoro di squadra”.

Non prenderai mai una decisione esecutiva e il tuo parere non conta una beneamata ceppa.

lunedì 24 novembre 2008

10 cose da non dire mai...

...quando andate da qualche AD a far vedere il vostro portfolio:
“Questi son lavori vecchi che non mi piacciono più”
E allora che me li hai portati a fare?Sì, lo so che sono prevalentemente illustrazioni, ma la pubblicità non mi interessa”.
Gesù salvaci.
“Capisco che il mio lavoro sia diverso dal genere che fate voi, ma pensavo che magari aveste deciso di introdurre qualcosa di meno vecchio e noioso”.
Sciogliete i cani, per favore.
“No, la vostra agenzia non l'ho mai sentita, ma mi sono detto: proviamoci con tutte”.Almeno è sincero.
“Io però uso Windows”Noi no.
“No, questi sono layout che ho fatto così... a casa ho della roba meglio”.E sta bene a casa.
“Ho cambiato il logo della vostra agenzia perché così mi sembra migliore”.Grazie.
“Pensavo di propormi come art director”.In effetti ne abbiamo bisogno.
“Qual è la mia postazione?”In piedi accanto la fotocopiatrice ti andrebbe bene?
“Queste sono le mie condizioni, non accetto altro”.La richiamiamo noi.

Notare che ognuna di queste frasi me le sono sentite dire tutte almeno un paio di volte.

Posso farle vedere il portfolio? (parte 2)

Torniamo sul discorso “come presentare il portfolio”.
Diamo per scontato che avete organizzato per bene i vostri lavori, che siete convinti della loro qualità e che vogliate mettervi alla prova.
Avete preparato per bene il vostro portfolio, siete riusciti ad ottenere un colloquio presso l'agenzia dei vostri sogni... ora è il momento della verità,
Cosa fare?
Anche in questo caso, è sufficiente che vi comportiate con educazione, senza sommergere di parole il vostro interlocutore, ma neanche consegnargli il portfolio e poi restare nel silenzio più assoluto.
Naturalmente, il vostro lavoro dovrebbe già parlare da solo, ma qualche parola di accompagnamento sarà gradita.
Accompagnamento, non giustificazione.
Non adducete scuse come "questi sono lavori vecchi", "questi li ho fatti quando ero disoccupato", "questi erano belli ma il cane me li ha mangiati"...
Se voi per primi non siete convinti di quel materiale, allora perché lo avete messo nel portfolio?
Se il curatore vi fa delle domande, rispondete efficaciemente ma con sintesi.
Se il curatore sfoglia velocemente il vostro portfolio, non è un buon segno.
Ma non è necessariamente vero il contrario.
Se non vi sembra interessato e vi liquida in cinque minuti, non insistete.
Forse le cose che fate non sono quelle che servono all'agenzia dove vi state proponendo o forse (e questa è l'ipotesi peggiore) i vostri lavori non sono interessanti.
Non lasciatevi abbattere, ma anzi chiedete un consiglio alla persona che vi sta davanti. Nove su dieci non ve la rifiuterà, anzi, si sentirà la coscienza sollevata dall'avervi respinto e può darsi che vi arrivino anche ottimi consigli.
Ma, tornati a casa, non smontate il portfolio da cima a fondo.
Ricordate che quello che non interessa a Walter & Thompson, magari può interessare a Saatchi.
Se non interessa a nessuno... allora forse è il caso di mettere in discussione la bontà o il senso dei lavori che avete proposto, prima di cominciare a dire che siete dei grandi incompresi ed emigrare in Inghilterra o in Olanda.
Se il curatore vi sembra interessato, quasi certamente non vi darà subito una risposta, perché magari ha altri candidati da esaminare, o deve consultarsi con qualcun altro, o semplicemente vuole pensarci su.
Lasciategli un campione del vostro lavoro con sopra scritti i vostri recapiti, informatelo chiaramente della vostra disponibilità e, se ci riuscite, estorcetegli un indirizzo email diretto a cui potete scrivergli per "tenersi in contatto" (frase magica che fa da preludio a una prossima collaborazione).
Non svendetevi, non scodinzolate, ma neanche fate una scena del tipo "Non sapete che occasione avete perso".
In questo mestiere servono il talento, la professionalità, ma pure la tenacia.
Per il resto... in bocca al lupo!
PS Questo post non poteva essere completo senza questo video (in italiano). Se vi piacerà come è piaciuto a me, ringraziate lui.

