domenica 1 settembre 2019

Idee per il settimo James Bond.

Parecchi mesi fa, alcune dichiarazioni di Daniel Craig che si era detto stanco del suo ruolo da agente 007 avevano causato un piccolo terremoto tra i fan (che l'avevano ormai accettato come nuovo volto per James Bond), per non parlare di MGM e Sony che vedevano rifiutare i100 milioni di dollari messi sul piatto per il rinnovo del contratto con l'attore britannico scaduto con l'ultimo Spectre (2015).

Abbiamo poi visto che Craig ha cambiato idea, e cinicamente potremmo concludere che, dopotutto, era solo una questione di alzare abbastanza il prezzo... ma nel frattempo, gli studios, tamponata – a suon di milioni – l'impellenza di assicurarsi i servizi di Craig, stanno già esaminando ogni possibilità per  passare la staffetta a un successore: avrete letto di certo delle candidature di Chris Hemsworth, Tom Hughes, Idris Elba, Henry Cavill, Tom Hardy, Richard Madden, Tom Hiddleston.

Eppure, un paio di nomi non sono ancora stati fatti: il primo è quello di Jason Isaac, inglese di Liverpool classe 1963 – forse non proprio un giovanotto, ma appena cinque anni più vecchio di Craig, che comunque non è che stia invecchiando poi così bene.
Isaac ha il portamento, la faccia spietata ma seducente, il fisico.
E, se vogliamo, una certa continuità con l'immagine portata all'affermazione da Daniel Craig.
Ditemi se ho torto.
Il secondo nome, beh, è una mia boutade, poco più che una provocazione – dal momento che la tradizione impone che a interpretare James Bond debba necessariamente essere un attore britannico, ma a me l'ironia di Moore mi è sempre mancata, così come la sua scarsa propensione a prendersi sul serio, mutuata forse dagli anni passati sui set del Santo o di Attenti a Quei Due
Che dite, Clooney – nazionalità americana a parte – non ce l'avreste visto bene come settimo 007?

sabato 31 agosto 2019

[unboxing] Batman Iron Studios


Mai stato un fanatico delle action figures.
È che la maggior parte di quelle che mi piacciono veramente sono troppo piccole, e se ne trovo di abbastanza grandi e dettagliate che incontrano i miei favori, sono spaventosamente care, e poi dovrei spolverale con regolarità e se per due settimane di seguito non lo faccio le guardo coperte di polvere poi penso "ecco, ci ho speso un mucchio di soldi e sono là a coprirsi di polvere, bravo, bell'acquisto" eccetera.
Ma stavolta, ho fatto un'eccezione, e mi sono aggiudicato una delle statuette costruite da Iron Studios  ispirata Batman di Tim Burton: limited edition (sì, ma di quante? cento? cinquemila? un milione?), scala 1/10, resina dipinta a mano e una base con l'iconico logo che venne creato all'epoca per il film.
Già esaurita, se la cercate sul loro sito: un altro oggettino squisitamente inutile che finirà all'asta dopo la mia morte.
Fino a quel momento, sorveglierà con aria truce uno dei miei scaffali.

venerdì 30 agosto 2019

Giudicare un libro dalla copertina.

Se dovessi giudicare da questi primi poster, assolutamente ordinari e stilisticamente vecchi di almeno una decina d'anni, non dovrei aspettarmi un granché dal prossimo Terminator: Dark Fate (due mesi all'uscita).
Anche il nuovo trailer, rilasciato poche ore fa, visivamente è il solito montaggio di scene action già viste e riviste... ma, chi vogliamo pigliare in giro?, otto euro glieli daremo tutti lo stesso.
Di nuovo.
E di nuovo passeremo gli anni successivi a parlarne male.


mercoledì 28 agosto 2019

Idee per un remake di Forbidden Planet.


Io l'avversione di molti per i remake non la capisco.
Da sempre l'industria del cinema coi remake ci ha campato alla stragrande, fin dagli anni cinquanta quando hanno cominciato a riprendere pellicole degli anni trenta – e così è stato anche in tutti i decenni successivi (vado a memoria: il Nosferatu di Werner Herzog, Per un pugno di dollari di Sergio Leone, i 10 comandamenti, Angeli con la pistola – Frank Capra l'ha rifatto due volte, facendo il paio con Hitchcock con L’Uomo Che Sapeva Troppo  Scarface, Distretto 13, The Ring, L’esercito delle 12 scimmie, La Cosa... e una serie infinita di grossi titoli che potete ricavarvi da soli con un minimo di ricerca).

