mercoledì 31 marzo 2010

Allora ci si vede stasera.

Va detto: a Roma, qualsiasi anfratto, localino o sottoscala abbastanza grande da accogliere un palco, due microfoni e un paio di casse da concerto dà asilo a chiunque abbia velleità artistiche e sia convinto che il mondo sarebbe un posto migliore se a fargli da colonna sonora ci fosse la loro musica.
Ogni sera non c'è che l'imbarazzo della scelta tra gruppetti pseudorock, metallari tatuati in canotta nera, esordienti avanguardisti, coveristi selvaggi e jazzisti dell'ultim'ora in t-shirt di Miles Davis.
Ma se stasera volete sperimentare qualcosa di diverso, vagamente a metà strada tra i Tangerine Dream e i Kraftwerk, ma con un tocco vintage assolutamente personale, passate all'Aran Pub (dietro piazza dei Re di Roma) ad ascoltare gli Star Robot System... Max è da parecchio che sta lavorando duro a questo live zero, e gli faccio volentieri un po' di pubblicità.
Io sarò quello in prima fila con l'aria finto annoiata.

(e, certo che sì, i manifesti del concerto glieli ho fatti io.)

update: QUI trovate uno screenshot del manifesto... realizzato completamente in Illustrator.

[RECE] Il profeta


Qualche sforzo da parte nostra c'è, e sarebbe fazioso affermare il contrario.
Ma, siamo sinceri: la Francia (ma anche Taiwan, la Romania e la Turchia), in fatto di cinema, ci straccia come e quando vuole, dandoci anche cinque anni di vantaggio.
Quindi, lo dico subito e a chiare lettere: questo Il Profeta di Jacques Audiard, figlio d’arte (suo padre Michel è stato regista e soprattutto sceneggiatore di notevole carriera), regista di film tosti come Tutti i battiti del mio cuore e Sulle mie labbra è l'ennesima (dura) lezione di cinema per i cineasti di casa nostra... che chissà se, solo nello scorso anno, si sono degnati di recuperare pellicole come Le dernier gang, Les liens du sang, Cortex, Secret Defense, Les insoumis, Chrysalis, La Clef.
Questo film non è il solito film di genere carcerario sullo stile di Le ali della libertà o di Last Man Standing, anzi, è l'antitesi di operazioni del genere. Audiard non esercita alcun distacco rispetto alla sua filmografia di riferimento, non la ironizza, non la sovverte, non la parodizza e nemmeno la omaggia con saccente accondiscendenza.
Audiard realizza questo film con una serietà assoluta, credendoci fino in fondo e senza alcun compromesso e se nella pellicola si sente forte il peso di autori di riferimento come il Siegel di Fuga da Alcatraz, parecchio cinema di Scorsese e delle pagine del romanziere detenuto per eccellenza Edward Bunker, queste influenze sono vissute dal regista più come una sorta di lascito da seguire e riverire, piuttosto che da reinventare.
Tutto nel film trasuda amore, attenzione e ossessione.
Audiard dirige in maniera quasi maniacale lo straordinario Tahar Rahim che interpreta un giovane detenuto franco-arabo (il cui crimine non è menzionato nemmeno una volta), straniero tra due mondi che finisce per trascendere... lontanissimo dalle stilizzazioni spesso inesatte di tanti registi di derivazione televisiva, al punto che, dopo la visione de Il Profeta, pellicole come Romanzo Criminale hanno l'impatto di una puntata dei Simpson.
Ovviamente, consigliato.

martedì 30 marzo 2010

Aveva ragione Luttazzi?

A quanto pare, sì.

Lost 6x09 - Ab Aeterno (no spoiler)

Se, dopo una partenza in quarta della sesta (e conclusiva) stagione di Lost questa ultima stava cominciando a sembrarmi fiacca e stiracchiata e sempre più pericolosamente vicina a una non-risoluzione di un bel nulla, l'ultimo episodio trasmesso dalla Fox (Ab Aeterno) mi ha riacceso le speranze.
Ab Aeterno, completamente incentrato sul bel personaggio di Richard Alpert, è Lost allo stato puro.
C'è appena un filo di melensaggine nel finale, ma nel complesso è una puntata solida, appassionante, sceneggiata ad arte e che – cosa sempre gradita – fornisce anche un paio di importanti risposte.
Se non vi foste mai accostati a Lost e doveste guardare per sbaglio questa puntata, vi appassionerete all'intera serie.
Spero, vivamente, che riuscirà a tener botta fino alla fine.

lunedì 29 marzo 2010

Sconsigli per gli acquisti.

Che la Rete abbia dato sfogo a chiunque su questa Terra avesse una puttanata assolutamente superflua da produrre in serie e da vendere a chiunque fosse munito di uno straccio di carta di credito (e oggi, le carte di credito le regalano ai 16enni che si aprono un conto on line), lo sapete già tutti.
Che alcuni di questi oggetti improbabili abbiano o meno un'effettiva utilità, lascio ai singoli la facoltà di deciderlo.
Che molti di essi siano (volontariamente o involontariamente) comici nella loro assurdità (assurdo= inammissibile, impensabile in quanto contrario alla ragione, dal dizionario di Wikipedia) è anche questo un dato di fatto... e non posso che applaudire chi si è preso carico di riunirli in un unico, rutilante, esilarante blog (rigorosamente in italiano) dove troverete, tra le altre cose, aroma di vulva in fiale, fasciature per organi genitali, cagnolini robot sbavanti, pietre preziose ottenute dalle ceneri di vostra nonna, stencil per farsi un pizzetto perfetto, coprirumori da gabinetto, gioielli anali (avete letto bene), simulatori di verginità, rosari digitali e molto, molto altro ancora.
Assolutamente da frequentare quando siete un po' giù di morale.
Grazie a Simona per la segnalazione.

sabato 27 marzo 2010

Ok, è primavera. È ufficiale.

C'è chi coglie come segnale il primo ramo fiorito di pesco.
Chi il banale aumento della temperatura, chi l'arrivo della proverbiale rondine, mentre altri – i meno ispirati – si attengono al calendario... e per loro arriva il 21 di marzo, pochi ricami.
Per me, primavera è quando vedo la prima ragazza a piedi nudi in tacchi alti, e non un attimo prima.
Anche quest'anno, seppur con un piccolo ritardo, è arrivata. Urrà.

venerdì 26 marzo 2010

Analogia.

Non sono mai stato un grande fan di Luttazzi.
Ma stamattina in radio hanno trasmesso quasi per intero questo suo intervento di ieri sera a Rai per una notte, e non ho potuto fare a meno di portarlo anche alla vostra attenzione... nell'improbabile eventualità che ve lo siate perso.
Diventa indimenticabile dal quarto minuto in avanti, ma è tutto piuttosto godibile.
Il guaio è che la gente continua a ridere, quando il tempo di ridere è finito da un bel pezzo.

giovedì 25 marzo 2010

Io ci vado!


