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martedì 6 dicembre 2011

Il quaderno di Susan.

C'era una volta un'era buia, in cui, chiunque volesse far fare qualcosa al proprio PC, doveva imparare a memoria tutta una serie di criptici comandi e digitarli manualmente sulla tastiera.
Come, ad esempio:
Oggi, invece, abbiamo questo:
Cos'è accaduto?
È accaduto che a qualcuno, uno di quei "folli" che pensano di poter cambiare il mondo e alla fine ci riescono davvero, un bel giorno venne l'idea di interagire col computer utilizzando una metafora.
Al posto della riga di comando, immaginò una scrivania virtuale con foglietti dall'angolo piegato a rappresentare i file, cartelle a simboleggiare le directory e una freccina al posto del cursore lampeggiante.
Il tutto gestito con un nuovo oggetto grosso come una scatola di sigarette con un pulsante sopra: il mouse.

Anche se in parecchi pensano che la rivoluzione la portò in dote il Macintosh nel 1984, i concetti fondamentali alla base dell'interfaccia utente grafica (o GUI) fecero il loro debutto nel 1968 in una presentazione dello Stanford Research Institute, celebrata come la "madre di tutte le demo":
Le idee rivoluzionarie contenute in quella storica demo vennero ulteriormente sviluppate presso lo Xerox PARC, dove erano rimaste a prendere polvere… finché uno Steve Jobs ventiquattrenne, in un tour leggendario nel 1979 non vide quell'interfaccia grafica e ne rimase completamente folgorato.
"Ho pensato che fosse la cosa migliore che avessi mai visto in vita mia", disse Jobs in seguito. "Tutto quello che c'era in giro era sbagliato. Era ovvio per me che tutti i computer avrebbero funzionato in questo modo, prima o poi".

Jobs acquistò dalla Xerox la licenza d'uso della tecnologia di interfaccia grafica per una modesta quantità di azioni Apple…ma questo non è importante.
Importante è che il mouse e le icone erano uscite dai laboratori Xerox per arrivare a tutti.
Nessuno all'epoca, a parte Jobs (alla faccia di tutti quelli che ancor oggi dubitano del suo talento visionario) aveva coscienza della portata della rivoluzione che quell'evento avrebbe comportato nelle nostre vite quotidiane.

C'era un enorme mercato vergine fatto di artisti, musicisti, scrittori e altri creativi che non avrebbero mai padroneggiato l'arcana complessità di un'interfaccia a linea di comando o che non avrebbero potuto affrontare la spesa di una workstation che aspettava solo di essere conquistato.
Era la sfida di progettare un personal computer che "il resto di noi" non solo avrebbe acquistato, ma di cui si sarebbe innamorato.E una parte fondamentale in questa rivoluzione, la ebbe una giovane artista chiamata a far parte del team di sviluppo del primo Macintosh: Susan Kare.
Pittrice, un dottorato di ricerca in belle arti conseguito alla New York University, fu reclutata in Apple dal suo compagno di liceo Andy Hertzfeld, uno degli ingegneri che stava scrivendo il sistema operativo del Macintosh.

Il primo incarico di Kare fu lo sviluppo di font per il Macintosh. A quel tempo, i caratteri tipografici digitali erano a spaziatura fissa… il che significa che una stretta "i" o una larga "m" occupano lo stesso spazio in un'immaginaria griglia bitmap – un lascito delle vecchie macchine da scrivere, il cui rullo avanzava di uno spazio sempre uguale ogni volta che un'altra lettera veniva aggiunta con la pressione di un tasto.
Jobs era determinato ad usare qualcosa di meglio per il suo nuovo ed elegante computer, avendo fatto tesoro delle lezioni di calligrafia prese al Reed College dal monaco trappista Roberto Palladino, un discepolo del maestro calligrafo Lloyd Reynolds.
Per il Mac, Kare progettò il Chicago, la prima famiglia di font digitali a spaziatura proporzionale, pensato per funzionare nero su bianco come su una pagina di un libro... piuttosto che verde su nero come su uno schermo dei computer dell'epoca.


...da così...

...a così. Notate la differenza, vero?
Tutto questo era certo molto figo. Ma non era abbastanza.
Susan Kare fu chiamata a disegnare gli elementi di navigazione della GUI del Mac: in altre parole, le icone.

Quello che fece fu di acquistare per due dollari e mezzo un taccuino a quadretti dove potesse giocare con le forme e buttare giù le sue idee. Dove ogni quadrato sulla carta rappresentava un pixel sullo schermo.
Su quel quaderno, Susan disegnò il futuro.


Uno dei primissimi schizzi, realizzato con un pennarello rosa fluorescente, era un dito con un indice puntato, ed era pensato per il comando "incolla".



Poi disegnò un pennello intinto nella vernice…



…un paio di forbici per il comando "taglia"...


