venerdì 28 giugno 2013

Jonathan Ive ridisegna...

Come accennavo QUI, dobbiamo molto a Jonathan Ive.
Bravo designer.
Niente da dire.
Ha disegnato l'iPod, l'iPhone, gli iPad e praticamente tutti i Macintosh usciti da Apple dal 1997 ad oggi, a partire dal primissimo iMac.

E ora, forse perché non si fida di nessun altro all'interno di Apple (dubito che sia l'unico designer sul loro libro paga) e di certo non apprezza il lavoro di Scott Forstall, si è messo a ridisegnare il nuovo iOS 7.
Da solo.
E, vista la carica di vicepresidente che ricopre, nessuno dev'essersi azzardato a dirgli niente.

Ora, il nuovo look di iOS 7, con le sue stilizzazioni estreme, i suoi colori pastello e fluo abbinati a un onnipresente Helvetica Ultralight può piacervi o non piacervi... io aspetto di vederlo dal vivo (e magari, di usarlo) per giudicare, ma intanto, là fuori, c'è parecchia gente che ha iniziato a perculare sistematicamente la nuova attività di grafico di Ive. 
QUI, se proprio vi interessa.

Ma io vi ho già estratto le robe più divertenti.

                                         Jonathan Ive ridisegna il logo Apple.

                                    Jonathan Ive ridisegna il logo di Facebook.

Jonathan Ive ridisegna il logo Adidas.


Jonathan Ive ridisegna il logo NIke.


Jonathan Ive ridisegna la cacca.



Jonathan Ive ridisegna sei loghi famosi in tre minuti.



Jonathan Ive ridisegna le Marlboro.


Jonathan Ive ridisegna i loghi Mini e BMW.


Jonathan Ive ridisegna la schermata di Google.



Jonathan Ive ridisegna MacOSX.


Jonathan Ive ridisegna la banconota da un dollaro.


Jonathan Ive ridisegna la copertina di Time.



Dove Jonathan Ive ha preso la palette colori di iOs 7.

martedì 25 giugno 2013

Non solo rozze (3).

Giusto per dimostrarvi che non mi piacciono solo le rifatte, le siliconate, le fatue, le rozze.
Cioè, magari lei un po' fatua lo è, visto che nel suo curriculum c'è (anche) un servizio fotografico su FHM e in fin dei conti si guadagna da vivere come attrice... ma non ci sta mai male in una donna.
Ah, lei si chiama Gigi Edgley, e QUI c'è la sua pagina Wikipedia.
Chissà se è una vera bionda.


lunedì 24 giugno 2013

iOS 7. Meno è meglio. Dicono.


Passate due settimane dal WWDC e dalla presentazione ufficiale di iOS 7, parlarne sembra già roba vecchia.

Se siete interessati alle novità introdotte dal sistema operativo mobile più diffuso al mondo, potrete digitare "Novità iOS 7" nel vostro motore di ricerca preferito e trovare centinaia di siti e blog di informazione che vi diranno tutto quello che vorrete sapere e che la pagina del sito Apple non dice.

Io, che non avendo potuto provarlo non posso dire una parola sulla bontà delle novità che introduce*, spendo giusto due righe per commentare quello che invece è sotto gli occhi di tutti: l'aspetto.

Negli ultimi mesi, chi pensava che scheumorfismo fosse una malattia di quelle brutte ha imparato che invece è un approccio al design delle interfacce che punta a replicare la realtà.

In poche parole, un software per prendere appunti sul proprio tablet imiterà i materiali di un vero blocco note, con la porosità della carta riciclata e la spirale di metallo. Un'applicazione che raccoglie gli ebook avrà l'aspetto dello scaffale di una libreria. L'app che gestisce la fotocamera del dispositivo avrà pulsanti, levette e texture che imitano l'alluminio e la pelle. E così via.


L'approccio scheumorfico non ha una funzione meramente estetica.

È un'idea intelligente studiata per avvicinare al mezzo informatico anche i meno esperti. Grazie allo scheumorfismo, per cancellare un file non bisogna più digitare una stringa di comando sul terminale: basta trascinarlo su un'icona disegnata come un cestino.
Può riuscirci un bambino, vostra nonna, chiunque.
Una metafora, per semplificare le operazioni. 

La strada che ha permesso a Jobs negli anni ottanta di realizzare dei computer che tutti potessero usare, e negli anni duemila dei dispositivi mobili da poter utilizzare solo con le dita e senza mouse, tastiera fisica, menù o struttura gerarchica di cartelle e file.
Jobs intuì per primo che potevi anche avere l'hardware migliore del mondo, ma se non davi a tutti la possibilità di usarlo (e usarlo piacevolmente) attraverso il giusto software, non avresti mai avuto successo.