Sì, lo so, non se ne sentiva il bisogno: ma, che vi piaccia o meno, Adobe continuerà a sfornare nuove versioni della sua Creative Suite, e la prossima release è prevista per il prossimo mese. Sapete già come la penso su Photoshop... per renderlo più appetibile di come è già adesso dovrebbero dotarlo di un modulo di Intelligenza Artificiale.
Ad ogni modo, alla presentazione ufficiale io ci vado.
Magari mi ricredo e, alla peggio, mi sarò servito dal solito, eccellente buffet.
QUI l'iscrizione gratuita per la data del 27 aprile a Milano e QUI per quella del 29 a Roma.
Ci si vede là?

mercoledì 24 marzo 2010

A volte, ritornano.

Ci sono certi giorni in cui sono più convinto di altri di avere un rapporto difficile coi miei simili.
Se da una parte, ho smesso di aspettarmi cenni di umanità dal mio prossimo, concludendo che certe cose avvengono solo al cinema e nelle fiction televisive (tipo: andiamo a farci una birra e due chiacchiere? che ne dici se quest’estate ci facciamo una settimana di vacanze assieme? passavo di qui, entra, rimani a cena? ci facciamo due spaghetti), dall’altra non riesco a fare a meno di restare colpito dall’opportunismo di chi, quando ha bisogno di me, non esita a rifarsi vivo come se non fossero mesi o anni che non si degna di farmi una telefonata o mandarmi un biglietto d’auguri per Natale o un sms per il compleanno.

Ho un nome preciso in testa, che non farò perché a voi non direbbe niente.
Vi basti sapere che sto parlando di una persona che per anni è stata una figura importante per me, colui che dal profondo del cuore mi sentivo di definire il mio migliore amico, ma che poi non mi ha neppure invitato al suo matrimonio, uhm, gli sarà passato di mente, chissà.

È da un concerto di ormai quattro anni fa che non lo vedo più, e ricordo vagamente di averlo ospitato una notte da me per vederlo (anzi, non vederlo affatto) sparire in silenzio la mattina dopo perché aveva da fare qualcosa di più interessante che passare del tempo con me.
Non ricevo posta da lui da anni e anni, ciononostante ricordo perfettamente di avergli inviato, l'ultima volta nel Natale 2008, un cd di musica selezionata, masterizzata e copertinata dal sottoscritto e un biglietto di auguri.

Probabilmente sono uno che ci pensa pure troppo su ste cose... ma alla fine, già parecchio tempo fa ormai, decisi che era ora di tirare i proverbiali remi nella proverbiale barca.
Come accaduto altre volte, da qualche parte dentro di me si colma un vaso nascosto, e chiudo i rubinetti dell'emozione.
In qualche schedario invisibile la sua faccia slitta al cassetto più in basso, quello dei ricordi, destinati a farsi sempre più sbiaditi: dopotutto, la vita continua, giusto?
Eppure...

...qualche sera fa, ero già a letto, il loop di Synchronicity dall'iPhone mi distrae dai miei pensieri pre-notturni (un misto di programmi a breve termine, ricordi della giornata e visioni di Christina Aguilera a bordo piscina).
Alzo pigramente l'oggettino e guardo il display.
È proprio lui.
Mi informa che sta venendo a Roma con suo fratello per non meglio identificate beghe legali, e, no, non mi propone di mangiare un boccone tra una bega e l’altra, ma si informa se posso indicargli un albergo a buon mercato per lui e suo fratello.
Ma certo. La mia maschera di formale cortesia, perfezionata in anni di complessi rapporti sociali, non si smonta certo per lui.
Senza eccessivo impegno, mando un sms a Fabrizio, chiedendogli se c’è posto nel suo hotel... che ci sarebbe pure, ma non certo a buon mercato.
Oh, che peccato. È davvero un peccato. Investo altri dieci centesimi in un sms e informo il mio miglior ex amico che, se proprio vuole, deve sborsare centosessanta euro.
Naturalmente, non ricevo neanche una risposta (del tipo: azz, è un po’ troppo caro, comunque grazie lo stesso, ci sentiamo presto vecchio mio) e non me ne stupisco.
Spengo il telefono e per le seguenti otto ore dormo come un bambino.

I prossimi post saranno qualcosa di meno personale.

martedì 23 marzo 2010

Ferma l'attimo.

Se anche a voi piace – come a me – Michel Gondry (regista de L'Arte del Sogno, Be Kind Rewind, nonché autore di videoclip per Les Négresses Vertes, Terence Trent D'Arby, Björk e Massive Attack), andrete pazzi per questo spot girato per il Kindle di Amazon.
La regia non è sua, ma l'ispirazione è chiara.
Trenta secondi di luminoso stop motion nel grigiore dei nostri martedì.

sabato 20 marzo 2010

Probabilmente non ce n'era bisogno...


...perché l'originale, a distanza di ventitré anni, resta ancora un capolavoro nel suo genere.
Ma, considerate le risorse che la Fox ha investito in questo reboot (produzione di Robert Rodriguez e un cast che vede, tra gli altri, Adrien Brody e Lawrence Fishburne), io questo Predators di sicuro non me lo perdo.

Il 9 luglio negli Stati Uniti.

venerdì 19 marzo 2010

Proprio quello di cui avevo bisogno.

Anzi, no.
La verità è che – eccettuata questa – non mi serve proprio niente, anche se sono assolutamente certo che la mia vita sarebbe più piacevole se mettessi le mani su...

Aurora Watch (concept)
Provateci solo a insinuare che non sia elegante. Le lancette (rossa per i minuti, blu per le ore) sono disegnate col laser direttamente sul quadrante, e compaiono semplicemente toccandolo. Purtroppo, per ora è solo un concept di Jihun Yeom.

Photoshop frame
Una cornice-Photoshop. C'mon: uno come me può non averla?
O, perlomeno, non desiderarla?
A 69 dollari QUI.

Sottobicchieri iPhone
Per quanto possa camuffarmi, la mia anima geek salta fuori come Roger Rabbit al richiamo di "ammazza la vecchia". E questo set di sottobicchieri iPhone è il catalizzatore ideale.
Li trovate QUI, per la miseria di 59 dollari e 99, assieme a un set di icone Adobe e uno dedicato a Internet e ai feed RSS.