…e una mano btimap, il progenitore di tutte le "mani" utilizzate ancora oggi come strumento di scorrimento in programmi come Adobe Photoshop, Illustrator o Quark Xpress.


…Un'icona per "stop"…


…un simbolo di "pericolo"...



…e un paio di immagini bitmap che definivano lo stesso logo Apple .


Naturalmente, ci furono anche degli scarti e cose che rimasero lettera morta: come questo schizzo per un'icona per "rientro automatico", che più la guardo meno la capisco.


O come queste bizzarre icone pensate per un'istruzione di programmazione chiamata "salto".


Due icone per una funzione "debug" che non venne mai implementata nel MacOs.


Guardate le vostre tastiere per Macintosh: Susan rielaborò il simbolo di un castello visto dall'alto, comunemente utilizzato nei campeggi svedesi per indicare una destinazione turistica interessante, per definire il tasto Mela, o Command. Oggi la mela è scomparsa, ma il simbolo disegnato da Susan no.
Susan ha fatto di più che stilizzare oggetti reali: ha realizzato un lessico visivo universalmente comprensibile ed estremamente intuitivo.
Un processo simile a quello che ha portato, ad esempio, alla creazione dei segnali stradali.

Sono passati quasi trent'anni da quegli schizzi sul quaderno a quadretti di Susan, e l'hardware è diventato più veloce, più economico e più potente. I progettisti di interfacce si sono affrancati dall'esemplificazione estrema dettata da una rigida mappa di pixel bainchi o neri e ora abbiamo icone tridimensionali, multicolori e iperrealistiche che riempiono gli schermi dei nostri telefoni cellulari, tablet, televisori e navigatori satellitari.
Ma l'anima del lavoro di Susan Kare, ineffabile e disarmante nel suo design di qualità, sopravvive in tutti questi prodotti.

L'immagine sorridente del Mac felice ha salutato una generazione alla soglia di un mondo nuovo.
Un mondo, quello dove oggi vivete voi e me, che è iniziato da un quaderno a quadretti da due dollari e cinquanta.
E adesso vado, che voglio spegnere il Mac e andare a comprarne uno anch'io.

sabato 14 maggio 2011

Franco, 1924-2011.

Si è spento ieri mio padre all'ospedale Forlanini.
Dopo sei settimane di ricovero per un'operazione al femore, le sue condizioni sono peggiorate irreversibilmente e non ha superato l'ultima crisi respiratoria.
Aveva 86 anni, e nonostante fosse conciato davvero male (tre ictus, insufficienza renale, bronchite cronica, diabete senza contare la testa del femore rotta), non si è mai lamentato di nulla.

Ha dedicato tutta la sua vita ai suoi studi, probabilmente trascurando tutto il resto, compreso lui stesso. Non è stato uno di quei padri che vedete nelle pubblicità dei biscotti, ma questo non significa che sia stato un cattivo padre.
È stato un uomo intelligente, creativo, paziente, profondamente umano... e incapace di fare del male a qualcuno.

Aveva senso dell'umorismo, sapeva parlare in pubblico per ore senza una riga di appunti, e fino a dodici anni fu lui a portare me e mia sorella al cinema o al parco. Sempre in autobus, perché mio padre aveva zero dimestichezza con qualsiasi oggetto meccanico più complesso della sua Olivetti Lexicon 80, sulla quale ha scritto i suoi venti libri – tutti saggi che approfondiscono il rapporto tra teologia e psicoanalisi e pubblicati tra gli anni sessanta e gli anni novanta.
Rappresentano il suo lascito, la summa di una vita consacrata alla ricerca di risposte a domande antiche e altre che non invecchiano mai.
Io e lui non abbiamo mai parlato un granché. Non si è mai intromesso nelle scelte della mia vita... ma mi mancherà come può mancarti il più dolce dei padri.

Se n'è andato com'è naturale che sia. Se n'è andato perché qui aveva finito, perché non riusciva più a trascinarsi in un corpo che, troppo spesso ingiustamente, degenera e si accartoccia più velocemente della mente.
Dovunque si trovi ora, starà bene.
Ne sono certo.
Grazie di tutto, papà.

Questo blog resta chiuso per un po'.
Riprenderò più avanti.
Se volete dirmi qualcosa, scrivete pure qui.
Un saluto a tutti e grazie anche a voi.

venerdì 28 gennaio 2011

[ADDETTI AI LAVORI] Maurizio Guarini.


Dopo una lunga pausa, riprendo le interviste agli addetti ai lavori nel campo della creatività: dopo aver scoperto di più (e fugato qualche dubbio e magari parecchi luoghi comuni) sulle figure del grafico, del pubblicitario e dell'addetto alla prestampa, oggi ascolteremo un'altra figura chiave, il copywriter.