Ora, in Apple, esisteva una figura chiave che si occupava di scheumorfizzare tutto quanto: era Scott Forstall, uno dei progettisti originali del sistema operativo Mac OS X e di Aqua, la sua interfaccia grafica. Ha ricoperto in Apple l'incarico di vicepresidente della sezione Software per iPhone fino allo scorso ottobre, quando è stato rimosso dal suo incarico.
Senza Forstall, è intervenuto Jonathan Ive, il responsabile del design di tutta la divisione hardware Apple, a mettere le mani sul design dell'interfaccia di iOS.

Che, pur restando un progettista talentuoso e, seppur derivativo con autentici sprazzi di genialità, è e resta un progettista hardware.
Con l'ossessione della semplificazione.


Osservate un qualsiasi prodotto Apple: vedete forse viti? giunture? qualsiasi dettaglio che non sia essenziale al suo funzionamento?
Ive ha condotto una guerra personale per anni e anni in Apple eliminando qualsiasi cosa giudicasse superflua, rincorrendo un ideale di minimalismo progettuale che ha portato a dei piccoli capolavori di design.
L'iPod, per esempio, non ha mai avuto un pulsante per accenderlo o spegnerlo.
Solo una ghiera cliccabile, che, a seconda di come veniva toccata, assolveva a una funzione.


Non sempre tutte le sue semplificazioni sono state accolte da subito con entusiasmo: quando, nel 2000, eliminò i pulsanti d'apertura del cassetto del CD/DVD, molti utenti restarono completamente disorientati. Era come avere un'automobile con gli sportelli senza maniglie.
Ive eliminò gli antiestetici pulsanti dai case dei computer e assegnò la funzione "apri/chiudi cassetto" a uno dei tasti sulla tastiera.
Semplice.
Geniale.
Pulito.
Osservate il suo Magic Mouse: è un'unica superficie liscia, ma assolve alle funzioni di tasto destro, tasto sinistro e rotella. Ed è un piacere toccarlo.

Questo è il genio di Ive.

Ora, cosa accade quando un progettista di hardware ossessionato dal minimalismo incontra un'interfaccia scheumorfica fatta di tridimensionalità, rilievi, riflessi e ombre?
Che si aggrappa alle tende e grida: "Ma che siamo pazze?" e sogna di rifare tutto piatto e stilizzato ai massimi livelli, seguendo il dogma Less Is More del suo mentore Ludwig Mies van der Rohe.
Peccato che c'è già chi ha adottato quell'approccio, ed è proprio la mai troppo sbeffeggiata Microsoft col suo Windows Phone.

Che ha disegnato la sua interfaccia per dispositivi mobili ignorando completamente lo scheumorifismo, senza rinunciare all'eleganza e alla funzionalità: come a dire, un altro mondo è possibile.

Naturalmente, di copiare o anche solo di ispirarsi a Microsoft, neanche a parlarne.  
Ed ecco che Ive si è dovuto accontentare di "pulire" quello che Forstall ha lasciato in eredità.
E, visto che Windows Phone, pensato per funzionare con dei display ad alto contrasto è tutto bianco su fondo nero, ecco che iOS 7 è tutto nero su fondo bianco.
Il carattere usato è l'Helvetica light in luogo dell'Helvetica bold.
Ma, per quanto Ive si sia sforzato, inevitabilmente, molte delle soluzioni grafiche adottate ricordano quelle dell'odiato concorrente, facendo di iOS 7 una via di mezzo tra la vecchia interfaccia scheumorfica e quella estremamente minimale (o totally digital, come dice qualcun altro) di WP.


E, visto che di aspetto si parla, ecco alcune immagini comparative tra il "vecchio" sistema (che è quello che avete tuttora sui vostri iPhone, iPad e iPod Touch) e il nuovo, per ora rilasciato solo agli sviluppatori e non ancora commercializzato.