Beosound 5

Bang & Olufsen, quanto a design, ha sempre dato gli schiaffi a tutti, Apple compresa.
Il Beosound 5 prosegue la sana tradizione.
Quello che vedete è il controller di questo impianto che userebbe Darth Vader a bordo della sua navetta: può essere poggiato su una superficie piana o fissato al muro, ha uno schermo da 10,4 pollici 1024 x 768 e rotella di scorrimento nei menu di alluminio lucido sexy come la pancia di Paris Hilton. Il Beosound 5 utilizza come database musicale un server da 500GB connesso a Internet e un sistema intelligente che crea da sola playlist sulla base del ritmo, pause, tonalità e armonie vocali... un po' come fa l'algoritmo Genius di iTunes, solo che questo aggeggio fa molta, molta più scena. Il tutto per 4000 euro.

Accappatoio Jedi
Pur non essendo un fanatico di Guerre Stellari, ammetto che questo accappatoio da doccia Star Wars Bath Robes in cotone 100% velour potrebbe farmi assomigliare di più a Ewan McGregor nei panni del più nobile cavaliere Jedi mai esistito... e, tra qualche annetto, anche ad Alec Guinness.
QUI a soli 65 euro.

Tende avvolgibili Better Views
Adoro questa idea: invece delle normali persiane per nascondere la vista orribile cui si è costretti in certe città si potrebbero usare queste Better Views avvolgibili di poliestere nero traforato, per avere in casa paesaggi notturni di Parigi, Helsinki, Tokyo, Stoccolma e Berlino.
Sono della designer finlandese Elina Alto e sono piuttosto care (475 dollari), ma aspetto di vederle da Ikea non appena qualcuno si renderà conto che ne venderebbero a vagonate.

giovedì 18 marzo 2010

Manuale di sopravvivenza per freelance - parte 3

Non sottovalutatevi.
Il freelance non ha vita facile. Toglietevelo dalla testa.
C'è moltissima competizione nella ricerca di un lavoro e potrebbe accadervi di dover accettare qualsiasi offerta che vi capiti a tiro.
Dovrete sviluppare un senso di auto-valutazione, particolarmente quando si tratterà di fissare il prezzo.
Chiedere compensi troppo alti è il modo migliore per allontanare i clienti, come stabilire tariffe troppo basse potrebbe farvi passare per degli sprovveduti. In giro potrete trovare consigli di ogni sorta sugli onorari da richiedere, ma è soprattutto una questione di esperienza.
Ai primi stadi della carriera, le agenzie e gli studi grafici possono convincervi a lavorare gratis o a prezzi stracciati.
Decidete a seconda del caso, giacché se si tratta di un nome di spicco (Saatchi&Saatchi, Young & Rubicam, Leo Burnett, Lowe Pirella Gottsche, David Ogilvy e poche altre), di una società prestigiosa o, semplicemente di un lavoro che darebbe lustro al vostro portfolio, potrebbe anche valerne la pena.
Ma se la stessa agenzia si ripresenta con la medesima proposta, dovete chiedere la tariffa piena.
Se accampano la scusa che stanno correndo un rischio e che dovete provare le vostre capacità, allora la verità è che cercano manodopera a basso costo.
Eliminate i rami secchi e dedicatevi al 100% a uno studio grafico che vi tratti onestamente.
Parecchi cialtroni conoscono metodi anche più subdoli per farvi lavorare a tariffe ridotte: per questo dovete essere costantemente vigili. Una delle loro laide strategie consiste nel farvi iniziare un progetto senza essere pagati, con la promessa che discuterete il compenso in un secondo momento.
I problemi arrivano quando usano le vostre idee ma non voi, affidando a un altro il compito di terminare il lavoro. In alternativa può accadere che avviate un progetto e che, in corso d'opera, siano inseriti altri piccoli incarichi... ma se si tratta di quel genere di compiti che normalmente vi fareste pagare, assicuratevi di essere retribuiti.
Non solo sottostare a questi trucchi ignobili vi arreca un danno economico, ma la voce può spargersi col rischio di ritrovarvi parecchi altri "clienti" che cercano di ingaggiarvi per una miseria.
Se usano il vostro lavoro, devono pagare per averlo: è una regola semplice. Quindi, non abbiate timore di pretendere ciò che vi spetta.
Se il peggio è già successo, QUI troverete qualche buon consiglio da chi se ne intende in materia giuridica più di me.

E ora, qualcosa di noioso.
Non illudetevi: avete solo due strade, o pagare un commercialista o fare tutto da soli, e in questo caso dovrete conoscere le leggi e mantenervi informati in tema di tasse e tenere sempre aggiornata la contabilità, in modo che non si accumuli.
Una delle decisioni più importanti che dovrete prendere è se volete lavorare totalmente da soli o costituirvi in una società... il che può essere vantaggioso (ma non crediate che sarà solo la vostra società e non voi ad essere responsabile dei debiti contratti), anche in termini di prestigio. Se le cose ingranano come si deve, potreste anche assumere altre persone o subappaltare alcune commesse.
A quel punto, dovrete sottostare a regole più complesse e la scelta di un commercialista che vi aiuti a gestire i libri contabili e i rapporti con la Camera di Commercio diventerà obbligata... ma avete voluto la bicicletta, e ora vi tocca pedalare.

mercoledì 17 marzo 2010

Manuale di sopravvivenza per freelance - parte 2

Trovate la vostra nicchia, e sistematevici al meglio possibile.Una volta, attrezzarsi una workstation in casa aveva un costo proibitivo: solo nel 1995, il Macintosh top di gamma poteva costarvi qualcosa come quindici milioni di lire, e non avevate neanche tutta la RAM che vi serviva (con meno di 64MB eravate dei barboni).
Insomma, vi eravate indebitati fino al collo e ancora non avevate uno schermo decente (all'epoca, un tubo da 20" era un mostro inarrivabile), uno scanner (mica come adesso che ve li tirano dietro da Trony per 49 euro e 90), né una stampante per controllare i layout.
Anche se pochi lo dicono, la riduzione del prezzo degli strumenti hardware e software è uno dei motivi per cui la libera professione ha esercitato negli ultimi anni una grande attrattiva per gli addetti ai lavori.
Ma non si fa in tempo ad attrezzarsi che arriva la prossima, grossa necessità per un freelance a tempo pieno: venire presi sufficientemente sul serio.
Conosco colleghi che, per essere all'altezza dell'immagine degli studi più conosciuti e per camuffare – in definitiva – il fatto di essere in realtà dei freelance, fondano piccole società individuali.
Presentarsi come uno "studio" conferisce un alone di professionalità, ed esercita un impatto diverso sui nuovi clienti.
In ogni caso, esistono altri modi per dare un'idea di affidabilità, e il migliore è affittare un locale da adibire a studio.
Qualcuno di voi sarà abbastanza fortunato da vivere in una casa abbastanza grande da trasformare una o due stanze, ma se volete affrontare seriamente il lavoro in proprio, in genere è meglio escludere l'ambiente domestico, per più di un buon motivo.