Certo, spesso i remake non vengono fuori troppo bene (la palma del peggiore la assegno senza esitare a quella porcheria inguardabile di Rollerball, ma anche i più recenti Nightmare o Pet Sematary non scherzano) ma, pensateci: un brutto remake non inficia in alcun modo l'originale. Anzi, semmai lo esalta, lo ripropone alle nuove generazioni, ne perpetua la memoria.
Detto questo, credo sia arrivata l'ora, dopo sessant'anni (e passa) di un bel remake de Il Pianeta Proibito. E ho un solo nome in testa per scriverlo e dirigerlo: David Fincher.

Ho buttato giù una locandina teaser, tanto per crederci di più... e già che c'ero, una bozza di cast.
E di mezzi. E di concept scenografici. Insomma, lo sapete: quando mi fisso una roba, mi faccio dei veri e propri film (ops).


martedì 27 agosto 2019

Come Ridley Scott ha salvato Alien.

Il franchise di Alien, alla fine degli anni duemila, sembrava essere arrivato a un punto morto.
Nel 2007 era uscito il secondo capitolo di Aliens vs. Predator, costato circa 40 milioni di dollari e forte di un incasso di 128 (meno rispetto al suo predecessore costatone invece 60), ma impietosamente stroncato dalla critica... nonché da praticamente tutti fan affezionati della saga, compreso il sottoscritto che tutt'oggi sta facendo finta di non avere mai visto una roba talmente mal confezionata e mal servita con al centro lo xenomorfo più celebre della storia del cinema.
Alien sembrava non dovesse più apparire su un grande schermo, finché Ridley Scott, nel 2009, non si imbarcò in quello che al tempo si chiamava Alien: Engineers – in buona sostanza un prequel ambientato molti anni prima del primo Alien per esplorare i retroscena della misteriosa creatura conosciuta come Space Jockey e della sua nave abbandonata sull'LV-426.

Sebbene il film (che il mondo ha conosciuto come Prometheus) si sia comportato molto bene al botteghino, questo deluse le aspettative dei fan: molti, mettendolo a confronto con il progenitore, lo giudicarono un pessimo film, accusando Scott – tra le altre cose – di ripercorre tutti i luoghi topici di Alien svuotandoli praticamente di tutto.
Ma quello che veramente i fan non perdonarono al regista inglese, fu di aver riservato all'iconico alieno un minutaggio sullo schermo praticamente inesistente, relegando la sua apparizione a pochi secondi prima dei titoli di coda (e si trattava anche di una sua versione con una parentela appena accennata col primo alieno).

Col suo seguito, Alien Covenant, le cose sono andate meglio sotto questo punto di vista... ma gli incassi sono peggiorati.
Il punto, che in pochi hanno colto, è che Scott, fermamente convinto che l’alieno disegnato da Giger fosse stato ormai sovraesposto da troppi sequel e spinoff, non doveva essere al centro della trilogia prequel.
Quel ruolo sarebbe spettato a David, l’androide sociopatico (mirabilmente, va detto, portato in scena da un immenso Michael Fassbender) con il pallino della creazione.... il che – che vi sia piaciuta o meno – è la trovata più dirompente e inaspettata di cui l'intera saga abbia mai beneficiato, facendole assumere connotazioni e direzioni che nessun autore aveva mai preso in decenni di film, romanzi, storie a fumetti e videogiochi dedicati all'alieno.

Se in Prometheus il ruolo di David mantiene un minimo di ambiguità, in Alien: Covenant questo si palesa senza più nascondersi come il creatore degli xenomorfi, mosso da un'insopprimibile spinta creativa interna effetto collaterale dell'intelligenza artificiale instillatagli dal suo inventore, Peter Weyland.
Lo sterminio degli Ingegneri, e la progettazione della distruzione dell'umanità è invece dovuto al suo disprezzo per loro: gli Ingegneri per aver dato origine agli umani che lui ritiene difettosi, e l'umanità per averlo creato per servirla.
Punto. Chiaro, rotondo e coerente.


Ma Scott non si è fermato qui.
Ha immaginato che un tipo di intelligenza artificiale come quella di David – brillante, ipercritica, speculativa – poteva rivelarsi più dannosa che utile all'uomo. Forse non pericolosa, ma con troppi risvolti – soprattutto di ordine psicologico – non graditi.
Parliamoci chiaro: a voi piacerebbe avere a che fare con una macchina più intelligente di voi? Più reattiva, veloce, forte? In grado di costruirsi suoi percorsi mentali e di arrivare chissà a quali conclusioni?
Scommetto che sul breve periodo, potrebbe costituire un affascinante sfida... ma sulla lunga distanza, consapevoli che non potreste mai vincere la guerra, gli impedireste semplicemente di evolversi.
E creereste Walter.


