giovedì 30 aprile 2009

La mia seconda volta su CA.

Questo mese, speciale di quattro pagine dedicato al sottoscritto su Computer Arts.
C'è una selezione di miei lavori, un profilo della mia, uh, carriera e una specie di intervista.
La trovate in edicola da un paio di giorni.
Tra l'altro, questo mese la rivista è piena di roba interessante, compreso un tutorial di James White che sto ancora cercando di capire, un articolo su come vincere i concorsi di graphic design e uno, piuttosto esauriente, su Photoshop CS4.
Leggere Luca Morandi: talento tricolore in copertina mi fa sentire un po' Cannavaro, ma va benissimo così.


PS Come lettori del blog, avete diritto ad un extra bonus: le tre copertine proposte all'editore, di cui è stata scelta la terza.

mercoledì 29 aprile 2009

Io non sono capace...

...e mi deprimo sempre un po' quando vedo che c'è gente bravissima a fare certe cose.

Celia Calle.
Illustratrice di Boston. Ha iniziato realizzando poster per Jean-Paul Gaultier, Calvin Klein Collection e Tommy Hilfiger. 
Ha uno stile fantastico, e una tecnica di colorazione brillante e personalissima.
Vorrei saper disegnare come lei.
www.celiacalle.com.

Dou.
Fotografo sperimentale nato a Mosca nel 1983, figlio di una pittrice. Ibrida le sue fotografie col 3D in maniera unica e un po' glaciale.
Vorrei saper usare il 3D come lui.


Army Of Trolls.
Al secolo, Gary J Lucken, nato a Londra e residente in Svizzera.
Maestro della pixel art, influenzato dal mondo dei videogame e della cultura pop in genere.
Nel suo portfolio ci sono clienti del calibro di Honda, Nestlé, Microsoft e GQ.
Io non ho idea di dove iniziare con la pixel art, sul serio.
E vorrei saper tramutare tutto in pixel come lui.

Pascal Blanchet.
Talentuoso artista quebecchese che fonde sintesi ed espressività in fantastiche illustrazioni dal sapore anni cinquanta.
Può sembrare semplicemente retró, in realtà è un vero artista della grafica vettoriale.
Vorrei saper usare Illustrator in maniera così "calda" come lui.

martedì 28 aprile 2009

E poi mi chiedono perché li detesto...

Tra i miei numerosi pregi, non fatico a riconoscerlo, non c'è lo scrupoloso rispetto del codice della strada.
Niente roba da sospensione della patente: qualche parcheggio in doppia fila, un'inversione a U dove non sarebbe permesso, un'invasione nella ZTL.
Ma, qualora vengo beccato in flagrante, ho – se non altro – la dignità di non mettermi a piagnucolare scuse di JohnBelushiana memoria (del tipo "il funerale di mia madre, un'indondazione gigantesca, le cavallette").
Lascio che il solerte funzionario di polizia dal berretto bianco che crede di rendere il mondo un posto migliore scribacchi in calligrafia da terza elementare la sua contravvenzione, e mi sforzo di pensare a cose sublimi... piuttosto che supplicare un vigile urbano, rinuncio ad un arto.
In cambio, mi aspetto che codesti omuncoli infagottati in una divisa da poco prezzo mostrino il medesimo, se non superiore, rispetto di quelle regole che difendono con tutte le forze e gli strumenti dati loro a disposizione (ultimamente, dopo manganelli e spray urticanti, anche le pistole).
E invece no.È di soli pochi giorni fa la notizia riportata dal Messagero.it dei 180 agenti del III gruppo di Roma che hanno la deprecabile abitudine di parcheggiare l'auto di pattuglia in divieto di sosta, in particolar modo sulle strisce pedonali e addirittura sui parcheggi riservati ai disabili, dove un comune mortale verrebbe immediatamente (e giustamente) multato, rimorchiato, e decurtato di 2 punti sulla patente.
Ma la coerenza e l'integrità non sono certo patrimonio di questi ometti investiti da un briciolo di autorità, e, a ben guardare, manco la dignità... visto che il loro capobanda, il loro comandante non cerca neanche di abbozzare delle scuse o promettere che non accadrà più...
No, certo che no.
Il capo-omuncolo biascica: "il III gruppo è il più disagiato di Roma. Abbiamo la sede nel I municipio e non abbiamo un parcheggio interno ma solo una rimessa, in via Fantini a 10 minuti di distanza".
Azz, 10 minuti: una distanza incolmabile. Anche mio nonno col deambulatore non si perderebbe d'animo e la percorrerebbe senza troppe storie.E aggiunge: «Abbiamo 30 auto e i posti riservati davanti al comando sono solo 12 e spesso sono occupati anche da macchine di altri gruppi.»
E allora? Nel mio ufficio ci sono altrettante auto e i posti a noi riservati sono zero.
Che dite, se lo racconto al vigile che mi sta multando questo la prende come una giustificazione valida?
Come direbbe il compianto Totò... Ma mi faccia il piacere, mi faccia.

lunedì 27 aprile 2009

Ma è possibile...

