venerdì 14 settembre 2018

Vola via Zienia Merton.

Ci lascia anche Zienia Merton, la gatta morta della base lunare Alpha, forse non uno dei personaggi cardine di Spazio 1999 ma che fu la sola, anni e anni dopo la chiusura della serie, a riprendere il suo ruolo nel cortometraggio diffuso durante la convention Breakaway 1999.
Non era tra i miei personaggi, né l'ho mai trovata particolarmente attraente... ma Spazio 1999 lo si ama in toto e incondizionatamente, quindi massimo rispetto.

venerdì 4 maggio 2018

Cinque incredibili moto e scooter da futuro prossimo venturo.

L'innovazione è una strada lunga e costellata di infiniti stop – questo è troppo costoso, quest'altro la gente non lo capirà, ma perché cambiare se finora ha funzionato così bene? – ma, fortunatamente, continua a venire percorsa ogni giorno da milioni di persone che pensano che un miglioramento è sempre possibile... e scelgono di non restare a crogiolarsi in un infinito presente, che, si sa, è un attimo che quello diventa passato e vivere nel passato è (quasi) sempre un grosso errore.
Oggi vi presento cinque prototipi legati al mondo delle due ruote, cinque innovative soluzioni per la mobilità dirompenti vuoi per scelte estetiche che tecnologiche.
Fatemi sapere, se vi va, qual è il vostro preferito.

BMW TITAN
Dobbiamo il concept Titan al designer turco Mehmet Erdem, che già si è cimentato in passato con lo storico marchio bavarese. Non è mai stata raggiunta la fase di prototipazione – e quelli che vedete in queste immagini non sono che render molto accurati – ma di certo è un'idea affascinante, carica di suggestioni e proprio per questo degna di essere ospitata qui.
Come molti altri concept di questo tipo, sembra pensata per il solo pilota, ma immagino che con qualche ritocco al design un passeggero potrebbe venire comodamente ospitato.


BMW LINK
Proveniente direttamente da centro stile BMW, il Link è uno studio estremamente serio sui futuri mezzi elettrici a due ruote più vicini al concetto di scooter che non di motocicletta.
Addio al serbatoio di carburante, benvenute le batterie agli ioni di litio sistemate nella porzione inferiore della moto, per abbassare il baricentro e ottimizzare la guidabilità.
Il Link integra dispositivi di connettività digitale che puntano a ridisegnare il rapporto uomo-macchina-ambiente: il prototipo può sincronizzare il calendario digitale del guidatore per aiutarlo a programmare al meglio i percorsi da seguire, evitando quelli più trafficati o per godersi una strada piena di curve. Spariti i comandi fisici dal manubrio, la strumentazione lascia il posto a un head-up display su cui sono proiettate le principali informazioni di tachimetro e Gps.
Completa la dotazione un cappotto dedicato in panno di loden idrorepellente, connesso senza fili col Link, col quale – ad esempio – il pilota può aprire e chiudere il vano sottosella con un semplice movimento del braccio.
Nessun dato su prestazioni e autonomia è stato diffuso.

SAMURAI

Dietro lo pseudonimo Grande Giappone si nascondono i due designer ucraini e bielorussi, Vladimir Panchenko e Artem Smirnov, che hanno realizzato oltre quaranta dettagliatissimi render della Samurai, motocicletta realizzata in gran parte in fibra di carbonio e pensata – caso più unico che raro, e che le vale l'inserimento in questa gallery – ad accogliere un passeggero in un sidecar, oggetto tuttora desueto ma meritevole di una rivisitazione in chiave Terzo Millennio.