Rapido inquadramento storico: erano i tardi anni ottanta quando con Maurizio ci siamo conosciuti dietro il banco di una gelateria a Monteverde (per dietro intendo che il gelato lo servivamo, non lo mangiavamo).
Erano anni facili eppure ci sembravano difficilissimi.
Eravamo tutti e due giovani e pieni d'entusiasmo.
Avevamo in testa un calderone di idee e trovate che, noi ne eravamo convinti, avrebbero spaccato il culo al mondo, l'unica difficoltà era riuscire a farci ascoltare.
Ci sentivamo eroi e, come dice Guccini, gli eroi son tutti giovani e belli.
Siamo poi finiti entrambi a fare i pubblicitari, scoprendo che di eroico, in quella professione, c'era davvero poco, ma – come molti – ce ne siamo resi conto quando ormai era tardi e sulla schiena qualcuno, nottetempo probabilmente, ci aveva attaccato un cartello con su scritto "rotella dell'ingranaggio".
Oggi, Maurizio è uno dei miei migliori amici e quando ci vediamo cerchiamo di non parlare di lavoro. Infatti mi ha rilasciato questa intervista per email, e le immagini che la corredano sono – naturalmente – annunci pubblicitari che portano la sua firma (cliccateci sopra per ingrandirli).

Copywriter è un termine da "veri" addetti ai lavori o si usa comunemente? E ha un corrispettivo nella nostra lingua?
È un termine settoriale, usarlo in pubblico è una smargiassata puerile. Di solito la sequenza con cui mi presento è: faccio il pubblicitario - scrivo i testi, invento le campagne - no, quello è l'art director. Non uso mai il termine creativo, per me è al massimo un aggettivo un po' pretenzioso. Noi copy siamo feticisti lessicali, ovviamente. A questo proposito ti pregherei di non usare più le virgolette per incorniciare le parole e far intendere che non le stai usando con il loro significato letterale.

Essere un rompipalle è una parte del tuo lavoro?Esatto. Mi pagano per questo. E lo farei anche gratis.

Anche se lo sospettiamo: a cosa serve un copywriter? Il mondo ne ha veramente bisogno o sei solo l'ennesimo parassita?
Quando va bene ci pagano per abbellire la realtà. Quando va male per mentire. Dicono che noi pubblicitari abbiamo un ruolo fondamentale nello sviluppo e diffusione del capitalismo. Un domani ci sarà un tribunale in una città tedesca e verremo tutti quanti processati per crimini contro l'umanità. La mia linea difensiva sarà che sono un complessato nevrotico e lievemente autistico che non avrebbe potuto fare altro nella vita. A tal scopo mi urinerò nei pantaloni durante l'interrogatorio della pubblica accusa.

Credi di essere privilegiato rispetto ad altre figure professionali nell'ambito creativo (ad esempio i designer)? O, al contrario, ti senti più in basso nella catena alimentare?
Nel mercato dei free lance i graphic designer hanno una competenza professionale che i clienti capiscono più facilmente. Fanno le cose carine, tirano fuori i file dai computer, mandano in stampa la roba. I copy sono percepiti come non necessari in molti ambiti della comunicazione. I clienti di solito pensano di essere grandi scrittori perché andavano bene in italiano alle superiori. Mi sono capitati clienti che pretendevano di scrivere loro le body copy, perché magari c'era un giornalista nel reparto pubbliche relazioni. Una volta la moglie di un cliente con il diploma magistrale mi ha corretto la punteggiatura. In genere sono tutti ossessionati da come cominciano le frasi. Ovviamente le uniche cose che leggono questi signori sono i volantini del supermercato e la guida TV. Però è anche vero che di copy ce ne sono molti di meno. Di copy bravi, poliedrici, precisi e competenti di ogni aspetto della comunicazione aziendale, una manciata. In agenzia invece il copy fa la bella vita e l'art director e il grafico scoppiano. Infatti i direttori creativi sono quasi tutti copy.

Lavori da solo o in team? E, comunque, hai delle preferenze?
C'è sempre una parte di lavoro che si fa in team (la fase ideativa) e una parte solitaria, quando tocca trovare i titoli oppure scrivere testi lunghi. Gli art director sono orgogliosamente analfabeti.


Come sei arrivato a fare questo lavoro? Non ci dirai che da piccolo rispondevi "Il copywriter" quando ti chiedevano che lavoro volevi fare da grande.
Ho scoperto questa professione mentre lavoravo alla tesi di laurea. Dato che scrivevo da quando avevo 14 anni e leggevo quantità industriali di narrativa e saggistica, mi è sembrata una buona idea. Dopo la laurea ho fatto un giro delle agenzie di Roma leggendo gli indirizzi sulle pagine gialle. Un direttore creativo mi ha intercettato sulle scale e mi ha proposto uno stage esterno, che poi è diventato interno. Cinque mesi dopo mi assumeva un'agenzia con un grosso cliente automobilistico. Stiamo parlando del 1998 però, adesso è tutta un'altra storia. Le agenzie campano sugli stagisti. Sono così allegri, vogliosi, freschi, entusiasti, disponibili, proni. I più fortunati vengono poi confermati con co.co.co da 800 euro al mese.