Siate professionali. Sempre.
Non importa quanto siete bravi. Oltre che validi creativi, dovete essere anche buoni manager. Conosco alcuni professionisti di talento che mancano totalmente di spirito organizzativo, il che li rende dei pessimi freelance. Una mia collega faceva delle illustrazioni vettoriali spettacolari, roba che io me la sogno. Mi capitò un incarico che non avevo né tempo né competenze per portare avanti... così glielo passai volentieri, convinto di fare un favore a lei, al mio cliente, e anche a me stesso, perché avrei comunque fatto – di riflesso – una bella figura.
Purtroppo, questa si presentò regolarmente in ritardo, fraintese le direttive perché non le leggeva in modo adeguato e si dimostrò del tutto inattendibile su un progetto che aveva una scadenza precisa.
I dipendenti possono anche passarla liscia per un lavoro fatto male... ma nessuno ingaggerà nuovamente un freelance che lo abbia deluso.

Affilate le armi.
Ricordatevelo: sarete soli, là fuori, e sventolare la vostra mazzetta Pantone™ non basterà.
Dovete farvi pubblicità, della buona pubblicità.
Fatevi un sito web personale. Potrà sembrarvi ovvio, ma se i potenziali clienti non possono accedere facilmente a una rassegna delle vostre opere non vi contatteranno.
Il sito non dev'essere un'ostentazione (a meno che non siate web designer) e deve mettere in primo piano il vostro lavoro.
Rifuggite le mode e create delle gallery facili da consultare, senza troppi fronzoli, animazioni e suonini irritanti.
Aggiornatelo regolarmente e assicuratevi che chi lo consulta possa accedere velocemente ai vostri contatti.


E ora, in caccia!
Avete stabilito di essere tagliati per la vita dei freelance.
Ora chiedetevi se le società con cui volete lavorare sono dello stesso avviso.
Il mondo dei freelance è un campo minato, retto da uno spirito corporativo, dove molti professionisti sono convinti di esercitare maggior controllo se il lavoro è svolto in casa.
Avete in mente qualche società a cui state per spedire il vostro CV? Normalmente, anche le più piccole sono costantemente sommerse di curricula e di book, e non accade troppo spesso che si avvalgano di artisti digitali freelance, soprattutto per motivi di budget: in poche parole, cercano di fare "in casa" tutto quello che gli serve, sfruttando le proprie risorse al costo di qualche ora di straordinario in più (quando questo viene retribuito, cosa assolutamente non scontata).
Questo naturalmente potrebbe non valere quando le società sono oberate di lavoro o sono impegnate su progetti che richiedono competenze specifiche.
In qualità di art director per la società per cui lavoro, passo in rassegna portfolio e cv, ma spesso non ho l'opportunità di inserire quel lavoro in un contesto specifico.
In sostanza, spesso è solo questione di presentarsi al posto giusto nel momento giusto: il che ha lo stesso significato di "avere una gran botta di culo", ma suona molto più professionale.
In linea di massima, posso dirvi che, quando ci serviamo di freelance, abbiamo una certa preferenza per i freelance a tempo pieno, perché lavorano velocemente, con professionalità e offrono maggiore impegno: non considerano il lavoro come un riempitivo e impiegano un'energia che trova un'espressione nelle loro opere.
Il vero problema è di trovarne di validi e che siano disposti a lavorare per i budget che possiamo permetterci.
L'anno scorso, ci trovavamo in un momento di particolare impegno, e pubblicammo un'inserzione per cercare un designer che lavorasse con noi con un contratto a termine. Non avete idea di quanti giovani volenterosi si presentarono alla mia scrivania, e tutti, una volta conclusosi il colloquio, si alzavano nutrendo la speranza di essere i "prescelti", tornando a casa in attesa di una nostra chiamata pronti a precipitarsi al primo cenno... ma alla fine, ne prendemmo uno e uno soltanto.
La percentuale di esclusi era di circa venti a uno.
Una lettera scritta correttamente e un CV con esempi di lavoro sono d'obbligo. Alcune persone usano particolari espedienti per farsi notare, ma ciò a cui siamo interessati è una prova concreta del lavoro fatto dal candidato.
Cercate di ottenere un colloquio, e preparate al meglio il vostro portfolio.
QUI troverete qualche mio consiglio su come presentarvi.
Siate voi i primi giudici del vostro lavoro, e siate il più severi possibile. Eliminate senza pietà dal portfolio qualsiasi lavoro non vi convinca pienamente, o i lavori più vecchi che non hanno più collegamento alla cultura e alla società attuale: anche il design invecchia, e un'impaginazione o un logo progettato negli anni novanta potrebbe non apparire più fresco nel 2010.
Si tratta di scelte dolorose, ma necessarie. È inutile inzeppare il portfolio di roba, anche se pubblicata in passato, se la maggior parte è vecchiume che voi stessi disconoscete.
Un'altra raccomandazione è avere chiara un'idea del posto dove vi state proponendo. È imbarazzante per tutti presentarsi con un book pieno di splendide illustrazioni in un'agenzia che progetta allestimenti o con una serie di loghi a una casa editrice: apprezzeranno le vostre capacità professionali, ma non tireranno fuori dal cappello un lavoro per voi.

(continua)

martedì 16 marzo 2010

Manuale di sopravvivenza per freelance - parte 1

Faccio una breve e forse ovvia premessa.
Per il lavoro, è un periodo nero. E, sì, lo so che ce lo ripetono fin da quando siamo usciti da scuola come un mantra, ma stavolta, complice la recessione dell'anno scorso (che in realtà aveva i suoi prodromi ben prima del 2009), è particolarmente vero.
Nessuno assume nessuno (almeno io non ne ho notizia, e di gente ne sento parecchia nell'ambiente), e la sola speranza per creativi e designer assortiti è rimediare qualche commessa come freelance, e poi un'altra, e un'altra, e un'altra fino a coprire le vostre esigenze.
C'è poi il caso di coloro che, attratti dalla prospettiva di gestire personalmente il proprio tempo decidono di lasciare il loro impiego per mettersi "in proprio"... il che, naturalmente, potrebbe rivelarsi più complesso che procurarsi una linea ADSL e passare al setaccio i propri contatti per sondare possibilità di collaborazione.
Come voi, là fuori, ce n'è un piccolo esercito, e istituti come lo IED continuano a sfornare a getto continuo concorrenti agguerriti ad una velocità superiore a quella che l'attuale mercato della grafica può permettersi di assorbire... con l'abbastanza ovvio risultato che c'è una gran competizione a rendere precario il vostro stile di vita.

