Non riesco a crederci.
Ti abbiamo perso.
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martedì 2 luglio 2019
martedì 23 giugno 2015
Elvis e la tempesta.

Elvis è il mio gatto e, a che io ricordi, è il primo gatto veramente tutto mio da sempre.
Elvis è scemo come solo i gatti molto allegri e molto inconsapevoli sanno essere.
Per gran parte del suo tempo, Elvis dorme di un sonno che assomiglia più al coma profondo. Quando è sveglio, Elvis va in cerca di coccole, cibo, prede visibili e invisibili, non necessariamente in quest’ordine.
Elvis apparentemente ha una visione del mondo limitata e butta il suo sguardo superiore e indifferente sulle vicende umane in un modo che spesso lo invidio.
L’origine di Elvis è incerta.
La veterinaria che me l’ha affidato quando era lungo solo quindici centimetri, ha detto che era stato trovato mezzo morto in strada, coperto di sangue e con bocca e lingua spaccate.
Ho cresciuto Elvis come un figlio e l’ho portato con me attraverso cinque traslochi. In ogni casa, si è adattato alla grande e si è trovato i suoi spazi personali.
A guardarlo, sembrerebbe un gatto nibelungo, una variante a pelo lungo del Blu di Russia. I primi soggetti conosciuti in Europa provenivano da Arkhangelsk, in Russia, da cui il nome Gatto di Arkhangelsk, Arcangelo Blu.
È un mistero come un gatto insolito come lui sia finito qui.
Però Elvis non sa di essere di un gatto di razza e quindi non se la tira.
Oggi me ne stavo sprofondato sul divano a leggere, ed Elvis, come tante altre volte, mi ha raggiunto senza alcuna fretta e si è fermato – perfettamente di fronte a me – a fissarmi.
È una cosa che fa spesso.
Ho alzato lo sguardo verso di lui e ho ricambiato il suo sguardo.
Per un minuto.
Per due.
Al terzo minuto, ho perso la battaglia e ho abbassato gli occhi.
Sono rimasto perplesso e anche un po’ inquieto.
Elvis all’improvviso sembrava mortalmente serio e mi fissava con quello sguardo del tutto indecifrabile che è proprio solo dei gatti e di quelli che riescono a vedere che sta arrivando una tempesta molto, molto prima di te.
“Fin qui, tutto bene” mi ha detto il mio gatto, che è pure un appassionato di Kassovitz. Io ho chiuso il libro, ho annuito e sono andato ad aprirgli una scatoletta di tonno.
Poi sono uscito. Quando sono tornato, non è venuto ad accogliermi. Dormiva in un sonno profondo come un coma, ma sono sicuro che mi ha sentito lo stesso.
Elvis è scemo come solo i gatti molto allegri e molto inconsapevoli sanno essere.
Per gran parte del suo tempo, Elvis dorme di un sonno che assomiglia più al coma profondo. Quando è sveglio, Elvis va in cerca di coccole, cibo, prede visibili e invisibili, non necessariamente in quest’ordine.
Elvis apparentemente ha una visione del mondo limitata e butta il suo sguardo superiore e indifferente sulle vicende umane in un modo che spesso lo invidio.
L’origine di Elvis è incerta.
La veterinaria che me l’ha affidato quando era lungo solo quindici centimetri, ha detto che era stato trovato mezzo morto in strada, coperto di sangue e con bocca e lingua spaccate.
Ho cresciuto Elvis come un figlio e l’ho portato con me attraverso cinque traslochi. In ogni casa, si è adattato alla grande e si è trovato i suoi spazi personali.
A guardarlo, sembrerebbe un gatto nibelungo, una variante a pelo lungo del Blu di Russia. I primi soggetti conosciuti in Europa provenivano da Arkhangelsk, in Russia, da cui il nome Gatto di Arkhangelsk, Arcangelo Blu.
È un mistero come un gatto insolito come lui sia finito qui.
Però Elvis non sa di essere di un gatto di razza e quindi non se la tira.
Oggi me ne stavo sprofondato sul divano a leggere, ed Elvis, come tante altre volte, mi ha raggiunto senza alcuna fretta e si è fermato – perfettamente di fronte a me – a fissarmi.
È una cosa che fa spesso.
Ho alzato lo sguardo verso di lui e ho ricambiato il suo sguardo.
Per un minuto.
Per due.
Al terzo minuto, ho perso la battaglia e ho abbassato gli occhi.
Sono rimasto perplesso e anche un po’ inquieto.
Elvis all’improvviso sembrava mortalmente serio e mi fissava con quello sguardo del tutto indecifrabile che è proprio solo dei gatti e di quelli che riescono a vedere che sta arrivando una tempesta molto, molto prima di te.
“Fin qui, tutto bene” mi ha detto il mio gatto, che è pure un appassionato di Kassovitz. Io ho chiuso il libro, ho annuito e sono andato ad aprirgli una scatoletta di tonno.
Poi sono uscito. Quando sono tornato, non è venuto ad accogliermi. Dormiva in un sonno profondo come un coma, ma sono sicuro che mi ha sentito lo stesso.
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