Che preparazione serve per fare (bene) il tuo lavoro?
Sapere scrivere. Sia in modo corretto, sia in modo espressivo. Sapersi mettere nei panni di tanta gente diversa. Essere mediamente intelligente e parecchio curioso. Ci si fa una cultura su tutto, in questo lavoro. Bisogna poi avere fiducia nelle proprie capacità, facoltà che si sviluppa solo dopo qualche anno di lavoro, purtroppo.

Hai l'ultima parola su quello che scrivi? O arriva sempre qualcuno che sposta una virgola qua e un aggettivo là?
Dopo qualche anno di lavoro e svariati rosicamenti mi sono dato una regola, quella della singola opposizione. Quando qualcuno mi cambia qualcosa di cui sono sicuro, io gli dico che non sono d'accordo e cercando di mantenere la calma gli spiego quello che a me pare ovvio e lampante. Se quello insiste, allora mi abbasso le brache. E nonostante questa mia regola mi sono fatto lo stesso la fama del rompicoglioni. Questo la dice lunga sul potere che hanno i creativi rispetto agli account o al cliente.


Raccontaci una tua soddisfazione professionale. Quando è avvenuto? E perché?
Riuscire a farsi pagare entro un mese dalla consegna del lavoro.
Riuscire ad arrivare a fine anno con il conto corrente in attivo.
Riuscire a campare lavorando quando mi pare e soprattutto con chi mi pare (leggi amici e persone intelligenti e corrette).

Ci sono giorni in cui non ti viene assolutamente nulla di buono? Se sì, in quei casi cosa fai?L'inventiva è solo in piccola parte una dote innata, molto viene con l'allenamento, con l'abitudine a usare certi circuiti mentali. E poi molto spesso il problema non è nella tua testa ma nel brief, che è stato pensato e scritto male da un mancato agricoltore. Da quando metto le mani anche nella strategia e scrivo io i brief il problema si è magicamente risolto.
Comunque nei casi disperati c'è sempre il mestiere, ovvero la soluzione confortevole, che non sarà eccelsa però è all'altezza delle tue aspettative e di quelle del cliente. E poi considera che io non vado più in ufficio (altrimenti detta agenzia) tutti i giorni, quindi non sono più spremuto come un limone. Adesso quando parte un lavoro non penso più: oddio, ci risiamo, altra monnezza da spalare.

Molti copywriter tengono almeno un romanzo nel cassetto. Tu ne hai uno? Se sì, di cosa si tratta?
Sì, ovviamente ho fatto anch'io la trafila classica: racconti, antologia di racconti, romanzo, seconda versione del romanzo, ancora racconti, secondo romanzo, soggetto cinematografico, idea per un format TV, e via così. Secondo me bisogna comunque farlo, per togliersi il dente, per capire che si tratta di un'altra illusione, che il successo non arriva così, che sono tutte cazzate. Se anche ti andasse di stralusso e ti pubblicasse una casa editrice di medie dimensioni e il tuo romanzo si vendesse benino, comunque in tasca ti finirebbero forse 2000 euro. E per scrivere un romanzo ci metti un anno, ed è una fatica del diavolo. Un anno intero passato tutto nella tua testa, un incubo. Un sito web o una brochure e guadagno gli stessi soldi in due settimane e poi me ne vado a fare una passeggiata al mare, al cinema o a trovare qualche amico carcerato dietro una scrivania. In Italia l'unica industria culturale esistente è la televisione.
Comunque il mio romanzo parla di un particolare tipo di idee, quelle che contagiano le menti come un virus. Per la cronaca: mi hanno pubblicato in due antologie di racconti, la mia vanità è quindi soddisfatta.


Credi che ricoprendo una posizione come la tua si possa fare carriera o a un certo punto si resta un po' incastrati a fare sempre le stesse cose?
In agenzia intendi? Be', la trafila è quella classica: copy junior, copy, copy senior, copy supervisor, vice direzione creativa, direzione creativa associata, direttore creativo con jus primae noctis sulle stagiste. In una quindicina d'anni, con molta fortuna e molto pelo sullo stomaco, si può anche fare. Ma sarai sempre uno stipendiato, arriverai a fine mese o poco più. Non metterai mai da parte ciccia abbastanza per mandare tutti al diavolo e trasferirti ai Caraibi. Magari avrai una bella macchina, una casa in un quartiere centrale, una moglie di rappresentanza, farai le vacanze in posti esotici. Ma puoi star certo che lavorerai dalle 12 alle 16 ore al giorno, non potrai mai staccare il cellulare, farai riunioni a mezzanotte in albergo, tua moglie divorzierà, i tuoi figli andranno dallo psicologo, a quarant'anni avrai il primo infarto o un piccolo tumore. A cinquant'anni sarai un uomo finito, mentalmente e fisicamente. E questa non è una mia opinione, è una testimonianza oculare.
Oppure ti metti in proprio, guadagni poco, lavori poco, ma hai un sacco di tempo libero per fare cose che ti fanno sentire un essere umano. E magari chissà, ti dice pure bene e diventi ricco. Ma tocca passare al lato imprenditoriale, non c'è niente da fare. Chi non risica non rosica.