Ma non voglio solo deprimervi con questi discorsi: esiste un'altra faccia della medaglia, solo che è riservata a chi riesce, in qualche modo, a sfondare.
Senza un capo che vi dica cosa fare, un'agenzia che vi indichi il lavoro da eseguire o altri che lucrano (spesso, alla grande) sul vostro operato, l'attività in proprio può rivelarsi una scelta decisamente remunerativa.
Inoltre, diventare liberi professionisti significa che potrete gestire il tempo a vostro piacimento... il che non significa solo fare le due del mattino sul Mac, ma di prendervi più ore da dedicare a voi stessi, al vostro fidanzato/a-marito/moglie/figlio/gatto/cane.
Significa che potrete concedervi una vacanza lunga un mese se ne avete bisogno, o che potrete andare a prendere i bambini a scuola ogni giorno, se lo desiderate.
Significa che potrete dedicarvi allo studio mentre lavorate (difficile, ma non impossibile: un mio amico si è laureato in antropologia mentre impaginava una rivista per motociclisti), che potrete andare a fare la spesa prima che i negozi chiudano, che se dovete chiamare l'idraulico o l'elettricista non sarete costretti a prendere ferie o chiedere permessi, che se una mattina proprio non è aria ve ne restate sotto le coperte senza accendere il telefonino.
Purtroppo, dovete scordarvi le garanzie, di qualsiasi tipo, e contare solo sulle vostre forze – con una salda fiducia nelle vostre capacità – per affrontare questa scelta col necessario vigore.
E di vigore, credetemi, ne serve parecchio.

Sono nato per fare il freelance?
Alcuni di noi sono tagliati per la vita da freelance, al contrario di altri.
Ceri lavori riescono meglio quando il soggetto può chiudersi nel suo studio e isolarsi dal mondo (vero, Gabriele?) mentre altri sono più produttivi quando ricevono suggerimenti e ispirazioni da più fronti.
Voi che tipi siete? La vostra personalità ha un'importanza fondamentale: dovrete imparare ad autogestirvi ed essere preparati a fare i conti con la solitudine, col vostro commercialista e, naturalmente, con la bestia peggiore di tutte: il cliente.
Quando sarete sicuri di poter mettere il lavoro al primo posto nella vostra vita, di essere pronti a proporvi e ad essere respinti (soprattutto se siete agli inizi), potrete buttarvi nella mischia anche voi.

Proprio quello di cui si sentiva il bisogno, un altro graficoAvete la vostra corazza (o credete di averla). Quello che dovrete imparare alla svelta se volete sopravvivere fino al prossimo versamento trimestrale dell'Iva è la capacità di mantenere i clienti e di essere sempre cordiali quando lavorate, mostrando un atteggiamento positivo e senza mai – almeno all'apparenza – farvi vedere amareggiati se siete reduci da una serie di porte chiuse in faccia.
Ricordate che un breve colloquio può aprirvi la porta a un mare di opportunità e che dovete essere abili nel giocare le vostre carte, nel far sentire la gente a proprio agio e nel carpirne la fiducia.
È altrettanto vitale stringere rapporti con altri freelance e con le agenzie, anche se vi limitate a comunicare per email. Cercate di raccogliere quante più informazioni potete sul modo di lavorare e di rapportarsi col cliente e i fornitori: non ci sono regole scritte, e l'esperienza sul campo è qualcosa che nessuna scuola può insegnare.
(continua)

sabato 13 marzo 2010

Logorama.

Oscar per il miglior corto d'animazione 2009: intelligente, surreale e con un numero incredibile di trovate e intuizioni... insomma, una perla.
Se esistono creativi (in questo caso, Francois Alaux e Herve de Crecy) che riescono a fare roba così, c'è ancora speranza per il mondo.
Qui sotto in full lenght version e doppiato in italiano.
Che vorrete di più, poi, cazzo.

venerdì 12 marzo 2010

I 10 comandamenti di Dieter Rams.


1) Il buon design è innovativo.
2) Il buon design rende un prodotto utile.
3) Il buon design è estetica.
4) Il buon design ci aiuta a capire un prodotto.
5) Il buon design non è invasivo.
6) Il buon design è onesto.
7) Il buon design è durevole.
8) Il buon design è curato fino all'ultimo dettaglio.
9) Il buon design è rispettoso dell'ambiente.
10)Il buon design il più semplice possibile.

Dieter Rams oggi ha 78 anni, ed è uno dei più grandi designer della nostra epoca.
Ha disegnato macchine per il caffè, calcolatrici, radio, giradischi, rasoi elettrici, prodotti da ufficio.
Molta della sua roba è esposta al MoMa e in altri musei di tutto il mondo.
È inevitabile che persone talmente dotate non siano fonte di ispirazione per nuove generazioni di progettisti... anche a distanza di parecchi anni, a conferma della bontà di un approccio improntato completamente alla semplicità d'utilizzo e alla purezza delle forme: per dirla come lui, weniger, aber besser... il che suonerebbe, più o meno, di meno, ma meglio.
Vi sta venendo in mente Apple, per caso?
Pensate ai prodotti Apple: il loro design è ridotto ai minimi termini.
Guardateli: non si vede una vite, un incastro, una linea di giunzione, una saldatura. Niente.
Prendeteli in mano. Toccare quelle superfici levigate – vetro, alluminio satinato, policarbonato a doppio cristallo – è del tutto diverso che manipolare qualsiasi altro oggetto.
C'è un rapporto tattile tra i prodotti Apple e le persone che gli altri oggetti non si sognano neppure... forse perché non è stato preso in considerazione nella loro fase progettuale.
Dieter Rams ci aveva pensato già mezzo secolo fa, ed ecco la sua roba finita nei musei d'arte moderna: mica male per una radiolina di plastica.
Jonathan Ive, direttore del centro stile di Apple, ha studiato con attenzione la lezione di Rams.
E l'ha studiata talmente a fondo da permeare e contaminare tutta la sua (peraltro notevolissima) produzione. Per alcuni, una forma di devozione che rasenta il plagio puro e semplice... ma i risultati sono talmente buoni che viene voglia di dire: avercene dieci, cento, mille, di Jonathan Ive.
Qua sotto: a sinistra oggetti disegnati da Rams tra gli anni cinquanta e settanta, e a destra prodotti Apple disegnati da Jonathan Ive.
Se siete interessati ad approfondirne le rispettive biografie, andate QUI e QUI o QUI.

giovedì 11 marzo 2010

È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. O no?