...che a una manciata di giorni da maggio, piova ancora?
Anche oggi sono venuto a lavorare in scooter, e anche oggi mi ha fregato.
E sento che le previsioni per tutta la settimana non sono buone per niente.
Vabbé... questa è la volta buona che mi compro un ombrello. Magari uno di quelli col manico luminoso... sì, come in Blade Runner.
Li vendono, non ci volevo credere.
A venticinque dollari. QUI.
Quasi quasi.

Napoli Comicon 2009


Parlando da privilegiato che è riuscito a svicolare attraverso l'ingresso accrediti, non ho trovato disagevole accedere alla manifestazione... di parere sicuramente diverso, le centinaia di ragazzi a cui è stato negato l'ingresso per ore e ore a causa dell'affluenza record.
La location, a mio parere era splendida... non avevo mai visitato Castel Sant'Elmo, dalla quale si ha una visione impareggiabile di Napoli e del golfo, ma qualche dubbio sull'effettiva capacità di accogliere il pubblico in tali oceaniche (ma anche prevedibili) quantità è venuto anche a me.
Comprendo le lamentele di chi giudica frammentario e tortuoso il percorso, ma confrontato a situazioni quali la Fiera di Roma, che altro non è che una serie di enormi scatoloni-contenitore più simili ad hangar che a qualsiasi altra cosa, il Comicon di Napoli ha romanticismo da vedere a pacchi.
Probabilmente, espositori e una gran parte di pubblico se ne fregano del romanticismo, ma io sono contento di averlo colto ed essermelo goduto, anche se a costo di qualche scomodità (strozzature improvvise nei percorsi, affollamenti esagerati davanti qualche stand, mancanza assoluta di campo per Vodafone praticamente dovunque, il bar dell'area pro sprovvisto di tutto).
Molto ben allestite, a mio parere, le mostre dedicate a Tanino Liberatore (che, per la serie: solo gli stolti non cambiano mai idea, mi sono reso conto di aver sempre sottovalutato e invece è un artista di prima grandezza), Leo Ortolani e Massimo Carnevale.
Gli incontri con gli artisti (l'appena citato Ortolani e un riservato Alan Davis) potevano e dovevano essere organizzati meglio soprattutto tecnicamente... l'impianto audio faceva schifo, letteralmente, e chi non si trovava nel raggio di quattro o cinque metri dall'artista non capiva un accidente di quello che diceva.
Anche in questa occasione devo rimarcare il basso livello dei cosplayer presenti... anche se, probabilmente, il meglio si è visto nella giornata di domenica, alla quale non ho presenziato.
Acquisti, non ne ho fatto nessuno.
È ormai da tempo che difficilmente esco dalla fumetteria con un albo sottobraccio, che non sia il solito RatMan bimestrale o qualche albo Ultimate particolarmente ben disegnato, o magari una collezione 100% Marvel. Sono settimane/mesi che aspetto il secondo volume di Empowered di Warren o di Echo di Terry Moore, ma ancora niente, e per pubblicazioni più "storiche" in genere mi rivolgo su eBay.
Per il resto, lo spirito con cui visito queste manifestazioni è sempre lo stesso: spero di restare sorpreso/colpito/sedotto da una storia, un tratto, una saga, un personaggio, qualcosa... ma è sempre più difficile.
Dieci anni fa, ad esempio, acquistavo quasi meccanicamente qualsiasi cosa vedesse Batman come protagonista, mentre oggi le sue storie e graphic novel mi appaiono prevedibili, pretestuose e già viste.
Probabilmente, non per un effettivo calo della qualità, quanto di un evolversi dei miei gusti. Non sono ancora sicuro se sia un bene o un male.
Comicon a parte... sono stato benissimo.
Il bed & breakfast era in una splendida zona di Napoli che non conoscevo, con vista sul meraviglioso Parco della Floridiana, al centro del Vomero, e che l'amica Becky ci ha aiutato ad attraversare con la disinvoltura dell'indigeno. Peccato che con lei ci siamo persi all'interno della manifestazione, complice il black out di Vodafone entro le mura del castello (il che, una volta di più, mi fa riflettere sulla sottile e nefasta dipendenza da questi aggeggi che abbiamo sviluppato nel corso degli ultimi dieci anni).
Arianna ha cazzarato in giro persino più di me, da brava addetta ai lavori, e si è portata a casa l'intera serie di A come ignoranza (con tanto di dedica disegnata su tutte le prime pagine) e la saga completa di Venerdì 12 del maestro Ortolani. Manuela è stata il solito fiume in piena, Alessio reduce dal premio Micheluzzi ricevuto per la pubblicazione in Italia del commovente Laika ha mantenuto il suo aplomb britannico e Stefania... beh, è sopravvissuta.

sabato 25 aprile 2009

Sto partendo...