Si può vivere dignitosamente facendo il tuo lavoro? O, se vuoi girare in Jaguar, hai un altra occupazione da consigliare?
Quando cominciai il mio stage nell'agenzia multinazionale che mi accolse, il direttore creativo mi avvertì che facendo questo lavoro avrei guadagnato un po' più di un impiegato di banca ma avrei lavorato il doppio. Era un simpatico cazzaro. Gli stipendi sono ridicoli, soprattutto oggi. Se uno vuole fare i soldi farà bene a dedicarsi ad altre carriere: lo strozzinaggio, l'import-export di sostanze stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, le solite cose.


Torni indietro di venti anni, e sei agli inizi della tua carriera. Puoi ancora cambiare tutto e prendere un'altra strada. Col senno di poi, cosa fai?
Avrei dovuto fare medicina, ma studiare tanto mi ha sempre annoiato. Riesco ad applicarmi solo alle cose che mi appassionano. Non sono pentito di aver scelto questo lavoro. Per un laureato in sociologia non è che ci siano molte cose da fare, e ho imparato un sacco di cose su come funziona davvero il capitalismo. E poi sono diventato uno scrittore migliore, anche se non serve a niente a nessuno. Soprattutto ho scoperto che la routine giornaliera non fa per me, mi devasta l'umore, il morale e la psiche. La ripetizione mi fa venire le allucinazioni.
Forse sarei rimasto nel settore ristorazione, con cui mi sono mantenuto durante l'università. Magari non avrei fatto più il cameriere ma mi sarei messo a gestire un locale o qualcosa del genere, so che prendono buoni stipendi, tipo direttore creativo. Certo, sarei stato sempre frustrato, pensando a quello che mi ero perso a non fare un mestiere fico. Adesso invece lo so.

Nota a margine 1: l'intervista di Maurizio è stata la sola che non ho dovuto ritoccare neanche di una virgola. E ho il sospetto che, se l'avessi fatto, si sarebbe offeso mortalmente e non avrebbe perso l'occasione di rimarcarmelo.
Nota a margine 2: QUESTO il sito di Maurizio. Fatevi un favore, e perdeteci una mezz'oretta.

martedì 21 settembre 2010

[ADDETTI AI LAVORI] Monik Dinardo


Proseguiamo con la carrellata di veloci interviste ai professionisti nel bistrattato settore della creatività. Oggi è di scena Monik, che ho scelta per ricordare che c'è tutto un aspetto "dietro le quinte" che è fondamentale a tenere in piedi il baraccone: quello che fa lei fa meno scena che creare una campagna pubblicitaria, ma richiede altrettanto mestiere.

Cosa c'è scritto sul tuo biglietto da visita? O, se preferisci, cosa rispondi quando ti chiedono "che lavoro fai"?
Quando mi pongono questa domanda, rispondo molto sinteticamente: sono un tecnico delle industrie grafiche, e mi occupo di prestampa in una tipografia.
In altri casi, a seconda del mio interlocutore, rispondo che lavoro con il Mac e pigio i tasti, per creare dei documenti con dentro testi e immagini da stampare in tante copie uguali fra di loro su delle stampanti gigantesche e costosissime. ;)
E nonostante questa spiegazione molto semplice che ho adottato, mia madre dopo sette anni che faccio questo mestiere, non ha ancora capito come mi procuro da vivere.
E mi guarda con un filo di sospetto ogni mattina che esco di casa per andare al lavoro.

Per i non-addetti: in che consiste il tuo lavoro? E cosa accadrebbe se non ci fossi tu?Il mio lavoro consiste nel saper interpretare tutte le informazioni che accompagnano l'elaborato grafico che arriva dal cliente, effettuare un controllo qualità e fare le modifiche necessarie a rendere il tutto ottimale per la stampa offset.
Le spiegazioni non sono il mio forte... quindi faccio degli esempi: supponiamo tu voglia stampare un libro, e che lo vuoi su carta patinata lucida da 180 grammi in brossura fresata: io apro il file, e noto che ci sono 81 pagine. Ti telefono e ti dico: "Devi togliere una pagina, o aggiungerne tre... le segnature possono essere dei quartini, ottavi, sedicesimi". La segnatura non è nient'altro il foglio di macchina contenente tutte le nostre pagine disposte in una determinata sequenza in modo che una volta piegato e tagliato ci restituisca la sequenza corretta di pagine.E non è tutto!… contemporaneamente devi fare altre mille cose, come procurarti un campione per verificare la dimensione del dorso di copertina a seconda della grammatura utilizzata, controllare le immagini, convertirle nello spazio colore per quel determinato tipo di carta e quella macchina da stampa, inserire tutte le lavorazioni particolari, come verniciature, serigrafie, stampe a caldo o l'inserimento di colori speciali in sostituzione della quadricromia (per esempio bicromie, o pantoni metallici) e tutto ciò che è relativo alla cosidetta "nobilitazione" degli stampati.
Una volta che tutto è sistemato si passano i file al reparto fotoincisa che prepara l'imposition delle pagine per la creazione delle segnature. Una roba sexy, eh?