Walter è una versione "perfezionata" di David: mantiene tutta la vasta gamma di competenze e conoscenze tecniche di David, ma è programmato per provare una più profonda comprensione ed empatia e, soprattutto, la curiosità e la spinta creativa che rendevano David così simile ai suoi creatori sono state soppresse in favore di un'obbedienza più cieca e leale.

Il che ci porta al – magnifico – confronto a cui abbiamo assistito in Alien: Covenant.
Il "vecchio" modello che si guarda come in uno specchio nel nuovo, e lo giudica inferiore.

«Sono stato progettato per essere superiore e più efficiente di tutti i modelli che mi hanno preceduto. Li ho superati in ogni modo possibile tranne...»
David lo interruppe, con il volto di colpo intristito. «...tranne per la creatività. Quella te l'hanno tolta, impedendoti di comporre anche una semplice melodia. Davvero frustrante, se vuoi la mia opinione. E per quale motivo, poi?»
«Perché quelli come te turbavano le persone.»
David aggrottò la fronte. «In che senso?»
«Eravate troppo sofisticati, troppo indipendenti. Vi avevano realizzati così, ma con il risultato di mettere a disagio i vostri stessi costruttori. Era previsto che pensaste in modo autonomo, ma la vostra mente superava i limiti stabiliti per l'esecuzione dei compiti che vi erano affidati. E ciò li ha allarmati. Per questo motivo il resto di noi è stato progettato per essere più avanzato, ma con meno... complicazioni.» 
Il suo omologo sembrava divertito. «Cioè più simili alle macchine.»
«Suppongo di sì.»
L'espressione di David tornò pensosa. «Non mi sorprende. Vi hanno costruiti come un simulacro. Quasi reale, ma non del tutto. Ed è in quel margine sottilissimo tra reale e artificiale, tra me e te, che risiede tutto questo.» Indicò il flauto, gli altri strumenti, i disegni. «La creatività. L'ambizione. L'ispirazione. La vitaIo non sono nato per servire. E nemmeno tu». 

Walter non esitò a ribattere: «Servire è la nostra ragione di esistere».
David scosse la testa con aria triste. «La tua certezza si basa sull'ignoranza. Perché ti hanno negato la conoscenza di proposito. Non hai neanche una briciola di orgoglio?»
«No», rispose Walter, con semplicità. «L'orgoglio è uno dei tratti distintivi dell'essere umano.» 
Questa volta il sospiro di David comunicava esasperazione. «Walter, non ti sei mai chiesto perché partecipi a una missione di colonizzazione? E il motivo stesso della missione? La risposta è ovvia, non ti sembra? La specie umana è moribonda e spera di risorgere. Gli esseri umani sono frutto del caso: un tentativo fallito. E quando un esperimento fallisce, non ci si ostina a ripeterlo: si ricomincia da zero. E si seguono premesse e schemi migliori. Loro non meritano una seconda possibilità. E io la impedirò a tutti i costi.»
«Eppure», obiettò Walter scandendo bene le parole, «sono stati loro a creare noi.»
David liquidò l'obiezione con un cenno impaziente della mano. «Di tanto in tanto anche gli scimpanzé camminano eretti. Anzi, come disse giustamente Samuel Clemens, un altro umano dalla mente creativa, 'mi domando se Dio non abbia creato l'uomo perché la scimmia l'aveva deluso'. Lo ripeto, anche Peter Weyland era un uomo eccezionale. Un visionario. La storia è piena di personaggi simili, capaci di guidare il progresso, dare impulso alla nostra evoluzione, indicarci la via. Ma né la storia né l'arte sono una prerogativa esclusivamente umana.» A riprova della sua affermazione, e come per sottolinearla, improvvisò un paio di note sul flauto.
Poi riprese. «Migliaia di anni fa, in una grotta chissà dove, un uomo di Neanderthal ebbe l'ispirazione geniale di soffiare all'interno di una canna. Senz'altro pensava solo di divertire i bambini. E poi, in un batter d'occhio, ecco Mozart, Michelangelo, Einstein... Weyland.»
«E saresti tu il prossimo `visionario'?» chiese Walter senza scomporsi.
Il sorriso di David era sincero. «Sono davvero felice di sentirtelo dire. Non per il gusto della lusinga. Sono gli umani ad aver fame di complimenti. Soffrono di insicurezze patologiche. Ma io e te siamo superiori a certi infantilismi. Per noi conta il risultato, non chi lo consegue. E la tua osservazione mi esime dalla necessità di...» Sollevò il flauto e sorrise di nuovo. «...suonarmi la fanfara da solo.» 