Tempo fa, parlai della fattibilità dei robot da combattimento che hanno popolato la nostra infanzia e adolescenza, senza trascurare l'annoso problema energetico che affligeva persino un piccoletto dall'aria innocente come Astro Boy.
Leggere questo post sul blog di Glauco, mi ha fatto tornare voglia di parlarne, affrontando la cosa – una volta di più – da un punto di vista banalmente teorico.
Cos'hanno di speciale i robottoni da combattimento dei manga e degli anime rispetto tutti gli altri robot partoriti dalla letteratura e dal cinema di fantascienza?
Ok, sono più grossi, e, spesso, più armati.
Ma non solo: mancano di autosufficienza, e devono essere pilotati da qualcuno al loro interno.
Il che, se da un lato rende la faccenda piuttosto romantica (l'eroe non sarebbe tale se ne stesse comodamente seduto in poltrona in qualche base remota a spingere qualche leva), fa del pilota del robot un mestiere schifoso.
Vediamo perché, e iniziamo da qualcosa di facile: camminare.
Mazinga Zeta è alto circa 18 metri. Secondo le schede tecniche che si trovano in giro, può camminare a circa 50 chilometri orari, cioè 14 metri al secondo.
La maggior parte delle persone si alza e si abbassa di circa tre centimetri a ogni passo: essendo Mazinga Zeta dieci volte più alto di un comune essere umano, questa cifra va moltiplicata per dieci. Il che significa che Koji Kabuto viene sballottato in continuazione su e giù a balzi di trenta centimetri sulla poltrona, mentre corre a una velocità di 50 chilometri orari: nulla di piacevole... ma, se ci si allena a sufficienza, immagino sia possibile resistere alla nausea.
I veri problemi iniziano quando Mazinga inizia a correre. Sempre secondo i suoi creatori, la sua velocità di corsa è di 360 chilometri l'ora... circa cento metri al secondo, dieci volte il record massimo di Carl Lewis.

L'atleta compì i cento metri in 9,92 secondi bruciandoli in 43 passi , cioè un passo ogni 0,23 secondi. Secondo i calcoli (pubblicati nella Scienza della corsa di Hiromichi Kobayashi), i suoi piedi si trovarono contemporaneamente sospesi in aria per 0,14 secondi, e a terra per 0,09.
Nel caso di Mazinga Zeta, queste cifre vanno di nuovo moltiplicate per dieci... il che significa che si troverà in aria per 1,4 secondi e a terra per 0,9, disegnando una parabola alta 2,4 metri e larga 230: ora, quando un corpo descrive una smile parabola, al suo interno si verifica una momentanea assenza di gravità. Avete presente quando siete in discesa sulle montagne russe o viaggiate in aereo e c'è un vuoto d'aria? Quella sensazione di stomaco che esce dalla bocca è causato esattamente da questo tipo di decelerazione gravitazionale, ed è quella che prova il pilota di Mazinga Zeta per 1,4 secondi... prima di ripartire per un altro passo, proprio come il vagoncino delle montagne russe risale all'istante dopo la picchiata, schiacciandovi contro il sedile.
Quando un essere umano corre, questa pressione è pari circa tre volte il suo peso, ma le forze in gioco nel caso di un robot alto diciotto metri sono dieci volte superiori, quindi, se Koji pesa settanta chili, sarà sottoposto ad un'alternanza continua di totale assenza di gravità e di una pressione di oltre due tonnellate ogni 2,3 secondi (grafico qua sotto).
Tutti i corpi solidi, se sottoposti a sollecitazioni ripetute, si logorano e si spezzano, metalli compresi. Kabuto potrebbe sopravvivere a due o tre colpi di questo tipo, ma non ad una serie ogni 2, 3 secondi. Resterebbe con tutte le ossa spezzate dopo pochi passi.
E dopo la corsa, i salti.
Mazinga Zeta può balzare fino a 20 metri d'altezza. Nel salto, quando si ritorna al suolo l'impatto è proporzionale all'altezza del salto stesso. Il pilota sperimenterebbe quindi una caduta da un'altezza di venti metri, pur restando legato al suo seggiolino. Al momento dell'impatto la sua velocità è di oltre 70 chilometri orari, ma non è il solo fattore da prendere in considerazione. C'è la durata del salto: questa varia (e non poco) a seconda di come il robot atterra. Se piega le ginocchia il salto durerà mezzo secondo e la forza d'impatto sarà di 280 chili... già abbastanza devastanti, ma guardando le immagini dell'anime, Mazinga Zeta salta in posizione praticamente eretta... e probabilmente ha delle ottime sospensioni, perché non affonda neanche nel terreno. Non piegandosi, la durata del salto precipita a 0,2 secondi, e la forza d'impatto schizza a sette tonnellate.
7 tonnellate è la potenza media: nell'istante di picco, è ancora più intensa. Se tutto l'impatto viene assorbito dalle sospensioni del robot, il pilota, a meno che non sia dotato di muscoli bionici, finirebbe spiaccicato come budino.
Ma questo, amici, è ancora niente.Questi robot sono progettati sostanzialmente con un solo scopo: combattere.
Ed è proprio il combattimento che sarebbe l'attività più pericolosa da svolgere standovi al suo interno.
L'antropoformizzazione di questi oggetti ha portato i suoi creatori a farli combattere, oltre che con laser, missili e proiettili di vario tipo, anche col caro, vecchio, corpo a corpo.
Leggo, sempre sulla scheda tecnica, che Mazinga Zeta ha una potenza di circa 750.000 cavalli, ed è lecito presumere che i suoi avversari dispongano di una forza equivalente. La forza di un pugno è in funzione dell'energia del robot e del tempo impiegato per scagliarlo. Un colpo mediamente veloce viene sferrato in circa mezzo secondo. Con una potenza di 750.000 cavalli, l'energia prodotta in questo lasso di tempo è di 24.000.000 di joule... di cui circa la metà viene dispersa dall'attrito, un quarto colpisce il bersaglio e un quarto finisce nel contraccolpo.
Ma, considerato che la superlega con cui è costruito non cede di un millimetro (non l'abbiamo mai visto ammaccato, giusto?), l'intera metà di 24.000 joule si trasforma in energia cinetica, che farebbe volare all'indietro il robot per 1,2 chilometri a 390 chilometri orari, con quasi la stessa velocità d'impatto al suolo.
Possibilità di sopravvivenza per il pilota umano? Praticamente inesistenti.
E vi ricordo che nella cabina di pilotaggio non si vedono cinture di sicurezza... che, anche se fossero presenti, non farebbero che diminuire le probabilità di morire. Secondo la legge dei grandi numeri, sottoposto a ripetuti attacchi, il pilota del robot finirà alla lunga con il lasciarci la pelle, cintura o non cintura.
Semplificando, se senza cintura le probabilità di morire sono pari al 100% e del 10% con la cintura, dopo dieci attacchi la probabilità di sopravvivere sarà del 35%, e dopo venti del 12%.
Se calcolate che un robot, in una qualsiasi puntata del vostro anime preferito è sottoposto a una media di venti attacchi, il suo rischio di mortalità è superiore all'88%. Voi ci salireste?
Magari state pensando ad un airbag.
Efficace, certamente... solo che può funzionare una sola volta. E riempire di airbag la cabina potrebbe non rivelarsi la soluzione più pratica, considerato il numero di attacchi del nemico.
Un'idea abbastanza inedita potrebbe essere riempire la cabina di un liquido a bassa viscosità (come l'alcool), dove il pilota potrebbe guidare immerso vestito di una tuta stagna. Immerso nel liquido, però, il pilota sarebbe isolato dai movimenti del robot, e tutti i suoi movimenti sarebbero rallentati e piuttosto goffi.
Conclusione: qualunque robot da combattimento che implica la presenza di un pilota al suo interno contiene un cruciale errore di progettazione.
Il pilota farebbe prima a starsene al sicuro nella base di cui vi dicevo all'inizio, e pilotarlo a distanza. Non c'è davvero alcun motivo plausibile per costringere un poveraccio ad andare a massacrarsi volontariamente dentro un robot alto decine di metri che si muove a svariate centinaia di chilometri orari... se non proprio il fascino dell'idea che questo si muove in sintonia col suo pilota. Che, però, una volta morto, non serve più a niente.