Nel tuo lavoro è richiesta della creatività o hai la sensazione di fare la parte di un robot ben programmato?
Fare il robot è la parte obbligatoria del mio lavoro... sia nel caso che i file li forniscano i clienti, sia che ci si debba gestire i file internamente. Qualche volta capita che ci vengano dati solo testi e immagini, e le proposte grafiche devo tirarle fuori io. E in questo caso è ancora peggio... perché mi incazzo con me stessa. Litigo intimamente con la parte che vuole dare sfogo alla creatività, per tirar fuori qualcosa che sia anche tecnicamente fattibile.
Magari tiro fuori una bella idea creativa, poi i miei colleghi mi fanno notare che non ho adottato le finezze tecniche necessarie per la stampa.. o che potrebbero fare risparmiare soldi.

Quello che fai viene apprezzato (o, almeno, percepito) al di fuori del tuo ambiente di lavoro? O tua madre ti guarda con l'aria "sarebbe ora che ti trovassi un lavoro vero"?
Per quanto riguarda mia madre come ho già detto sopra... non ha ancora capito che faccio. Fuori dal mio ambiente vedo che viene apprezzato (o almeno... fa comodo ad alcuni avere un amico che fa il grafico): lo deduco dalla quantità di favori che mi vengono richiesti esternamente... e che mi rifiuto puntualmente di fare perché ho un altra passione che mi tiene impegnata oltre alla grafica e non avrei tempo materiale per farlo.

Per fare quello che fai ci vuole una vocazione? O ci sei arrivata per strane vie traverse?Terminate le scuole dell'obbligo non avevo le idee ben chiare sul mio futuro.
Ero indecisa, andare a lavorare in un negozio di fiori con mia cugina? fare il meccanico?
Avevo anche un'altra chance: iscrivermi alla stessa scuola che aveva fatto mia sorella. Non sapevo bene cosa insegnassero, ma c'era disegno, e a me piaceva disegnare. E poi c'erano c'erano questi bei computer bianchi, gli iMac... e io non avevo mai posseduto un computer in vita mia.
Sono contenta di quella scelta... a quest'ora mi sarei ritrovata a vendere mazzolini di fiori al mercato.

Ti è mai successo di percepire differenze di trattamento (nel bene e nel male) per il fatto di essere una donna a fare questo lavoro?
No, assolutamente.... forse, quando ero più giovane e non avevo esperienza, non venivo presa molto in considerazione; facevo il mio lavoro ma non ci mettevo molto del mio, ma tutto dipendeva dall'insicurezza legata all'inesperienza. Non aveva niente a che vedere col mio sesso. ;)


Uno sguardo al privato. Ti capita di frequentare più persone affini alla tua sfera professionale piuttosto che commessi, impiegati, elettricisti, parrucchieri, commercialisti? E finite per parlare sempre di quanto sia brutto il Comic Sans?
Io non esco mai, sono sempre attaccata al computer, sto bene solo quando sono con il mio Mac... le persone vere le vedo solo quando a vado a fare la spesa. (posso mettere le faccine? o si capisce che questa era una specie di battuta uscita male?) :D
A parte gli scherzi.... io quando esco dal lavoro raramente parlo di lavoro. Devo staccare completamente. Mi capita spesso di uscire con persone che lavorano nel mio campo, ma indubbiamente si parla di altro... e se si parla di lavoro lo si fa per raccontarsi cose assurde che ci capitano (e non mancano mai, ti assicuro).

Supponiamo che ci sia ancora qualcuno che, dopo averti letto fin qui, voglia ancora fare il tuo lavoro. Cos'hai da dirgli?
Caro aspirante martire: abbi pazienza, tanta pazienza.
Le tempistiche sono invariabilmente strette, il lavoro che stai facendo era per Natale 2009 e te lo hanno mandato oggi, e quando sei lì che pensi di aver finito... c'è un cambio di programma. Una modifica della grammatura della carta, o peggio, da un punto metallico diventa una brossura cucita e devi rivedere tutto.
E ricorda:
Se un cliente ti mette il bianco in sovrastampa... sei fottuto.
Se un cliente ti manda il file in power point ... sei fottuto.
Se un cliente ti dice che preferiva la sua versione con il comic sans... sei fottuto.
Se un cliente è tuo amico... sei fottuto. ;)

mercoledì 15 settembre 2010

[ADDETTI AI LAVORI] Matteo Borelli.