...per il Napoli Comicon di Castel Sant'Elmo.
È la prima volta che partecipo alla manifestazione, che mai come quest'anno sembra interessante, nutrita di ospiti internazionali e non (primi tra tutti, Leo Ortolani e Alan Davis) e piena di belle mostre (mi incuriosisce molto quella dedicata al fumetto cinese).
Spero di riuscire anche a recuperare Watchmen, che qui a Roma l'hanno tenuto due settimane e mezzo prima di fare spazio a Fast and Furious.
Ci sarà anche il solito Cosplay contest, ma stavolta me lo godrò da spettatore.
Spero di rivedere anche Becky, in circostanze meno disastrose che lo scorso inverno stremato dalla broncopolmonite.
Vado con Ari, Alessio e Manuela.
Ho il pieno di benzina, il navigatore carico, l'iPod caricato con 836 tracce, è una bella giornata e porto gli occhiali da sole.
Vi ricorda qualcosa?

venerdì 24 aprile 2009

[Blu-ray covers] Il Cavaliere Oscuro



Una delle cose fighe di saper usare discretamente Photoshop è il potersi ridisegnare le copertine dei dvd qualora quelle originali non piacciano.
Basta una mezz'ora di tempo, qualche bella fotografia di scena, una buona stampante a colori, un filo d'ispirazione (non sottovalutate quest'ultima componente...) e, visto che non possiamo cambiare un finale deludente, almeno questa piccola personalizzazione sui nostri film preferiti è perfettamente alla nostra portata.
Per ora mi sono cimentato sul Cavaliere Oscuro, l'ultima trasposizione di Batman su pellicola, e il risultato non mi dispiace.

giovedì 23 aprile 2009

Una botta di nostalgia.

Nati negli anni ottanta e novanta astenersi.
Grazie.

Fantasia a briglia sciolta.

Vi ho già parlato di Yes, il deludente nuovo disco dei Pet Shop Boys e della sua splendida, geometrica copertina.
Come sempre più sovente accade (uno dei benefici effetti collaterali della pirateria, se volete la mia opinione), anche Yes è uscito nei negozi in due versioni distinte: una "light" contenente le undici canzoni della tracklist e null'altro, e una "hard" con un secondo cd con numerosi remix.
Le due versioni si distinguono facilmente per le copertine... una bianca, l'altra nera.
Ora, quasi contemporaneamente, è apparso nei negozi anche il nuovo lavoro dei Depeche Mode, Sounds of the Universe, altrettanto deludente a dire degli appassionati (io non saprei dire avendo smesso di ascoltarli con Violator).
Anche questo in double edition... una light e una con dvd incluso.
E, d'accordo... le due copertine saranno anche sostanzialmente diverse... ma vorrei solo capire se c'è una moda di cui non mi ero accorto.

Visto che siamo in argomento.

No, non ho finito.
Voglio segnalarvi qualche simpaticone che usa parte dei quattrini raccolti attraverso la donazione del 5 per mille per finanziare esperimenti sugli animali, ipocritamente definita "vivisezione".
Tra di loro, numerosi insospettabili, del tipo:
• AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro)
• AISM - Associazione Italiana Sclerosi Multipla
• ANLAIDS - Associazione Nazionale per la lotta contro l'AIDS
• Telethon, Trenta Ore per la Vita

Fate attenzione anche a sganciare quattrini alle Università, spesso in prima fila con la mano tesa. In tutte le facoltà biomediche esistono laboratori di sperimentazione su animali, e parte dei vostri soldi andranno a finanziare la vivisezione.
La vivisezione, oltre ad essere la più fetida delle vigliaccherie, è un orrore senza scopo che non aiuta il progresso medico.
Scoprite perché alla pagina NoVivisezione in breve.

In ultimo, se avete stomaco e non avete appena pranzato, guardate il video che mostra gli orrori nei laboratori di vivisezione Huntigdon Life Sciences.
Quando avete finito, fate qualcosa anche voi.

mercoledì 22 aprile 2009

97229260159

Tra poco, chi fra di voi ha un reddito documentato, dovrà apporre la sua firma sulla dichiarazione annuale.
E già da un po' si è scatenata la consueta bagarre per accaparrarsi il 5 per mille dei quattrini che – volente o nolente – dovremo versare all'erario: chiesa cattolica, chiese avventizie dell'ultimo giorno (mi sono sempre chiesto cosa significhi), Amnesty International, onlus di ogni ordine e grado e via questuando.
Su questo blog propugnerò la causa dell'OIPA, l'Organizzazione Internazionale Protezione Animali.
Mantenendo il massimo rispetto per gli altri, voglio solo farvi soffermare sul fatto che, a differenza degli esseri umani (o comunque di molti), gli animali non hanno diritti riconosciuti, e, in pieno 2009, sono ancora maltrattati, rinchiusi, affamati, sfruttati, seviziati e uccisi da esseri che di umano non hanno proprio un cazzo di niente (perdonate il francesismo).
Gli animali hanno come unica colpa condividere il nostro stesso pianeta, e lo pagano spesso con la loro vita.
Dimostriamoci persone migliori e diamogli una mano. Potete donare il vostro 5 per mille all'OIPA firmando nella casella “Sostegno delle organizzazioni non lucrative” e indicare unicamente il codice fiscale dell’OIPA che è 97229260159.
Grazie a tutti, ho finito.