YAMAHA MOTOROID
Presentata allo scorso salone di Tokyo, la Motoroid è un prototipo completamente funzionante, orientato a una maggiore interazione tra il pilota e una sorta di "intelligenza artificiale" (virgolette d'obbligo) della moto... dettaglio su cui la casa giapponese non si è dilungata più di tanto, in effetti.
Spinta da un motore elettrico collocato nel mozzo della ruota posteriore e alimentato da sei batterie agli ioni di litio cilindriche (collocate in modo da poter essere sostituite velocemente per annullare i tempi di ricarica), la Motoroid pesa 213 kg, quanto uno scooterone comune. Le tradizionali manopole lasciano il posto a un paio di cloche aeronautiche che gestiscono lo sterzo e la forcella con steli ellittici.
Il prototipo "accoglie" il pilota in sella riconoscendolo e regolando automaticamente la posizione del manubrio e l'appoggio per il busto su cui appoggiarsi in frenata. Due sostegni sopra la sella aiutano a mantenere l'assetto in accelerazione.

YAMAHA 04GEN
Tra tutti i prototipi presentati in questo post, è quello più vicino alla produzione in serie, anche se dalla data della sua presentazione – al Vietnam Motorcycle Show del 2016 – in Europa non se n'è vista traccia.
Ed è un peccato, perché il 04Gen riesce a dire qualcosa di nuovo in termini di stile nel campo degli scooter, adottando, tra l'altro, elementi semi trasparenti per coprire il telaio basso e lungo, con andamento trapezoidale e la meccanica interna. La sella è di vera pelle e la strumentazione è sostituita dallo smartphone del pilota (come faccia a restare a prova d'acqua è un mistero).
E, sì, forse la Vespa 946 rimane un gradino più in alto per quanto riguarda la pulizia del design... ma il prezzo assolutamente spropositato la collocano completamente fuori mercato, e di certo sarei curioso di vedere che concorrenza potrebbe farle il 04Gen se venisse mai commercializzato in Italia.

giovedì 3 maggio 2018

The sound of the atom splitting.

Nuova roba in Photoshop, che ogni tanto mi riprende – e per un po' non mi molla più.
Strizzando sempre un occhio al vecchio Dave.



mercoledì 2 maggio 2018

Tre è meglio di due (?).


I più scettici pensavano alla Yamaha Niken come l'ennesimo concept – vetrina per mostrare sperimentazioni di nuove soluzioni tecniche e ingegneristiche – che non avrebbe mai raggiunto i negozi e le strade, o almeno non in tempi brevi.

E invece la casa del diapason renderà disponibile dal 17 di questo mese le prenotazioni per la Niken, una di quelle moto che a vederla in fotografia non convince al cento per cento (sembra uno strano ibrido tra uno scooter a tre ruote e un granchio meccanico) ma, a guardarla in movimento (vi consiglio vivamente la visione del video qua sotto) sembra effettivamente un oggettino interessante.



La Niken (parola giapponese traducibile in "due spade") si pone come la prima moto di serie multiruota al mondo, secondo quanto dichiarato da Yamaha trasmette un feeling molto simile nella guida a quello di una tradizionale motocicletta a 2 ruote e sarà offerta a un prezzo – stimato – intorno i sedicimila euro.
Naturalmente, i motociclisti duri e puri (o che, comunque, si sentono tali) si sono precipitati a cassarla e a inchiodare la bara, ma si sa: è sempre stata una categoria di reazionari.
Io, potendo, una chance gliela darei.



martedì 1 maggio 2018

O password o morte.

Vi dò un suggerimento gratis, che magari vi farà risparmiare qualche capello bianco: non scegliete, come password per accedere al vostro Mac, di non inserire alcuna password.
Su versioni di MacOS antecedenti a High Sierra, il trucchetto funzionava. Ora, anche se il pannello di controllo si limita a sconsigliarvelo per ragioni di sicurezza, di fatto al primo riavvio non inserire nessuna password – anche se avete scientemente deciso di non metterne nessuna – non vi farà più accedere al vostro Mac.
Mi dovete un cappuccino.

martedì 24 aprile 2018

Il mio primo iMac.