Questa potrebbe essere la prima di una breve serie di interviste ad "addetti ai lavori", dove per lavoro intendo la grafica, il design, la pubblicità, e, collateralmente, la fotografia e la stampa.

È uno dei pochi argomenti di cui posso parlare con un po' di competenza, maturata in ventidue anni di attività professionale, e visto che ritengo Internet (e, nel mio piccolo, questo blog) soprattutto un luogo di condivisione delle informazioni, ho pensato che farvi ascoltare non solo la mia ma anche la voce di altri professionisti poteva essere utile a chi sta per affacciarsi su questo mondo, o c'è già dentro ma ancora non ci vede chiaro e si sta facendo delle domande.
Nella mia rete di amicizie e contatti, ho più di una persona che ha cose interessanti da dirvi.
Comincio oggi con Matteo, grafico editoriale ma non solo, di cui avete già visto qualcosa QUI.

Che cosa facevi prima di diventare un freelance?
Prima di diventare un grafico freelance ero uno studente.
Durante gli anni di università ho sempre tenuto a mente una lezione che stavo apprendendo dal mondo esterno... e cioè che con il solo "pezzo di carta" in Sociologia, non avrei trovato lavoro manco scannato.
Quindi, mentre studiavo, portavo avanti anche miei progetti giornalistici, grazie ai quali mi sono avvicinato al mondo della grafica. Ormai sono 11 anni che faccio questo lavoro, professionalmente da circa cinque.

Quando dici "professionalmente" intendi che prima eri uno di quelli che facevano un sito a 50 euro? Eri tu il famoso "nipote"?
In realtà non faccio siti, ma solo grafica cartacea. E comunque, a differenza del famoso "nipote" io comprai i programmi e mi misi a studiare sodo, aggiungendo le competenze tecniche della grafica a quelle della comunicazione in generale che avevo appreso all'università.
E, per di più, solitamente lavoravo gratis, essendo miei progetti. I primi soldi (pochissimi) li ho visti per fare alcuni manifesti elettorali.


Quali programmi hai appreso prima?
All'inizio imparai ad usare Xpress 4. Ancora ricordo che alla prima apertura cliccavo sulla pagina bianca sperando fosse quello il modo di scrivere. Frustrato nei miei tentativi, mi buttai su un manuale... Circa 3 anni dopo cominciai a sentire la necessità di Photoshop e Illustrator. E da cosa nasce cosa, ora li uso quotidianamente. Se riguardo indietro mi stupisco.

Perché? Che cosa ti ha spinto ad intraprendere questa strada?
Lo stupore deriva dal fatto che mai mi ero pensato come "grafico". Ho intrapreso la strada della professionalità grazie a un paio di contatti che mi passarono degli amici e poi la cosa si è diramata e ha dato buoni frutti.

I guadagni com'erano all'inizio?
Venendo dal mondo del "grafico volontario", già il fatto di guadagnare qualcosa era per me fonte di grande gioia, sommato al fatto che erano i primi soldi seri che incassavo come lavoratore. All'inizio ai soldi si pensa poco... ci si concentra soprattutto su cose come "che bello posso vedere il mio nome su un giornale", oppure "chissà che bell'effetto mi fa sul curriculum"!

Poi hai cambiato idea?
Non ho cambiato idea, perché non sono un maniaco del guadagno. Però bisogna anche dire che trattandosi di lavoro è giusto che venga retribuito secondo l'impegno e la mole.
Ed è meglio non farsi sfruttare sin dall'inizio, perché un rapporto che inizia con uno sfruttamento difficilmente si converte in qualcosa di paritario. Fermo restando che sul piatto bisogna sempre considerare tutto, anche la propria esperienza e su quella base valutare i giusti compensi.

I compensi sono una spina nel fianco solitamente per i freelance...
È vero. L'offerta di lavoratori è talmente alta che spesso i committenti ragionano in base al fatto che se tu rifiuti qualcun altro accetterà, a prezzo ancora minore probabilmente. Questo gioco perverso crea frustrazione nel lavoratore e fa calare la qualità dei prodotti. Purtroppo però all'utente medio della qualità del prodotto importa poco, quindi si va avanti al ribasso.
Bisogna poi sommare il fatto che da freelance spesso e volentieri si viene pagati dopo 90 o anche 120 giorni e che molte volte non c'è alcuna garanzia di retribuzione, in base alla correttezza e agli umori del committente.


Che soluzione vedi a questi problemi?
Per i pagamenti, sarebbe sempre bene fare dei contratti. Anche se poi non si farà mai una causa per recuperare 300 euro.
Per quanto riguarda il problema della qualità a mio avviso bisogna sapersi porre come professionisti e fare di tutto per valorizzare la propria figura, in modo da avere un certo potere contrattuale.
Nessuno cambierà un freelance con cui lavora bene e in modo fluido per risparmiare 100 euro al mese, questo posso garantirvelo. Però la fiducia va costruita con intelligenza e passione, consigliando, argomentando ed essendo puntuali nel lavoro.