MacMini, la recensione (parte 2)

SUL CAMPO
Il mio mestiere è il designer, quindi ho installato sul MacMini i software grafici più diffusi nelle loro versioni più aggiornate: la Suite Adobe CS4 e Quark XPress 7.3 (sono in attesa dell'upgrade a 8).
La faccio breve: apertura di un file Photoshop multilivello da 216MB: 12 secondi.
Su Macintosh G5 dual processor: 1 minuto e 25 secondi.
Rotazione verticale dell'immagine: 1 minuto e 7 secondi.
Su Macintosh G5: 1 minuto e 20 secondi.
Applicazione filtro Sfocatura Radiale, fattore 68, zoom, qualità migliore: 2 minuti e 48 secondi.
Adobe Illustrator CS4: autoricalco di un'immagine 3.461x4724 pixel a 128 colori: 4 minuti e 5 secondi.
Quark XPress 7.3: apertura file di 240 pagine con 286 anteprime a colori: 17 secondi.
In conclusione, il Mini è una macchina veloce e reattiva, dotata di un hard disk di proporzioni più che decenti e con cui si può lavorare a livelli mediamente buoni anche per fare musica e grafica (senza eccessive pretese, sia chiaro).
A SECONDA DEI CASI
Il MacMini, per come viene venduto, non può essere usato.
Nel senso che, a differenza ad esempio dell'iMac, è privo di tastiera, mouse e monitor.
Quello che può sembrare un limite è, al contrario, una precisa scelta... filosofica e commerciale.
Caso A.
Non avete in casa un computer o un monitor, oppure ne avete uno così datato da non avere una presa USB o una DVI (per il monitor). Ecco quello che vi serve:

• 1 tastiera e 1 mouse. La collegate e, se avete optato per un modello Apple, avrete due porte USB in più dove attaccare, ad esempio, il mouse. Quella venduta da Apple costa 49 euro, è ricavata da un unico pezzo d'alluminio, è sottilissima, funzionale ed esteticamente identica al case del Mini. Con 30 euro in più, se serve, potete acquistare la versione senza fili ma privata del tastierino numerico laterale... a mio parere, un autentico furto, ma ognuno valuterà le sue esigenze.
Quanto al mouse, sempre se optate per componentistica Apple, non pensate di risparmiare: il Mighty Mouse è offerto alla bellezza di 55 euro, ma bisogna dire che include quattro tasti programmabili indipendentemente, una sferetta per lo scorrimento nelle quattro direzioni (con la spiacevole tendenza a diventare inutilizzabile se non viene pulita con regolarità) e una grande solidità costruttiva.
• 1 monitor. Questa è una nota dolente. Da quando Apple ha aggiornato la sua linea di Cinema Display, sono disponibili esclusivamente modelli con schermo lucido. Il che vuol dire miglior contrasto e miglior fruizione nella visione di DVD, filmati e fotografie... ma se dovete lavorarci, è un'altra storia.
Il mio consiglio è di acquistare un Cinema Display Alluminium su eBay o in qualsiasi altro circuito dell'usato (macexchange.it o macusato.it). Risparmierete e vi porterete a casa un prodotto eccellente, esteticamente in linea col MacMini e ancora competitivo per parecchi anni. Un venti pollici widescreen è quotato circa 600 euro, ma è una spesa che supererà di gran lunga la durata del calcolatore stesso. E la DVI verrà supportata verosimilmente ancora per lungo, lungo tempo. Senza contare la presenza di un adattatore nella confezione del MacMini.
La spesa complessiva per trasformare il vostro MacMini in una macchina davvero completa (e davvero buona) è di 704 euro... sempre ammettendo che in casa non abbiate né una vecchia tastiera o un monitor DVI da collegarvi.
Ed ecco che arriviamo al Caso B.
Avete già in casa un computer. Un Mac, forse, ma più facilmente un PC.
Uno dei punti di forza, spesso sottovalutati, del Mini è esattamente questo.
È talmente piccolo che può essere sistemato, quasi nascosto, praticamente dappertutto accanto il vostro PC. Scollegare tastiera e monitor e attaccarle al Mac è questione di un minuto, e non c'è bisogno di spostare nulla.
Ed ecco che il Mini si trasforma in un ingegnoso Cavallo di Troia.
Al suo interno è installato Boot Camp, un software che permette di eseguire Windows a velocità nativa.
Boot Camp supporta le più comuni release a 32 bit di Windows XP e Windows Vista.
Quando eseguite uno di questi sistemi operativi sul MacMini, le applicazioni per Windows funzionano a velocità nativa e hanno pieno accesso ai processori e i core multipli, alla grafica 3D accelerata, e naturalmente a USB, FireWire, Wi-Fi e Gigabit Ethernet.
In altre parole: due computer al prezzo di uno.
Secondo voi quanto ci metterà un comune utente PC ad abbandonare definitivamente la sua vecchia macchina quando vedrà che può avere il meglio dei due mondi su un oggettino minuscolo, silenzioso e che non crasha mai?

In conclusione, messo in condizione di esprimersi al meglio, il Mini è una macchina estremamente mininalista nelle linee, solida nei dettagli costruttivi, performante nelle prestazioni, abbastanza contenuta nei prezzi e insuperabile nella versatilità: una macchina perfetta per il segmento che vuole raggiungere (scrittori, designer che lavorano col 2D, studenti universitari, mia nonna, utenti PC indecisi se saltare il fosso, persone con poco spazio sulla scrivania, gente che vuole farsi un media center da attaccare al megaschermo).

martedì 21 aprile 2009

Razzi fotonici! Attacco solare!