Che poi, alla fine, gusti a parte, ci si abitua.
Ci siamo abituati a passare dalle interfacce a linea di comando a quelle a icone, dal mouse siamo passati alle dita, e dalla falsa tridimensionalità passeremo al 2D.
Le novità spaventano sempre: è nella nostra natura.
Che iOS 7 rappresenti un reale miglioramento nella nostra esperienza utente è un'affermazione che non è più vera – sfortunatamente – di quanto non lo fosse stata nel 2007 quando venne presentato il primo iPhone (che altro non era se non un iPad che Jobs pretese di miniaturizzare e di aggiungervi un telefono).
La nostra interazione di base con i device portatili non è cambiata in modo significativo negli ultimi sei anni, e da allora si è lavorato sui dettagli.
Dettagli.
Che poi sono importanti, ovviamente (e guardando il video qui sotto ve ne renderete conto), ma, nel caso ve lo foste oziosamente chiesto, no: al WWDC non abbiamo visto nessuna rivoluzione.

Ah... devo proprio ricordarvelo?

Il nuovo iOS 7 taglia fuori un certo numero di dispositivi supportati (QUI trovate una tabella con tutte le compatibilità), e per altri la compatibilità è limitata.
Come già accaduto in passato, il rilascio di iOS 7 sarà gratuito.
Ma per alcuni, adottarlo significherà dover cambiare il proprio iPhone / iPad / iPod Touch.
E i conti per Apple quadreranno un'altra volta.


*anzi, ho cambiato idea.
Due parole sulle fratture introdotte da iOS 7 voglio sprecarle.
Che di certo saranno belle e funzionali, ma quello che me le rende, diciamo, "antipatiche", è come il marketing di Apple le spacci per "nuovissime" quando non "rivoluzionarie".
Sto parlando , per esempio, del nuovo Multitasking con l'anteprima delle applicazioni aperte, identico a quello sviluppato dal designer @Sentry_NC che lo ha reso disponibile su Cydia già sei mesi fa, o alle Cards di WebOS o a quello sul mio Windows Phone vecchio di un anno.

Sto parlando del Centro di Controllo e del nuovo Centro Notifiche, da sempre esistente su Android.
Potrei continuare con l'aspetto stesso dell'interfaccia che ricorda parecchio da vicino iMIUI, un tema disponibile su Cydia che installa una GUI molto simile a quella della ROM Android MIUI. O citare la nuova App di meteo praticamente identica a Yahoo Weather, o discutere di come non sia carino farci passare per "rivoluzionaria" una tecnologia come AirDrop per lo scambio dei file da un iPhone all'altro quando nell'era pre-smartphone i telefonini lo facevano già con l'infrarosso.

Potrei.

Ma sarebbe inutile, e per due motivi:
1) da sempre, Apple è troppo brava in questo giochetto per pensare di batterla. Recupera robe di qualcun altro, le rimastica, le leviga, le infiocchetta, le dà un nome cool e le inserisce nel suo ecosistema fatto di software, hardware e servizi che rende l'esperienza su Mac e iPhone/iPad così appagante e inimitabile.

Lo ha fatto anche stavolta, tanti se ne sono accorti, ma tanti altri no e sono felici così.
2) Vedi il motivo 1: Apple è talmente lanciata, ha talmente tanto vantaggio sui concorrenti (anche se non come nel 2007 quando ridefinì ex novo il paradigma degli smartphone) ed è ancora abbastanza modaiola che bastano un paio di spot pubblicitari girati con furbizia e i toni collaudati del suo ufficio marketing per non doversi preoccupare seriamente di chi cerca di far notare che non sempre e non necessariamente Apple propone la soluzione migliore o col migliore rapporto rapporto qualità/prezzo.
Quindi, chi se ne frega.

venerdì 21 giugno 2013

Nel caso non sappiate a chi darlo...


...regalatelo a loro.

Per destinare il vostro 5x1000 all'Ente Protezione Animali, scrivete
80116050586 e firmate nella casella sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale.
E un giorno, questo gesto vi sarà ripagato.
Ve lo garantisco.
Per ora, avrete tutta la mia stima.



QUI un breve elenco di altre associazioni animaliste, nel caso l'ENPA non vi sconfinferi.

giovedì 20 giugno 2013

[Recensione] World War Z


Premessa fondamentale: mai stato un appassionato di zombie.
Aldilà dei "soliti" classici, l'ho sempre ritenuto un filone che si muovesse entro schemi troppo ripetitivi… questo fino a quel gioiello di ferocia e modernità che è stato 28 giorni dopo, film che ho semplicemente adorato.