In questo senso essere dipendenti dà sicuramente dei vantaggi...
Per due anni e mezzo ho associato alla mia attività da freelancer un lavoro a tempo indeterminato, in una casa editrice, come responsabile del comparto grafico. Posso dire che lo stipendio a fine mese e la tredicesima sono un'ottima cosa, ma il mio contratto è stato comunque sciolto in due mesi, quindi alla fine dei conti tante garanzie non le avevo nemmeno lì.
Sono due modi di concepire il lavoro diversi e hanno i loro pro e i loro contro.

Dimmi tre pro e tre contro del freelance.
Ccontro:
- paghe insicure
- rapporto col cliente
- incertezza del domani.
Pro:
- rapporto col cliente
- orari (quasi) liberi
- lavoro in casa.
Il rapporto col cliente lo metto in entrambe le categorie, perché dipende da come uno sa giocarsela.

Hai mai pensato di tornare indietro e di scegliere un lavoro a tempo pieno?
Mai dire mai. Dipende sempre dal lavoro. Io resto con l'orecchio "appizzato", anche se devo dire che il vantaggio di poter lavorare la notte e non dover uscire con la pioggia è spesso impagabile. Però poi ci si trova a fare considerazioni più ampie sul proprio futuro e quindi è meglio rimanere aperti ad ogni possibilità. Riservandosi ovviamente il diritto di scelta.

Che problemi hai incontrato durante la tua carriera da freelance?
"Carriera" è una parola ancora un po' esagerata: sono un onesto lavoratore, ecco tutto.
I problemi maggiori sono far capire al cliente cosa si vende. Spesso non dare qualcosa di tangibile è una cosa molto negativa, si viene percepiti quasi come truffatori. Ricordo una conversazione con un potenziale cliente che mi chiedeva una brochure. Alla mia richiesta di 400 euro lui mi chiese "quante ne escono con questa cifra?". Al che io gli risposi che stavo riferendomi alla grafica e non alla stampa. E lui, per tutta risposta, mi domandò "cos'è questa grafica di cui mi va parlando".
Ecco a cosa mi riferivo, sono sicuro che è capitato a tutti quelli che fanno questo lavoro. Dei possibili problemi economici abbiamo già detto, per fortuna finora su questo lato mi è andato sempre quasi tutto bene.

Riesci a mettere del tuo nel lavoro?
Questo è un altro problema. Se si va da un dentista non gli si suggerisce il trapano da usare, no? Invece al grafico solitamente tutti si sentono in dovere di dire quel che gli passa per la testa.
Il lavoro che esce fuori è - tranne nel caso di clienti illuminati e di grafici molto bravi - un compromesso tra le velleità del grafico-artista e le bassezze medie del cliente che vuole sempre "il logo più grosso" e lo "strillo più evidente". Oppure il tutto "un po' più glam".
Io non mi sono mai pensato come artista né mai lo sarò, però la creatività di questo lavoro spesso e volentieri viene frustrata da richieste antiestetiche e anche spesso inefficaci del cliente.


Quindi vedi la grafica come una scienza?
No, non è una scienza. Ma la comunicazione ha dei suoi dettami. E quello che spesso non si capisce è che un logo grosso non per forza fa vendere più di un logo piccolo.

Come ti sei fatto pubblicità la prima volta?
Ho avuto dei contatti da alcuni amici, come dicevo.
Poi li ho portati avanti e li ho fatti maturare e si sono ramificati abbastanza bene. Sono stato molto fortunato ad avere qualcuno che accendesse la scintilla iniziale, una cosa che purtroppo non hanno tutti. Poi io ho conservato e allargato il falò, diciamo così. Se dovessi farmi pubblicità punterei senz'altro su un curriculum creativo (ma non troppo, che rispecchi le mie reali capacità e tendenze grafiche) e su un biglietto da visita originale. Oltre ovviamente a un sito ben fatto (anzi se magari c'hai un nipote che me lo fa con 100 euro... :D).

Trovi ancora il tempo per dedicarti ai tuoi progetti personali?
Un calciatore non si rilassa giocando a pallone :). Però generalmente se mi va di fare qualcosa di mio, a costo di passarci la notte, il tempo lo trovo.

Quale consiglio daresti a chi desideri intraprendere questa carriera?
Armarsi di tanta pazienza e buona volontà.
Non mollare di fronte alle prime difficoltà, che capitano a tutti, e gestire con intelligenza e rispetto il rapporto col cliente, senza però mai rendersi succubi.
Chiedere il giusto nei compensi e non pensarsi tutti Andy Wahrol, avendo l'umiltà anche di rivedere i propri progetti sulla base del target di riferimento. Un grafico che lavora "per se stesso" può essere bravissimo, ma se la sua comunicazione è inefficace non serve a nulla e andrà poco lontano.
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