Mazinga Zeta può vantare il primato di essere il primo anime, in ordine cronologico, basato sulla storia di un grande robot pilotato... è grazie al suo successo che abbiamo avuto, in seguito, Goldrake, Daitarn e compagnia robotica.
Fu creato da Go Nagai nel 1972.
Basta guardarlo per riconoscerlo: tutti hanno seguito le sue gesta, negli anni ottanta.
Mazinga Zeta andava a energia fotonica... il che è una pessima idea, dal punto di vista del rendimento.
Nagai forse pensava che usando l'energia della luce si potessero creare armi che viaggiassero alla velocità della luce, come i famosi razzi fotonici, o magari credeva di poter scindere i fotoni come si fa con gli atomi. In realtà, l'energia associata ai fotoni è bassissima.
Se prendeste una torcia elettrica da 100 watt (quindi, bella potente) e che pesa un chilo, e la metteste nello spazio, e ammettendo di trasformare il cento per cento della sua luce in energia cinetica, questa pila produrrebbe una forza propulsiva di 0,034 milligrammi... anche in assenza di attrito, cioè nello spazio, le servirebbero 41 minuti per percorrere un metro.
In altre parole, Mazinga Zeta, se fosse stato realmente costruito, sarebbe stato più lento di una lumaca zoppa.
Del tutto inservibile in battaglia.
Poi, naturalmente, ci sono i sostenitori di Daitarn III, che funziona a energia solare.
In poche parole, l'energia solare viene prodotta riflettendo i fotoni usando pannelli di alluminio: il tasso di rendimento oscilla tra il 17 e il 40%. L'energia che Daitarn III può ricevere assorbendo i raggi del sole è di circa 800 watt per metro quadrato: con un tasso di rendimento del 40%, può contare su 11 kilowatt.
Con 11 kilowatt, solo per alzarsi in piedi gli ci vorrebbero (i calcoli non sono i miei, ma sempre del professor Yanagita) 2 minuti e 40 secondi. Peggio che Matteo subito dopo pranzo. Volare (anche solo saltare) sarebbe del tutto impensabile.
Per spostare un vagone di un treno, ad esempio, servono 720 kilowatt... e la potenza di Daitarn III è appena 1/64 di quella di un treno, come a dire che, per far avanzare un treno di dieci vagoni, più piccolo di un comune Eurostar, servirebbe un esercito di 650 Daitarn III.
Insomma... a spanne, un solo Astroboy è potente quanto 6.500 Mazinga Zeta (il suo reattore interno può generare fino a centomila cavalli di spinta), e sebbene energia fotonica, solare, eolica siano certamente fonti infinitamente più ecostenibili del nucleare, di sicuro sono inadatte per muovere un robot gigante.
Fatevene una ragione... anche perché, se vi saltasse in mente di cercare di pilotare uno di questi aggeggi, ammesso che se ne possa costruire uno abbastanza potente da muoversi più in fretta di vostro nonno col deambulatore, restereste quasi certamente uccisi.
Magari poi vi spiegherò il perché.

lunedì 20 aprile 2009

Tra il dire, il fare e il nucleare

Scopro che in autunno arriverà sul grande schermo (incredibilmente finito in mano a una produzione americana) Astro Boy, uno dei manga più importanti della storia: creato da Osamu Tezuka, nel 1952, Astro Boy è un bambino-robot, creato da un padre scienziato per replicare il suo figlio umano perduto in un incidente d’auto.
Astro Boy, nell'immaginazione di Tezuka, funzionava ad energia nucleare.
Che di per sé è un tipo di energia potentissima, ma potenzialmente molto pericolosa.
Mi sono informato.
Semplificando, il metodo più efficace per sfruttare l'energia nucleare è utilizzare il calore prodotto dalla centrale atomica per scaldare acqua, e utilizzare il vapore derivato per mettere in moto delle turbine: alcune centrali usano metallo liquido, ma in ultima analisi producono tutte vapore e lo trasformano in movimento. Non a caso Astro Boy e Atoman sono robot che combattono emettendo vapore dalla testa.
Ora, nel corso di una fusione nucleare, del tipo che avvengono all'interno di Astro Boy, vengono emessi neutroni e raggi gamma... che, se non vengono schermati, sono mortali per l'uomo. E, ovviamente, se si deve produrre vapore da trasformare in energia cinetica, serve dell'acqua.
Moltissima acqua.
Quindi, all'interno del nostro robottino dalle sembianze di bambino, dovrebbero esserci:
1) un reattore nucleare
2) una caldaia
3) uno starter
4) un sistema per la trasmissione del movimento
5) uno schermo di cemento o di acciaio per le radiazioni
6) una quantità d'acqua pazzesca.
Perché crediate che le centrali nucleari sono edifici giganteschi?
Anche ipotizzando di costruire un reattore nucleare in miniatura, non possiamo fare a meno dell'acqua e dello schermo protettivo.
Supponendo di poter costruire una sfera d'acciaio spessa 30 centimetri per contenere il nocciolo, questa dovrebbe misurare circa un metro di diametro. Il che basterebbe a rendere Astro Boy più grosso e tozzo di come ce lo ricordiamo, ma questo è ancora niente.
Solo lo schermo protettivo peserebbe più di dieci tonnellate... e naturalmente, c'è l'acqua.
Se il corpo di Astro Boy è occupato dal reattore e dallo schermo, l'unico posto dove metterla è la testa.
In altre parole, Astro Boy avrebbe un torace di quattro metri di diametro e un testone più o meno delle stesse dimensioni... finirebbe con l'assomigliare più a Doraemon.
E... sì, lo so, sono un guastafeste: dovrei lasciarvi guardare il bellissimo teaser di Astro Boy (qui sotto) e basta.
Ma era tanto per parlare. ;)
Grazie a Rikao Yanagita, che ha condotto un'accurata analisi sulla scienza dei manga e degli anime (Anime University, Kappa Edizioni).

sabato 18 aprile 2009

Sempre. Più. Difficile.