Ci sono volute svariate generazioni e più di tredici anni per convincermi a comprare un iMac. Per quanto l’idea di una macchina all-in-one fosse alla base del concetto del primo Macintosh, acquistare un computer in cui uno dei componenti – lo schermo – di fatto sarebbe invecchiato molto più lentamente dell’elettronica interna e del processore mi ha fatto sempre preferire soluzioni più versatili come i Mac Mini, pratici e poco ingombranti ma penalizzati da alcuni compromessi hardware e da un cronico disinteresse da parte di Apple per quanto riguarda gli aggiornamenti.


Ciò che mi ha sempre colpito è la semplicità dell'iMac.
Il suo form factor, l'intersezione perfetta tra funzione e forma è una roba che ti mette in ginocchio.
I primi modelli erano meno proporzionati e più goffi, ma il tempo li ha resi perfetti.
Dal dirompente (e irripetuto) design “a lampada”, dal quale si è drasticamente allontanato, l'iMac ha subito negli anni numerosi affinamenti di carattere estetico... ma è – fondamentalmente – lo stesso concept: uno schermo piatto montato su un supporto basculante d’alluminio. Un’idea probabilmente meno dirompente rispetto la giocosa, funzionale follia dell’imac G4, ma talmente minimale da mantenere un fascino unico inalterato per quattordici – quattordici – anni.


Ricordo quanto fu sconvolgente questo design quando lo vidi per la prima volta.
È una versione incredibilmente semplice del personal computer. L’idea del supporto basculante che fa anche da basamento è geniale… e da allora nessuno ha trovato una soluzione più elegante. E sebbene l'iMac non sia stato il primo ad avere un drive verticale per il caricamento dei supporti ottici, la sua implementazione è rimasta invariata fino al 2012, anno in cui Apple decise che erano obsoleti ed eliminò anche quella feritoia laterale.

Sul retro, ci sarebbe stato spazio per almeno un altro paio di porte USB ad alta velocità in più. Non avrebbe inficiato l’estetica e avrebbe evitato la necessità di munirsi di un hub esterno.


È difficile trovare dettagli – di qualsiasi tipo – sulla superficie dell’iMac (cosa tutt’altro che rara nell'universo Apple, ma portata all’estremo su queste macchine): non sembrano essere stati nascosti, ma semplicemente integrati nel concept stesso: un computer che non richiede e non richiederà mai intervento umano (anche se il prezzo è l’impossibilità di accedere autonomamente a qualsiasi componente interno).


Sui vecchi iMac in policarbonato, c’era una grossa scritta iMac, proprio sotto la feritoia di raffreddamento. Mi pareva sovradimensionata e un pelo fuori luogo. Per fortuna è stata sostituita con il logo Apple, nero lucido, che crea un bel contrasto con l’alluminio satinato.


Progettare un case che va assottigliandosi ai bordi fino a ridursi a pochi millimetri può sembrare un’operazione sterile, considerando che si tratta di un computer desktop. In realtà rientra perfettamente nel percorso che Apple ha sempre seguito (dopo averlo tracciato): confezionare sfide estreme, diventare un punto di riferimento, spingersi sempre un passo oltre. È esattamente così che gli attuali iMac sono diventati macchine che riescono a collocarsi facilmente in qualsiasi ambiente: sono letteralmente oggetti senza tempo.


A volte mi manca “l’era bianca” di Apple. Il design di quell’epoca questa era era così rassicurante, caldo e puro, nonostante fosse – contemporaneamente – brutalmente onesto e analitico. Il policarbonato a doppio cristallo che Apple brevettò per il suo primo iPod e che poi applicò all’iMac, agli iBook e a tutta un’altra serie di prodotti era splendido da guardare... ma troppo vulnerabile ai graffi. L’alluminio impiegato oggi di certo invecchia molto più lentamente.