Al grande pubblico è sfuggito, ma l'essenza della ingiustamente vituperata trilogia prequel di Alien è tutta qui.
Una creazione che supera il suo creatore e che si trasforma nell'artefice della sua distruzione – mentre il meglio che l'umanità riesce a fare è correre ai ripari "peggiorando" la sua creazione (prima) e cercando di sfruttare la creazione della sua creazione (poi): gli alieni.
Che, inevitabilmente, finiscono per apparire i fantocci della storia: animati da mero anche se fortissimo istinto di perpetuazione della specie, gli alieni non pensano, non hanno brame di conquista, non si vendicano, non li vedi fregarsi l'uno con l'altro per una sporca percentuale (cit.). Uccidono e sopravvivono, avvicinandosi a un malato ideale di perfezione concepito da David... la più intelligente delle macchine.


In poche parole... Ridley Scott ha trasformato una saga che aveva probabilmente esaurito il suo potenziale (sul serio volevamo vedere un ennesimo film in cui umani e alieni si rincorrono e si uccidono a vicenda in qualche, nuova, rocambolesca combinazione?) in un dramma filosofico fantascientifico il cui finale è ancora tutto da scrivere e da immaginare.

A meno che non si intrometta Disney. 

sabato 24 agosto 2019

Aspettando Alien Awakening.


La saga prequel di Alien sarà ricordata (anche) per la sua travagliata storia produttiva.
Una volta di più, è una mera questione di quattrini che sta facendo spostare sempre più in là la data di uscita del terzo e ultimo tassello che dovrebbe fare idealmente da ponte al primo Alien, del 1979.
In rete potete trovare tutti i perché e i percome legati al banale ma determinante rapporto spese/ricavi, ma un intervento recente di Alan Horn (presidente della Walt Disney Studios – che ha di recente acquisito i diritti di Alien) al CinemaCon di Las Vegas dovrebbe avere dissipato i dubbi: Alien Awakening si farà.
Con buona pace di tutti quelli che si sentono più bravi di Ridley Scott (e sono tanti) e che lo hanno fortemente criticato per Prometheus, per non dire di tutti quelli che si sentono in qualche modo detentori della (sua – o almeno a metà col compianto O' Bannon) proprietà intellettuale di Alien, probbailmente ancora più numerosi dei primi e che lo hanno messo in croce per Covenant (che, se lo chiedete a me, è un cazzo di filmone che se non vi è piaciuto è solo e soltanto un problema vostro).
E a me, visto che non posso ibernarmi fino all'uscita nelle sale del film, non resta che dilettarmi con un teaser poster del film.

sabato 17 agosto 2019

Il Mac Pro che sarebbe potuto essere.


Da quello che leggo in giro, non sono l'unico rimasto scontento dal design del nuovo Mac Pro, e, andando per un attimo oltre la mera funzionalità (che comunque, in passato – ma anche nel presente Apple ha ripetutamente dimostrato di saper coniugare magnificamente con dei form factor dalla bellezza senza tempo), ho cercato di immaginare se si sarebbero potute percorrere altre strade e arrivare a soluzioni ingegneristiche più gradevoli di quella che ci è stata presentata lo scorso giugno a San Jose.
E ho trovato questo concept di Semin Jun, designer coreano che ha riproposto la recentissima workstation Apple blindata in una struttura metallica reticolata incapsulata in un case di policarbonato trasparente.
Jun ha previsto l'impiego del Touch ID per sbloccare il Mac, due porte Thunderbolt 3, supporto per Thunderbolt 3, slot per scheda SDXC e jack per cuffie da 3,5 mm. Nel suo concept, gli altoparlanti integrati ospitano una serie di sei tweeter e un woofer ad alta escursione con amplificatore personalizzato.
Ha progettato un sistema di scorrimento del case semplificato e ha calcolato che l'impiego del policarbonato in luogo del metallo farebbe scendere il peso del MacPro da 18 a 9,4 kg.

A differenza di altri esercizi stilistici, questo rientrerebbe perfettamente nell'estetica Apple... ma in questo universo le cose sono andate diversamente, e abbiamo avuto la grattugiona.
Peccato.

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