Provate a pensare alle tre cose più difficili da fare, in assoluto, nell'universo intero.
A me vengono in mente:
1) ottenere il numero di cellulare di Christina Aguilera;
2) Capire perché Dio ha creato le zanzare;
3) Convincere quel vigile urbano che eri appena arrivato e stavi proprio per andare via e che non ti eri davvero accorto che era un parcheggio per disabili;
4) progettare un layout grafico che piaccia subito e a tutti:
5) Provare a canticchiare Leva's Polka, a tutt'oggi il pezzo più conosciuto dei Loituma, quartetto finlandese che dal 1997 delizia il mondo intero con questa irresistibile ballata.
QUI c'è il testo... provate a cimentarvi nel karaoke, anche solo per una strofa.
E se ci riuscite, mandatemi un mp3, un video, quello che volete... vi pago una cena, quando e dove volete voi.
Qui sotto il video, interpretato da tre altrettanto irresistibili tamarri.
Loituma santi subito.

Nuapurista kuulu se polokan tahti
jalakani pohjii kutkutti.
Ievan äiti se tyttöösä vahti
vaan kyllähän Ieva sen jutkutti,
sillä ei meitä silloin kiellot haittaa
kun myö tanssimme laiasta laitaan.
Salivili hipput tupput täppyt
äppyt tipput hilijalleen.


Eàtsa Tsa Parelì Parelà Landì Parelì Landì Standù Larì Pidapilà Larù Padirù Pirà Anguricangù Caeachiridangù!
Aràtsa tsa Earibidabidì Laberìt Standìl Landèl Landò Abarì Pattà Parì Parì Paripiripiripiri Standèl Landò!
Eabarì Làstel Landè Ialò Eabarebereberebudu Iabù Parì Standèl Lastèl Landò Badàche Dàche Dàche Du Du Deheadò!


Ievan suu oli vehnäsellä
ko immeiset onnee toevotti.
Peä oli märkänä jokaisella
ja viulu se vinku ja voevotti.
Ei tätä poikoo märkyys haittaa
sillon ko laskoo laiasta laitaan.
Salivili hipput tupput täppyt
äppyt tipput hilijalleen.

venerdì 17 aprile 2009

[TOP FIVE] 5 perversioni sessuali...


...che NON mi attirano.
Per quelle che, viceversa, mi attirano, dobbiamo essere un po' più in confidenza. Per il momento, accontentatevi di conoscere quelle che davvero non mi dicono nulla, o mi lasciano perplesso, sbigottito o inorridito.

1) Sì! Fammi male! Di più!Un numero sorprendente di uomini confessa di apprezzare di essere soggiogato, incatenato, insultato, umiliato, fustigato, cavalcato e via maltrattando.
Il mio sarà un banale istinto di autoconservazione, ma se penso a quando una donna mi da un pizzico o un morso un po' più forte e io le dico: Ahò, ma chesseimatta??" intuisco che la dominazione non è la perversione che fa per me.
Almeno, non da quella parte della barricata.
E poi, suvvia, la posizione è ridicola. Ho problemi a scodinzolare.

2) Sì, fate pure come se non ci fossi...
Incalcolabile credo che sia anche il numero dei maschietti che vedono i loro livelli di testosterone schizzare alle stelle alla sola vista di due femminucce che si strofinano, sbaciucchiano, slinguazzano e poi passano a fare sul serio introducendosi a vicenda nei rispettivi orifizi (con cui Madre natura è stata più generosa che non noi) oggetti di varia natura provenienti indifferentemente dal mondo vegetale, minerale ma anche animale.
E, comunque, volendo fermarsi al più casto petting, la mia reazione è invariabilmente un lungo, irrefrenabile sbadiglio, spesso seguito dal pensiero: "ma che spreco, cazzo".
Senza contare che, se nell'immaginario comune due donne che intrallazzano hanno sempre corpi levigati e fattezze da modelle, nella realtà assai più spesso si tratta di soggetti più mascolini del gommista sotto casa mia e che difficilmente troverebbero spazio su una copertina.

3) Mi chiudi la lampo, amore?
Latex: particolare derivato del lattice di gomma. Aderentissimo e sottilissimo. Praticamente una seconda pelle. Generalmente nero, ma prodotto anche in colori sgargianti quali il rosso zoccola e il blu pappone.
Avete presente i guanti per lavare i piatti? Ok, adesso immaginateli di due o tre taglie più stretti della vostra, e di infilarci dentro tutto il corpo (a costo di assurde contorsioni o di confezioni di borotalco formato famiglia).
Aggiungete chiusure lampo nei punti strategici (avete capito benissimo...) lasciatele sbadatamente semiaperte, ed avrete un altro classico feticcio maschile... la donna vulcanizzata come e meglio di una Goodyear.
Se non vi dà fastidio il sudore stagnante sotto i vestiti, la puzza di gomma e il viscidume, questa è la perversione che fa per voi... per non parlare di tutto ciò che può restare impigliato in quelle dannate lampo.
Personalmente, mi accontento di Michelle Pfeiffer nei panni di Catwoman.