Detto questo, World War Z forse non sarà all'altezza di chi ha letto (ed eletto a capolavoro della letteratura zombie) il romanzo di Max Brooks (qui presente in veste di co-sceneggiatore) dal quale prende le mosse ma anche le distanze: ma, diciamolo subito, è un film sorprendentemente non malvagio.
La scelta di non adattare pedissequamente la sceneggiatura alla struttura del romanzo (che, per i pochi che non lo sapessero, deve la sua fama alla verosimiglianza costruita attraverso una serie di interviste e testimonianze ad apocalisse zombie avvenuta) ma piuttosto di raccontare una storia attraverso un solo protagonista si rivela, a polvere posata, una scelta vincente, dove la tensione drammatica ha maggior respiro rispetto il media cartaceo e dove i temi essenziali del romanzo sono mantenuti ed anzi arricchiti da una proporzione mondiale – il legame tra zombie, politica ed istituzioni – che apporta un valore aggiunto, insolito e moderno alle narrazioni di questo tipo.
(e poi, diciamolo… i docuhorror ormai hanno scassato ampiamente i marroni, e di certo io non sentivo il bisogno dell'ennesimo episodio di REC con camera a mano e finto montaggio in macchina.)

Da una storia produttiva travagliata (il film era pronto già un paio d'anni fa, ma è stato riscritto, rigirato e rimontato in alcune sue parti solo molto più tardi) ne esce una pellicola magniloquente sotto il punto di vista visivo, diretta in maniera asciutta, distaccata ma crudele, ottimamente scritta per quello che riguarda i dialoghi, l'approfondimento dei personaggi (o, se preferite, del personaggio principale e delle sue interazioni coi vari comprimari, nessuna delle quali andata sciupata), piacevolmente prevedibile nello sviluppo dell'azione (e per guadagnarsi quel "piacevolmente" accanto ad un aggettivo come "prevedibile" ci vuole del mestiere) e, anche se solo a tratti, angosciante nel suo mostrare il dilagare della pandemia zombie da un punto di vista spesso sopraelevato, totale, ineluttabile… privilegiandolo a una fin troppo riproposta visione ravvicinata dell'essere zombie, guadagnandone, a mio avviso, in drammaticità e pathos.

Per alcuni, tuttavia, questo potrebbe essere il problema principale del film: per quanto esteticamente riuscitissimi, gli zombie messi in scena da Forster (un misto di stuntmen con protesi, ballerini con make-up e CGI) non riescono a rappresentare una minaccia più inquietante di una qualsiasi pandemia globale, rendendo la storia meno interessante di quanto sarebbe potuta essere. Ma non tutto il male viene per nuocere.
Perché il fatto che in tutto il film non si veda una sola goccia di sangue e le sequenze dove gli zombie sono filmati da vicino si contano sulle dita di una mano, di fatto annovera World War Z tra quei film che emozionano senza mostrare troppo, inorridiscono senza ricorrere allo splatter, inquietano senza lasciarsi andare a spiegoni… va detto, riuscendoci più per le interpretazioni di alto livello (straordinario David Morse, cruciale Ludi Boekeno, adeguato Favino) che per l'originalità della chiave narrativa impiegata (e, ad ogni modo, il potente commento sonoro e un montaggio magnifico sostengono a dovere tutto l'impianto).

Il film perde qualche punto solo nell'ultima mezz'ora, di stampo vagamente televisivo, dove il ritmo rallenta vistosamente e lo script inciampa in un paio di cliché e in un pelo di retorica… ma vi basterà ripensare alla sequenza sull'aereo per pareggiare i conti e sentirvi appagati da qualsiasi altra manchevolezza possiate aver colto qua e là.

Gli appassionati di Romero e Brooks però è meglio che ci vadano preparati... perché World War Z non ha praticamente nulla delle atmosfere delle storie alle quali sono abituati.
Per capirci: qui gli zombie sono del tipo che corrono (interpretazione che io preferisco di gran lunga a quella dello zombie sonnolento e strascicato, ma immagino che per molti di voi questa sia una licenza inaccettabile), all'occorrenza si muovono e si comportano come uno sciame e, proprio come accade con i topi, riescono ad apparire impressionanti solo quando li vediamo comparire in gran numero sullo schermo, massa brulicante guidata da una furia ottusa e da una determinazione cieca alla quale millemila metafore sulla condizione umana sono state appiccicate negli anni.

Insomma, funziona quasi tutto alla grande... e ho già voglia di rivederlo.
Consigliato a chiunque voglia crederci ancora.
Gli integralisti romeriani ne stiano alla larga.

PS No, neanche qui il 3D serve praticamente a niente.
PPS La promozione del film ci ha regalato dei bellissimi banner pubblicitari dell'invasione zombie declinata sulle grandi metropoli mondiali. Qui sotto (cliccare per ingrandire) ve ne ho raccolto qualcuno.
Photoshop rules.

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