Il display Retina 5K merita un discorso completamente a parte.
Negli ultimi modelli, Apple ha ulteriormente aumentato la luminosità del monitor, portandola a livelli tali (500 nits dichiarati) che è quasi impossibile che questo possa essere usato al 100% della scala: per darvi un'idea, in operazioni di fotoritocco di solito si lavora in un intervallo compreso tra 120 e 220 nits). Ma ciò che più conta è che ora i display montati sugli attuali iMac offrono un'accuratezza del colore persino superiore ai precedenti (già eccellenti), di certo la più alta che abbia mai visto in un all-in-one... e probabilmente anche per i monitor della sua classe in generale, almeno all'interno delle gamme Adobe RGB e sRGB.
Il display – pilotato da una Radeon Pro 570 con 4GB di memoria video – tecnicamente visualizza un miliardo di colori, dato che l'ufficio marketing Apple rivende con giustificato orgoglio... poco importa che gli esseri umani possono distinguere solo tra i sette e i dieci milioni di colori.
È l'impressione complessiva che ti dà il colpo di grazia: guardare questo monitor è come guardare attraverso una finestra. Semplicemente, il meglio disponibile su macchine di questa categoria.
Caso chiuso.


Tutto perfetto, quindi?
Non tutto. La tastiera in dotazione, ad esempio: è una Magic Keyboard 2, wireless e con una batteria ricaricabile al suo interno.
Ora, lasciatemelo dire: abbandonare le vecchie pile stilo è stato un atto dovuto quanto tardivo. Comprare una confezione di batterie per buttarne via una manciata ogni mese o due è qualcosa che non mi è mai piaciuto né dal punto di vista economico né ecologico. Inoltre hanno la tendenza a morire quando meno te lo aspetti – e sempre quando non hai batterie di ricambio a disposizione.
In passato, per alimentare il mio Magic Mouse ho iniziato a comprare caricabatterie e batterie ricaricabili. Li ho provati tutti: Duracell, Energizer, Apple. Fanno tutti schifo. Il caricabatterie Apple e le batterie Apple si sono rivelati i peggiori: pensavo che sarebbero durati di più, ma sono stati i primi a morire. Ne ho avuti due set, credo. Apple dopo un po' si è tirata fuori da questo mercato e ne ha cessato la produzione.
Risolto il problema della ricarica (basta tenerla collegata con un cavo lighting al Mac per qualche decina di minuti ed avere energia sufficiente per settimane intere), migliorato il meccanismo dei tasti (già piuttosto preciso e piacevole nella vecchia), resta la scelta, piuttosto discutibile, di non includere nella confezione del nuovo iMac una tastiera estesa: la mancanza del tastierino numerico e di altri tasti la rende, di fatto, l'alternativa "povera" alla Magic Keyboard estesa... offerta a un prezzo esorbitante persino per gli standard Apple.
Ho lasciato la nuova tastiera "monca" nella sua scatola e ho collegato la vecchia all'iMac.
Non è lucente e pulita come tutto il resto (vi consiglio di comprare una mascherina in silicone, sarà più veloce e comodo lavarla), ma di certo è più funzionale.

Poco da dire, invece, sul nuovo Magic Mouse in dotazione.
Il vecchio era (e resta) un prodotto molto valido, salvo per due cose:
1) Le due pile stilo all'interno non sono collegate in modo sufficientemente sicuro, e il mouse tende a disconnettersi se urtato contro qualcos'altro o lo si scuote un pelo di troppo. Cosa che ti fa saltare i nervi quando sei concentrato su un tracciato di ritaglio particolarmente complesso in Photoshop e il mouse si prende una vacanza di qualche secondo.
2) Il Magic Mouse ha  due binari di plastica sul fondo, e un uso prolungato – inevitabilmente – lo consuma, non fino a graffiare la scrivania ma di certo a trasmettere una fastidiosa sensazione di sfregamento.
Le buone notizie sono che il nuovo Magic Mouse non soffre di questi problemi: la batteria ricaricabile vi libera dalla schiavitù delle batterie, e il materiale plastico dei due binari è diverso.