4) Guarda, amore, l'ho comprato apposta per te...
Non posso farci nulla... guepiere, bustini, reggicalze, babydoll e compagnia hanno un unico effetto su di me: mi fanno scoppiare a ridere, con notevole disappunto di chi le ha esibite al sottoscritto con tutt'altre – credo – intenzioni.
E dicono che il buonumore sia una bella cosa, ma che sotto le lenzuola spesso abbia un effetto, diciamo, uhm, controproducente.
Tra l'altro, per quello che ne so, La Perla, Victoria's Secret, OcchiVerdi e Triumph, solo per citare quelle che conosco, non regalano esattamente i loro trionfi di stringhe, merletti e bretelline. Meglio investire in un paio di Manolo Blahnik o, ancora meglio, Jimmy Choo.

5) Uh... ti chiudo la porta, eh?
Va bene, i gusti sono gusti... e diciamo che, se fossi ubriaco come una pigna probabilmente potrei anche divertirmi con almeno un paio delle perversioni sopra descritte, ma...
Questa non ce la posso fare.
Dei fluidi e solidi emessi dal corpo umano che, solitamente, finiscono giù per lo scarico scivolando lungo una tazza di porcellana bianca, e che pure trovano una discreta quantità di estimatori, preferisco stare alla larga.
Che volete farci, sarò all'antica.
Vi chiudo la porta, eh.

giovedì 16 aprile 2009

MacMini, la recensione (parte 1)

Le recensioni scritte a caldo sono poco affidabili.
Lo dico perché ne ho scritte pure io e non di rado mi è capitato di cambiare idea rispetto alla mia opinione iniziale.
Forte di questa convinzione, ho deciso di aspettare qualche giorno prima di parlare del MacMini e di farlo solo dopo una prova approfondita e dopo averlo usato in ogni condizione possibile.

FORMA, MATERIALI E DETTAGLI COSTRUTTIVILe dimensioni del MacMini fanno impressione.
Non s’è mai visto un computer da scrivania così piccolo e fino a quando non lo vedete con i vostri occhi, non vi rendete conto con esattezza quello che intendo.
Prendete quattro custodie di cd e otterrete una pila appena più bassa di un MacMini. Come peso e dimensioni, è assimilabile alle vecchie autoradio che negli anni ottanta era normale portarsi in giro. Non è concepito come un portatile, ma trasportarlo in giro e attaccarlo a un altro monitor e a un'altra tastiera magari in ufficio, all'università o da un amico è un'operazione assimilabile a ficcare un libro in una borsa.
Tutta la macchina comunica un’impressione di grande solidità: all'apparenza sembra identico al modello precedente, ma leggo che la struttura di alluminio anodizzato sovrastata da un rivestimento in policarbonato è stata completamente riprogettata da Apple.
Non ho idea di cosa abbiano cambiato, ma maneggiare il piccolino made in Cupertino restituisce la sensazione esatta di avere in mano un sandwich di componenti elettronici perfettamente allineati e incastrati a regola d'arte come un gioco di pazienza per farli entrare e lavorare in perfetta, silenziosa efficienza.
Se vogliamo andare a trovare un qualche difetto sotto il punto di vista progettuale del MacMini, si può dire che l'accesso alla RAM resta difficoltoso come in passato, richiedendo l'uso di un'assai poco tecnologica spatolina da imbianchino per aprire il fondo della macchina, ad incastro e privo di viti.
Sul design si possono, poi, avere varie opinioni. La mia è che, per quanto minimale possa essere il design del MacMini e quindi difficilmente migliorabile in questo senso, il non averlo diversificato in alcun modo rispetto il modello uscito nel 2004 può significare solo che non si è riusciti a miniaturizzare ed ottimizzare più di quanto non fosse stato già fatto, o anche che si è trattato di una scelta precisa da parte di Apple che ha tuttora lasciato invariato il case dei MacPro rispetto il G5 presentato nel 2003.
Non mi sarebbe dispiaciuto, ad ogni modo, vederlo ristilizzato... Jonathan Ive sta un po' rubando lo stipendio, negli ultimi tempi.
(la versione qui sotto è un mio divertissement... sostanzialmente identico, ma con un case interamente in alluminio e appena più snello)


PRESTAZIONI
Questa volta le differenze in gamma sono pochissime. Entrambi i MacMini oggi in listino utilizzano il processore Intel Core 2 Duo da 2 gigahertz presente nel modello base dei MacBook, appartenente alla famiglia Penryn delle CPU di Intel; a cambiare è la dotazione dei componenti e quindi, in piccola parte, le prestazioni finali.
Io ho scelto di acquistare il modello base, dotato di processore Core 2 Duo a 2 GHz, 1 GB di memoria RAM DDR3, chip grafico Nvidia Geoforce 9400M, hard disk da 120 GB, masterizzatore SuperDrive 8x e connettività Gigabit Ethernet, Bluetooth 2.1 con EDR e Wi-Fi 802.11n.
La versione più completa offre 2GB di memoria e un hard disk da 320 GB.