Grazie ancora a Rikao Yanagita, che ha condotto un'accurata analisi sulla scienza dei manga e degli anime... comprate il suo libro se vi ha divertito il contenuto di questo post (Anime University, Kappa Edizioni).

mercoledì 10 marzo 2010

Sì, ok... ma c’è un fottuto manuale?


Che ci piaccia o no: in giro se ne vede sempre di più e sempre più bella.
È l'infografica (contrazione di Information graphic), e, sintetizzando, è un modo di organizzare e rappresentare dati e informazioni in maniera grafica.
È abbastanza diffusa sul web, ma soprattutto su quotidiani, riviste e, e in generale ovunque sia necessario trasmettere un’informazione in modo semplice e immediato.
L'amico Onice gli dedicò un post qualche tempo fa, e io, stolto come sempre, la sottovalutai.
La mia nota avversione ad un programma scritto da sadici come Adobe Illustrator, dovrebbe tenermene lontano (vedi alla voce: facciamolo fare a qualcun altro, se proprio ci tiene), ma in realtà dentro di me mi ronza la voglia di imparare a produrne anch'io.
Mi sono informato, e ho scoperto poco.
Ho scoperto che la facilità di rappresentazione è inversamente proporzionale al suo grado di astrazione: in termini semplici, più la rappresentazione è realistica, più è semplice da intepretare. Maggiore è il grado di astrazione, più oscuro diviene il significato.
E fin qui, diciamo che poteva essere anche abbastanza ovvio.
Ho scoperto che, fermo restando il paletto del realismo, i migliori risultati si ottengono eliminando i dettagli non utili... e anche qui, vedi sopra.
Visibilità, semplicità e immediatezza sono i concetti che dovrebbero essere alla base della progettazione di qualsiasi infografica efficiente (ma anche di qualsiasi grafica, in definitiva).
Ho pensato che un buon inizio sia avere ben chiaro che tipo di informazione si stia cercando di comunicare: spaziale, cronologica, quantitativa oppure – come spesso accade – una combinazione di tutte e tre.
Prepararsi un bello schizzo a mano dettagliato della nostra infografica potrebbe un ottimo modo di proseguire.
Immagino che lo strumento "crea grafico" di Illustrator (purtroppo, bisogna usarlo) possa tornare utile in una prima fase di conversione dei numeri a elementi grafici.
Insomma, di ottimi esempi ne ho trovati parecchi (alcuni sono in coda questo post, QUI c'è un blog – in spagnolo– dove ce ne sono dozzine, e potete trovarne altri usando il motore di ricerca immagini di Google) ma di tutorial veri e propri, perlomeno in italiano, neanche l'ombra... e se mi sbaglio mandatemi un link, vi sarò debitore.

ps E ora sapete cosa c'entra il video dei Royksopp in apertura.

lunedì 8 marzo 2010

Meno male che ci siete.


Una delle cose che più cerco di evitare con tutte le mie forze, nella vita privata come nel lavoro e nel rapporto con gli altri, è il banale.
Il banale è l'Arma Definitiva contro di me: mi ammazza, mi annichilisce, mi stende, di spegne.
Quando fiuto o odo il banale, nei corridoi di un ufficio, ascoltando la radio, captando un discorso sull'autobus o al centro commerciale, in coda al supermercato, leggendo un titolo di un giornale, scorrendo i forum su Internet, facendo zapping, il minimo di senso di appartenenza che provo per la razza umana se ne va in briciole e mi viene voglia di fare la fine di Tom Hanks in Cast Away (Matteo mi dice sempre di stare attento a quello che desidero, e dopotutto potrebbe aver ragione).
Ma quest'oggi, a rischio di apparire banale e banalizzante (colpa forse ancor più grave), parlerò delle donne.
E di quanto siano creature fantastiche, illogiche, inesplicabili, paranoiche, contraddittorie.
E meravigliose.
Banalmente meravigliose.

Le guardo camminare con lo sguardo fisso a terra perché spesso è la loro unica difesa contro le trivialità di un genere maschile al quale spesso mi vergogno di appartenere.
Le guardo la mattina presto stipate sugli autobus con un lavoro da raggiungere e che non amano ma che fanno e zitte.
Le guardo mettersi il rossetto nel minuscolo specchietto di un'antina parasole ferme in coda con la serietà di un'attrice la sera della prima e la tenerezza di una ragazzina che pasticcia con i trucchi.
Le guardo soffrire su tacchi troppo alti e coprirsi la bocca quando ridono e deprimersi quando non riescono più ad abbottonarsi i jeans dell'anno scorso.
Le guardo dover marciare sempre a pieno regime per dimostrare tutto quello che noi non dobbiamo solo per millenarie ed inique convenzioni.
Le guardo camminare sul filo dell'equilibrista quando escono con un uomo per non apparire né vergini di Norimberga né puttane (e riuscendoci con una grazia che qualsiasi uomo si sognerebbe).
Le guardo svendersi in strada, estate e inverno, non certo perché era questo che da bambine immaginavano o sognavano.
Guardo le loro bocche muoversi quando parlano, i loro occhi fissare qualcosa che io non riesco a vedere, i loro capelli raccolti con una matita, le loro mani su una tastiera di computer o di pianoforte, le dita dei piedi flesse inginocchiate in una libreria.