L'ultima, ma forse più importante, mancanza di questo iMac è l'assenza di un hard disk a stato solido montato di serie.
Da anni, MacOS include un mucchio di feature che richiedono numerosissimi e piccoli accessi al disco – sia per i dati che per i metadati. Quindi, le prestazioni dell'iMac – avvio, tempi di accesso ai file, swapping, context switching- fanno schifo su drive a 5200 ma anche 7200 RMP.
Apple lo sa benissimo, ma tutto quello che vi dà di serie è un Fusion Drive troppo piccolo per la stragrande maggioranza degli impieghi.
Questo significa che dovrete ordinarlo con un sovrapprezzo o pensarci voi.
Io ho optato per un Crucial da 500 GB, che, con una velocità di trasferimento dati (dichiarata) di 6 gigabyte al secondo, straccia qualsiasi altro concorrente in questa fascia di prezzo... il vero problema è che lo spazio all'interno dell'iMac è talmente ristretto che dovrete necessariamente sloggiare l'hard disk esistente, che, se pensavate di usare come disco di backup Time Machine, dovrete montarlo in un case esterno.


In definitiva, cosa serve per rendere l'iMac un computer completo da usare al massimo delle sue potenzialità?
- altra Ram.
Non spreco neanche una parola in più sulla taccagneria di Apple nel dotare le sue macchine di memoria, né dei prezzi completamente fuori mercato che adotta nel caso vogliate espanderla su richiesta. Il mio consiglio è acquistare altri 8 GB (su Amazon trovate dei banchi Crucial a meno di cento euro) e installarveli da soli (è la sola operazione che è agevole su questo tipo di macchine). Anzi, se volete fare le cose a modino, compratele (e installatele) sempre in coppia.

- 1 disco SSD.
Vedi sopra. Li producono in tanti, e si differenziano soprattutto, oltre che per la capacità, per la loro velocità di trasferimento dati. Comprate il più grande e il più veloce che potete permettervi. Il Crucial qua sopra lo rimediate per circa centoventi euro, ai quali dovrete aggiungere il costo della manodopera (scordatevi di poterlo fare da soli, a meno che non siate in grado di smontare e rimontare correttamente un display come quello dell'iMac, che è anche l'unica via d'accesso alla componentistica interna). Diciamo duecento euro in totale.

- 1 tastiera estesa.
Costa una fortuna, ma è il vostro principale strumento di input e se non ci siete abituati, maledirete quella in dotazione per settimane cercando tasti che non ci sono o che stanno dove non dovrebbero stare. In alternativa, potete attaccarci la vostra vecchia tastiera e, se ve ne fregate del wireless, vivere felici così. Viceversa, dovrete aggiungere altri 150 euro.

La spesa complessiva per trasformare il vostro iMac in una macchina davvero completa (e davvero buona) è di 450 euro.
Se state pensando che, a questo punto, tanto vale comprarsi direttamente un iMac Pro piuttosto che comprarsi a parte tutta questa roba, cambiate strada: nella sua configurazione base, vi costerà comunque il doppio e – mi arrogo il diritto di crederlo – avreste molta più potenza di quella che effettivamente vi servirebbe.

In conclusione, messo in condizione di esprimersi al meglio, il nuovo iMac è una macchina suadente nelle linee, solida nei dettagli costruttivi, performante nelle prestazioni e con uno schermo praticamente insuperabile: se ne trovate uno migliore, mostratemelo e compirò pubblica rettifica.
Di contro, l'iMac è una macchina giunta (probabilmente) al termine della sua esistenza (oltre che renderlo più veloce non so davvero come potrebbero migliorarlo, e comunque l'iMac Pro altro non è che un iMac "pompato" all'estremo), e se le voci che circolano riguardo il passaggio di Apple a un'architettura ARM dovessero rivelarsi vere, allora tutte le macchine attualmente in listino a Cupertino sono destinate all'obsolescenza nel giro di qualche anno... ma, nel frattempo, questo iMac vi avrà dato le sue belle soddisfazioni e si sarà ripagato dei quattrini spesi per averlo sulla scrivania.
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