PIMP YOUR MAC!
Premessa: quando comperate un computer, lo sanno anche i miei gatti, se c'è una cosa sulla quale non bisogna risparmiare è la memoria RAM.
Resterete di stucco quanto il vostro computer si dimostri più scattante e rapido sotto ogni punto di vista raddoppiandogli o quadruplicandogli la dotazione (oggettivamente insufficiente quella base del MacMini soprattutto utilizzando Leopard come sistema operativo e applicazioni succhia RAM come Amule o Photoshop).
Ne consegue che, se volete ottenere dal MacMini il massimo delle prestazioni, non dovrete scendere a compromessi... e acquistare subito un gigabyte di RAM aggiuntiva (o meglio ancora quattro come ho fatto io). Apple vende 2GB a 45 euro, e due barrette da 2GB a 135 euro, ma è possibile acquistarla altrove a costi più contenuti.
Saranno i vostri soldi meglio spesi.
Il punto è che, in virtù della RAM aggiuntiva, il MacMini gira meglio di un iMac dotato di un processore più potente ma dotato di un solo giga di ram.
In termini di prestazioni, il Mini non costringe a scendere a nessuno di quei compromessi a cui di solito si deve sottostare se si vuole risparmiare un po' sul prezzo d'acquisto: è un computer da lavoro a tutti gli effetti. Altro che entry-level.

Icone-fai-da-te?

Farsi da soli le proprie icone è assai più gratificante che trovarne in giro di più o meno gradevoli e appiccicarle alle proprie cartelle.
So che per alcuni potrà sembrare una colossale perdita di tempo, ma da quando ho installato Leopard non ho resistito a fabbricarmi le mie super-icone 512x512.
E ho potuto levarmi lo sfizio di usare una foto di Christina Aguilera per la cartella "immagini".
Ne ho già fabbricate cinque o sei dozzine.
Fermatemi.

martedì 14 aprile 2009

Aridatece er bovaro

Mi feci del gran risate, veramente delle gran risate quando, nell'ormai lontano 1982, Neil Young pubblicò il suo LP Trans.
I suoi fans erano sbigottiti.
Sembrava che cominciasse ad alienarsi realmente pubblico e critica, fino a quel momento benevoli nell'accettare anche prove opache come Hawks & Daves e Re-ac-tor.
Trans?
No, Trans era troppo.
Una versione del tutto inedita di Neil Young, la cui voce era sommersa da montagne di sintetizzatori, batterie elettroniche e, sacrilegio!, spesso "mascherata" dall'uso del vocoder che stendeva sul disco un disumanizzante effetto robotico.
Sacrilegio perché era proprio la voce di Young la sua caratteristica fondamentale e più riconoscibile della sua intera produzione.
E adesso, dov'era finita?
Cos'era quella porcheria, chi si credeva di essere, i Kraftwerk?
Aridatece er bovaro, gridarono tutti all'unisono.
E io ridevo.
E comprai subito una copia di Trans.
Un disco che spicca nella sua discografia come uno scarafaggio in una tazza di latte.
Nessuno glielo perdonò.
Se cercate in un negozio di dischi, troverete tutto di Neil Young... ma Trans no.
Se chiedete ad un commesso, vi guarderà come se lo steste prendendo per il culo.
Su iTunes Store non ce n'è traccia.
Molti ne ignorano completamente l'esistenza, e parecchi fanno finta che non sia mai esistito, che è stato uno scherzo, uno sbaglio.
E invece (continuo a ridere), Trans uscì davvero... e, ad essere onesti, erano addirittura due dischi al prezzo di uno.
Delle nove canzoni della tracklist, tre erano ballate leggere e levigate di stampo assolutamente acustico, che collidevano con altri sei pezzi che nulla avevano a che vedere – apparentemente – con Neil Young.
Un disco ibrido, due anime agli opposti che avrebbero dovuto restare separate, ma che così non fu.
Ci vollero anni perché Young si aprisse alla stampa e spiegasse che Trans parlava direttamente a suo figlio.
Per lui era l'inizio di una ricerca per trovare un'interfaccia di comunicazione con una persona sordomuta... a suo dire, pezzi che scioccarono il suo pubblico come Computer Age, Transformer Man e We R In Control erano zeppe di riferimenti a suo figlio e alle persone che cercavano di vivere una vita premendo pulsanti, cercando di controllare le cose attorno a loro e di parlare con persone che non possono parlare usando voci sintetiche o altri supporti non-umani.
"L'unico fottuto problema era che ero Neil Young", ricorda. L'eroe di Woodstock, il paladino punk ante litteram, uno che aveva cantato della vita e della morte del rock.
Una volta di più, fu ed è una questione di aspettative disattese.
Per quanto mi riguarda, mi innamorai all'istante di Trans e del coraggioso sperimentalismo di Young che, a ogni modo, più tardi rientrò nei ranghi e ricominciò a comporre la sua roba acustica.
E tutti vissero felici e contenti.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...