domenica 23 novembre 2008

Vintage movie graphics

Oggi siamo abituati a rutilanti locandine cinematografiche composte in Photoshop utilizzando fotografie di scena ritoccate e mescolate a elementi realizzati in computergrafica.
Ma solo negli anni settanta, i poster cinematografici erano quasi tutti rigorosamente disegnati e dipinti con tecniche tradizionali, spesso con eccellenti risultati: penso a poster "storici" rimasti nella memoria di tutti, come quelli realizzati (cito a caso) per Arancia Meccanica, Via col Vento, La donna che visse due volte, La Cosa di Carpenter, ma anche Star Wars nel lontano 1977.
Negli anni trenta e quaranta, poi, uscirono autentici capolavori, che definirono un'epoca.
Ora... cosa sarebbe accaduto se blockbuster anni duemila come Batman: Il Cavaliere Oscuro, Spiderman o Terminator (ok, questo era del 1984) fossero usciti in quei ruggenti anni in cui Photoshop non era neanche nell'immaginazione di quei talentuosi illustratori?
Lo ha immaginato l'artista digitale Timothy Lim, con una serie di poster rivisitati in quell'indimenticabile stile.

mercoledì 19 novembre 2008

Posso fare a meno di tutto, tranne che del superfluo... (Oscar Wilde)

Ormai l'ho capito: se scriveranno un epitaffio sulla mia lapide, non potrà che essere: Qui giace Cyberluke. Di tutto quello che non serviva un cazzo, non s'è mai fatto mancare niente.
Il fatto è che si vedono in giro certe cose.
Ma certe cose.
Fatevi prendere per mano.
Ve ne mostrerò alcune.

Questa brocca. Non vorrete più versare il vino in nessun altro modo. O annaffiare le piante senza stile. Perché non si sa mai chi vi osserva dall'altro balcone.



Qual è il modo più naturale di scoprire se abbiamo la febbre?
Mettere una mano sulla fronte, ovviamente.
È quello che devono aver pensato alla Yanko Design progettando questo termometro.
Semplice ed efficace.


Avete una poesia preferita? O una frase che vi ha sempre colpito? O volete fare una dichiarazione d'amore originale?
Da adesso potete letteralmente materializzarla commissionandola QUI.
Suggerimento: fa molta più scena dopo il tramonto.

Lo ammetto, di chiavette USB dalle forme bizzarre ne abbiamo fin sopra i capelli.
Peccato che quelle sugli scaffali dei negozi nostrani siano sempre le stesse, noiose quanto una puntata di Porta A Porta.
Questa tiene solo 512Mb, ma vi arriverà a casa per la miseria di diciotto dollari.
Ed è simpatica assai.

Tra le tante scemenze, questa una certa utilità ce l'ha, quindi, tecnicamente, non dovrebbe stare qui.
Diciamo che serve ad alleggerirci un po' la coscienza.
Asciugatore da interni in ABS. Quando fuori proprio non vuole smettere di piovere. Trenta miseri dollari. E guardate che design. Cosa aspettate?

Tutto il mondo è a dieta.
Lo saprete già. Metà del mondo per assomigliare ai modelli, l'altra metà perché non ha un tubo da mettere sotto i denti.
Questo oggetto è pensato per la prima metà, dove verosimilmente ci siete anche voi e me.
Un contenitore per alimenti con spazi ben definiti per la tipologia di schifezze che intendete mangiarvi a pranzo: naturalmente, lo spazio più piccolo è per i dolci e i cibi ipercalorici, quello di mezzo per la frutta e la verdura, quello più grande per il riso e il pane.
Insomma, a dieta ma con stile.

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