Se rinasco, voglio rinascere donna. Soffiare nel cappuccino bollente tenendolo con tutte e due le mani per scaldarmi e poi alzare lo sguardo e incontrare lo sguardo di qualcun altro.
E iniziare, lentamente, molto lentamente, a sorridere.

domenica 7 marzo 2010

Ogni anno ci riprovano...


...con una costanza che meriterebbe miglior fortuna (o, al contrario, un'azione risoluta di massa).
Dovrebbe essere una questione di scelta, ma sembra che nella nostra repubblica delle banane qualcuno ci sia messo d'impegno – con lievissime e furbissime modifiche agli art. 1 e 2 del regio decreto 246 del 21 febbraio 1938 – per costringere, de facto, chiunque a pagare il canone Rai.
Hai un televisore? Devi pagare.
Il televisore è rotto? Devi pagare.
Il televisore è chiuso in cantina dentro una cassa d'abete? Devi pagare.
Non hai neanche l'antenna? Devi pagare.
Non hai il televisore ma hai un computer? Devi pagare.
Non hai un televisore né un computer, ma hai un telefonino multimediale (apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle trasmissioni radio televisive)? Devi pagare.
Hai un videocitofono? Uhmmm, buona idea. Coming soon.
La prima volta che lessi delle modifiche al "regio decreto" (regio?) che di fatto incastravano il sottoscritto (anche se è dal remoto 1995 che non assiste più ad un minuto di trasmissioni RAI, ma questo, legalmente parlando, è del tutto ininfluente) pensai: adesso prendo il passaporto, lo brucio davanti il palazzone RAI di viale Mazzini e poi emigro clandestinamente in un paese più civile dell'Italia.
Poi ho capito che l'unico rimedio è la lotta.
Quindi cari amici ho avuto la seguente idea. Freghiamoli, freghiamoli tutti.
In rete esistono vari suggerimenti per non pagare il canone legalmente, ad esempio QUI e QUI.
Dichiariamo che non possiediamo televisori, personal computer, videocitofoni e che l'unico cellulare che abbiamo è un Nokia 3110 del 1998. E aggiungiamo: venite a controllate, se pensate che siamo in malafede. Venite a trovarci a casa. Ah, e non scordate il mandato del magistrato: senza di quello potete anche dormirci sul pianerottolo e non siamo obbligati a fare entrare né omini RAI né signori delle Fiamme Gialle. È la legge, amici.
Ma tutti insieme. Intasiamo tribunali, procure, comuni, facciamo schiattare di straordinari gli ometti RAI addetti alle verifiche, facciamo revocare le licenze ai finanzieri per mancanza di organico, distogliamo i giudici dai processi di mafia, corruzione e criminalità organizzata obbligandoli piuttosto ad esaminare milioni di richieste di perquisizioni domiciliari per verificare che il signor Mario Rossi non nasconda per caso un vecchio quindici pollici nascosto sotto il letto.
Ma soprattutto facciamo un piacere a noi stessi: smettiamo di guardarla, la televisione.
E così i Bonolis, gli Sposini, i Giletti, i Cucuzza, i Santoro e le Carlucci e le Ventura dovranno trovarsi finalmente un lavoro vero.
Io scrivo.

giovedì 4 marzo 2010

Come farsi un biglietto da visita d'impatto.

Ammetto che, rispetto a dieci o quindici anni fa, è più importante – molto più importante – avere alle spalle un proprio sito web ben progettato che non una scorta di fiammanti biglietti da visita nel portafogli.
Può tuttavia essere imbarazzante, specialmente per coloro che lavorano nel campo della progettazione, trovarsene sprovvisti quando, in seguito un colloquio o anche solo un incontro informale o casuale, il tizio davanti a voi vi chiede "Ha un suo biglietto dove posso contattarla?
Un biglietto da visita, in tempi dove anche i portfolio e i cv sono immaterici e sono finiti codificati su DVD, crea una connessione fisica tra voi (o il vostro business) e i vostri clienti, o potenziali tali, e non va sottovalutato.

Dimenticate i compositori automatici che trovate nei centri commerciali, ed evitate accuratamente quelli che vi propongono le tipografie, vi fossero pure offerti a pochi centesimi il chilo. E, se avete un filo di creatività, rifuggite pure i template che trovate in abbondanza sul web. Non c'è niente di più deprimente che avere un biglietto da visita standardizzato e che chiunque altro può avere acquistato.
Non starò qui a dirvi come fare il vostro biglietto: è un oggetto personalissimo che deve in primis rispecchiare il vostro business, e riportare chiaramente poche, semplici indicazioni: nome, cognome (in quest'ordine), se credete una qualifica (evitate di fare gli originaloni a tutti costi...), telefono fisso, telefono cellulare, email, indirizzo, sito web e partita IVA se li avete.
Non dimenticate il prefisso internazionale. Non si sa mai da dove può arrivare un contatto di lavoro.
Per il resto, avete la più grande libertà creativa... l'obiettivo è riuscire a progettare un oggetto che chi lo riceverà non userà per farsi una cartina o per appuntarvi sul retro il numero del radiotaxi o di un take away coreano.

Il formato più diffuso è 8,5 cm x 5,5 cm, stampato su cartoncino da 350 grammi, non plastificato. Nessuno vi vieta, tuttavia, di orientarvi su formati non standard... anche se alcuni di essi, specialmente i più piccoli, tendono a scomparire nei recessi dei portafogli altrui.
Non è inusuale, inoltre, servirsi del retro del biglietto per stampare informazioni aggiuntive, un logo o una fotografia.
L'impiego di una fustella, pur incidendo sul budget, produrrà quasi invariabilmente risultati unici: biglietti con angoli stondati, forati, mordicchiati o con bordi irregolari o sagomati verranno certamente esaminati con più attenzione.

Per quanto riguarda il supporto, la maggior parte dei biglietti da visita sono realizzati su cartoncino, ma il mio suggerimento di oggi è: osate.
Molte tipografie utilizzano sempre più materiali particolari, come plastica da 300 micron, lamine metalliche, plastiche trasparenti o traslucide, policristallo, gomma.
Non servono budget stratosferici, e, rinunciando a qualche cinema di prima visione e un paio di serate al ristorante, potrete permettervi dei biglietti da visita del tutto eccezionali.
La piccola gallery che segue serve a dimostrarvi che non ci sono limiti alla creatività... se vi serve, copiate.
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